Patrizia-CiribePatrizia Ciribè, autrice dei romanzi Ada Gigli signorina, felicemente infeliceL’idillio tra l’uomo e l’ombra   Una foglia caduta in estate, nella rubrica La Pat zone, getta una luce sulle miserie umane tramite un’analisi introspettiva della società e di chi la compone. Ogni settimana, l’autrice analizza, da un punto di vista inusuale, i comportamenti, gli usi, le anomalie sociali che caratterizzano il nostro tempo.

“Al lupo, al lupo!”. “All’odio, all’odio!”

Penso che esprimersi in modo misurato sia sinonimo di equilibrio e soprattutto di pazienza. Pazienza nell’attendere che il messaggio venga compreso, senza esagerare nell’esporlo.

Visto da un osservatorio comune, quello della conversazione, o comunque di un rapporto ordinario tra persone, il modo misurato di esporre i propri pensieri, dando alle cose la giusta denominazione e collocazione, dovrebbe essere il più utilizzato.

Ormai da qualche anno, e faccio fatica a ricordare cosa abbia causato questa necessità di enfatizzare anche cose di poco conto, le esagerazioni hanno invaso non solo il lessico, ma anche il senso delle cose.

Degli amori, delle amicizie, dei rapporti in genere, sono state dette e scritte cose senza un costrutto emotivo di spessore: sono tutti amici e innamorati, anche senza né storia né approfondimenti.

Ma oltre ad allargarsi a macchia d’olio nel lessico e nei presunti sentimenti e rapporti, le iperboli moderne hanno spodestato il valore di certi concetti, banalizzandoli.

E’ un po’ come nella globalizzazione dell’abbigliamento, dove gli indumenti che un tempo erano curati nelle cuciture e nei tessuti, oggi sono poco più che stracci sfilacciati e di pessima consistenza.

Così è stato per il senso di certi concetti che erano di uno spessore e poi si sono assottigliati, infilandosi ovunque, in qualunque contesto e discorso.

Ce ne sono molte di parole utilizzate ormai con estrema superficialità; banalizzate continuamente e addotte a situazioni ordinarie che non hanno motivo di esaltazione.

E non parlo dell’uso e del senso molteplice delle parole, ma piuttosto dell’appiattimento di valori che in quelle parole trovavano un compimento.

Tutto è cominciato con la bontà, lo ricordo. Con gli slogan che alle persone piaceva così tanto condividere sui social.

Erano slogan che recitavano frasi magari estrapolate da libri mai letti da chi le condivideva, o inventati per la situazione, che era quella di ostentare il proprio, presunto onore.

D’improvviso tutti erano buoni, troppo buoni per questo mondo.

“Troppo buono” divenne un modo per auto descriversi, per descrivere la banalità di un’etica nella norma, rappresentata da un valore mediocre e senza particolari guizzi morali.

La gente ha iniziato a sentirsi troppo buona per i motivi più inconsistenti, per una percezione esagerata di se stessa e del proprio apporto nelle relazioni.

Troppo buona perché normalmente corretta; troppo buona perché normalmente educata.

Tutto questo è passato inosservato, perché il periodo dei troppo buoni è coinciso con una tendenza sempre crescente del rumore; dell’esagerazione di ogni sentimento; della declamazione di ogni rapporto, attraverso immagini allegre di accozzaglie umane prive di fondamento.

Tutti amici!

Questa parola -AMICI- che è stata svuotata anch’essa di valore, anch’essa di storia e costrutto. E poi tutti innamorati, tutti uniti in rapporti che abbiamo visto sgretolarsi dopo essere stati enfatizzati sui social in maniera anomala.

Poi è arrivato l’oggi, questo traslitterare triste, la migrazione di termini che hanno racchiuso vessazioni sociali e lotte di secoli verso luoghi poveri di qualunque contenuto.

La parola MISERIA, che dovrebbe descrivere uno stato di seria indigenza, legata a beni di primissima sussistenza, viene utilizzata impropriamente, lo abbiamo visto recentemente.

Infatti, le molte immagini ritraenti gli assembramenti della movida dello scorso week end hanno messo in luce come la prima necessità, per molti sia rappresentata dall’aperitivo.

E c’è anche la parola ODIO, utilizzata prima per descrivere una prevaricazione sociale, un atteggiamento prepotente di grande impatto anche politico, viene deflorata della sua forza e relegata nelle azioni più inconsistenti.

Oggi ci sono nuove figure descritte dalla parola odio, ma diversamente da ieri, in cui descrivevano una controversia basata sulla sopravvivenza e sull’integrazione delle etnie e dei generi e sul rispetto delle differenze, oggi additano l’umana e legittima paura.

Oggi gli “odiatori” sono coloro denunciano l’irresponsabilità di chi non rispetta l’emergenza mondiale legata al Covid.

Oggi l’odio non è più quello per la fragilità, che è un odio secolare e spesso istituzionalizzato. Oggi è quello per la stupidità, per l’ignoranza. Oggi, il fastidio legittimo verso la sconsideratezza è definito ODIO.

Eppure, lo vorrei ricordare per chi quotidianamente spende questa parola con tanta superficialità, odiare non è additare chi vive costantemente nell’irresponsabilità e indifferenza verso la situazione e le morti copiose che ci sono state; odiare significa infierire su chi è fragile.

Ma c’è un’altra parola utilizzata spesso impropriamente, impropriamente sia per il suo significato letterale che per il senso che in essa è storicamente contenuto, ed è libertà.

Hanno iniziato gli antivaccinisti, rivendicando, invece che la propria ignoranza, la libertà di essere ignoranti e coesistere con gli altri rischiando di pregiudicarne la salute.

Quando la libertà è per troppa gente la possibilità di contravvenire all’intelligenza comune, è un bel problema, non solamente di contenuti ma anche di conseguenze.

Esattamente come chi, inneggiando al Fascismo, rivendica il proprio diritto all’opinione resuscitando ciò che è stato la morte di tutte le opinioni.

Oggi libertà è per tanti quella di vivere a spregio delle misure dei Decreti sulla sicurezza. Vivere soggettivamente una questione che non è possibile isolare se non attraverso una visione plurale del problema.

Oggi il termine libertà viene mortificato per rivendicare il diritto alla propria stupidità e credo che questo sia proprio significativo di quanto esprimersi in modo misurato sia ormai solamente il miraggio di una saggezza dimenticata.

Patrizia Ciribè

 

 

Il momento dei bilanci, quarantena e altre follie del nostro tempo

Il momento dei bilanci è sempre dipendente da un periodo in particolare: la fine di qualcosa, un cambiamento, una lunga inattività, come nel caso della quarantena appena trascorsa.

Sono molti gli stati d’animo che ognuno di noi ha vissuto; a volte sono coincisi con quelli di chi abbiamo vicino, altre volte sono stati vissuti individualmente e silenziosamente.

Credo che molte persone poco abituate a fare bilanci, o anche solamente a interrogarsi su se stessi, siano state spinte, loro malgrado, verso questa pratica di autoanalisi. E forse, non essendo abituate a varcare la soglia di una dimensione meno basata sul lato pratico della vita, si sono sentite destabilizzate.

Sono state certamente molte anche le coppie che, vivendo insieme solamente perché la reciproca compagnia è limitata dal lavoro, dallo sport e da altri diversivi, trovandosi a condividere molto tempo, hanno preso coscienza di un rapporto al capolinea, o comunque assai più logorato di ciò che inconsciamente pensavano.

E anche il ritorno al lavoro -qualcosa che assorbe tanto del nostro tempo pratico e mentale, oltre a vivere nei nostri pensieri involontariamente-, ha certamente messo a nudo la vera sostanza di molte delle insoddisfazioni a esso legate.

La quarantena è stato un lungo periodo di inattività certamente anomalo. Infatti, se pensiamo per esempio a una vacanza, o a un periodo di aspettativa, ci rendiamo conto che in questi casi è prevista una distrazione che riduce l’assiduità tra individui dello stesso nucleo e aumenta notevolmente la possibilità di una distrazione. Una distrazione anche da noi stessi, che ci porta a trovare continue gratificazioni legate alla possibilità di una costante evasione.

Il livello di ricreazione nei lunghi periodi di inattività comune, lontani dal lavoro, è altissimo. Inoltre, portare parte delle proprie abitudini all’interno di una vacanza è senz’altro un modo per continuare a essere se stessi, nel bene e nel male.

Ma la quarantena ha cambiato tutto questo e lo ha fatto soprattutto per quelle persone che generalmente fanno pochi bilanci e che, se li fanno, li legano a traguardi esterni e quasi mai all’interiorità e agli affetti.

Penso che proprio quelle persone iperattive, e abituate a procedere nella vita sposando anche obiettivi non così desiderati o ponderati, si siano trovate in forte difficoltà. Che davanti alla necessità di una presa di coscienza riguardo a infelicità che non sapevano essere così ingombranti, abbiano alla fine messo molte cose in discussione.

Ma per discutere di noi stessi con noi stessi ci vuole molto coraggio e anche una profondità che necessita di un allenamento costante.

La vita in casa, quando ti è preclusa una via di uscita da ciò che tolleri solamente perché puoi continuamente evitarlo, diventa un contenitore pieno di tutto. E quando quel tutto è impossibile da evitare, allora puoi solamente viverlo e vivere te stesso, finalmente con coscienza.

L’anomalia di questa situazione individuale è che individuale non era; che questa presa di coscienza è coincisa con molte altre, che, in positivo o in negativo, hanno vissuto le stesse cose.

Per chi, come me, ama andare a caccia di emozioni umane, è stato facile percepire questo momento anche solamente camminando per strada. Ma pur non essendo pessimista per natura, credo che questo spiraglio individuale, ma anche sociale, dopo pochi giorni si stia già richiudendo.

Per tanti la vita interiore è una linea retta; in tanti rigettano il cambiamento, la discussione di qualcosa, la rottura di falsi equilibri. E questo atteggiamento rassicurante per molti, che alla fine costringe la massa nell’infelicità, è qualcosa che prende piede nella società rendendola incapace di interrogarsi.

Ci si interroga poco, e questo fa crescere anche il desiderio di una distrazione leggera, leggera in senso negativo.

Sono stata colpita per come, tra le prime necessità registrate dai media in tema di “riapertura alla vita”, l’aperitivo sia stato in pole position. Che, direte voi, c’era la voglia di socializzare, ma io credo che, a meno che non si viva da soli (che comunque il dialogo con noi stessi non andrebbe escluso a priori), si possa socializzare anche con i propri aventi causa; che si debba farlo se si vuole conoscere e apprezzare chi si ha vicino.

Ora, forse sono anche un po’ misantropa, lo ammetto, ma per quanto ami anch’io la possibilità di un aperitivo con gli amici, devo anche dire che talvolta trovo in esso il limite proprio nell’esiguità dell’approfondimento. Nella limitatezza con cui le conversazioni si infrangono costantemente girando attorno all’esistenza interiore, e quasi mai affrontandola veramente, trovo l’impossibilità di una reale conoscenza.

Questo approccio alla vita diventa il metro per gran parte delle attività più diffuse, dettando il livello di ogni forma espressiva.

Spesso mi imbatto in commenti ai miei articoli e mi rendo conto che chi li ha espressi lo ha fatto leggendo solamente il titolo. Qualcuno potrebbe dire che magari i miei articoli non sono così interessanti, e ciò può senz’altro essere vero; ma si dà il caso che rilevi questo atteggiamento anche innanzi a letture ben più forbite e stimolanti.

Questo fatto è in realtà molto esauriente in merito a come molti di noi conducono le proprie esistenze; a come troppo si trascurino gli approfondimenti, e lo si faccia all’interno del proprio nucleo con una disinvoltura paurosa.

Allora mi sono chiesta: perché il momento dei bilanci è così temuto? E mi sono risposta che è temuto perché è un limbo. E nel limbo si sta appesi, si guarda solo al momento, né avanti né indietro. Non ci sono i progetti a distrarci, i ricordi perdono parte della loro efficacia; ci siamo solamente noi con la nostra composizione spirituale, che si trova a contatto con quella di chi, nel bene e nel male, divide con noi la vita.

Il vero bilancio è quello che arriva da sé, e credo che mai come in questo momento molti ne siano stati travolti loro malgrado.

Patrizia Ciribè

Silvia Romano: giudizi e facili denigrazioni.

Per me che vivo in un paese da sempre, un paese di tre anime, è normale pensare che l’atteggiamento con cui la gente giudica continuamente le vite altrui sia un fatto legato al territorio.

Che la limitatezza della mentalità comune, di gran parte delle persone con cui ci si trova, superficialmente, a parlare, sia condizionata dalla poca densità della popolazione; dal modo con cui si vive isolati dal resto del mondo.

Non è strano pensare che quando il distanziamento sociale, al di fuori dei periodi di affluenza turistica, è un fatto fisiologico e non una misura preventiva, l’isolamento che ne deriva sia il motivo per cui la poca gente che c’è cerchi di inventarsi qualcosa di cui parlare.

I manifesti funebri, le pubblicazioni matrimoniali, il tradimento, la separazione: questi sono i fatti che tengono in vita la piccola comunità, così sempre impegnata a spettegolare, salvo poi lamentarsi perché gli altri spettegolano.

Poi succedono cose di rilevanza nazionale e mi ricredo. Quando davanti a eventi straordinari l’atteggiamento comune è lo stesso che si rileverebbe in una realtà come quella dove vivo, mi convinco che il mondo sia tutto il medesimo calderone, pronto a puntare il dito su chiunque e su qualunque cosa.

Per fortuna, su questa vicenda di Silvia Romano ho letto molte opinioni rispettabili, moltissime. Per fortuna, in tanti si ricordano come essere umani e mossi da un atteggiamento propositivo.

Per fortuna, perché ciò che ho letto in contrapposizione è veramente raccapricciante.

Al di là di gente come Vittorio Sgarbi che credo, ormai, si commenti da solo ogni volta che apre bocca (e per uno che ha fondato la sua vita sul giudicare chiunque e qualunque cosa, il fatto di essere esauriente, rispetto a se stesso, credo sia un traguardo), come si suole dire, non ci siamo fatti mancare niente.

Non sono mancati titoli spietati e pregni di dietrologia delle solite testate giornalistiche (Libero in testa) che usano la prima pagina come fosse una gogna.

Non sono mancate le solite campagne denigratorie sui social, di gente che esterna la propria frustrazione tramite insulti.

E nemmeno sono mancate le strumentalizzazioni, una su tutte quella della ministra De Micheli che ha condiviso su Facebook una foto di Silvia Romano apponendo il logo del PD.

Abbiamo visto proprio tutto, tranne un po’ di umiltà nell’affrontare cose che non si conoscono.

Quello che non vediamo proprio mai, sia nel mio paese, che nel nostro Paese, è il rispetto di ciò che non si conosce direttamente.

Vorrei vedere, anche solo una volta, l’opinione pubblica, in solido, fare un passo indietro.

La vorrei veder prendere atto di qualcosa che non conosce in attesa che qualcuno spieghi cosa ha vissuto, i perché di certi eventi. Perché che non ci sono manifesti e che sarebbe interessante conoscere, invece.

Partendo dalla mia sfera personale, sino ai grandi eventi che interessano la vita comune, al reiterarsi di comportamenti sempre uguali e scevri di qualunque spessore, io mi domando sempre perché all’uomo manchi una curiosità sana.

La curiosità, tra le persone, è qualcosa di piccolo, qualcosa che si esaurisce con fatti di poca rilevanza e mai un mezzo per conoscere chi siamo.

Ché attraverso le scelte o gli obblighi che hanno condizionato e cambiato la vita di qualcuno, potremmo capire qualcosa di più di ciò che siamo. Ma tant’è, sembra non importare.

Non importa, perché l’ignoranza, che contrariamente a ciò che si pensa non si basa sulle nozioni che si conoscono o meno, è proprio questo: l’incapacità di essere curiosi su se stessi, partendo dalle esperienze altrui.

Così, torna questa giovane donna, volenterosa, piena di buoni propositi, spinta dalla necessità di cambiare il mondo, dopo due anni di prigionia, e quello che vediamo è il solito gioco al massacro.

Nessuna curiosità sana sul suo mutamento, su ciò che lo ha causato, su quanto sia rilevante e profondo, su quali siano i pensieri che lo hanno generato.

E vi dico questo perché chiunque di noi si sia trovato, nella propria vita, a fare scelte impopolari, e incomprensibili per gran parte della gente, ha solo potuto contare su palate di sterco. Nient’altro.

Eppure, ognuno di noi porta la sua croce -piccola o grande che sia-, le sue cicatrici, strascichi interminabili di errori compiuti per ingenuità o superficialità. E ognuno di noi ha costruito su di essi cose uguali o differenti.

Ma nonostante questo, nonostante chiunque abbia ferite ancora sensibili, si crede di non poter ambire ad altro se non all’espressione di un facile giudizio.

E attenzione, nella mia realtà di paese ho ricevuto giudizi da persone che avevo aiutato a tirarsi fuori da situazioni terribili, risultato di comportamenti reiterati e malati.

Eppure, proprio quelle persone sono sempre le prime ad additare chiunque. Sempre in prima fila nell’incapacità di provare rispetto, se non misericordia, per le esperienze altrui.

In generale, c’è così poca curiosità per l’animo umano, per le sue motivazioni, per i meccanismi che lo condizionano, che anche davanti a una soggiogazione, o a una scelta arbitraria, l’interesse è solamente per la possibilità di esprimere un giudizio e di suffragare quello di qualcun altro.

E non importa se il bersaglio di quella campagna denigratoria sia una ragazza che potrebbe essere vostra figlia, sorella, fidanzata; non importa, perché è così carente, tra la gente, la capacità e la voglia di mettersi nei panni degli altri, che chiunque, alla fine, viene privato di un sentimento di comprensione.

Sono, queste persone, quelle che puntano facilmente il dito su chiunque, così sempre sicure di essere dalla parte giusta, che non si sono mai chieste se non sarebbe più interessante e istruttivo, una volta ogni tanto, essere consapevoli di trovarsi da quella sbagliata.

Ho letto molti difendere le posizioni di Silvia Romano puntando tutto su un facile concetto: “fatevi i fatti vostri”. Che è un pensiero legittimo e, per me, condivisibile. Ma il fatto è che non ci sarebbe nemmeno il problema dell’espressione di quel giudizio, se non venisse espresso senza conoscenza.

Infatti, il problema principale del discernimento, o della mancanza di esso, nella nostra società è quello di esprimersi senza conoscere; esprimersi per denigrare.

Patrizia Ciribè

Donne contro le donne: una storia vecchia come il mondo

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Molte volte, nei miei pezzi, ho parlato di donne. Ho scritto di donne sia in merito ai diritti di genere, che, più banalmente, alla mentalità maschilista e, anche meno facilmente, agli abusi.

*Il mio prossimo lavoro letterario verte proprio su questo, sul mondo delle donne, sui retaggi, su ciò che ancora condiziona fortemente la nostra immagine nella società attuale.

Oggi vorrei affrontare nuovamente questo argomento partendo da una denigrazione pubblica, quella ai danni della giornalista Giovanna Botteri, attuale corrispondente Rai in Cina.

L’argomento è fresco di pochi giorni e, come sempre accade quando le notizie virano un po’ verso il pettegolezzo, ha avuto un notevole riscontro mediatico.

In breve, per chi non lo sapesse, i due conduttori di Striscia la notizia, Gerry Scotti e Michelle Hunziker, hanno evidenziato, e ricamato, commenti sulla Dott.ssa Botteri che la tacciavano di essere un po’ trasandata nell’aspetto estetico. Riproponendo detti commenti trovati sui vari social, hanno montato una clip in cui la donna, sostanzialmente, viene dileggiata per il suo aspetto.

Non voglio soffermarmi sui particolari di queste affermazioni, né voglio citarle precisandole, in quanto ritengo si commentino da sole.

Voglio invece soffermarmi sulle parole della Botteri che invita proprio a ignorare l’offesa personale andando oltre, andando al nocciolo della questione. Ed è proprio lì che voglio andare:

«Mi piacerebbe che l’intera vicenda, prescindendo completamente da me, potesse essere un momento di discussione vera, permettetemi, anche aggressiva, sul rapporto con l’immagine che le giornaliste, quelle televisive soprattutto, hanno o dovrebbero avere secondo non si sa bene chi».

Intanto, vorrei dire che questa donna mi pare rientrare nella media di quelle che conosco e che lavorano: niente di anomalo la contraddistingue esteticamente dal resto di noi che viviamo lavorando. Ci tengo a precisarlo perché, quanto scriverò, non sembri il tentativo di proporre un martire.

Giovanna Botteri, apparentemente, è una donna come tante di quelle che giornalmente svolgono la loro professione. Basta guardarsi intorno per vedere donne come lei: impegnate, concentrate, prese dalla necessità di fare quello che sono abilitate a fare. Donne che nessuno si sentirebbe di insultare perché non si sono truccate e non sono andate dal parrucchiere, questo perché, molto semplicemente, sono le donne che girano per strada, in autobus, negli uffici, in metropolitana e via discorrendo.

Ma si dà il caso che lei debba presentarsi in televisione; che la sua professionalità abbia come cassa di risonanza il mezzo mediatico principale; quello che entra nelle case di tutti costantemente.

In questa necessità puramente strumentale, nella mentalità comune, pare sorgere un obbligo cui viene data importanza sociale. E proprio questo, a mio modesto avviso, è il punto cruciale della vicenda.

I capelli, i vestiti, l’atteggiamento, sono tutte scuse per indignarsi davanti a un netto rifiuto. Perché nonostante siano state sdoganate, in termini formali, molte cose, non lo sono stati gli obblighi che le donne conferiscono alle loro colleghe di genere.

Questo è un po’ un leitmotiv che accompagna da sempre l’evoluzione del ruolo della donna nella società, quello cioè della dissidenza.

Dissidenti sono coloro si discostano; non, come si potrebbe pensare, coloro che espongono, estremizzano, scandalizzano, ma coloro che, con disinvoltura, non sposano la mentalità comune.

Se facciamo caso, ormai la maggior parte delle giornaliste televisive sono di bell’aspetto; se non sono giovani, sono martoriate dal Botox. Immaginiamo dunque l’abnegazione personale e la preparazione professionale che si devono avere per riuscire a occupare un ruolo di rilievo senza assoggettarsi a certi cliché.

Che, per carità, anche quella di ricorrere ai ritocchini, esattamente come non dare troppo peso al proprio aspetto estetico, è una scelta legittima. Ma il punto è che, laddove un comportamento sia visto pubblicamente come necessario, chi disobbedisce a quell’esigenza mette in crisi il sistema. Non chi rivoluziona o eccede, ma chi disobbedisce.

E allora, in tutto questo, ciò che viene preso di mira non è certo l’aspetto, o meglio, l’aspetto diventa il pretesto per colpire la disobbedienza. Il suo rifiuto di allinearsi -non alle comuni donne, ma a quelle che devono presentarsi in  modo impeccabile- genera un’anomalia.

La cosa più triste in tutta questa vicenda è proprio che la denigrazione parta da donne comuni, donne che, come la Botteri, ogni giorno vanno a lavorare, prendono treni, aerei, mangiano un panino al bar e poi rincasano la sera a occuparsi dei figli, oppure sole, o con anziani da accudire.

Ancora più triste è constatare che una donna che non propone standard impossibili diventi un bersaglio proprio per quelle donne normali che lottano ogni giorno per non subire il peso delle più inarrivabili aspettative.

E in questo respingimento della normalità, cui a parole ambiamo, pure denigrando quelle donne che curano molto la propria immagine, ciò che è malcelato tra gli insulti è l’istinto primitivo dell’asservimento alla mentalità maschile.

Ogni volta che quel retaggio sembra vacillare, ecco che viene presa di mira la donna comune e non, attenzione, dagli uomini, soprattutto dalle donne; donne che insorgono rimproverandole la disobbedienza a quei canoni estetici che prima additavano e che ora pretendono.

Ricorderete il caso della Ministra Teresa Bellanova, schernita per l’abito indossato alla cerimonia di insediamento. Anche in quel caso, invece di valutare la professionalità e dare peso al valore personale, proprio le donne hanno pensato che ciò che definisce il genere femminile sia l’estetica. C’è qualcosa di più deprimente di qualcuno che si martella le dita da solo?

Ma la verità è che in un’epoca in cui ogni concetto, anche il più becero, si urla e si estremizza, la vera rivoluzione la fa chi, con dignità e rispetto, disobbedisce e si discosta.

Patrizia Ciribè

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Ecco alcuni link di altri miei pezzi che parlano di donne:

https://www.isavona.com/la-nuova-presa-d…a-del-femminismo/

https://www.isavona.com/la-mentalita-non…e-anche-fautrice/

https://www.isavona.com/donne-contro-le-…di-emancipazione/

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Diciotto piloni, oltre mille metri di acciaio e il ricordo di quarantatré anime.

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Oggi, a Genova, si è posata l’ultima parte d’acciaio del nuovo viadotto sul Valpolcevera.

La cerimonia, molto limitata a causa dell’emergenza Covid-19, ha comunque visto la presenza delle maggiori Istituzioni.

L’ultima parte in acciaio è stata posata e al contempo festeggiata tra le sirene, del cantiere e delle navi; una riunione commovente delle due sponde rimaste a lungo slegate.

Come tutti ricordiamo, il Ponte Morandi era crollato il 14 agosto del 2018, improvvisamente.

La tragedia, che ha causato 43 vittime, mise in risalto un problema latente, quello delle condizioni dei viadotti sulle autostrade italiane. La questione, in seconda battuta, diede il là a una lunga catena di scarica barili in cui ognuna delle parti interessate cominciò a rimbalzare la responsabilità dell’accaduto di qua e di là. E ancora rimbalza.

Non solo, si scatenò anche la necessità di abbandonare gli alloggi dei palazzi incidenti la zona interessata, con la successiva emergenza di quelle famiglie improvvisamente trovatesi senza dimora.

Mesi difficili, tra un fatto traumatico per tutta la città e un senso di disorientamento -non ancora del tutto passato per quanto mi riguarda-, ogni volta che ci si trovi a passare su un qualche viadotto autostradale.

Ma oggi, dopo nemmeno due anni, il viadotto, nella sua parte in acciaio, è terminato e prossimo alla apertura. Il tempo impiegato, in considerazione delle tempistiche cui siamo abituati nell’edilizia, come in ogni questione che si trovi incagliata nella burocrazia, è senz’altro degno di nota.

Tanto che il Premier Conte ha posto Genova come “un modello per l’Italia”.

Ma la frase che più ho apprezzato è stata quella dell’Architetto Renzo Piano, che ha ideato il progetto del viadotto donandolo alla città.

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Renzo Piano ha detto: “Non è un miracolo, ma la normalità. Quando la gente è competente le cose si fanno. E l’Italia è piena di persone competenti”.

In questa frase sono contenute molte cose: fiducia, soddisfazione, speranza per il futuro e anche denuncia.

C’era l’esigenza di dare un segnale positivo, c’era per molti motivi in una Regione ferita, spogliata di molte cose e da molti anni, una su tutte le prospettive lavorative, il futuro. E come ogni volta che si dimostra di fare qualcosa di positivo, lo si vorrebbe anche annoverare tra i fatti straordinari, invece di sottolineare la normalità dell’efficienza e l’anormalità dell’inoperosità che disabilita il nostro Paese.

Ho letto le parole di Piano e ho pensato che debbano far riflettere; festeggiare, sì, ma riflettere sulla normalità che dovrebbe coincidere con efficacia, non con decadenza.

Siamo talmente abituati a veder passare i nostri anni in attesa che ciò di cui abbiamo bisogno (e per la cui esistenza paghiamo costantemente) venga realizzato e mantenuto decentemente, che normalità, per noi, è straordinario.

E sono grata a Piano che, da uomo intelligente, invece che lasciare facile spazio alle esaltazioni ha sottolineato che oggi si festeggia la normalità di una struttura che, se affidata con raziocinio, senza le mangiatoie cui siamo abituati, ha visto i suoi natali in tempi normali.

Oggi festeggiamo la normalità, la cui assenza è costata la vita a 43 persone e che se fosse stata tale anche prima di quel giorno non avrebbe visto questo sacrificio.

Perché lo sembra, un sacrificio, per ricordare come dovrebbe essere la vita pubblica per funzionare degnamente. Nulla di straordinario, solo normalità: di tempi, di risorse, di impegno.

Perché alla fine di tutto questo spero che qualcuno si ricordi che l’Italia è piena di viadotti corrosi dal tempo; di edifici, strutture pericolanti che avrebbero la necessità di quella stessa normalità che ha permesso di costruire un ponte in due anni.

Normalità, niente di più.

Patrizia Ciribè

 

 

 

Pazienza e accettazione, approcci caduti in disuso

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Ci sono due modi opposti per affrontare la stessa cosa, a qualsiasi età. Davanti all’inevitabile, puoi comportarti da adulto o da bambino, a prescindere da quanti anni tu abbia.
Puoi fare quello che devi senza lamentarti continuamente, come dovrebbe fare un adulto; oppure fare quello che farai comunque, e lagnarti a ogni passo.

Il problema è che il concetto di inesorabilità, che non dovrebbe lasciare spazio a interpretazioni ma solamente a un’accettazione saggia di ciò che è, non trova più riscontro nel mondo attuale.

Siamo così convinti di poter cambiare ogni cosa, fatta salva l’evoluzione della propria mentalità, che applichiamo questo concetto alle cose sbagliate.

Invece, talvolta, arrendersi è l’unica cosa da fare: arrendersi a cose su cui non abbiamo né controllo né potere decisionale, ma solo la possibilità di accettarle, può essere liberatorio.

Che poi è strano il fatto che in tanti abbiano questa volontà di accanirsi pur senza un costrutto, accanirsi solamente perché ci si annoia, perché si vorrebbero altre cose, perché si pensa di saperne di più. È strano perché quando è possibile cambiare davvero; quando pensare è necessario, quando siamo nella condizione oggettiva di modificare ciò che siamo in meglio, ai più, pare una missione impossibile.

Vorrei per esempio sapere quanta gente, in questo periodo anomalo nel quale ci si è trovati con molto tempo a disposizione, abbia letto, non dico tanto, almeno due libri. Quanta si sia soffermata a leggere tutto un articolo, ad ascoltare il discorso di qualcuno in tv senza distrarsi, a motivare dentro di sé il proprio disagio e la frustrazione.

Eppure quaranta giorni, o cinquanta che siano, sono un bel numero di possibilità, un lasso di tempo in cui si potrebbe fare un bel bilancio di se stessi. Invece, sembrano troppi per la sussistenza, per l’inattività, per la solitudine, ma troppo pochi per capire se si stia usando il proprio tempo su questa terra anche per fare qualcosa in più.

E non parlo di cose esterne a noi, di cose comunque legate alla connessione con le altre persone; parlo di un lavoro personale di crescita per il quale un tempo sospeso è l’ideale.

Un tempo sospeso è un po’ come quando galleggi nell’acqua e senti il mare nelle orecchie, e un rumore attutito e lontano come di cose che non ti riguardano.

Stai lì con gli occhi al cielo, con il mondo che ti vive intorno ovattato, e il peso leggero del tuo corpo sostenuto dall’acqua. Ebbene, quel momento in cui hai un vero contatto con la tua poca pazienza, quella voglia di riemergere, di riacquisire il controllo, oppure quella di rimanere fermo ad ascoltare chi sei, dice come stai, qual è il tuo equilibrio.

E in questo galleggiare inevitabile, che non tiene in conto né il desiderio personale di distrarsi da se stessi né tantomeno quello di correre a pedalare per il mantenimento delle nostre necessità materiali, chi scappa e strepita continuamente, senza che questo abbia modo di cambiare quella condizione, dice molto sul senso che si attribuisce alla propria vita.

Se solo pensassimo che tanto di quello che facciamo ha lo scopo di distrarci da ciò che siamo; che tanto di ciò che sposiamo nella vita dipende da convinzioni che non ci appartengono, ci renderemmo conto di tutto il tempo che buttiamo a scalpitare per cose che non possiamo cambiare, e ad arrenderci, invece, davanti alla possibilità di crescere.

Ma è la distrazione ciò che si cerca maggiormente nella vita: impariamo sin da piccoli come ci si debba distrarre da ciò che siamo. E lo si fa essenzialmente per sopravvivere alle enormi lacune che abbiamo, perché colmarle è troppo impegnativo e il risultato è difficile da ostentare.

Patrizia Ciribè

Tutti noi che vogliamo bene ad Angelo Borrelli.

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Ormai, se mi leggete abitualmente, sapete che manifesto sempre il mio diniego per qualcosa; che i miei pezzi hanno quasi sempre lo scopo di analizzare e denunciare quei comportamenti umani che irritano il mio sistema nervoso.

Poi mi rendo anche conto che potrei dare un’impressione di me stessa, a chi interessasse averne una, un po’ ingannevole. Perché sì, ci sono varie cose in questo mondo, e nei comportamenti della gente, che mi irritano fortemente, ma ci sono anche molte cose che mi entusiasmano.

In questo momento di grandi tensioni, di personaggi che fanno campagna elettorale cavalcando il momento tremendo che tutti stiamo vivendo, mi piacerebbe porre l’accento su quelle facce che ormai sono familiari, e che la sera attendiamo tutti con apprensione.

Facce di gente che lavora incessantemente, che si prodiga per il bene comune e che la sua, di faccia, ce la mette con una costanza quasi commovente.

Una di queste è quella di Angelo Borrelli.

 

Ieri sera ricevo la telefonata di una mia carissima amica. Mi chiama, e, parlando del più e del meno come facciamo sempre, dice queste parole:

“Ma cosa ne vogliamo dire di Borrelli? Borrelli è un figo!”

Premetto che la mia amica trova fighi uomini che fuoriescono dai canoni della, passatemi il termine che non esiste, fighezza. Questo me la fa amare, se possibile, anche di più. Perché è facile trovare fighi quelli che investono la loro vita nella cura del loro lato estetico e nella ricerca del giusto look; più difficile, e assai raro, è cogliere quel lato ganzo in chi indossa un pullover blu e si presenta con un viso stanco e provato.

Comunque, dicevo, la mia amica afferma che Borrelli è un figo e, anche se io ho sempre una certa pudicità -di donna maritata e d’altri tempi- nell’esprimere opinioni sulla beltà maschile (soprattutto se a fianco a me c’è mio marito!) questa volta devo darle ragione.

 

In sottofondo, il marito di lei protesta, dice “figurati se la zia Pat ti dà ragione!”. Il fatto è che anche lui mi conosce molto bene, e sa perfettamente quanto io sia un po’ vecchio stampo, riguardo al manifestare certi apprezzamenti; ma quel che non sa è che anche il mio, di marito, è d’accordo: ”Borrelli è un figo senza dubbio, certo che lo è”, dice infatti senza remore.

Così lo decantiamo, Angelo, con questo nome apocalittico. Lo facciamo tutti insieme, in una di queste telefonate in vivavoce che si fanno ultimamente come fossero il surrogato di una cena.

Parliamo di questa faccia che, con arrendevolezza onesta, ogni sera, si siede lì davanti e dice cose terribili. E lo fa ormai da parecchi giorni, giorni che per noi galleggiano nell’immobilismo, e che per lui sono di lavoro eccezionale. La mia amica nota anche che è dimagrito, che in effetti più smilzo sta meglio. Ma comunque ne tessiamo le lodi come se stessimo parlando di un divo del cinema, complice qualche calice di vino e la serata allegra.

Era capitato altre volte di vedere quest’uomo parlare: non è che di tragedie non ce ne siano state da quando è capo della Protezione Civile. Basti pensare al Ponte Morandi: non sono trascorsi nemmeno due anni da allora.

Però, in questa veste di capotavola che si siede ogni sera con noi e fa la conta dei contagiati e dei morti, è inedito anche il suo approccio.

Lo fa semplicemente, il suo bollettino, senza toni teatrali, senza i filtri della demagogia, solo così, con una partecipazione personale che potrebbe essere quella di chiunque. Come se il vicino di casa o il formaggiaio ci informassero di una situazione di gravità ed emergenza.

Pure se è certamente una persona di alto livello professionale, si pone sempre come se fosse uno di noi, uno che si guarda intorno e cerca di trovare un senso anche per chi non ci riesce da solo.

Per me che delle persone ho sempre apprezzato la normalità, quel modo benevolo e inconscio di essere se stessi, uno come Borrelli, al di là del senso estetico e dell’idea comune di bellezza, è assolutamente un figo. Figo nel senso più alternativo possibile.

 

Dopo la nostra telefonata, che ha preso i toni allegri dello scherzo, ma anche quelli seri di chi dà importanza allo spessore di una persona, mi sono trovata a riflettere. A pensare che in un nuovo mondo dove i fighi siano quelli che fanno qualcosa di importante, ci sarebbe spazio anche per la cultura. Che se i fighi avessero la tartaruga solamente in giardino, e gli uomini comuni fossero quelli che fanno cose che è necessario fare, come rispettare la vita e le differenze di tutti, i bulli non esisterebbero.

Se quegli uomini che oggi si pongono con violenza e aggressività, persino quando occupano posti istituzionali, non trovassero riscontro, perché altri si pongono con umanità, allora la normalità sarebbe considerata mentalità e non condizione sociale. La normalità sarebbe un modo nobile di approcciarsi alla vita e agli altri, così, semplicemente, senza né proclami né spavalderia. Perché il problema, in un mondo dove i fighi sono quelli che hanno gli addominali, è che se non hanno quelli possono imporsi solamente con il potere, con la ricchezza e con il raggiro.

Ché in un mondo dove elementi come questi hanno un peso sociale, e la cultura è un fatto straordinario, la normalità tende purtroppo a vestire i panni dell’ignoranza.

È un automatismo strano, ma è vecchio come il mondo: quando la gente si lascia irretire da elementi privi di sostanza, a sedurre dalle prove di forza, gli impostori proliferano indisturbati.

 

Patrizia Ciribè

Covid-19: Tutto contro tutti, minestroni e calderone.

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Questo periodo è davvero unico. Unico per tutti, direi, dato che non ne abbiamo mai vissuto uno altrettanto straordinario.

Singolarmente, personalmente, ognuno di noi nella vita ha avuto momenti in cui si è sentito fuori dal tempo e dallo spazio, per un lutto, una malattia, un evento traumatico. Ma trovarsi tutti insieme ad affrontare la medesima cosa, con la stessa uniformità di una guerra mondiale, è senz’altro un fatto straordinario.

La differenza con un conflitto bellico, lo sappiamo, è questa strana battaglia che dobbiamo combattere chiusi in casa. Combattere seduti sul divano è un po’ la metafora di come stiamo affrontando ogni cosa nell’ultimo decennio; di come ormai esterniamo a suon di condivisioni di link, comodamente seduti davanti a un pc o con un cellulare, tutte le nostre frustrazioni.

Adesso siamo anche legittimati a farlo, senza neppure il bisogno, per quelli che ce l’hanno, di nascondersi dal proprio capo mentre fanno finta di lavorare e invece sono su Facebook.

Siamo solamente pregati di stare in casa. Solo questo.

Se uno ci avesse pensato, non dico tanto, sei mesi fa, prima della “questione cinese”; se ci avessero detto che questa sarebbe stata la nostra battaglia, avremmo riso quasi speranzosi.

C’è sempre questo lamentarsi costante di chi non ha mai il tempo per fare nulla di costruttivo, pur trovando sempre quello per le boiate, ma oggi, questa dimensione quasi onirica in cui tutto è fermo, è vissuta come la più amara delle vessazioni. Come se dall’alto qualcuno si divertisse a impartire dettami che costringono le famiglie a stare nelle loro abitazioni.

Perché poi, è vero, ci sono le questioni logistiche, i problemi economici, i pensieri per il futuro, ma come sempre nella vita, quelli che sembrano più intolleranti sono proprio quelli a cui non cambia nulla: che hanno una pensione, uno stipendio garantito, una casa di proprietà e via discorrendo.

Aristotele diceva “Se c’è una soluzione, perché ti preoccupi? Se non c’è una soluzione, perché ti preoccupi?”

Su questo pensiero ho fondato la mia mentalità, la possibilità di coesistere con l’incertezza imprenditoriale. Ma l’incertezza non è pane per tutti, ci sono quelli per cui il minimo intoppo è un dramma impossibile da affrontare. E penso sempre che ciascuno di noi, per una sua predisposizione, si trova ad affrontare solamente ciò che è nelle sue corde e capacità.

Per questo, in un periodo in cui “la guerra” la si combatte da casa, quelli che non hanno mai avuto a che fare con l’incertezza vanno nel panico.

Se non c’è soluzione, perché ti preoccupi? Che può apparire come un concetto davvero superficiale, lo capisco. Ma la verità è che se tutti quanti pensassimo che è effettivamente così che stanno le cose, forse la gente avrebbe smesso di uscire di casa molto tempo prima, e ora saremmo quasi fuori da questo purgatorio.

Fatta salva quella percentuale di imbelli che uscivano unicamente perché mossi da una forma idiota di ribellione (e ovviamente quelli che vi sono costretti per categoria professionale), tutti gli altri lo facevano a causa della loro mania del controllo, della ricerca spasmodica di un modo per avere voce in capitolo sulla propria quotidianità, come se questo bastasse per ristabilire i loro equilibri.

Ma a ben vedere, gli equilibri in cui vive l’uomo medio sono essenzialmente squilibri, convinzioni di eternità e onnipotenza che nulla hanno a che vedere con la verità.

Non c’è interesse per la storia, per la lettura, per gli altri e le loro miserie, e questo, se ci si pensa bene, è il vero squilibrio dell’uomo moderno.

La mancanza di interesse per la vita e le sue manifestazioni più elevate ha illuso l’uomo che l’equilibrio sia nella continuità della sua sussistenza. E quando si trova davanti all’incertezza, a un punto di domanda così gigantesco, c’è poco da fare, se la fa sotto.

Sono passati i tempi delle conquiste, della fame: ora la nostra fame è anch’essa stupida, fame di cose che si trovano sugli scaffali. E anche da un punto di vista della più alta estetica, questa battaglia a suon di carrelli della spesa ci rende ridicolmente brutti.

Nonostante ci siano quelli che invocano a gran voce la chiusura delle fabbriche, il giorno in cui non ci fosse più il biscottino di quella marca o il formaggio di Vattelapesca, inutile dire di no, saremmo gettati nel caos.

Le battaglie, in questo nostro secolo così privo di un vero spessore sociale, si combattono a suon di luoghi comuni, gettando tutto nel calderone, paragonando cose imparagonabili; andando controcorrente solamente per il gusto di dire qualcosa di impopolare.

Il fatto è che quasi nessuno ha idee impopolari che siano allo stesso tempo anche intelligenti. No. Infatti, non per battere sempre sullo stesso tasto, quando non si leggono due righe nemmeno a morire e si vive del nulla, si è poi incapaci persino di formulare un pensiero accettabile, figuriamoci uno intelligente e al contempo alternativo!

Ho letto persone paragonare l’astio verso quelli che pretendono di andare a correre in questo momento, al razzismo. Giuro, l’ho letto più di una volta.

Ho letto gente mettere tutto insieme, ciò di cui si ha bisogno, come la chiarezza e disapprovazione per chi disattende le disposizioni, con l’inutile di quelli che vorrebbero disattendere le disposizioni perché è spuntato loro un foruncolo sul naso e devono andare al Pronto soccorso.

Ho letto gente che paragona costantemente l’odio palesato verso gli scemi del quartiere, che fanno come vogliono anche quando muoiono seicento persone al giorno, con l’odio per i migranti.

Da un lato un sentimento d’astio legittimato dalla situazione, dall’altro la mancanza totale di sentimento umano davanti a povera gente disperata.

Questo appiattimento di valori, questa incapacità di legittimare ciò che è legittimo distinguendolo da ciò che è solamente umano, è un problema che ci vede protagonisti di questo secolo in cui le gare sono sempre “alla meno”.

Non so come finire questo pezzo di oggi, se non dicendo che l’equilibrio non sta nel silenzio forzato e dato dall’incapacità di formulare un pensiero intelligente. L’equilibrio sta nel capire quando due cose hanno la stessa gravità, prima di paragonarle gettandole in un minestrone; parlare se si ha qualcosa di vagamente intelligente da dire.

Non so se andrà tutto bene, francamente. So che andrà come deve andare: a volte è sano e saggio arrendersi a quest’unica certezza.

Patrizia Ciribè

Perché Sanremo è Sanremo, non si può dire di no.

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“Perché Sanremo è Sanremo” e in questo periodo dell’anno, mio malgrado, leggo qua e là sempre molte cose sul Festival.

Alcune volte sono polemiche sterili, altre meno.

Quest’anno, si è cominciato precocemente a produrre materiale.

Si è andati talmente indietro con la mentalità, che quelle affermazioni, fatte con la disinvoltura di un bambino, non hanno potuto far altro che scuotere gli animi.

Perché, diciamocelo, per fare un discorso misogino senza che risulti tale ci vuole ben altro livello di intelligenza di quello di Amadeus.

Infatti, ascoltarlo mentre, convinto di rivolgere dei complimenti, denigra una categoria è stato quasi commuovente.

Non credo abbia ancora capito cosa ci fosse di sbagliato nel suo discorso. Credo, anzi, sia di per sé innocente, perché di fondo, nelle sue parole, c’è solamente tanta ignoranza.

È l’idea del festival che andrebbe condannata, una rassegna musicale che manca di musica decente. Non dico bella musica, poiché il panorama musicale italiano è deprimente ormai da parecchi anni; parlo di musica accettabile, che quantomeno sia, per l’appunto, musica.

Ma non voglio entrare nel merito di un discorso tecnico, quanto nell’inutilità di procrastinare un carrozzone che ogni anno porta sul palco il peggio della nostra mentalità.

Lo fa con il sessismo che costantemente è protagonista, sia nell’impostazione, che vede quasi sempre un uomo al comando, sia nel moto eterno di insulti e angherie che le donne devono subire. Anche quest’anno, Amadeus e la sua truppa non sono altro che l’emblema di tutto quello che in questo Paese non va.

Non va la mentalità, non vanno i giudizi espressi superficialmente, sempre mossi da un’ignoranza talmente puerile da rendere difficile persino aggredirla.

Immagino quelli che si siedono davanti alla tv e subiscono per quasi una settimana Amadeus, la sua carenza di talento, la sua poca propensione a una dialettica evoluta e attuale; la sua ironia stantia e ingessata da presentatore del secolo scorso; il suo inesistente spessore intellettuale.

Li immagino e  rabbrividisco, perché penso che se nessuno degli spettatori si accorge dell’inadeguatezza di buona parte di questi presentatori “da festival”, è perché manca la cultura. Ancora una volta.

Siamo ormai abituati al cliché dei cliché: l’uomo senza particolari pregi estetici che si contorna di donne belle.

Esattamente come quando al Pozzetto, al Banfi, al Vitali di turno venivano attribuite donne della bellezza della Fenech.

In quei filmetti di undicesima categoria, veniva ritratta tutta la mentalità italiana: l’uomo medio è accettato per quello che è, la donna deve essere bella.

La risposta a quel cliché, ancora oggi, nel 2020, è la risposta alla domanda che molti, in questo Paese, si pongono: le donne, in tv, se non sono belle, cosa ci stanno a fare?

A Sanremo, sono state sempre messe alla gogna, le donne, a cominciare dalla farfallina di Belen, per proseguire con tutte quelle polemiche sull’estetica che, ogni anno, impestano qualunque mezzo di intrattenimento e informazione.

Quando alla berlina è stato messo un uomo, ironia della sorte, è per le frasi sessiste che ha sciorinato in conferenza stampa.

E sempre mi domando: ma non siete stufi di tutto ciò?

Non siete stanchi di vedere come vengono sperperati i vostri denari, regalati a gente con poco talento che ripropone schemi sociali vecchi decenni?

Non siete stanche, donne, di vedere come il nostro genere rimanga nelle retrovie, come faccia da barriera a una mentalità che stagna ancora, nonostante tutto?

Il discorso di Amedeus è stato anche difeso, perché fatto talmente in buonafede, senza intenti denigratori, talmente privo di sottigliezza, che è parso innocente.

E la gravità sta proprio qui, nel fatto che sia così indietro la mentalità generale da riuscire a esprimersi offensivamente ma senza volerlo.

Come quei bambini che insultano senza saperlo, ma lo fanno con tale disinvoltura da trovare un perdono subitaneo degli adulti.

Dicevo, la gravità sta proprio in questo: nel fatto che un uomo pubblico, un uomo di spettacolo, sia talmente ignorante da non accorgersi di aver offeso un genere.

Anche nella mia vita lavorativa mi sono spesso imbattuta in uomini che si sentivano in dovere di sottolineare il mio aspetto estetico; quasi come se volessero tranquillizzarmi: guarda che ti troviamo bella, eh?

E l’ho visto fare ogni qualvolta ci fossero presenze femminili, donne che come me avevano un’attività e si gestivano autonomamente nel lavoro, ma che in quel momento venivano giudicate sulla base del loro aspetto.

Già in tempi non sospetti, questo atteggiamento mi infastidiva. Ma vent’anni fa erano forme di ignoranza comunque ben accetta da un comune senso della potenza estetica femminile; oggi sono inaccettabili, perché anche sintomatiche di un’inadeguatezza culturale pericolosa.

Ancora oggi, quando le donne non stanno al loro posto, sono antipatiche; se sono belle, però, viene scontato loro qualcosa. Se non è così, diventano un bersaglio eterno di scherno.

Perché la donna è sempre colpevole, in questa società, oggi come ieri. Quando è bella, perché lo è (e quindi se occupa un posto è perché…beh, lo sappiamo il perché), quando non lo è, perché non abbellisce il mondo. E cosa se ne dovrebbero fare, gli uomini, di una donna brutta?

In fondo, Amadeus ha voluto dire “solo” questo: state tranquilli, ho scelto, sì, delle donne; alcune le ho persino raccomandate. Però sono tutte belle, e tutte faranno un passo indietro rispetto a quel grande uomo che, ovviamente, sono io: l’italiano medio!

Patrizia Ciribè