il personale è politico

Donne? Il “personale” è politico. Quando si parla di donne c’è un’immagine molto comune per interpretare e spiegare la differenza tra l’esperienza umana femminile e quella maschile. Con grande ironia nel 1935, Margaret Mead scrisse: “qualunque cosa facciano gli uomini, fosse anche vestire pupazzi, appare dotato di maggiore valore.”

Con questa affermazione la Mead vuole mettere in rilievo come per l’uomo (la sfera maschile) fosse legato all’aspetto pubblico.

Mentre per la donna si è portati a rilegarla nella sfera privata, quella domestica, famigliare.

Questa dicotomia pubblico/privato ha origini nel patriarcato, mentalità utilizzata come strumento a sostegno di questo sistema di dominio degli uomini sulle donne.

L’esistenza della prostituzione e della sua accettazione, come contratto sessuale, fondata a quanto pare prima ancora del famoso contratto sociale di Rousseau, erano le basi della società patriarcale.

Per contratto sessuale Carole Pateman intende un sistema di credenze riconosciuto e condiviso dalla società e consiste in un patto non pacifico tra uomini eterosessuali per distribuire tra loro l’accesso del corpo femminile fecondo.

Per questo nei rapporti patriarcali le donne entrano in un loop mentale che genera disuguaglianza.

Per fortuna il patriarcato non ci domina più, in gran parte del mondo.

In questo senso ha ragione Hegel quando dice: “Il femminile è l’eterna ironia della comunità” nel senso che la società è discontinua, in continua trasformazione.  Quando il femminile eccede e supera il patriarcato ne mette in ridicolo la sua pretesa di universalità.

Questa visione pubblico e privato aiuta a spiegare parte della storia delle donne.

Noi donne, oggi, giriamo con una certa disinvoltura tra i due poli della dicotomia; tra la casa e la strada, tra i tavoli della cucina e le università, tra un amore e un altro, tra il giardinaggio e l’amministrazione dello Stato.

Quel che dice si intende per pubblico è qualcosa che appartiene all’essere umano, non fraintendetemi, non s’intende apparire in TV o su qualche rivista, ma è quell’esperienza che tutti noi sperimentiamo dal momento della nascita in poi, dal momento in cui veniamo al mondo.

Con l’affermazione il personale è politico, si vuole dare un’autentica inversione di senso, un senso che si colloca nel luogo della libertà.

Ovviamente il personale non è immediatamente politico. Servono delle MEDIAZIONI che possano trasformare il personale in qualcosa di politico, nel qui e ora, nel contesto relazionale presente.

Quello che la maggior parte di noi ricerca è proprio questa mediazione, per renderci libere, rompendo il terribile meccanismo della ripetizione di esperienze negative.

La mediazione che molte donne “toste” nella storia hanno trovato è la parola, è la parola predicata, quella detta forte e viva, voce per le strade, la parola adatta e necessaria in quel momento storico, essendo la strada lo spazio pubblico e comune per antonomasia.