Patrizia Ciribè, autrice di romanzi, getta un occhio sulla società attuale con la rubrica La Pat zone.
Il suo amore per la letteratura classica; per i vecchi film; per tutto ciò che è vintage, sono elementi che agevolano la sottolineatura degli annosi contrasti tra ciò che è, e ciò che abbiamo lasciato indietro. La sua propensione a spogliare le miserie quotidiane da quel che, attualmente, patina il mondo, è il veicolo per viaggiare nelle zone represse dell’animo umano.

Il miraggio del bambino salvatore del mondo.

231220123

Oggi farò arrabbiare alcuni di voi, lo so. Non importa, perché ogni volta che mi accingo a scrivere il mio articolo, mi riprometto, per prima cosa, di essere onesta. Di dire le cose che penso, pena persino un po’ di risentimento da parte di chi legge. In fondo, se scrivere serve a qualcosa -in un mondo in cui la gente legge quattro parole al giorno, purché siano abbastanza grandi da non affaticare la vista-, è senz’altro a esprimere un pensiero sincero.

C’è questo mondo moderno in cui viviamo, nel quale ci troviamo a disporre di una tecnologia cresciuta in maniera esponenziale; talmente, da lasciarci quasi ignari del suo riprodursi in apparecchiature sempre più sofisticate, che utilizziamo, a tutte le età, quasi come fossimo talmente evoluti da comprenderne lo sviluppo.

C’è un aprirsi di frontiere –oggi sta diventando un chiudersi, ma questo è un altro discorso- che ci porta a contatto con realtà di cui non sappiamo nulla. Di nuovo, raramente ci interroghiamo su qualcosa, semplicemente continuiamo a barcamenarci, schivando gli ostacoli e facendoci poche idee su ciò che veramente accade.

 

Abbiamo le zone ecologiche, lo smaltimento e il riciclaggio di nuova generazione, ma la spazzatura, persino nelle città d’arte, o in posti elitari e turistici della riviera, per qualche strana ragione, si accalca ovunque.

Abbiamo famiglie smantellate, che crescono con fratelli e fratellastri, si adeguano ai nuovi ritmi del nucleo moderno, ma non sappiamo accogliere questa modernità se non per chi riteniamo abile al ruolo di genitore.

Siamo avanti in questo mondo, che, forse, cerca la denuclearizzazione, impauriti dall’eventualità di una guerra, ma anche, costantemente vittime del nostro odio, sul quale quasi mai ci interroghiamo e lo riversiamo addosso a chi riteniamo causa di questo senso di soggezione; di questa nostra incapacità di essere un po’ felici, e godere della vita che abbiamo. Godere del solo fatto di vedere, parlare, camminare. Tutto questo dovrebbe essere moltissimo, ma noi non lo vediamo, almeno sino a che qualcuno non si ammali e inizi davvero a capire cosa siano le difficoltà.

Abbiamo un libero arbitrio, la possibilità di scelte incredibili sino a qualche decennio fa. Soprattutto, noi donne abbiamo possibilità nuove che non riusciamo a vedere, neppure se in mano, in meno di dieci anni, abbiamo apparecchiature che ci consentono cose inverosimili. Perché la modernità della tecnologia non dà contezza di ciò che ci attraversa, e questo, secondo me, è il suo più grande limite.

Continuiamo ad avere orologi biologici, a sentire quel campanellino del tempo residuo, che spesso viaggia più veloce, e con maggior convinzione, del desiderio di maternità. Che oggi latita tra le donne, anche quelle che, questi figli, li hanno voluti, ma di essi si sentono solamente le schiave, detentrici di un’abnegazione forzata che pare ancora quella degli anni ’50.

Sto guardando una bellissima serie tv, di quelle che scuotono l’equilibrio, evidenziando le pecche della società attuale. E in essa riconosco quello stesso tallone di Achille che anima da sempre il mondo, tenendo le donne sotto scacco per scarsa sicurezza, senso di inadeguatezza, carenza di autostima: la maternità a ogni costo.

La serie si intitola Handmaid’s Tale. È costruita in una realtà distopica -che potrebbe ricordare il periodo nazista- dove la Terra, essendo malata, rende le donne sterili. Già, le donne, perché esattamente come nel passato, pensare che l’uomo sia sterile è commettere peccato. Quella ammaccata è sempre la donna, ovviamente. Tutte le donne fertili vengono rese schiave, ma protette da una sorta di gabbia del terrore, affiancate alle famiglie privilegiate per dare loro dei figli.

Ora, come diceva la mitica nonna Terre, riferendosi a qualcosa che accadeva nei film, e che noi ragazzine prendevamo eccessivamente sul serio: “è un cine!”. Però, a ben vedere, pure nella realtà, in questo affanno alla maternità, in questo privilegio, che pare quasi ultraterreno, di procreare, non è mai implicita la scelta più automatica: quella di non farlo. Certo, potrete scegliere di non procreare, ovviamente, ma non pensate di essere viste come donne normali. In molti si interrogheranno: se, guardandovi, vi considereranno troppo bellocce per non essere state in grado di trovare uno straccio di uomo che vi ingravidasse, penseranno che siate delle poverine con problemi di sterilità.

Intendiamoci, nonostante io figli non ne abbia, e non per una privazione divina ma perché, scientemente, ho scelto di non farne, adoro i bambini. Li adoro in quello stesso modo in cui si amano gli esseri incolpevoli, come gli animali per esempio, o anche quelle anime pulite che per qualche ragione, magari pure patologica, hanno mantenuto il candore iniziale.
Ma, guardando sempre molto avanti nel tempo, un po’ per prudenza e un po’ per eccessiva immaginazione, ho avuto chiaro molto presto che, pure Totò Riina, era, a suo tempo, un bambino caro a mamma sua. Quindi, se il vostro intento è quello di salvare il mondo, potreste rimanere parecchio delusi!

Il mio discorso non vuole svilire nulla di questo fantastico mondo dell’infanzia e, men che meno, l’attrattiva verso la sfera neonatale che così tanto accentra su di sé la convinzione di essere donne.
Ma, in questo grande dono celeste della possibilità di essere gestanti della vita futura di qualcuno, è contenuto anche quello di scegliere di non esserlo.

E invece no, il mondo si genuflette davanti al bambino, come fosse ancora quello che dormiva nella paglia, scaldato dal fiato del bue e dell’asinello. I governi intimano la necessità di un aumento demografico (però questionano sulla possibilità di riconoscere la cittadinanza ai nati in Italia da famiglie straniere) come se la civiltà non fosse quella di scegliere se sia il caso di riprodursi, ma di mandare avanti la specie, a qualunque costo.

In tutto questo, vedo un regredire costante, davanti a cotanta modernità, di questi ruoli così tanto preservati dalla convinzione comune; queste donne ancora sole nel crescere gli uomini di casa, marito compreso, salvo poi lamentarsene come fosse un castigo divino.
E allora mi domando: quand’è che sceglieremo sulla base di ciò che siamo, invece che definirci allineandoci alla volontà comune? Quando l’individualità, invece che un gioco di edonismo e vanità, sarà considerata il privilegio di scegliere sulla base di noi stessi? Quando smetteremo di sentire i campanelli biologici e lasceremo che, il desiderio di maternità, arrivi naturalmente, senza accanimenti, o che non arrivi affatto, accettandone l’assenza non come un castigo, o una vergogna, solamente come possibilità di essere altro: noi stesse, magari.

Patrizia Ciribè

Il linciaggio mediatico: la nuova frontiera dell’odio.

hate-dictionary

Ho parlato spesso, nei miei articoli, della cultura dell’odio. La cultura dell’odio nasce dall’incultura, dalla mancanza di dedizione per qualcosa di consistente.

L’attrazione verso un tipo di informazione veloce, spizzicata, fatta di citazioni tratte da libri mai letti e titoli acquisiti come fossero verità, è sinonimo di una forma diffusa di arroganza che è quella di pensare di conoscere qualcosa di cui in realtà non si sa nulla.

Avevo già parlato, per esempio, di quella frase, di Dostoevskij, “La bellezza salverà il mondo”  tratta dal libro “I fratelli Karamazov” che in una pubblicità veniva spacciata come affermazione, come pensiero personale del grande scrittore. Chi la citava, non avendo, evidentemente, letto il libro, non sapeva che quella frase era una piccola parte di una riflessione complessa su Dio. Infatti, non era un’affermazione, bensì una domanda sulla sua esistenza e sulla sua capacità di salvare gli uomini da loro stessi.

Ma il fatto è che, alle persone, per essere convinte di sapere, basta pochissimo: le immagini di un matrimonio per sapere se gli sposi sono felici; una frase citata, con la foto dell’autore, per conoscere la sua bibliografia e, più grandemente, il suo pensiero; il titolo di un articolo per comprenderne il contenuto; le disavventure di un personaggio per essere edotti sulla sua vita.

Questo meccanismo di fasulla erudizione, sia su argomenti di spessore che su altri più frivoli, porta la gente a una forma di presunzione che, se per certi aspetti, ispira pure compassione, per altri è molto pericolosa.

Per esempio, in occasione dei matrimoni Reali, o di quelli di personaggi più o meno noti, si notano sull’web strani campanilismi tronfi di un’ostentata conoscenza, basata sui rotocalchi. Migliaia di persone si accapigliano per sostenere le ragioni di uno o dell’altro, suffragate dall’espressione di pareri ai limiti della follia. Pareri che si fondano su ciò che si è letto in giro, su impressioni che, enfatizzate, diventano certezze, e infine conoscenza di quei personaggi come fossero amici o parenti.

Le fazioni si scontrano su questo o quel componente della famiglia Reale, parteggiando per l’uno o per l’altro sulla base di convincimenti assurdi, basati sul nulla. Stessa cosa nelle separazioni di coppie famose, si materializzano chilometri di post che esprimono solidarietà all’uno o all’altra, come se, quelle ragioni ostentate, fossero fondate su una conoscenza profonda di quelle persone e della loro vita.

Sino a qui, per quanto, certamente, in tutto questo si racchiuda l’emblema di una carenza di contenuti che caratterizza la nostra epoca -nonché una preoccupante frustrazione personale-, questi fenomeni di “culto del nulla” sono tutto sommato innocui.

Il vero problema è ciò che accade quando la presunzione di conoscenza di un fatto, o dei personaggi coinvolti, diventa un metodo per esprimere quella frustrazione in un odio estremo, distruttivo. Mi viene in mente la recente morte di Anthony Bourdain, compagno dell’attrice Asia Argento.

L’uomo, personaggio popolare e chef di successo, si è suicidato. Sull’web si è scatenato un linciaggio che, come bersaglio, ha scelto la compagna di lui: Asia Argento per l’appunto.

Ora, io di questa storia non so nulla, non sono un’appassionata di gossip e mi interessano personaggi perlopiù sconosciuti. Di certo, però, quando mi imbatto in commenti così laceranti, che approfittano delle debolezze di qualcuno, mi interrogo sia sulla natura di tutto quell’odio che sulla mancanza d’etica di chi lo esprime.

Ricordo anche il linciaggio di quella mamma che dimenticò la bambina in auto, causandone la morte e ogni genere di accanimento che, invece di essere comprensione delle umane miserie e debolezze, diventò esaltazione di una rudimentale pochezza.

Come in ogni società cattolica è sempre più spesso la donna a essere presa di mira e qui vige un retaggio che difficilmente ci scolleremo di dosso. Di fatto, la donna che denuncia dà sempre più fastidio e forse, nel caso di Asia Argento, il suo coinvolgimento nel caso Weinstein, la forza netta con cui ha reso pubbliche quelle molestie, ha minato ancor di più un’immagine, di per sé, già controversa.

Non so dire perché la forza sia vista come una colpa e perché certe fragilità, del tutto umane, diventino il viatico per la distruzione pubblica di qualcuno. Di certo, so che l’odio denota sempre una piccola mentalità che si fonda, senza tema di smentita, su un’informazione superficiale e su una presunta, personale onniscienza.

La gente legge robe di sfumature di grigio e rosso e poi cita Tolstoj, il tutto decontestualizzando frasi che, da sole, servono solamente come auto compiacimento; come esternazione di qualcosa che si è convinti di sapere, esattamente alla stregua di emozioni altrui che non si conoscono ma che ci si arroga il diritto di descrivere come fossero le proprie.

E il mondo va avanti a slogan, a frasi di rito, dietro una finta conoscenza fatta di scarne nozioni, che esprimono qualcosa di cui, in realtà, non si sa nulla.

Perché leggere le trecento pagine di un classico quando su internet se ne trovano le citazioni? Perché esimersi dal colpevolizzare una donna, quando su internet abbiamo immagini di lei tossica, ammaccata, disastrata?

Così ragionano i cultori dell’odio e delle citazioni sterili. Gente che, aimè, poi vota e si riproduce.

Patrizia Ciribè

 

 

 

Addio al nubilato e altre usanze tribali.

gallery_fun-miss-havishams-on-the-tube-drama-3 (Invasione di mrs Havisham -C. Dickens- a Londra)

È periodo di matrimoni sul pianeta Terra. Gli amori trovano il loro coronamento nella liturgia, anche per quelle persone che non mettono un piede in Chiesa da quella volta in cui presero la Cresima.

Quasi nessuno sceglie il matrimonio civile, considerato troppo semplice, breve, forse non abbastanza vincolante. Eppure, sono proprio gli articoli del Codice Civile a sancire il vincolo matrimoniale.

Ma non sottilizziamo. Nonostante, in generale, la gente sia spesso incapace di assumersi un impegno, anche il più piccolo, è invece pronta a giurare davanti a Dio cose indicibili.

Per esempio, ho sentito donne, nella vita abituate a camminare sopra la testa di chiunque, promettere di assoggettarsi al marito e riverirlo per l’eternità; uomini, totalmente incapaci di assumersi la minima responsabilità oltre ai due mesi di tempo, giurare eterno amore e fedeltà. E il tutto senza nemmeno ridere, ma anzi contriti in un’espressione solenne e commossa, talmente credibile da meritare l’Oscar.

Lasciamo poi perdere il velo bianco, simbolo di purezza, e, al contempo, i bambini, già in età scolare, che portano le fedi dei loro genitori sino all’altare.

Insomma, io con queste “robe di Chiesa” non ci trovo mai il verso: i divorziati sono banditi, scomunicati, ma quelli che si presentano con i figli già belli e confezionati, invece, sono accolti e benedetti.

Sono storie che sfuggono alla mia comprensione quindi, come disse mio padre da bambino, quando sua madre cercava continuamente di convincerlo a farsi prete: ”Basta chiacchierare di preti!”.

Intorno al matrimonio, e non solamente quello religioso, ruotano tutta una serie di usanze tribali che non posso che definire raccapriccianti.

Per esempio, vogliamo parlare del lancio del bouquet? Allora: persino alla soglia del Duemilaventi, in questo rito arcaico, tutte le donne che non sono sposate si raccolgono intorno alla sposa per contendersi quegli stramaledetti fiori.

La scena è la metafora di un antico retaggio che andiamo ad analizzare: la sposa, fortunata per essere riuscita ad accaparrarsi uno straccio di uomo con cui mettere su famiglia, lancia alle poveracce che ancora sono sole -oppure accompagnate a qualcuno che cercano invano di convincere a inginocchiarsi davanti a una folla festante per chiederle in moglie (questo è un altro agghiacciante rito tribale che ho già affrontato nel mio articolo “Il matrimonio moderno come modo per scongiurare l’anonimato” http://www.isavona.com/2017/10/03/il-matrimonio-moderno-come-modo-per-scongiurare-lanonimato/)- il suo mazzo di fiori. La più motivata -che neppure il ricevitore più bravo della Major League riuscirebbe a eguagliare-, ovvero quella che riuscirà ad accaparrarsi il sospirato bouquet della sposa, si sposerà entro l’anno.

Una donna sana di mente si sottrarrebbe a tutto questo, pure si vergognerebbe a lottare per strappare quel trofeo-della-scongiurata-zitellaggine dalle mani delle contendenti. Saprebbe che, soprattutto nel mondo attuale in cui a trent’anni la maggior parte delle ragazze l’hanno regalata a ogni uomo possibile, quel bouquet, in realtà, porta una sfiga tremenda! Infatti, quando il recalcitrante fidanzato guarderà la donna che dovrebbe sposare, mentre lotta come neppure Ringhio Gattuso a centrocampo, la mollerà alla prima occasione.

Ma, le donne che si assoggettano a questo genere di barbarie, non si raccontano mai il reale motivo della rottura. Prendono a pretesto ogni genere di diavoleria, ma nessuna di loro dirà la verità: “Guarda, mi ha vista mente tiravo una ginocchiata a sua cugina, per strapparle i fiori dalle mani, e si è preso paura”.

Però, l’usanza tribale, di quelle riguardanti il matrimonio, che credo sia la più avvilente è l’addio al nubilato.

Una volta, ovviamente, non esisteva. Era l’uomo che usciva con gli amici, si sbronzava, approfittava del meretricio offerto dai partecipanti e se ne tornava a casa pronto per immolarsi a quella specie di sacrificio umano che era il matrimonio.

In pratica, sposarsi rappresentava per la donna la botta di culo più eclatante della sua vita e per l’uomo un atto doveroso, alla stregua del richiamo alle armi; una di quelle cose dalle quali vorresti esimerti ma che, per essere accettato dalla società, non puoi svicolare.

Si spera che l’evoluzione porti sempre la gente a livelli più alti di consapevolezza; a ricercare le motivazioni di certe scelte non nei cliché sociali ma in sentimenti onesti mossi da quell’abnegazione naturale e spontanea che si chiama amore.

Col tempo, evolvendo la società, divenendo il matrimonio qualcosa di facoltativo, qualcosa di cui si può tranquillamente fare a meno senza incappare in giudizi vessanti, sarebbe stato naturale che il rito dell’addio al celibato venisse meno. E non solo per una presa di coscienza, in merito alla possibilità di scegliere o meno questo vincolo, pure perché la fedeltà non dovrebbe riguardare solamente il matrimonio ma tutta quella parte di vita comune che comincia agli albori di un rapporto.

In un mondo in cui è possibile stare soli senza essere additati, non ha senso legarsi a qualcuno senza rispettare quella monogamia che, tacitamente o meno, ci si promette sin dal principio. Questo, a meno che i due adulti della coppia non scelgano comunemente di impostare il loro rapporto su premesse differenti, comunque accettabili se rese note reciprocamente.

Ma invece no, nonostante il consolidamento di quella cosa denominata “libero arbitrio”, non cade in disuso l’addio al celibato: nasce l’addio al nubilato!

Come sempre, non sono le cose peggiori a lasciare il passo a quelle migliori ma il contrario. Non sono gli uomini a nobilitare se stessi attraverso la perdita di antiquati usi, ma le donne a scimmiottarli.

Così, siedi la sera a un tavolo con gli amici e vedi cortei di ragazze capitanate dalle designate spose. Generalmente, queste ultime, hanno in testa un velo e un’aureola fatta di piccoli falli di gomma. Cercano in ogni modo di divertirsi, di festeggiare degnamente l’addio a quel nubilato che sino a poche ore prima detestavano, preparandosi a immolarsi sull’altare del matrimonio.

Magari, sono io a detestare questo genere di strane aggregazioni di sole donne o soli uomini, così come odio tutte quelle aggregazioni che hanno come scopo qualcosa di ipocrita. Ma credo che, in fondo, provare a comportarsi sposando unicamente cose che abbiano quel po’ di profondità data da pensieri non vincolati a ogni sorta di cliché, darebbe aria nuova anche ai discorsi fra la gente.

Discorsi in cui la bontà è rappresentata da comportamenti che dovrebbero essere considerati nella norma; in cui le scelte diventano motivo di lamentela cinque minuti dopo averle fatte; in cui i matrimoni sono la festa dell’ostentazione più becera e quasi nulla c’entrano con il senso e lo spessore di una vita comune tra due sposi.

Vedi queste file di ragazze che in ogni modo cercano attenzioni tra la gente, trasformando qualcosa di privato, interiore, personale in una pagliacciata tristissima, come quei circhi poveri dove non va più nessuno.

E io, sempre, mi domando: perché, donne, non vi sottraete a tutto questo? Perché non cercate qualcosa che vi rispecchi, che dia un taglio agli stereotipi e riveli qualcosa di voi e ciò che provate?

Perché, intendiamoci, se quel che provate è questo, lo trovo davvero molto deprimente e non so se sia per quei cosetti rosa di gomma che vi si muovono sopra la testa o per ciò che dovrebbero rappresentare!

Patrizia Ciribè

 

 

 

 

“Non è che siano cattivi. Non conoscono la vita”

02_En-visite-Alberto-Savinio-1930- Alberto Savinio, “In visita” (1930 – olio su tela)

«Non è che siano cattivi. Non conoscono la vita», da “Suite francese” di Irène Némirovsky.

Oggi voglio partire da qui, da questa frase che trovo così vera, così tanto esplicativa della natura di ogni prevaricazione umana.

Vorrei esaminare quella sorta di stratificazione, non solamente legata a una differenza sociale ma soprattutto a un concetto di inconsapevole fortuna e incoscienza. Perché la fortuna ha questa brutta caratteristica di capitare senza al contempo dare uno schiaffo in faccia a chi la riceve, in un modo quasi sempre silenzioso e incapace di farsi notare.

È per questo che, molti dei riceventi la buona sorte, pensano sia qualcosa di naturale, un diritto dovuto che, se ad altri non è stato dato, è perché non lo meritavano altrettanto. Insieme alla fortuna di nascere in un posto invece che in un altro; di avere persone che ti rendano facile la vita; risorse familiari che ti permettano di muoverti con agilità in una direzione professionale, non arriva mai anche un secchio di acqua gelata che scuota quei sensi sopiti e abituati ad avere ogni cosa.

Molti di voi mi potrebbero chiedere cosa mi importi di questo meccanismo che, a ben vedere, è tipico della vita. Voglio dire, tutti noi sappiamo che le differenze quasi sempre nascono a monte, proprio laddove l’acqua esce e prende una direzione invece che un’altra. Quindi si, sono consapevole di questo, e pure di porvi una questione di lana caprina, ma procedo comunque, soprattutto trovandomi spesso davanti all’inconsapevolezza di troppe persone.

Credo, forse ingenuamente (di certo banalmente), che un conto sia avere cose che si sono guadagnate con il proprio sudore, e un altro sia riceverle come un’investitura. Ma, soprattutto, ciò che fa la differenza persino nelle posizioni più privilegiate, sia proprio l’incapacità di accorgersi della loro natura fortuita.

Ho sempre pensato che, per una sorta di strano equilibrio, il padre divino di tanti figli, fra i quali molti di loro inetti e stupidi, abbia stabilito un equilibrio per cui, di tante pene universali, molte siano state gettate sulle spalle dei più capaci; forti; in grado di sobbarcarsi le difficoltà. Ai figli scemi, quelli protetti dal genitore divino (potete chiamarlo Dio, se avete fede, o in qualunque altro modo), invece, è stato dato un percorso facile.

Il problema nasce quando la via facile, quella lastricata di possibilità, non è segnalata. Voglio dire: se una curva è brutta qualcuno avrà di certo messo un cartello cinquanta metri prima, ma, se è bella dritta, nessuno dirà nulla, e, un’autista su tre, nemmeno si accorgerà di averla percorsa.

Chi vive costantemente in curva dovrà imparare da sé come affrontarne le asperità; avrà maturato un intuito e strumenti per schivarle o affrontarle. Ma, coloro i quali avranno l’appoggio di qualche risolutore, penseranno alla fine di avercela fatta da soli. Non solo, persino penseranno di aver affrontato grandi difficoltà.

Questa è una cosa che mi fa accapponare la pelle: non posso farci nulla ma, davanti a questo genere di ignoranza, quella che riguarda la propria competenza, mi indigno.

Perché mi indigno? Perché credo che il contatto con la realtà sia l’unica cosa determinante per il mantenimento di un equilibrio sociale e, tutto questo rivendicare diritti da parte di chi, di fatto, ne ha già moltissimi, ricevuti gratuitamente, è parte del problema del nostro mondo.

L’idea comune di fortuna è legata solamente a eventi straordinari, fenomeni isolati che capitino a qualcuno in maniera estemporanea. Ma io non credo molto a quella fortuna; o meglio, ci credo nella misura in cui si manifesti, ma, certamente, le si adduce un senso eccessivamente realistico, che, di fatto, non ha. La fortuna reale è quella che determina una sorte sulla base di un indirizzo di nascita: mentre il colpo di fortuna è qualcosa di eclatante, che per forza colpisce con il suo manifestarsi, la vera fortuna, quella che condiziona un’esistenza intera, finisce per essere scontata e dovuta.

Da questo genere di buona sorte, infatti, nascono lo snobismo, l’ingratitudine, l’arroganza, la presunzione, e tutte quelle caratteristiche che hanno generato spesso categorie di persone che, della boria, hanno fatto il proprio stile di vita.

Mi capita di frequente di trovarmi davanti il privilegiato e constatare quanto questi sia al contempo ignaro d’essere attore di un’immeritata condizione. Non solo, anche di farsi beffe e schernire l’altrui indigenza, come fosse un disvalore proprio della persona e non dell’iniquità sociale. Mi succede, data la mia professione, di parlare di case e individuare in questo elemento, così tanto essenziale, la pretesa di un riscatto sociale: come se il piccolo borghese pensasse d’essersi evoluto acquistando quattro muri in un posto invece che in un altro e il ricco possidente considerasse la propria evoluzione come un fatto acclarato, conseguente dal proprio patrimonio familiare.

Questi non sono valori propri della persona, ma solo inerenti uno stato sociale che, di fatto, da un punto di vista morale, non significa niente. E neppure significa niente in considerazione di uno spessore personale che non cresce se non foraggiato da un comprensione totale della vita.

Mi viene in mente Lev Tolstoj. Come tutti saprete, è stato uno dei romanzieri e filosofi più importanti dell’Ottocento. Forse non tutti sanno che era un uomo di nobili origini, proprietario terriero, con alle proprie dipendenze una schiera di servi della gleba. Erano tempi in cui quello stato era simbolico di una comune normalità, così come oggi  lo sono altre assurdità che vengono recepite ordinarie sulla base dell’ignoranza epocale. Ma era, quest’uomo, talmente consapevole della propria posizione privilegiata; della casualità di una fortuita condizione sociale; così in contatto con un senso preistorico della vita, che visse un costante contrasto interiore sul quale fondò le lotte per l’emancipazione di una categoria all’epoca priva di diritti. Si calò in quella loro vita grama, persino davanti agli sguardi stupiti di quella stessa gente che voleva aiutare verso un riscatto. E se è eclatante il suo impegno sociale, il suo prodigarsi per i meno fortunati, lo è forse meno, come vistosità, ma non certo, per me, come valore, la sua immensa consapevolezza.

Certo, direte, una mente tanto illuminata non avrebbe potuto che avere tutta quella contezza, ma non crediamo mai che essa sia scontata, infatti, la maggior parte della gente, per quanto intelligente e mediamente colta, è quasi sempre inconsapevole sia rispetto alla propria fortuna, che all’altrui sofferenza.

Per questo ho esordito con questa citazione: “Non è che siano cattivi. Non conoscono la vita”, perché l’ignoranza sulla vita magari può non essere sinonimo di cattiveria. Di certo, merita quella sorta di condiscendenza che, generalmente, si riserva ai bambini, o agli stupidi.

Patrizia Ciribè

N.d.R. L’immagine dei miei articoli, quasi sempre un dipinto, ha un nesso profondo, talvolta impercettibile, con il loro contenuto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La poesia non muore mai, neppure in tempi come questi.

32950817_10156304813724242_7415556659142983680_n “Stradario genovese” di Domenico Ravenna (edito Gammarò edizioni)

In un pomeriggio di sole, intervallato da nuvole che corrono veloci, strane ramate di pioggia e caldo a momenti alterni, al Palazzo Ducale di Genova, ho assistito alla presentazione di un libro di poesie.

Non sono poi così tanti i poeti genovesi, e anche meno sono quelli che hanno scritto proprio di Genova, ricercando nella sua struttura così arroccata e quasi tesa a nascondere il cuore di ogni cosa, il motivo di un decantare. È emblematico che, uno dei poeti che hanno espresso al meglio tante delle caratteristiche dello spirito assai essenziale, e pure un po’ schivo e parsimonioso nell’esternare il proprio sentimento, di questa città, non fosse ligure ma livornese.

Chi non ricorda i bellissimi versi di Giorgio Caproni, nella sua Litania:

“Genova mia città intera. Geranio. Polveriera. Genova di ferro e aria, mia lavagna, arenaria.

Genova città pulita. Brezza e luce in salita. Genova verticale, vertigine, aria scale.

Genova nera e bianca. Cacumine. Distanza. Genova dove non vivo, mio nome, sostantivo.

Genova mio rimario. Puerizia. Sillabario. Genova mia tradita, rimorso di tutta la vita.”

Ho estrapolato da questo lungo poema -che non a caso si intitola Litania– alcuni versi, tesi a raccontarci l’anima della città in un tributo alla parola Genova, che si ripete come quel mugugno tipico della parlata genovese. La Genova di questi versi era una città molto diversa da quella di oggi; la fotografia che emerge dal poema di Caproni, per quanto descrittiva di un carattere stringato e molto animato, restituisce un mondo che, in parte, si è allontanato dal nostro di oggi.

Per questo mi piace contrapporre a quei versi, quelli di un poeta di questo tempo.

Ieri, dicevo, ho assistito alla presentazione di un libro di poesie su Genova. L’autore, a me caro per amicizia, e per la sua figura di ottimo relatore in molte delle presentazioni dei miei libri, è genovese.

Della sua città, ci parla percorrendone strade e ricordi. Soprattutto, con quello spirito di agile osservatore, ce ne restituisce un ritratto odierno davvero efficace.

Prima di regalarvi un po’ dei suoi versi vorrei introdurre l’uomo, che è poi ciò che fa il poeta.

Si tratta di Domenico Ravenna, giornalista per lungo tempo, votato alla poesia forse per sofferenza, quella di dover reprimere la vocazione umanistica, e la predisposizione all’uso della parola nel suo senso più denso e artistico.

Ravenna scrive di economia per quasi tutta la sua vita e, come capita spesso a noi autori per vocazione, che ci sostentiamo d’altre cose non legate alla letteratura, i serbatoi, in cui riversiamo e conserviamo la nostra parte creativa, d’un tratto traboccano, dando vita a creature letterarie.

Abbiamo dunque un poeta genovese e iconico di questa città che, se per tanti versi muore un po’ ogni giorno di noncuranza e dimenticanza, vive e resiste in un coriaceo ricordo di ciò che era un tempo. Ravenna incarna un antico sentimento di genovesità che per chi, come me, a Genova vi è nata è facilmente identificabile nel connubio di dignità, acume e saggia ironia. Ma c’è sempre un motivo che conduce ogni poeta, scrittore, cantautore genovese che è quella specie di malinconia che dondola avanti e indietro, tra passato e presente; tra cuore e concretezza; tra tristezza e vigore.

Domenico Ravenna è un uomo di cultura, mosso da una conoscenza profonda della nostra lingua che usa sapientemente, sia nella dialettica che nei versi esteriormente scarni, in realtà pregni d’un ossimoro che chiamerei dolce violenza. C’è una base stabile sulla quale il poeta si muove, che lo conduce con grande coerenza dalle poesie del suo passato nella Val di Vara a quelle di oggi, nella sua Genova dei ricordi e del suo vivere attuale. È quella della tristezza per i legami familiari, dissolti nell’inevitabile ciclo vitale, che oggi si fonde a quella di un’età che avanza e ch’egli percepisce come un tramonto.

NOI VECCHI

Noi, vecchi,

i giorni lunghi nel pulviscolo

di stanze misurate al passo di un bastone

in cima a troppe scale

che separano da figli oggi distanti

ma qui presenti

nei giochi dell’infanzia,

nel riso e nel pianto.

Gente senza volto e traccia

Che passa sotto queste finestre

E poi scompare.

Eppure Domenico Ravenna è tutto fuorché vecchio. Certo, non è più giovane nel senso letterale del termine, ma, come dicevo in un altro mio articolo, la giovinezza è un fatto legato a molti fattori. “Ci vogliono molti anni per diventare giovani” diceva Picasso –che già ho citato in queste sue parole- e ci vogliono una grande sensibilità ed empatia con la propria città per percepire un decadere che non è proprio della persona ma lo è di una cultura, di un luogo.

Domenico Ravenna incarna le membra di un vecchio stanco che guarda il mondo passare e non lo riconosce. Talmente è grande la coesione con quel retaggio, talmente è preistorico il legame con la città di cui è parte che, come una trasfusione, il sangue antico di quell’agglomerato di palazzi, e sassi, e strade, e mare, gli scorre nelle vene, alla stregua di quello dei suoi avi.

C’è in questo una grande poeticità e una capacità di fondersi con il proprio territorio, con quel passato sociale che diventa un tutt’uno con quello familiare.

FIERA

Nel giorno atteso della fiera

San Fruttuoso ritorna una contrada

E le sue strade piazze di mercato.

Scorgerò, in disparte tra la gente,

l’ombra di mio padre.

Giovane la sua età e, io, bambino.

Non sfumare, ti prego, lungo un muro

Ma camminiamo un po’ insieme

Fino al banco dello zucchero filato.

Non ho conosciuto il papà di Domenico Ravenna, ma ho conosciuto la sua mamma. Era una donna gioiosa con una personalità spiccata e un’allegria contagiosa.

Mi sento affine a lui in quel suo essere legato ai genitori, alle radici, elementi che, in ognuno dei suoi lavori, fanno da struttura ossea.

Nelle sue perdite familiari, oltreché in questa città che, cambiando, un poco muore,  è come se tutto un po’ sfiorisse, sfuocasse gli occhi con i perduti affetti e ormai vane speranze. E, il modo con cui queste connessioni descrivono la vita di un luogo così denso di realtà differenti e complesse, è tipico di un’artista vero.

Ma prima di rischiare di attribuire a Ravenna solamente un cordoglio legato alla perdita, troviamo tra le pagine di questa raccolta -intitolata “Stradario genovese”– il Domenico ragazzo e lo spirito giovane di un gesto romantico:

FIORE

Il mio dono sarà un fiore delicato.

L’ho visto spuntare una sera,

era un giorno sul finire dell’estate,

dal muro di cinta di una villa di Quarto.

Un fiore malizioso. Da rigirare fra le mani.

E per te l’ho rubato.

Sono molti gli scorci che potrete trovare in questa raccolta, che è come un ritratto dettagliato dipinto da un figlio per il padre e, al contempo, da un padre per suo figlio.

Patrizia Ciribè

 

 

 

 

 

 

 

Il segreto dell’eterna giovinezza, “che si fugge tuttavia”.

96d41bc52bc34b036bd43d23f5468100

Sulla home di Facebook mi appaiono spesso link ad articoli su come rimanere giovani in dieci o dodici mosse che, quasi sempre, implicano l’intervento del chirurgo estetico. Alcuni di questi articoli sono condivisi dai miei contatti, altri sono sponsorizzati e dunque imposti dal social network. Ma, qualunque sia la natura del loro palesarsi, mi sono detta che, se la produzione è così elevata, implica l’interesse di qualcuno.

Il fatto che interessino, però, è proprio quello che mi lascia più perplessa, perché un conto è il tentativo di soggiogare le menti, spingendole verso una chimera di perfezione, e un altro è riuscire nell’intento.

Mi piacerebbe che la gente, soprattutto la categoria femminile, smitizzasse certi cliché, che riuscisse a inseguire un’idea di giovinezza legata a una speranza di pulizia e idealismo interiori. Invece, noto che, con più si desidera ringiovanire, con meno interessa farlo mentalmente.

Si desidera fermare il tempo, addirittura mistificarne le fattezze, ma non ci si cura di imparare a entrare in sintonia con i cambiamenti di questo mondo. E, questo strano concetto a senso unico, inquina ogni speranza di un’evoluzione che riguardi la mentalità, il cuore, la disponibilità.

Ma andiamo per gradi: nell’immaginario comune la giovinezza prolungata viene accostata a un’immaturità stonata. Questo, perché la mentalità crea mostri dai quali è difficile liberarsi, uno di questi è la retorica. Dunque, nel banale quotidiano, essere maturi significa allinearsi agli standard sociali; sedersi su una certa monotonia esistenziale e chiudere ogni canale di apprendimento che non sia finalizzato a guadagnare denaro.

Non solo, essere maturi significa porsi al di sopra di ogni naturale riflessione che implichi misericordia verso la malasorte altrui. A pochi è consentito non vedere le differenze tra le persone -quelle etniche, sociali, culturali, di genere- fra questi, gli unici a non sembrare stupidi, mentre restano aggrappati alla propria empatia, sono il prete, il cane, lo scemo del villaggio e il bambino gentile. Tutti gli altri, per dimostrare di essere cresciuti, devono innalzare le proprie esigenze, e quelle del proprio nucleo, al di sopra del resto del mondo.

Sembra strano, lo so, così, scritto nero su bianco, ma, pensare che mantenere uno spirito giovane significhi rimanere dei cazzoni a vita, è il concetto che, da sempre, costringe le masse a rattrappire il proprio cervello. E quella di cazzoni, nella convinzione comune, invece di essere considerata una condizione di irrecuperabile superficialità ed egoismo, dissimula idealismo, irrealtà ed eccessivo romanticismo.

L’altro giorno ero a una mostra di Picasso, al Palazzo Ducale di Genova. Mentre giravo tra le sale dell’esposizione, mi sono imbattuta in una frase appartenente proprio al pittore; indicativa, secondo me, di quanto espresso sino ad ora: ”Ci vogliono molti anni per diventare giovani”.

Va bene, l’artista non era certo un esempio di altruismo ed empatia, soprattutto pensando alla pazzia cui ha spinto ogni donna sia entrata nella sua vita; però, non dimentichiamoci che ogni artista consuma una dose elevata di umanità nelle proprie opere, quindi, senza farci influenzare dal suo eccessivo edonismo, analizziamo questa massima, che ritengo veramente sagace.

Ci vogliono tanto tempo, tanta esperienza, tanto spessore, tanta ricerca, per imparare a essere giovani. Perché l’essere giovani non ha a che fare con l’immaturità, o quantomeno non nella sua accezione negativa; l’essere giovani è una condizione di rinnovato entusiasmo, di una freschezza mentale che può arrivare unicamente con la sperimentazione umana e il rinnovamento.

Non si è giovani davvero quando si ha l’età per esserlo, anzi, è più facile che, proprio in quel periodo della vita in cui tutti ci raccontano quanti anni abbiamo davanti, ci si senta vecchi, finiti, bloccati.

Si è giovani quando, dopo avere un po’ vissuto, si ammetta il proprio cambiamento, si accettino i propri limiti con serenità, si alzi l’asticella delle proprie aspirazioni interiori, soprattutto quelle legate all’abbattimento dei cliché sociali.

Io l’ho sperimentato su me stessa quando, a un certo punto, ho lasciato i miei studi universitari perché sentivo di dover prendere una strada alla svelta; sentivo di non avere tempo, laddove il tempo rappresentava, per me, qualcosa di insormontabile, incomprensibile e insostenibile. Ho ritrovato poi, dopo tante batoste, dopo avere un po’ vissuto, dopo aver rigettato gran parte delle mie vecchie convinzioni, la mia meravigliosa giovinezza interiore.

Che è quella che ti fa ridere di te stessa quando hai bisogno degli occhiali per leggere il bugiardino, o quando vedi una ruga che non avevi, ma ricordi perfettamente da dove arriva e di quanti pianti e risate hai avuto bisogno per crearla dal nulla.

Ma spesso, purtroppo, questa condizione è osteggiata da un’arroganza che è innata nell’uomo; un’incapacità di sbagliare senza rimpianti, di gettare via tutto e ricominciare, solamente perché, farlo, significa scontrarsi con tutto un cumulo di vecchie certezze, che molti preferiscono trattenere piuttosto che crearne di nuove. E, allora, non potrai ridere della tua ruga, né della presbiopia, ma potrai solamente sentirti un vecchio che ha bisogno di una faccia nuova per ringiovanire.

Ma ricordiamoci che, la giovinezza, in barba all’età, è racchiusa negli unici segnalatori di vitalità che possediamo: gli occhi. Per questo ci sono giovani/vecchi e vecchi/giovani: perché, lasciata l’epoca dell’incoscienza e dell’inconsapevolezza, l’unica inesperienza evidente vive proprio nell’esperienza passata, nella capacità di rigettare tutte le risposte.

Ho un esempio memorabile di giovinezza sopravvissuta alla vecchiaia anagrafica: quella di Don Andrea Gallo. Per chi non lo sapesse era un prete comunista; un difensore dei deboli –gli “ultimi” li chiamava; un dissidente clericale e ultimo vero professante del Vangelo come codice di vita, e non come iconografia ipocrita del mondo ecclesiastico. La cosa sorprendente di quest’uomo era il suo idealismo stoico, sinonimo di una giovinezza coriacea, sposato a una saggezza pulita, volta davvero alla misericordia.

Lo incontrai un giorno, mi passò a fianco, mentre parlava con un gruppo di persone. Era un uomo esile, con tutti i segni di una vita scomoda e impegnativa, ma ciò che animava il suo volto era un indomabile ottimismo, quello tipico di chi, nonostante tutto, nonostante le battaglie, ma anzi, proprio in nome di esse, non si arrende e crede nel futuro.

Ecco, io credo che, arrendersi a chi ci martella con sponsorizzazioni di artifizi fondati sull’insicurezza personale, sull’incapacità di accettare il tempo con il suo metro naturale, equivalga a far entrare nella propria vita una vecchiaia irreversibile, l’unica davvero incurabile: quella dell’anima. Del resto, come diceva Bob Dylan, “Essere giovani vuol dire tenere aperto l’oblò della speranza, anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro”.

Patrizia Ciribè

 

Mitomania, madre subdola di figli stupidi.

8014ff5ed357b2acd4ece0274ee6c77a-hd2

Chi non ha avuto un amico mitomane? Chi, nell’adolescenza, non ha conosciuto quel coetaneo che le sparava grosse, e si sperticava in panegirici sconclusionati per convincere il prossimo della grandezza delle proprie gesta? Penso che tutti ne abbiamo avuto uno: conoscente, amico, vicino di casa. Per un po’, le sue sparate, ci hanno persino convinto di essere vere; che la nostra vita, tra le mura di una comune normalità, fosse quanto mai banale rispetto alla sua.

Credo che, questa inclinazione a ingigantire le proprie gesta, millantandole a tal punto da finire per crederci, proliferasse proprio in quell’età in cui, allargare gli orizzonti della realtà, sconfinando nel desiderio di avventure, era una delle più grandi debolezze.

Ricordo che, quando eravamo bambini, mio fratello aveva un amico -suo coetaneo- mitomane. Era talmente bravo a raccontare bugie, talmente convincente, da persuadere chiunque di noi della veridicità dei suoi aneddoti. I nostri genitori non vedevano di buon occhio questa frequentazione e non perché ci impedissero di sognare, o di aspirare a grandi avventure, ma perché, nella semplicità della loro vita di giovane coppia, ritenevano, questo mare di fandonie, qualcosa che ci avrebbe allontanati dalla bellezza della  verità.

Credo ci sia qualcosa di davvero grandioso nell’insegnare la dignità della verità, la bellezza di quelle doti naturali e della possibilità di esprimerle senza costruire castelli o prendere scorciatoie.

Il problema con la normalità, con l’umanità e con la vita comune è che in pochi ne colgono il valore e, se un tempo, l’amico mitomane era un caso sporadico, oggi ne siamo circondati.

Questo perché la gente fa sempre più fatica ad ammettere i propri limiti e, invece di raccontare i fatti in modo onesto, senza mistificazioni di sorta, prende la scorciatoia dell’imbellettatura.

Siamo circondati da fenomeni; da genitori di fenomeni; da bambini prodigio spinti sulle griglie di una grande competizione: la vita.

Un tempo, eravamo bambini normali, nessuno ci definiva super intelligenti, più belli, più bravi, più dotati. Eravamo tutti alla stregua di quei quattro marmocchi che giocavano al Pampano nel vicolo sotto casa. Se qualcuno pretendeva di emergere, o si trattava, per l’appunto, del mitomane, oppure del cocco della maestra.

Ma gli splendidi anni Ottanta hanno forgiato una generazione di millantatori, i quali, a loro volta, hanno generato bambini prodigio che, già piccolissimi, aspirano alla supremazia, alla prevaricazione, al bullismo.

Quando una bugia prende piede in una famiglia e, sotto agli occhi di tutti, diventa parte del ménage familiare -assorbita dal contesto con naturalezza- la verità perde il suo peso.

Quella “spinta” che ha portato vantaggi permanenti, celata e travestita da merito, diventa un modus operandi. E, si sa, quanto, per una mente deviata, sia gratificante collezionare delitti; così è per il mitomane che, dopo aver coinvolto la famiglia in quella menzogna, allargherà sempre più il cerchio delle proprie aspirazioni e con esso quello delle menzogne che sarà disposto a raccontare.

Ma perché è diventata così comune la tendenza alla mitomania?

Le bugie che siamo disposti a raccontarci per convivere il più serenamente possibile con ciò che siamo, vengono spesso enfatizzate da chi vive di apparenza. Perché un conto è coltivare la propria autostima e quella dei figli, un conto è pretendere che, quel valore che attribuiamo a noi stessi, diventi qualcosa di assoluto e credibile per tutti.

In questo mondo, dove le apparenze sono il pane quotidiano della maggioranza, ci troviamo spesso davanti a mitomani consolidati che spacciano per vere cose impossibili da credere; che finiscono per credere a quelle cose, rendendosi sempre più infelici e frustrati. Già, perché persino il mitomane è destinato a ricordare sporadicamente il seme di quella bugia!

La voce fuori dal coro è quella di chi rifiuta di assecondare questo gioco malato, ma ho sperimentato di persona quanta considerazione porti fingere di credere a qualcosa che sai benissimo non essere vera.

È un po’ come una sorta di misericordia che si accorda a chi necessiti di credere a ciò che dice; a chi, per esempio, sia certo della propria equità, persino davanti a evidenti e oggettive disparità. A chi confezioni il resoconto di un fatto e venga a esporlo con una strana luce negli occhi, quella di chi ti implora di credergli. E chi sono io -mi sono detta più volte- per rigettare le tue convinzioni? Se vanno bene per te che ci devi convivere, figurati a me che danno potranno mai fare!

Ma il punto è che latita fra la gente quella sorta di meravigliosa consapevolezza – “contezza” la chiama Marcello Fois, il più grande scrittore italiano vivente (questo, per me che non sono nessuno, ma che, qualche libro, negli anni, l’ho senz’altro letto). È  come una soglia che varchi a un certo punto della vita, quando realizzi che la verità -il dolore al fianco; la mano santa che ti si poggia sulla guancia struccata, su un seno che è stato malato- è l’unica cosa che valga davvero la vita.

Ché, la vita, se la guardi sentendoti umano, miserabile quel tanto che basta e unico in quegli sprazzi di bellezza, è l’unica cosa davvero sensata. L’unica che, con le sue scomode verità, possa davvero insegnarti chi sei quando, nudo di tutti gli espedienti, i ripieghi, le scappatoie, sarai persino capace di volerti bene.

Patrizia Ciribè

Morire di vergogna o di tristezza.

munch-separazione-1896-oslo-munch-museet Munch, Separazione 1896

Spesso mi domando cosa sia veramente importante per le persone. Cosa spinga in avanti la vita e con essa la motivazione di ognuno. Perché quel che vedo appare dall’esterno cosa di poco conto, come una sorta di continua distrazione da se stessi, che, da fuori, non sembra neppure così divertente, né adiuvante.

Mi sembra che, in fondo, tutto quello di cui vive la gente sia una specie di strano sostentamento che non ha a che fare con nulla di preciso, ma più che altro corrobori strane convinzioni di onnipotenza.

Stamani mi imbatto in qualcosa che avevo scritto l’anno scorso, dopo aver letto un racconto di Cechov: uno di quelli irrinunciabili. Cechov era uno di quei sensazionali russi che avevano risposte anche a domande future. Ma aveva di diverso, dai grandi esistenzialisti, un meraviglioso senso dell’umorismo, figlio, in realtà, di una profonda tristezza sociale -non è un caso se Paolo Villaggio trasse il suo personaggio più noto, Ugo Fantozzi, proprio da letture come questa.

Credo fortemente che non ci possa essere una grande felicità –né un’accettabile conoscenza- senza una grande sofferenza generazionale; e, soprattutto, che non vi sia possibilità di entusiasmo per la vita senza dar peso alla tragedia dell’uomo.

Milan Kundera scriveva “La guerra può esistere solo nel mondo della tragedia: fin dall’inizio della storia l’uomo non ha conosciuto che il mondo tragico e non è capace di uscirne. L’età della tragedia può aver fine solo con una rivolta della frivolezza”.

Credo che si sia esagerato con la frivolezza. Conoscendo un pochino Milan Kundera, so che la frivolezza cui alludeva nulla ha a che fare con l’indifferenza che oggi sostiene la vita della maggioranza. Lo scrittore, infatti, ha viaggiato sempre nell’interiorità cercando la leggerezza dell’anima, in contrapposizione con uno stato di pesantezza esistenziale che è ormai obsoleto per la maggior parte della gente.

Spesso mi domando se ancora qualcuno soffra per amore; se, mentre qualcuno soffre per il padre di tutti i sentimenti romantici, qualcun altro capisca quel dolore.

Mi domando: di tutta quella sofferenza sentimentale che, nel corso dei decenni, ha riempito pagine di libri e pellicole di film, qualcosa è rimasto anche nella vita vera? Perché quel che vedo è un mondo dove tutti sembrano refrattari a qualunque dolore, desiderosi solamente di lasciarsi tutto dietro o, peggio, sotto, schiacciato dal peso di stupidi passi verso il niente universale.

L’anno scorso scrivevo: “Il racconto di Cechov “L’uomo nell’astuccio” è la dimostrazione di come, anche cent’anni fa, la presa di coscienza personale coincidesse, per alcuni, con la comparsa di uno stato d’ansia patologica che oggi chiamiamo “attacco di panico”. Di come, cent’anni fa, però, si potesse pensare di morire dal rimorso, dalla vergogna.

C’è qualcosa di elevato nel morire di vergogna, anche in un racconto; anche solamente per il fatto di averlo pensato e reso credibile. Pensare che, arrivando a un momento cruciale, nel quale l’uomo scopra di avere sempre sbagliato, egli muoia per il tormento, è dare senso alla tragedia. Il fatto di non possedere più tragedia nelle nostre vite, o di possederla al punto da ignorarla considerandola normale, è il male del nostro tempo. Dove si sopravvive a tutto e dove, nemmeno l’amore, è più un buon motivo per soffrire. Bisogna a ogni costo vivere e, per farlo, si finisce per guardare in una sola direzione, quella che ci consente di non pensare a nulla, se non a noi stessi.

Allora, in questo mare di tangibile indifferenza, mi domando: chi, oggi, si ammalerebbe per la vergogna? Chi sarebbe così devastato da un rimorso –per qualcosa che oggi considereremmo una banalità- da morirne?

La letteratura, quella delle più grandi narrazioni, è piena di uomini che sopravvivevano alla guerra ma che morivano di tristezza. Di donne che compivano vere e proprie odissee, ma si ammalavano d’amore tanto da morirne”.

Rileggendo le mie parole, vecchie di un anno, continuo a trovare in me quel senso di smarrimento per la perdita di quei grandi sentimenti. Sentimenti che sembrano ormai caduti in miseria, soppiantati dal bisogno, che contraddistingue il nostro tempo, di non soffrire, se non per quelle cose che, della vita, rappresentano la parte più becera.

Di quelle grandi sofferenze, vedovanze, attese, non c’è più traccia alcuna. E come può sopravvivere un senso di perdita senza l’ausilio di sentimenti basati sull’eternità?

E come può attraversarci un dolore, per cose che accadono al di là della nostra conoscenza, se la tragedia ha, nelle nostre vite, le ore contate; se l’unica necessità è quella di liberarsi dei residui di vita passata, di quel tempo fatto a brandelli, sfruttato solamente per dimenticare chi eravamo?

La tragedia umana è tutta lì, sulle panchine di un parco; tra vino nel cartone; mani sporche di una vita grama; sogni infranti, affogati negli occhi vitrei; rassegnazione e disperazione. Oppure in quello che ci siamo dimenticati di noi stessi, che eravamo nati per conoscere l’amore e la sofferenza, per sopravvivere alla tragedia e reinventare la vita.

Ma ricordiamocene, di tanto in tanto: è proprio quando la tragedia ha perso il suo peso, la sua importanza, che tornano, tra gli indifferenti, le più terribili minacce ai diritti civili. E mentre l’uomo volta pagina, e vuole solamente dimenticare, si affacciano nuovamente gli orrori del pregiudizio che, indisturbato, prolifera nei cuori dimentichi di cosa sia la sofferenza.

“Ne venne un suono crudo e terrificante, indescrivibile. Ma, in realtà, non era un suono. Nulla. Era il suono del silenzio assoluto. Un silenzio che gridava e gridava in tutto il teatro, costringendo il pubblico a chinare il capo come sotto una raffica di vento. E quel grido racchiuso nel silenzio, mi parve il medesimo grido di Cassandra, quando vaticina l’odore di sangue nella casa di Atreo. Era il medesimo grido selvaggio con cui la fantasia tragica ha marcato la prima volta il nostro senso della vita. Il medesimo lamento puro e selvaggio sull’inumanità dell’uomo e sull’inutilità degli sforzi dell’uomo. La parabola della tragedia, forse, è intatta.” (G. Steiner, Morte della tragedia, 2005)

 

Patrizia Ciribè
N.d.R. L’immagine dei miei articoli, quasi sempre un dipinto, ha un nesso profondo, talvolta impercettibile, con il loro contenuto.

Ciclo interviste d’autrice – Chiacchierando con Ludovico Paganelli, autore de “Il seme della violenza” (ed. Mondadori Electa)

30442839_1681248288602838_1566730947762585600_n

Il “Ciclo interviste d’autrice” esordisce all’interno di questa rubrica con un’interessante chiacchierata, quella con Ludovico Paganelli, autore del romanzo d’esordio Il seme della violenza. Il libro, edito da Mondadori, uscirà in libreria il prossimo 17 aprile.
Onde evitare la sorte del noto giornalista Giovanni Minoli –e con tutte le più ovvie proporzioni del caso-, il quale, dopo aver promosso un servizio sulla società Luxe Vide di Matilde Bernabei, all’interno del suo programma “Faccia a faccia” su La7, è stato lungamente criticato per non aver specificato che la signora è sua moglie, metto le mani avanti e dichiaro che il nostro ospite di oggi è mio cognato!

Ma prima di partire con una serie di domande, e relative risposte, penso di fare cosa gradita ai lettori dando qualche cenno biografico dell’autore:
Ludovico Paganelli nasce a Milano il 13 maggio 1978. È laureato in Scienze Politiche, e lavora all’interno del Gruppo Banco BPM. Nel 2011 fonda “Viaggi & Tentazioni” (www.viaggietentazioni.it), periodico on line che ospita reportage di viaggi, oltre a recensioni di ristoranti, cantine vinicole e prestigiose strutture alberghiere.

L’intervista parte con una domanda di rito e segue con interessanti approfondimenti sul nostro ospite e sul suo romanzo d’esordio. Sarò certamente una delle sue prime lettrici, non solo per il nostro legame familiare, e per aver sperimentato io stessa quanta importanza abbia l’appoggio di amici e parenti nella condivisione di certi traguardi, ma anche perché le premesse per leggere un ottimo romanzo, di genere thriller, sono certa ci siano tutte.

– Da dove nasce la tua passione per la scrittura?
La passione per la scrittura affonda radici molto lontane nella mia vita perché, già all’epoca della scuola, gli insegnanti mi riconoscevano una certa predisposizione, una predisposizione che poi ho coltivato nel tempo arrivando ai tempi dell’università a collaborare con una giornalista del Corriere della Sera. È lei che mi ha insegnato il mestiere della scrittura, in particolare la scrittura giornalistica che ha una tecnica tutta sua. Con l’approccio alla scrittura giornalistica mi sono iscritto all’Ordine dei giornalisti, ed è lì che ho creato il mio giornale on line: “Viaggi e tentazioni”. Ho portato avanti nella vita questa passione sempre nell’ambito del giornalismo. Diverso discorso è stato quando mi sono approcciato al romanzo. In quell’ambito devo dirti che, nelle prime pagine, rileggendomi dopo qualche mese, ho notato che continuavo a utilizzare la tecnica della scrittura giornalistica, per questo, nel tempo, mi sono dovuto sforzare per usare delle espressioni più romanzate e narrative.
– Quali sono le influenze letterarie che ritieni determinanti per la tua formazione di autore?
Questa è una bella domanda perché io leggo moltissimo e leggo un po’ di tutto. La mia più grande passione fra i classici è il Conte di Montecristo; non posso ovviamente avere l’ambizione di dire che Dumas è il mio mentore, però questo per dire che la mia formazione letteraria, dal punto di vista di lettore, spazia dai più grandi classici a romanzi anche più leggeri che possiamo definire “da spiaggia”. Il genere giallo, tendenzialmente, viene visto come un genere leggero anche se talvolta affronta tematiche molto impegnative. Comunque, in linea di massima, quando mi rilasso o voglio trascorrere serenamente il mio tempo libero, tendo a scegliere le mie letture tra i romanzi gialli. Mi piacciono le ambientazioni di paesaggi che conosco; mi riferisco al Maigret della situazione, quindi ad Agata Cristie alla Francia, all’Inghilterra. In sostanza, un autore specifico da cui abbia tratto ispirazione non c’è. Quello che cerco di fare è di acquisire un genere mio.
– Però, ovviamente, le tue letture fanno parte di te, quindi un po’ ti condizioneranno anche involontariamente. Riconosci qualcosa, di quello che hai scritto, che ti possa ricordare qualcuno a cui magari sei legato; un libro in particolare o un autore in particolare?
Mi rifaccio davvero ai grandi classici: per esempio, nel mio romanzo ci sono molti riferimenti a Milano. Dire Milano vuol dire anche Alessandro Manzoni. Quest’autore, all’interno del mio romanzo, ha una brevissima citazione perché pochi sanno che in pieno centro storico di Milano c’è la casa dove lui visse e, pochi passi dalla quella casa, c’è la chiesa che lui frequentava abitualmente. Quindi, si, se ci penso, trovo molti riferimenti alla Milano manzoniana.
– Ogni autore ha un suo modo per raccontare una storia; qual è il tuo? La storia nasce e cresce spontaneamente mentre la scrivi o l’avevi già in testa, nella sua totalità, prima di iniziare a scriverla?
Nel mio caso la storia non l’avevo in testa sinceramente, è nata nel tempo. Avevo in testa la protagonista, Margot Blanchard. È una giovane donna che ha deciso di intraprendere la carriera di polizia e diventare commissario per adempiere a una promessa che aveva fatto a se stessa. Ho voluto partire dalla protagonista che ha una sua connotazione caratteriale; ha determinate caratteristiche ben delineate come la femminilità molto accentuata, che lei vive a pieno. Sono partito da lei e attorno ho creato la storia. Tutto il resto è stato partorito durante i lunghi viaggi in treno che facevo tra Milano e Santa Margherita Ligure. Per molto temo, per motivi familiari, ho fatto una vita da pendolare. Per impiegare al meglio quel tempo ho pensato molto all’evolversi della storia e, di giorno in giorno, la storia si è evoluta. Tante volte credevo di arrivare a un determinato punto poi mi sono ritrovato dalla parte opposta. Credo che sia stato veramente un bel lavoro essere partiti dal personaggio principale, che penso piacerà molto, soprattutto al pubblico femminile.
– A proposito di femminilità molto spiccata, questa è una domanda che ti faccio da autrice: in che modo hai conciliato, per esempio, le parti più scabrose e legate all’erotismo con una forma di pudore intrinseco che ognuno ha, soprattutto nelle prime fatiche letterarie. Come hai fatto a scalfire il momento in cui ti sei trovato a dover raccontare situazioni più intime?
Giusta domanda (ridacchiamo lievemente imbarazzati). Nell’approccio con determinate situazioni mi sono interrogato se fosse il caso di entrare nei dettagli – come dici tu- di determinate scene con descrizioni di erotismo, oppure se lasciar intendere al lettore con poche e semplici parole. Alla fine ho optato per una descrizione, magari anche un po’ più forte, di sessualità o violenza, perché ritengo siano necessarie per cogliere a pieno il personaggio di Margot, una donna che, per interagire, utilizza la sua sensibilità di provocatrice. C’è un termine francese che rende molto l’idea della sua personalità: allumeuse. È un aggettivo che significa proprio seduttrice, provocatrice, una donna che usa la sua bellezza per cercare di accattivarsi chi le sta di fronte e per cercare di vivere a pieno questa femminilità prorompente.
– Visto che abbiamo accennato al personaggio principale ne approfondirei un aspetto preponderante. Non vogliamo ovviamente rivelare nulla di essenziale rispetto alla trama, ma, come mi anticipasti tempo fa, so che la protagonista ha un passato di maltrattamenti. La domanda che vorrei farti è questa: come si approccia un uomo a un tema così intimo, e legato all’emotività femminile, come le molestie maschili su una donna?
Il tema della violenza sulle donne da sempre mi colpisce. Leggo il giornale tutti i giorni e tutti giorni, purtroppo, c’è un articolo o un trafiletto che parla di violenza sulle donne. Che sia sessuale, domestica, psicologica o anche – mi permetto- la violenza di impedire alla donna il diritto all’aborto. Qui, magari, posso urtare la sensibilità di qualcuno (Non la mia!): il nostro paese, purtroppo, ha una percentuale di obiettori di coscienza, nell’ambito della medicina, altissimo. Questo fa in modo che le liste di attesa, per le donne che desiderano abortire, siano lunghissime e, tante volte, a causa di queste lungaggini, si rischia di andare oltre il periodo consentito. Allora succede che si debba ricorrere all’aborto clandestino. Questa è una cosa inaccettabile ed è una passaggio che ho voluto affrontare all’interno del mio libro proprio per dire che, al giorno d’oggi, soprattutto nel nostro Paese, le donne sono troppo vittime della società, dei maschi, mariti, fidanzati.
Il complimento più bello che ho ricevuto, quando ho sottoposto all’attenzione della Mondadori il libro, è che sembra scritto con una sensibilità femminile. Questo è un complimento che mi ha fatto piacere perché significa che sono riuscito a cogliere determinate sfaccettature più difficili per un uomo. È proprio attraverso questa dote che ho voluto approfondire tematiche così delicate, infatti, gran parte della storia, si svolge attorno a questi argomenti così attuali. Cioè, alla fine il delitto c’è, (tranquillizziamo i lettori!) ma è proprio a causa di questo delitto che Margot, la protagonista, riscopre determinate ombre che pensava di aver dimenticato e, soprattutto, nascosto alla sua famiglia.
– L’ambientazione milanese cela qualche ricordo personale? Hai nascosto tra le pagine qualche cameo alla tua città e a personaggi del tuo passato?
Milano è un personaggio, nel libro. Milano è la mia città, è la città che amo. Io oggi, per motivi di famiglia, mi sono trasferito con molto piacere a Santa Margherita Ligure, che peraltro è una località che, per me, rappresenta molto più di una seconda casa. Intanto, ora ci vivo con la mia famiglia, che è la cosa più bella che ho, ma soprattutto frequento Santa Margherita Ligure da quando avevo quindici giorni di vita. Ma Milano è una protagonista del mio libro perché, al suo interno, vengono descritti alcuni angoli della città e anche curiosità che molti non conoscono. Ritengo inoltre sia utile promuovere la città che portiamo nel cuore, infatti i luoghi descritti sono quelli della mia vita. La stessa protagonista vive a poca distanza da dove io sono cresciuto, in un quartiere che adesso è stato tutto ricostruito e rivalorizzato, che è il quartiere della Vecchia Fiera. Lei abita proprio accanto al City life, l’enorme area riqualificata, e al grande parco che è ancora in corso di costruzione. Vengono descritte le zone del centro, quelle dove ho lavorato in passato. C’è qualche racconto che può interessare anche chi non conosce a pieno Milano. Spero, attraverso queste mie descrizioni, di poter incuriosire gente che magari non ama particolarmente questa città spingendole a ricredersi su alcuni pregiudizi che ritengo eccessivi. È vero che Milano è una città difficile da vivere ma è anche una città che offre tantissimo e che è in grado di regalare molte soddisfazioni.
– Com’è Ludovico Paganelli nella sua vita comune di marito, padre, figlio, lavoratore, amico: cosa, del tuo stile letterario, secondo te, ti rispecchia chiaramente per chi ti conosce personalmente? Dove, chi ti conosce, potrebbe dire: “te lo lì, Ludovico!”?
Chi mi conosce potrebbe dire “te lo lì Ludovico” anche nella stessa scelta di dare alla protagonista un’origine francese. Io amo molto la Francia, sono molto appassionato di tutto ciò che è francese, dai vini, dalla gastronomia, dai paesaggi. Per questo, ci sono all’interno del romanzo alcuni richiami -un po’ come è stato per Milano- ad aneddoti relativi alla Francia.
Margot ha origini parigine, non a caso Parigi è una città che sento mia… tante volte credo che in un’altra vita sia lì che ho vissuto. È una città dove mi trovo a mio agio e che giro quasi senza cartina alla mano… ci deve essere qualcosa di relativo al subconscio!
Ci sono nel libro anche molti richiami all’Alsazia, alla Provenza e al mondo dei vini in generale (tutte mie grandi passioni). Perché Margot è una donna che, oltre ad amare il suo lavoro e la famiglia, ama molto tutto ciò che ruota intorno all’enogastronomia. È una donna molto preparata, non è una somelier, ma è molto preparata nella conoscenza di tutto ciò che riguarda il vino. Ed è proprio a causa del vino che conosce il marito, in Alsazia.
Uno dei miei più cari amici, che ha letto il libro in anteprima, ha detto: “Guarda, si capisce che ci sono alcune cose di te per via della Francia, dei vini, di Milano, dei ristoranti. Ci sono tante sfaccettature che ti riguardano”. Tornando quindi alla tua domanda, da tutte queste piccole cose, chi mi conosce, potrà credo riconoscermi.
Nella mia vita privata cerco di fare del mio meglio, cerco di dedicare il maggior tempo possibile a mia figlia Elisa, che viene prima di tutto. Anche nel mio lavoro di scrittore cerco sempre di utilizzare momenti in cui lei o non c’è, o magari dorme. Non a caso, tante volte mi capita di prolungare il mio lavoro ben oltre la mezzanotte, proprio per non sottrarre tempo alla famiglia. Cerco poi di essere un buon marito, spero di esserlo (questo lo chiederemo a Paola!) e mi definisco anche un uomo di casa: amo cucinare, mi piace anche semplicemente andare a fare la spesa, d’altra parte, uno chef che si rispetti, sceglie sempre di persona gli ingredienti che deve utilizzare per coccolare i propri ospiti. Mi piace avere gente a pranzo o a cena, lo vorrei fare più spesso ma è un po’ faticoso perché presuppone anche l’impegno da parte di mia moglie, e, spesso, per motivi di lavoro, siamo tutti e due stanchi e costretti a rinunciare. Tendenzialmente, però, ci piace avere gente a casa.
– A chi hai dedicato il romanzo?
Doverosamente a Paola, mia moglie, che è stata l’artefice del libro. Io, devo essere sincero, non ho mai pensato di scrivere un romanzo perché mi sono sempre visto più come un giornalista che come romanziere. Ricordo, però, questa giornata di luglio di un paio di anni fa: eravamo in spiaggia e Paola mi chiese ”Perché non scrivi un romanzo? D’altra parte le doti dovresti averle”. Mi dissi ”Perché no? Io ci provo, alla peggio, passo il tempo” e da qui, appunto, nasce la motivazione per scriverlo durante i miei viaggi in treno da pendolare. È stato merito suo se il romanzo è nato, quindi, doverosamente, l’ho dedicato a lei e naturalmente a Elisa perché, sebbene mi sforzassi di non sottrarle del tempo, qualche giornata e qualche ora di gioco insieme l’abbiamo dovute sacrificare.
– Stai lavorando a qualcos’altro?
Si, sto lavorando a quello che vorrei fosse il seguito della storia. Il libro ha un seguito che spero possa diventare una seconda opera, perché credo che la storia, soprattutto la storia familiare di Margot, meriti una seconda parte. È molto importante per me definire momenti di vita familiare che, soprattutto per tutta una serie di eventi che capitano all’interno del primo romanzo, necessariamente bisogna affrontare anche un secondo passaggio. Per questo, voglio dedicarmi al marito di lei che, a un certo punto, si domanda anche chi sia sua moglie.

Non perdetevi l’uscita de Il seme della violenza, dunque: tra una settimana, in libreria!

Patrizia Ciribè

L’esemplificazione del mito di Narciso nella vita comune.

Narciso-Caravaggio-245x300 Narciso – Caravaggio, 1599

Chiunque sa qualcosa del mito di Narciso. Qualcosa ci è stato insegnato; raccontato; illustrato. Qualcosa è rimasto a motivare atteggiamenti imperniati di convinzioni cieche riguardo a se stessi.

È un mito, quello di Narciso, che ha avuto varie interpretazioni letterarie e ha riscosso particolare interesse in Freud che, in lui, individuava l’emblema dell’amore per se stessi.

Ma al di là dell’estremo di una patologia psicotica, ci sono persone apparentemente comuni che hanno un carattere fortemente narcisista.

In poche parole, e nella forma più diffusa, Narciso era una ragazzo che rifiutò ogni attenzione amorosa e affettiva. Specchiandosi nell’acqua si innamorò di se stesso, al punto da non desiderare altra compagnia che la propria. La sua fine fu ben poco gloriosa, infatti morì cadendo nel fiume in cui si specchiava.

C’è poi la storia di Eco, una ninfa vittima di un incantesimo: non potendo rispondere a Narciso che le chiese “chi è là?”, se non con la medesima frase da lui pronunciata, finì per vagare da sola piangendo l’amore perduto.

In sintesi, però, lui se ne infischiò sia di Eco che di chiunque, sinché il suo specchiarsi gli fu fatale.

Nel nome di Narciso, di derivazione greca, è insito il suo destino: torpore e morte. Non a caso, nell’iconografia tradizionale, i narcisi sono i fiori che spesso accompagnano le divinità degli Inferi.

Ma comunque, al di là di ogni altra divagazione assolutamente superficiale e sommaria, Narciso conosce se stesso al culmine della propria bellezza e, lì, sulle rive del fiume in cui si specchia, trova il suo destino.

Ci sono i malati di narcisismo, persone affette da una forma psicotica. Ma, a parte la follia diagnosticata e conclamata, i narcisisti vivono fra noi; si sposano; si riproducono; intessono relazioni e vite che, dall’esterno, possono pure apparire normali.

Ma non lasciatevi ingannare dall’apparente normalità, perché, la forma più certa di un equilibrio interiore, alberga quasi sempre nelle persone per certi versi alternative.

Da fuori, si tende a pensare che, il grigiore o i cliché in cui molta gente vive, siano indicativi della stessa regolarità apparente. La verità è che, con più le persone, dall’esterno, sembrano nella norma, con più celano veri e propri deliri. Con meno sono in contatto con se stessi e i propri limiti, con più credono di essere nel giusto.

Il narcisista, nella sua forma più comune e diffusa, è un tizio che pur avendo, come già detto, una vita nella norma non è mai riuscito a conciliare la percezione di sé con quella specie di coscienza che, solitamente, rende edotte le persone dei propri limiti.

Questo, è un problema molto serio che, se può esistere persino in presenza di rapporti con altre persone, per continuare a sembrare normale ha sempre bisogno del supporto di persone particolari.

Infatti, la prima situazione necessaria al narcisista per vivere comunemente è quella di incontrare gente dedita. Persone che si assoggettino e imparino talmente a coesistere con certi meccanismi, da ritenerli giusti.

Infatti, quelli che, a un certo punto, diserteranno da quegli automatismi malati, nel tentativo di un riconoscimento delle proprie motivazioni, incontreranno resistenza nell’impossibilità di sentire affermate e dichiarate le follie cui hanno assistito.

Spesso sono dinamiche familiari, spesso lavorative. Il punto comune è quella sorta di finto equilibrio che le persone dedite manterranno faticosamente, colluse con il narcisista.

L’individuo di carattere narcisista se ne frega di chiunque. Probabilmente, però, questa tendenza caratteriale si manifesta a vari livelli e, a vari livelli, agisce sui rapporti interpersonali. Sarà facile che nel prolungamento di un figlio questi veda, come possibili, aspirazioni personali disattese -o che non si siano completamente concretizzate-, quali bellezza, notorietà, eccellenza.

Ma ogni altra persona sarà il prolungamento di quell’unica cui tutto ruoterà intorno; tutto, senza alcuna consapevolezza da parte sua.

Il lato disastroso di questi meccanismi è proprio l’inconsapevolezza di quell’unica persona che, impegnata a saccheggiare le risorse di chiunque, non ne avrà alcuna contezza, né, tantomeno, riconoscenza.

Parlando di sé si dipingerà disponibile, generoso, riguardoso: mai accetterà di non potersi descrivere e dipingere rendendo verità assoluta quel ritratto, quell’immagine che vedrà riflessa davanti a sé per tutta la sua vita.

In un mondo perfetto, le persone fuggirebbero davanti a queste tendenze caratteriali –le chiamo così perché non ho né gli strumenti, né la benché minima competenza per definirle sotto a un profilo medico- ma qui, nella vita vera, ci sono genitori, coniugi, figli, amici di narcisisti e sempre, quando il rapporto permane, hanno il comune denominatore di una dedizione malata, ai limiti della follia.

La necessità subito successiva, per avvallare certe necessità, è una sorta di propensione alla mistificazione della verità, che prenderà le caratteristiche di un’opera teatrale, perpetua e ripetitiva. Questa realtà alternativa prenderà valore di realtà assoluta, non solo nella testa del narcisista, anche in quella di chi lo aiuterà con costanza nell’esibizione del proprio ego malato.

L’unica cosa che mi sento di dirvi se vi trovate, in qualunque situazione familiare o affettiva, a ruotare intorno a un narcisista è: ”Fuggite, sciocchi!”

Patrizia Ciribè

 

N.d.R. L’immagine dei miei articoli, quasi sempre un dipinto, ha un nesso profondo, talvolta impercettibile, con il loro contenuto.

 

lån på dagen | http://www.forbrukslånhjelpen.no opp finans forbrukslån