Patrizia-CiribePatrizia Ciribè, autrice dei romanzi Ada Gigli signorina, felicemente infeliceL’idillio tra l’uomo e l’ombra   Una foglia caduta in estate, nella rubrica La Pat zone, getta una luce sulle miserie umane tramite un’analisi introspettiva della società e di chi la compone. Ogni settimana, l’autrice analizza, da un punto di vista inusuale, i comportamenti, gli usi, le anomalie sociali che caratterizzano il nostro tempo.

Tutti noi che vogliamo bene ad Angelo Borrelli.

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Ormai, se mi leggete abitualmente, sapete che manifesto sempre il mio diniego per qualcosa; che i miei pezzi hanno quasi sempre lo scopo di analizzare e denunciare quei comportamenti umani che irritano il mio sistema nervoso.

Poi mi rendo anche conto che potrei dare un’impressione di me stessa, a chi interessasse averne una, un po’ ingannevole. Perché sì, ci sono varie cose in questo mondo, e nei comportamenti della gente, che mi irritano fortemente, ma ci sono anche molte cose che mi entusiasmano.

In questo momento di grandi tensioni, di personaggi che fanno campagna elettorale cavalcando il momento tremendo che tutti stiamo vivendo, mi piacerebbe porre l’accento su quelle facce che ormai sono familiari, e che la sera attendiamo tutti con apprensione.

Facce di gente che lavora incessantemente, che si prodiga per il bene comune e che la sua, di faccia, ce la mette con una costanza quasi commovente.

Una di queste è quella di Angelo Borrelli.

 

Ieri sera ricevo la telefonata di una mia carissima amica. Mi chiama, e, parlando del più e del meno come facciamo sempre, dice queste parole:

“Ma cosa ne vogliamo dire di Borrelli? Borrelli è un figo!”

Premetto che la mia amica trova fighi uomini che fuoriescono dai canoni della, passatemi il termine che non esiste, fighezza. Questo me la fa amare, se possibile, anche di più. Perché è facile trovare fighi quelli che investono la loro vita nella cura del loro lato estetico e nella ricerca del giusto look; più difficile, e assai raro, è cogliere quel lato ganzo in chi indossa un pullover blu e si presenta con un viso stanco e provato.

Comunque, dicevo, la mia amica afferma che Borrelli è un figo e, anche se io ho sempre una certa pudicità -di donna maritata e d’altri tempi- nell’esprimere opinioni sulla beltà maschile (soprattutto se a fianco a me c’è mio marito!) questa volta devo darle ragione.

 

In sottofondo, il marito di lei protesta, dice “figurati se la zia Pat ti dà ragione!”. Il fatto è che anche lui mi conosce molto bene, e sa perfettamente quanto io sia un po’ vecchio stampo, riguardo al manifestare certi apprezzamenti; ma quel che non sa è che anche il mio, di marito, è d’accordo: ”Borrelli è un figo senza dubbio, certo che lo è”, dice infatti senza remore.

Così lo decantiamo, Angelo, con questo nome apocalittico. Lo facciamo tutti insieme, in una di queste telefonate in vivavoce che si fanno ultimamente come fossero il surrogato di una cena.

Parliamo di questa faccia che, con arrendevolezza onesta, ogni sera, si siede lì davanti e dice cose terribili. E lo fa ormai da parecchi giorni, giorni che per noi galleggiano nell’immobilismo, e che per lui sono di lavoro eccezionale. La mia amica nota anche che è dimagrito, che in effetti più smilzo sta meglio. Ma comunque ne tessiamo le lodi come se stessimo parlando di un divo del cinema, complice qualche calice di vino e la serata allegra.

Era capitato altre volte di vedere quest’uomo parlare: non è che di tragedie non ce ne siano state da quando è capo della Protezione Civile. Basti pensare al Ponte Morandi: non sono trascorsi nemmeno due anni da allora.

Però, in questa veste di capotavola che si siede ogni sera con noi e fa la conta dei contagiati e dei morti, è inedito anche il suo approccio.

Lo fa semplicemente, il suo bollettino, senza toni teatrali, senza i filtri della demagogia, solo così, con una partecipazione personale che potrebbe essere quella di chiunque. Come se il vicino di casa o il formaggiaio ci informassero di una situazione di gravità ed emergenza.

Pure se è certamente una persona di alto livello professionale, si pone sempre come se fosse uno di noi, uno che si guarda intorno e cerca di trovare un senso anche per chi non ci riesce da solo.

Per me che delle persone ho sempre apprezzato la normalità, quel modo benevolo e inconscio di essere se stessi, uno come Borrelli, al di là del senso estetico e dell’idea comune di bellezza, è assolutamente un figo. Figo nel senso più alternativo possibile.

 

Dopo la nostra telefonata, che ha preso i toni allegri dello scherzo, ma anche quelli seri di chi dà importanza allo spessore di una persona, mi sono trovata a riflettere. A pensare che in un nuovo mondo dove i fighi siano quelli che fanno qualcosa di importante, ci sarebbe spazio anche per la cultura. Che se i fighi avessero la tartaruga solamente in giardino, e gli uomini comuni fossero quelli che fanno cose che è necessario fare, come rispettare la vita e le differenze di tutti, i bulli non esisterebbero.

Se quegli uomini che oggi si pongono con violenza e aggressività, persino quando occupano posti istituzionali, non trovassero riscontro, perché altri si pongono con umanità, allora la normalità sarebbe considerata mentalità e non condizione sociale. La normalità sarebbe un modo nobile di approcciarsi alla vita e agli altri, così, semplicemente, senza né proclami né spavalderia. Perché il problema, in un mondo dove i fighi sono quelli che hanno gli addominali, è che se non hanno quelli possono imporsi solamente con il potere, con la ricchezza e con il raggiro.

Ché in un mondo dove elementi come questi hanno un peso sociale, e la cultura è un fatto straordinario, la normalità tende purtroppo a vestire i panni dell’ignoranza.

È un automatismo strano, ma è vecchio come il mondo: quando la gente si lascia irretire da elementi privi di sostanza, a sedurre dalle prove di forza, gli impostori proliferano indisturbati.

 

Patrizia Ciribè

Covid-19: Tutto contro tutti, minestroni e calderone.

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Questo periodo è davvero unico. Unico per tutti, direi, dato che non ne abbiamo mai vissuto uno altrettanto straordinario.

Singolarmente, personalmente, ognuno di noi nella vita ha avuto momenti in cui si è sentito fuori dal tempo e dallo spazio, per un lutto, una malattia, un evento traumatico. Ma trovarsi tutti insieme ad affrontare la medesima cosa, con la stessa uniformità di una guerra mondiale, è senz’altro un fatto straordinario.

La differenza con un conflitto bellico, lo sappiamo, è questa strana battaglia che dobbiamo combattere chiusi in casa. Combattere seduti sul divano è un po’ la metafora di come stiamo affrontando ogni cosa nell’ultimo decennio; di come ormai esterniamo a suon di condivisioni di link, comodamente seduti davanti a un pc o con un cellulare, tutte le nostre frustrazioni.

Adesso siamo anche legittimati a farlo, senza neppure il bisogno, per quelli che ce l’hanno, di nascondersi dal proprio capo mentre fanno finta di lavorare e invece sono su Facebook.

Siamo solamente pregati di stare in casa. Solo questo.

Se uno ci avesse pensato, non dico tanto, sei mesi fa, prima della “questione cinese”; se ci avessero detto che questa sarebbe stata la nostra battaglia, avremmo riso quasi speranzosi.

C’è sempre questo lamentarsi costante di chi non ha mai il tempo per fare nulla di costruttivo, pur trovando sempre quello per le boiate, ma oggi, questa dimensione quasi onirica in cui tutto è fermo, è vissuta come la più amara delle vessazioni. Come se dall’alto qualcuno si divertisse a impartire dettami che costringono le famiglie a stare nelle loro abitazioni.

Perché poi, è vero, ci sono le questioni logistiche, i problemi economici, i pensieri per il futuro, ma come sempre nella vita, quelli che sembrano più intolleranti sono proprio quelli a cui non cambia nulla: che hanno una pensione, uno stipendio garantito, una casa di proprietà e via discorrendo.

Aristotele diceva “Se c’è una soluzione, perché ti preoccupi? Se non c’è una soluzione, perché ti preoccupi?”

Su questo pensiero ho fondato la mia mentalità, la possibilità di coesistere con l’incertezza imprenditoriale. Ma l’incertezza non è pane per tutti, ci sono quelli per cui il minimo intoppo è un dramma impossibile da affrontare. E penso sempre che ciascuno di noi, per una sua predisposizione, si trova ad affrontare solamente ciò che è nelle sue corde e capacità.

Per questo, in un periodo in cui “la guerra” la si combatte da casa, quelli che non hanno mai avuto a che fare con l’incertezza vanno nel panico.

Se non c’è soluzione, perché ti preoccupi? Che può apparire come un concetto davvero superficiale, lo capisco. Ma la verità è che se tutti quanti pensassimo che è effettivamente così che stanno le cose, forse la gente avrebbe smesso di uscire di casa molto tempo prima, e ora saremmo quasi fuori da questo purgatorio.

Fatta salva quella percentuale di imbelli che uscivano unicamente perché mossi da una forma idiota di ribellione (e ovviamente quelli che vi sono costretti per categoria professionale), tutti gli altri lo facevano a causa della loro mania del controllo, della ricerca spasmodica di un modo per avere voce in capitolo sulla propria quotidianità, come se questo bastasse per ristabilire i loro equilibri.

Ma a ben vedere, gli equilibri in cui vive l’uomo medio sono essenzialmente squilibri, convinzioni di eternità e onnipotenza che nulla hanno a che vedere con la verità.

Non c’è interesse per la storia, per la lettura, per gli altri e le loro miserie, e questo, se ci si pensa bene, è il vero squilibrio dell’uomo moderno.

La mancanza di interesse per la vita e le sue manifestazioni più elevate ha illuso l’uomo che l’equilibrio sia nella continuità della sua sussistenza. E quando si trova davanti all’incertezza, a un punto di domanda così gigantesco, c’è poco da fare, se la fa sotto.

Sono passati i tempi delle conquiste, della fame: ora la nostra fame è anch’essa stupida, fame di cose che si trovano sugli scaffali. E anche da un punto di vista della più alta estetica, questa battaglia a suon di carrelli della spesa ci rende ridicolmente brutti.

Nonostante ci siano quelli che invocano a gran voce la chiusura delle fabbriche, il giorno in cui non ci fosse più il biscottino di quella marca o il formaggio di Vattelapesca, inutile dire di no, saremmo gettati nel caos.

Le battaglie, in questo nostro secolo così privo di un vero spessore sociale, si combattono a suon di luoghi comuni, gettando tutto nel calderone, paragonando cose imparagonabili; andando controcorrente solamente per il gusto di dire qualcosa di impopolare.

Il fatto è che quasi nessuno ha idee impopolari che siano allo stesso tempo anche intelligenti. No. Infatti, non per battere sempre sullo stesso tasto, quando non si leggono due righe nemmeno a morire e si vive del nulla, si è poi incapaci persino di formulare un pensiero accettabile, figuriamoci uno intelligente e al contempo alternativo!

Ho letto persone paragonare l’astio verso quelli che pretendono di andare a correre in questo momento, al razzismo. Giuro, l’ho letto più di una volta.

Ho letto gente mettere tutto insieme, ciò di cui si ha bisogno, come la chiarezza e disapprovazione per chi disattende le disposizioni, con l’inutile di quelli che vorrebbero disattendere le disposizioni perché è spuntato loro un foruncolo sul naso e devono andare al Pronto soccorso.

Ho letto gente che paragona costantemente l’odio palesato verso gli scemi del quartiere, che fanno come vogliono anche quando muoiono seicento persone al giorno, con l’odio per i migranti.

Da un lato un sentimento d’astio legittimato dalla situazione, dall’altro la mancanza totale di sentimento umano davanti a povera gente disperata.

Questo appiattimento di valori, questa incapacità di legittimare ciò che è legittimo distinguendolo da ciò che è solamente umano, è un problema che ci vede protagonisti di questo secolo in cui le gare sono sempre “alla meno”.

Non so come finire questo pezzo di oggi, se non dicendo che l’equilibrio non sta nel silenzio forzato e dato dall’incapacità di formulare un pensiero intelligente. L’equilibrio sta nel capire quando due cose hanno la stessa gravità, prima di paragonarle gettandole in un minestrone; parlare se si ha qualcosa di vagamente intelligente da dire.

Non so se andrà tutto bene, francamente. So che andrà come deve andare: a volte è sano e saggio arrendersi a quest’unica certezza.

Patrizia Ciribè

Perché Sanremo è Sanremo, non si può dire di no.

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“Perché Sanremo è Sanremo” e in questo periodo dell’anno, mio malgrado, leggo qua e là sempre molte cose sul Festival.

Alcune volte sono polemiche sterili, altre meno.

Quest’anno, si è cominciato precocemente a produrre materiale.

Si è andati talmente indietro con la mentalità, che quelle affermazioni, fatte con la disinvoltura di un bambino, non hanno potuto far altro che scuotere gli animi.

Perché, diciamocelo, per fare un discorso misogino senza che risulti tale ci vuole ben altro livello di intelligenza di quello di Amadeus.

Infatti, ascoltarlo mentre, convinto di rivolgere dei complimenti, denigra una categoria è stato quasi commuovente.

Non credo abbia ancora capito cosa ci fosse di sbagliato nel suo discorso. Credo, anzi, sia di per sé innocente, perché di fondo, nelle sue parole, c’è solamente tanta ignoranza.

È l’idea del festival che andrebbe condannata, una rassegna musicale che manca di musica decente. Non dico bella musica, poiché il panorama musicale italiano è deprimente ormai da parecchi anni; parlo di musica accettabile, che quantomeno sia, per l’appunto, musica.

Ma non voglio entrare nel merito di un discorso tecnico, quanto nell’inutilità di procrastinare un carrozzone che ogni anno porta sul palco il peggio della nostra mentalità.

Lo fa con il sessismo che costantemente è protagonista, sia nell’impostazione, che vede quasi sempre un uomo al comando, sia nel moto eterno di insulti e angherie che le donne devono subire. Anche quest’anno, Amadeus e la sua truppa non sono altro che l’emblema di tutto quello che in questo Paese non va.

Non va la mentalità, non vanno i giudizi espressi superficialmente, sempre mossi da un’ignoranza talmente puerile da rendere difficile persino aggredirla.

Immagino quelli che si siedono davanti alla tv e subiscono per quasi una settimana Amadeus, la sua carenza di talento, la sua poca propensione a una dialettica evoluta e attuale; la sua ironia stantia e ingessata da presentatore del secolo scorso; il suo inesistente spessore intellettuale.

Li immagino e  rabbrividisco, perché penso che se nessuno degli spettatori si accorge dell’inadeguatezza di buona parte di questi presentatori “da festival”, è perché manca la cultura. Ancora una volta.

Siamo ormai abituati al cliché dei cliché: l’uomo senza particolari pregi estetici che si contorna di donne belle.

Esattamente come quando al Pozzetto, al Banfi, al Vitali di turno venivano attribuite donne della bellezza della Fenech.

In quei filmetti di undicesima categoria, veniva ritratta tutta la mentalità italiana: l’uomo medio è accettato per quello che è, la donna deve essere bella.

La risposta a quel cliché, ancora oggi, nel 2020, è la risposta alla domanda che molti, in questo Paese, si pongono: le donne, in tv, se non sono belle, cosa ci stanno a fare?

A Sanremo, sono state sempre messe alla gogna, le donne, a cominciare dalla farfallina di Belen, per proseguire con tutte quelle polemiche sull’estetica che, ogni anno, impestano qualunque mezzo di intrattenimento e informazione.

Quando alla berlina è stato messo un uomo, ironia della sorte, è per le frasi sessiste che ha sciorinato in conferenza stampa.

E sempre mi domando: ma non siete stufi di tutto ciò?

Non siete stanchi di vedere come vengono sperperati i vostri denari, regalati a gente con poco talento che ripropone schemi sociali vecchi decenni?

Non siete stanche, donne, di vedere come il nostro genere rimanga nelle retrovie, come faccia da barriera a una mentalità che stagna ancora, nonostante tutto?

Il discorso di Amedeus è stato anche difeso, perché fatto talmente in buonafede, senza intenti denigratori, talmente privo di sottigliezza, che è parso innocente.

E la gravità sta proprio qui, nel fatto che sia così indietro la mentalità generale da riuscire a esprimersi offensivamente ma senza volerlo.

Come quei bambini che insultano senza saperlo, ma lo fanno con tale disinvoltura da trovare un perdono subitaneo degli adulti.

Dicevo, la gravità sta proprio in questo: nel fatto che un uomo pubblico, un uomo di spettacolo, sia talmente ignorante da non accorgersi di aver offeso un genere.

Anche nella mia vita lavorativa mi sono spesso imbattuta in uomini che si sentivano in dovere di sottolineare il mio aspetto estetico; quasi come se volessero tranquillizzarmi: guarda che ti troviamo bella, eh?

E l’ho visto fare ogni qualvolta ci fossero presenze femminili, donne che come me avevano un’attività e si gestivano autonomamente nel lavoro, ma che in quel momento venivano giudicate sulla base del loro aspetto.

Già in tempi non sospetti, questo atteggiamento mi infastidiva. Ma vent’anni fa erano forme di ignoranza comunque ben accetta da un comune senso della potenza estetica femminile; oggi sono inaccettabili, perché anche sintomatiche di un’inadeguatezza culturale pericolosa.

Ancora oggi, quando le donne non stanno al loro posto, sono antipatiche; se sono belle, però, viene scontato loro qualcosa. Se non è così, diventano un bersaglio eterno di scherno.

Perché la donna è sempre colpevole, in questa società, oggi come ieri. Quando è bella, perché lo è (e quindi se occupa un posto è perché…beh, lo sappiamo il perché), quando non lo è, perché non abbellisce il mondo. E cosa se ne dovrebbero fare, gli uomini, di una donna brutta?

In fondo, Amadeus ha voluto dire “solo” questo: state tranquilli, ho scelto, sì, delle donne; alcune le ho persino raccomandate. Però sono tutte belle, e tutte faranno un passo indietro rispetto a quel grande uomo che, ovviamente, sono io: l’italiano medio!

Patrizia Ciribè

Rinnovamento, mente libera e buoni auspici

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Tutto ciò che, quando smetti di trainarlo, resta fermo indietro era destinato a morire. L’accanimento conclama la morte del concetto iniziale; la sua fine inesorabile. Questi gli argomenti di oggi: Rinnovamento, mente libera e buoni auspici.

Parto da qui per inaugurare un nuovo anno e per augurare, sia dal punto di vista personale che sociale, una catarsi rinnovativa.

L’aria che tira è quella di un comune desiderio di rinnovamento, ma non c’è rinnovamento se non si lascia indietro qualcosa.

So che non è facile uscire dal torpore, dalla fiacchezza che accompagna con costanza l’abitudine del nostro vivere, che finisce spesso per sopraffare anche i guizzi di iniziativa e lo fa subdolamente, mentre il tempo scorre quasi senza che ce ne rendiamo conto. Ma, anche se certe situazioni che ci portiamo dietro nostro malgrado sembrano irrimediabili e definitive, è molto più semplice di ciò che pensiamo.

Ognuno di noi ha il suo modo per affrontare quel moto costante e inesorabile che spesso, senza che ce rendiamo conto, diventa una catasta infinita di cose indesiderate. C’è chi le gestisce e chi le subisce solamente; chi si accanisce e chi cerca di modificarne la consistenza.

Tutte queste azioni richiedono, però, un dispendio di energie, un lavoro costante e innaturale che finisce per ammalare quella parte di noi che è incapace di vivere liberamente.

Faccio un passo indietro, uno lungo di parecchi anni, che risale alla mia giovinezza. Ci fu un momento in cui la paura governò le mie scelte e lo fece subdolamente travestita da coraggio. Perché la paura non si mostra mai per quello che è, ha sempre bisogno, per essere convincente, di assomigliare a qualcosa d’altro. Ecco, nel mio caso somigliò a una soluzione facile, direi quasi inevitabile. Ma quando la soluzione è facile, e non implica l’eliminazione di ciò che ostacola la nostra crescita, la strada futura sarà lastricata di difficoltà e infelicità. Sarà inoltre un continuo procrastinare l’inevitabile.

Pensiamo sempre che lottare, e sacrificarci, per ogni cosa sia fisiologico della vita; che non ci sia vita senza costrizione, senza sofferenza, senza una dedizione irragionevole. Lo pensiamo per tanti motivi, uno su tutti l’impostazione cattolica di una mentalità che ci impone di fustigarci anche quando non ne abbiamo motivo. Da qui, procediamo come se non avessimo vie d’uscita, come se quella gabbia, che ci siamo costruiti dando ragione alle nostre paure, fosse reale. Pure se nessuno ci tiene, pure se la porta è aperta, pure se abbiamo due gambe su cui camminare, cuore e cervello, pensiamo che la cosa più naturale sia la più difficile.

Forse anche perché crediamo che resa e arrendevolezza siano realmente sinonimi, ci obblighiamo ad anni di malessere anche se l’unica cosa che avremmo dovuto fare era smettere di accanirci.

La nostra struttura fisica, invecchiando, ci pone dei limiti. Alcuni di essi sono quelli saggi della memoria evolutiva, quelli che hanno guidato la specie nel corso dei secoli. Ci insegnano quando è il momento giusto per smettere di portare pesi, di alleggerirci ed evitare di danneggiare il nostro corpo in maniera irreversibile. A un certo punto, cominciamo a essere più parsimoniosi di noi stessi, ci conserviamo, perché quei limiti che non c’erano prima, d’improvviso, diventano tangibili. Percepiamo concretamente la necessità di cambiare alcuni comportamenti, e lo facciamo senza sentirci in colpa, solamente in risposta a un mal di schiena, di gambe, ecc. Ma la mente no, la mente non la ascoltiamo quasi mai. E poco importa se si aggroviglia su se stessa in convincimenti capaci di determinare ogni azione e destino. Perché tutto quello che esiste nei nostri pensieri, sotto forma di abnegazione e costrizione, ci convince di essere fondamentale.

Se facessimo con la mente quello che facciamo col corpo, quando ci accorgiamo che sollevare cose troppo pesanti non va più bene, saremmo liberi. Se lasciassimo indietro quello che ci intossica la mente, avremmo la piena coscienza di chi siamo e di cosa desideriamo.

Un desiderio, per essere pulito da condizionamenti, e quindi propositivo, necessita di un ambiente armonico in cui esprimersi chiaramente. Ma siamo talmente intossicati dalla convinzione di non avere alternative, che i nostri veri desideri, non solo non hanno spazio per esprimersi, rotolano incontrollati, ingrossando come balle di fieno spinte dal vento.

Succede sempre qualcosa che ci dice di lasciare andare, di smettere di accanirci, di mollare quelle cose che stiamo trattenendo, convinti di non avere alternative. Se sapessimo il bene che fa alla nostra mente essere liberata dalle vecchie convinzioni, e dai rapporti stantii, saremmo salvi.

Quello che percepiamo come egoismo spesso è solamente conservazione della propria salute mentale. L’egoismo, infatti, è un comportamento facilmente identificabile perché implica cattiva fede, slealtà e inadempienza per gli impegni presi.

Ma non è egoismo la lealtà verso noi stessi, soprattutto non lo è quando siamo in buonafede.

Se sapessimo quanto sono tossiche certe presenze, quanto ammalino inutilmente la nostra esistenza; se davvero ne fossimo consci, avremmo in mano la soluzione a buona parte dei nostri problemi.

Sembra difficile, ma non lo è. È sufficiente lasciare andare e smettere di guardarsi indietro, sino a che anche l’ombra di quel convincimento sia troppo lontana per essere ancora visibile.

Sembrerà banale, magari lo è, ma, nel dubbio, guardare avanti è sempre la risposta migliore. Lo dico a voi e lo dico a me stessa.

Patrizia Ciribè

Greta come fenomeno di costume sociale.

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Si possono fare molte obiezioni, scrivere e dire frasi improntate del pressapochismo più becero, resta il fatto che quello scaturito da Greta è anche un fenomeno di costume che ci dice molto sulla società e su come ragiona la gente.

Ne sono uscite molte di affermazioni strampalate, alcune delle quali decisamente di bassa lega; gran parte di queste sono nate proprio dai genitori, da molte di quelle brave persone che hanno figli della medesima età, o quasi.

Tra quelle più degradanti metto di diritto gli inviti a riordinare la stanza, ad andare a scuola a piedi, a non giocare ai videogiochi.

Le ho trovate di una stupidità persino eccessiva; persino, perché alla stupidità, come vediamo ogni giorno, non c’è limite.

Ma poi, un limite, uno se lo aspetta, soprattutto quando è talmente lasca la maglia di quel colino dal quale filtra ogni idiozia possibile, che ingenuamente si pensava di averle sentite tutte.

E invece no. Perché, vedete, non è stata Greta a dare il cellulare in mano ai vostri figli per non sentirli piangere; non è stata lei a ridurre a zero, o quasi, le loro necessità di muoversi; e nemmeno è stata lei a ripiegare su ogni cosa semplice per intrattenerli mentre si annoiano, invece di dare loro un libro, o di leggerne uno per loro. Perché, diciamolo, è stato più semplice piazzarli davanti alla tv.

“Perché i figli sono un impegno grande, tu non lo sai”, voi lo sapete, eccome se lo sapete! Ma, piccolo inciso, forse, io lo immaginavo.

Parlo solamente con quelli che insultano e denigrano una ragazzina di sedici anni perché, anche per predisposizione mentale, si è dedicata a una missione così alta; di quelli che tarpano le ali ai propri ragazzi.

E lo trovo terribile, violento persino. “Prima di andare a manifestare per il Pianeta, pulisci la stanza”, ho letto. E orgogliosamente, questo messaggio spadroneggia su molte bacheche di genitori che, siccome non sono stati capaci di dare l’educazione che avrebbero voluto, ripiegano sulla meschinità. Che, si sa, la meschinità è quella cosa che convince gli idioti di essere intelligenti.

Perché, signori cari, è meschino spezzare le ali a un buon proposito, anche a quello più irrealizzabile; anche a quello che vi rende più difficile sentirvi in pace con voi stessi; anche a quello che mette in risalto le magagne di una generazione, la nostra, che è cresciuta nella maleducazione sociale e culturale.

Ho letto spesso quei proclami sul buongiorno e buonasera; sul grazie e prego; su quanto “quando ero giovane io, saltavo a piè pari”. Ed è vero che la nostra generazione non è stata altrettanto capace di instillare certi valori; ma è altrettanto vero che di persone di sessanta e settant’anni che non hanno un briciolo di cordialità e gentilezza ne ho incontrate parecchie.

Quindi, quei decaloghi sui valori dell’educazione di un tempo nelle interazioni sociali, affissi al proprio spazio come fossero verità assolute che vi manlevano da ciò che siete, che siamo, sono ridicoli.

E lo sono anche di più quando tutte quelle mancanze che avete tramandato, esacerbate dal menefreghismo di questo tempo, diventano un’arma per ridicolizzare gli atteggiamenti sani dei vostri ragazzi.

Perché uno, magari, ha reiterato i comportamenti più sbagliati per tutta quanta la sua vita e poi, un giorno, si appassiona a qualcosa; un giorno matura in quel piccolo spazio della mente, che non è stato contaminato dalla sua educazione raffazzonata, e, improvvisamente, vede una luce.

Ma a voi quella luce dà fastidio, perché vi ricorda quanto siete stati carenti e, invece di prendervela con voi stessi, gettate la croce sull’unica presa di coscienza che dovrebbe invece rendervi orgogliosi. Invece di partire da lì per trovare una strada e dialogare finalmente di cose migliori, riempite di letame quello squarcio propositivo che, anche fosse sul nulla, sarebbe molto di più di quella fiera delle banalità che è la vita ordinaria.

Perché questo, cari signori, insegna ai vostri figli come vessare i buoni propositi altrui, le fragilità, e, si torna sempre lì, le differenze.

Insegna come abusare di uno stato di debolezza e, invece di riaccompagnare a casa una ragazza ubriaca, spinge a farsela davanti agli amici che filmano tutto. Sembreranno equazioni stupide, ma la verità è che non sempre potete contare su ciò che i vostri figli vi sembrano in casa; la verità è che spesso manca loro che un adulto prenda sul serio un disagio e che quell’adulto veda quel disagio, che lo riconosca, che non lo ridicolizzi solamente per sentirsi in una posizione favorevole.

Ridicolizzare un buon proposito è bullismo ed è questo che insegnate quando lo fate, mettetevelo bene in testa.

Patrizia Ciribè

Michela Murgia e Chiara Tagliaferri a “Quante storie”.

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Oggi, a Quante storie, trasmissione su Rai tre, alla cui conduzione è subentrato Giorgio Zanchini in luogo di Corrado Augias c’erano Michela Murgia e Chiara Tagliaferri, l’una nota scrittrice e l’altra autrice.

Inutile dire che apprezzo molto Michela Murgia, mentre, me ne scuso, non conoscevo Chiara Tagliaferri. Ma ho apprezzato questo lavoro in coro, Morgana si intitola, che si concentra su dieci donne della storia, vissute negli ambiti e nelle epoche più disparate, che in qualche modo hanno incarnato il proprio tempo andando però in controtendenza con esso.

Spesso ho parlato qui della poca solidarietà tra donne; spesso ho posto proprio l’accento sul fatto che la mentalità paternalista, fortemente promossa dagli uomini, è in realtà custodita da molte di quelle donne che sono rimaste legate a quel concetto di società che le vuole relegate nei ruoli di madri, mogli e spalle.

Oggi, la Murgia e la Tagliaferri, con anche molta ironia e la vivacità intellettuale di due menti brillanti, hanno raccontato varie epoche proprio attraverso le donne scelte per il loro lavoro a quattro mani.

Non voglio fare una recensione al libro, che non ho ancora letto, ma sottolineare quanto sia soddisfacente l’incontro e l’ascolto di donne che sanno stravolgere ogni cliché; che parlando di altre donne, e delle loro vite particolari, riescono a soddisfare un bisogno che sento sempre più fortemente: quello della descrizione di una vera uguaglianza di genere.

L’uguaglianza non sta nelle scelte, ché uno nella vita può e deve scegliere ciò che preferisce; l’uguaglianza sta nella possibilità di scegliere ed esprimersi con gli stessi mezzi e in assenza di quei pregiudizi che da sempre impediscono di incagliarsi nelle trappole della morale e del retaggio.

Lo dico sempre che le prime custodi del paternalismo sono le donne, che sono anche le prime a colpire le loro colleghe di genere sull’aspetto, ben sapendo che l’aspetto, nelle convenzioni sociali, è qualcosa che sul valore femminile ha un peso notevole.

E sono anche le prime che aiutano il retaggio a non perdersi. I retaggi, prima o poi, non solo svaniscono, vengono anche dimenticati. A volte si fatica a ricordare l’aspetto di una strada quando trent’anni fa era semivuota; il modo con il quale parlavano le persone, quello con cui pensavano. Tutto prima o poi si perde, se disusato; tutto, ma non quello che le persone non vogliono lasciare andare.

Sembrerà strano, perché un genere, per essere coeso, dovrebbe portare avanti lo stesso intento; non solo, per essere considerato uguale, con le stesse possibilità e prospettive, dovrebbe avere un senso di unità proprio al suo interno. Ma, in questo desiderio di evoluzione c’è chi ancora vuole distinguersi attraverso il bene placido e la condiscendenza, invece che con l’autonomia nel suo senso più radicale.

Autonomia dal retaggio, dalle aspettative sociali, da quella mentalità che per esempio chiede rispetto per le donne non in quanto esseri umani ma in quanto generatrici di vita, come se il solo fatto di essere al mondo non fosse abbastanza per ottenere rispetto.

Mi domando spesso perché molte donne rimangano così legate a certi ruoli, perché non riescano a fare un distinguo fra la personale scelta e la possibilità di scegliere. Come se la loro vita dovesse essere paradigmatica della realtà di tutti e non invece quello che è: una delle molteplici possibilità.

In generale, le persone hanno spesso il bisogno che il mondo le rispecchi, provano paura verso quello che non somiglia loro e persino le idee differenti suonano come violenza e non come libertà.

Lo vediamo costantemente, con le unioni civili, con le adozioni per le coppie gay e anche con la possibilità di stare in una stanza con quattro uomini senza aspettarsi di essere violentate o chiamate puttana.

Tutto quello che non rientra nelle scelte personali, e nel proprio vissuto, è da bandire e giudicare. E in questo le donne, soprattutto quando la loro strada è tracciata ed edificata in un certo modo, raramente sono quel baluardo di accoglienza che ci si aspetterebbe.

E allora, oggi che ho ascoltato in questa troppo piccola parentesi due donne intelligenti e colte raccontare come dovrebbe essere il mondo, non posso che ringraziarle per avermi ridato fiducia, una fiducia che spesso, quando leggo o ascolto certe cose, latita fortemente.

Grazie a Michela Murgia e a Chiara Tagliaferri per il loro lavoro e per il tentativo di descrivere come dovrebbe essere la vera uguaglianza.

Patrizia Ciribè

 

 

 

La mentalità non è solo complice dell’abuso, ne è anche fautrice.

69720584_2455926801109290_1566850150284918784_n Fotografia di @Monica Spoti

Sembra strano, ma in pochi ci pensano che a nutrire il mostro con il suo cibo quotidiano, a preparargli un ambiente confortevole fatto di pensieri pretestuosi, e parole sbagliate, quello poi agisce pensando di averne il diritto.

Pochi, troppo pochi, pensano che le parole abbiano un peso, che ogni persona porti con sé anche gli errori altrui, errori che si sono riversati nel suo bagaglio a suon di affermazioni e sentito dire.

Ed è così che cresciamo, convinti che il mondo sia fatto di quelle cose che abbiamo imparato; che quelle cose lo compongano inevitabilmente. E allo stesso modo perpetriamo quei convincimenti ritenendoli inequivocabilmente giusti e persino ritenendoli valori morali.

La realtà attuale ci appare sempre come una dimensione aliena, fondata su una superficialità nuova e non, invece, come sarebbe giusto, come il retaggio di quello ieri che tanto viene decantato dai depositari dei ricordi distorti. Che lo ieri, esattamente come l’oggi, è costellato di vessazioni drammatiche, di violenze inaudite. Ma sono molte le persone che non evolvono, né nel linguaggio né nel pensiero, convinte di aver acquisito chissà quali insegnamenti.

Che le donne erano schiave, in quei bei tempi tanto decantati; che la gente era schiava, di pensieri e padroni, di ricchi e potenti, delle religioni e di una morale barbara che della donna ha fatto sempre il suo bersaglio preferito.

E oggi, ancora, sentiamo parlare di quei valori, quelli che vogliono la donna seria, che la donna seria è colei che si assoggetta a un pensiero, che quel pensiero è quello che la vuole santa, indipendente in quel piccolo margine di tolleranza che come una ferita si richiude a vista d’occhio e ogni volta bisogna cadere di nuovo per poterla riaprire.

Lo dico qui, in questo spazio di cui sono ospite ma che, forse, un po’ mi appartiene: sono così stanca di vedere le donne che vanno contro loro stesse; che pur di difendere la propria progenie, o quella che rappresenta il proprio operato come madri, gettano la scure sul genere cui appartengono. Che tramandano ancora quel retaggio, retaggio che, sulla divisione fra sante e puttane, ha cresciuto generazioni di maschi alfa. Sono stanca di vederle produrre attenuanti che non fanno altro se non svilire i reati di violenza, abuso e uccisione.

Ogni giorno assistiamo a uno svilimento costante della verità, quando la verità è uno stupro, un abuso, un omicidio, e il colpevole è qualcuno che in qualche modo viene compreso, stigmatizzato il suo gesto, ma compreso il pretesto su cui si è fondato quel reato.

E la colpa è in buona parte di un linguaggio che, così come il pensiero, non si è evoluto come avrebbe dovuto fare. Quando ero ragazzina, era normale usare termini quale “mongoloide, andicappato, ritardato” per definire certe condizioni umane sregolate da disabilità intellettive più o meno incidenti. Era normale, ed è ancora normale in alcune famiglie, definire qualcuno denigrandolo. Se andiamo ancora più indietro, era normale chiamare “serva” l’aiuto domestico; chiamare “vecchio” l’anziano; chiamare “negro” il nero. E lo era per una forma di inciviltà, per certi versi involontaria, che trascinava una brutta eredità fatta di parole sbagliate.

Il linguaggio evolve, per fortuna; non abbastanza, ma evolve, e lo fa condizionando anche il pensiero. Lo fa condizionando l’educazione, affinando la mentalità, innalzando il valore e il peso che le parole hanno. Ma non abbiamo mai smesso di chiamare puttana la donna, sia nelle azioni che, per costume e bigotteria, sono ancora legate alla morale, che su quelle quotidiane che la vedono attrice di gesti sbagliati.

Sempre più penso che in un mondo adeguatamente civile dovrebbero riprodursi coloro abbiano consapevolezza del linguaggio, capacità di apprendere le necessità della sua evoluzione e abbiano la propensione a insegnarla. Poi mi rendo conto che sono le nuove generazioni a evolvere, anche prescindendo dalle proprie origini, spesso stagnando in quelle origini, ma talvolta liberandosi di un brutto retaggio. Ed è per questo che sentire donne, madri, che sembrano tentare con ogni mezzo di impedire ai propri figli quella catarsi mi fa arrabbiare moltissimo.

Finché le donne, per prime, non capiranno che certe affermazioni si insinuano nella mentalità, che si tramandano con le nuove generazioni, e che lo fanno subdolamente, tramite frasi meschine e ordinarie che sviliscono la libertà personale, non ci sarà guarigione. Guarigione per una malattia che ha una sola causa: la mentalità maschilista che, celata nei valori antichi così tanto decantati da quelle madri onorevoli, si ciba della complicità proprio di chi genera la vita.

Patrizia Ciribè

Ciclo interviste d’autrice, Salvatore Giordano (Nulla die edizioni)

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Oggi, ospito con molto onore e gioia Salvatore Giordano che, con la Nulla die, è anche il mio editore. Quella che segue è un’intervista che siamo riusciti a realizzare fra i molti impegni che lo coinvolgono quotidianamente. Onde evitare di perdermi nei preamboli del discorso, parto dal principio con il raccontare qualcosa di lui. Subito dopo queste mie righe, potrete leggere le risposte alle domande che, con la mia solita curiosità, gli ho rivolto. In esse è contenuto molto dell’uomo, e un punto di vista interessante sull’Editoria e sulla letteratura attuale. Questo, oltre agli argomenti di interesse sociale che lo coinvolgono in quanto sociologo sempre attento all’evolversi della società in tutte le sue sfaccettature.

Salvatore Giordano, sociologo, è autore di varie opere e curatore di molte altre. Come autore spazia in diversi campi: narrativa, saggistica, letteratura per ragazzi. In qualità di editor si occupa di romanzi, racconti, teatro, poesia, saggistica e manualistica. Dice di sé “Ho sessant’anni (Ahimè!), vivo in Sicilia, parlo (leggo e scrivo) diverse lingue (ma ho difficoltà con l’inglese che parlo come un emigrante)”.

Parliamo un po’ di te partendo dalla tua occupazione principale: raccontami il tuo lavoro.

 Da 35 anni insegno le scienze sociali ai giovani. Un lavoro difficile e mal remunerato ma molto appagante.

Nel nostro Paese non c’è molta condivisione di saperi sociologici o antropologici ad esempio e nemmeno psicologici ed economici per la verità e la psicologia sociale e la social cognition sono quasi tabù. Una conoscenza che troppo a lungo è rimasta confinata all’interno delle minuscole conventicole di specialisti senza farsi patrimonio comune. E questo è un limite le cui ragioni affondano nelle storture del 900 quali, per ragioni diverse, l’idealismo e il fascismo. Durante il ventennio il regime perseguitava con olio di ricino, violenze, confino, deportazioni e carcere gli studiosi. Un altro motivo (attenzione: ho detto motivo, non causa) emerge dalla presunta egemonia della cosiddetta cultura cattolica.

Sono studi che fino a non molto tempo fa erano guardati con sospetto dalle istituzioni governative e che tuttora rimangono deficitari nella cultura “media” della popolazione nazionale adulta: è facile imbattersi in errori grossolani persino nei dizionari di italiano. Perché i compilatori di dizionari non differiscono molto dalla maggior parte delle persone colte in Italia. Persone che hanno spesso un’infarinatura di latino e storia dell’arte, o conoscono i rudimenti della fisica, ma ignorano nella maniera più assoluta i termini corretti dell’Abc delle questioni metodologiche ed epistemologiche delle scienze sociali.

Ecco il succo: da 35 anni a questa parte la mia attività di insegnamento consiste essenzialmente nel modificare con la giusta modestia e il necessario rigore scientifico questo stato di cose poco ragionevole.

 Sei anche un sociologo, un autore, un editor: quale di questi ruoli è quello che senti più tuo e perché?

Non saprei. Non faccio molta differenza tra quello di autore ed editor: in realtà un editor ha un ruolo determinante nella preparazione di un testo per la pubblicazione e quale che sia il genere o l’argomento del libro. Insomma, un editor è un autore dietro le quinte e il suo lavoro riesce tanto meglio quanto più riesce a stare in ombra, a mettere in risalto l’opera che gli è stata affidata senza oscurarne l’autore vero e proprio, vale a dire chi l’ha concepita. Vorrei aggiungere che, facendo l’editor, non credo di cessare mai di essere un sociologo o un autore.

Quale di queste passioni è nata prima: c’è un filo conduttore che le lega una all’altra?

 La lettura e la scrittura, come altre attività umane del resto, richiedono la stessa cosa che è necessaria per fare ricerca. La ricerca sociale, fra tutte le forme di ricerca scientifica, è la più complessa avendo a che fare con un “oggetto di studio” (le persone, i gruppi, le comunità, le istituzioni) capace di mentire o di bluffare e lasciarsi influenzare o di esercitare volontariamente condizionamenti sul ricercatore. Un oggetto di studio su cui non si possono compiere, per motivi etici e metodologici, le stesse operazioni ammesse in altri campi di osservazione o di sperimentazione: non che non vi siano limitazioni di carattere etico nelle altre scienze, ma quando si ha a che fare con persone, queste diventano più stringenti. E ciò vale anche per le metodologie e per la riflessione sui metodi.

Quello che ci vuole, e che lega l’una all’altra ciascuna di queste che chiami passioni, è un esercizio continuo, un incessante bisogno di verifiche e la certezza granitica che non vi sono certezze. O che ogni verità è provvisoria: è “vera fino a prova contraria”.

Parlando di editoria: quali sono, secondo te, le problematiche dell’editoria indipendente; sono più legate al riscontro di pubblico, alla distribuzione o al sistema editoriale generale?

La piccola editoria di qualità ha un limite insito nella sua caratteristica peculiare e che si ripercuote su tutta la filiera produttiva e distributiva: sconta il fatto di essere, per i contenuti e per i temi, di una qualità superiore al resto della produzione editoriale. E questo lo sanno (quasi) tutti: molti autori, gli editor, la maggior parte dei librai, i critici e la generalità del pubblico. Oltre, ovviamente, alle major del libro che non la rincorrono su questo terreno, limitandosi a competere su aspetti di natura economica e di marketing o di estetica esteriore.

E arriviamo al paradosso. Se un lettore esigente (spesso anche un autore) trova un certo numero di refusi o anche degli errori grossolani nel libro pubblicato da una major, è portato a indulgere: “la perfezione non è di questo mondo” lo giustifica. Trovando un solo refuso nel libro di un editore indipendente, invece, lo stesso lettore concluderà che “il testo è poco curato”… e, addirittura, che non può essere altrimenti perché “una piccola casa editrice non ha quei mezzi che certo non mancano a un grande editore”. In breve: una doppia morale che ipocritamente penalizza proprio chi lavora meglio e con più dedizione. Una doppia morale che fa il gioco di ciò che alcuni in buona fede vorrebbero combattere: la sciatteria, la massificazione, la mancanza di quella ricchezza che solo la biblio-diversità può garantire.

 Parlando di autori: oltre a quelle più scontate, legate a una buona scrittura, quali caratteristiche devono avere i manoscritti, che giungono alla tua attenzione, per essere presi in considerazione?

Per avere una chance, il manoscritto mi deve piacere e interessare. E perché mi piaccia dev’essere frutto di un lavoro onesto e originale. E, nel suo piccolo, aggiungere qualcosa che prima non c’era al patrimonio immateriale che è la conoscenza: senza ricorrere a tatticismi che offendano il lettore intelligente (cui ogni editore di qualità si rivolge) e senza plagi manifesti o celati nella piaggeria in forma di “omaggio” a questo o a quell’autore del passato e del presente.

Nessun manoscritto, per quanto accurato possa essere, è mai un libro compiuto quando un autore se ne distacca per sottoporlo al giudizio di un editore o di un editor: lo diventerà grazie alle successive lavorazioni. Se l’autore ha consapevolezza di ciò, la proposta merita di farsi strada verso la pubblicazione.

 In qualità di autore, a quale dei tuoi libri sei più legato e perché?

In realtà a tutti e a nessuno in particolare: ogni titolo risponde a un preciso bisogno di un determinato momento e, quando a distanza di tempo mi capita di rileggerne uno, trovo sempre qualcosa che avrei potuto scrivere o strutturare diversamente e che, se non lo avessi già pubblicato, rivedrei e rimaneggerei, anche in maniera radicale.

Non voglio però sottrarmi alla domanda e ti dirò che solo uno è davvero diverso da tutto il resto che ho scritto. E lo è per motivi strettamente legati alla sfera degli affetti più cari e all’incanto che suscita vedersi crescere accanto e insieme creature che si fanno grandi e trovano la propria strada; quasi la storia di un legame che ha un solo fine declinato in diverse forme: il distacco, la conquista dell’autonomia e l’affermazione di sé. Parlo del Pesce subaereo(http://nulladie.com/catalogo/160-salvatore-giordano-il-pesce-subaereo-illustrazioni-di-emanuele-cavarra-9788869150685.html) e il perché te lo lascio intuire dalla dedica:

Ad Alice Julie e a Massimiliano

con le scuse di papà.

 A tutti i bambini e ai giovani che vivono nel mondo

e non soltanto nella stanza dei giochi:

in quello stesso mondo dei grandi

che hanno il pieno diritto di giudicare

e il legittimo desiderio di cambiare.

 Agli adulti che non pretendono

di confinare i più piccoli

nell’angustia di un qualunque

paese dei balocchi.

 

E tu, Patrizia, quale preferisci fra quelli che hai letto?

Capovolgendo un attimo i ruoli, rispondo all’intervistato…succede anche questo!

Dei tuoi libri, quello che mi ha appassionato di più è Ustica. Devo dire che apprezzo sempre la tua scrittura, che ha un’insita sapienza, molto gratificante per chi ama la bella letteratura. Apprezzo il tuo linguaggio, che, pur essendo coevo, non si discosta mai da una forma anche estetica della lingua. È un requisito che cerco sempre negli autori attuali e che mi spinge frequentemente tra le pagine di quelli antichi. In Ustica ho trovato molte cose che me lo hanno reso caro, oltre alla dimensione del romanzo che è poi sempre quella che preferisco, ho trovato l’autore che non conoscevo, quello anche romantico e malinconico. Ho trovato lo scrittore siciliano, degno erede dei più classici e noti, il suo retaggio, la cultura antica di una terra pregna di una passione che implode in un riservato vivere. Mi ero ripromessa di scrivere una recensione, prometto che lo farò.

 Che ruolo occupa, nella tua vita, la scrittura?

Il posto che merita: quello della forma di espressione che padroneggio meglio.

 Tra le tue pubblicazioni ce ne sono due, in collaborazione con Antonella Santarelli, dedicate al NO MUOS, movimento del quale sei da anni attivista; vuoi spiegarci di cosa si tratta e quali sono, se ci sono, le conquiste fatte da un punto di vista pratico?

Il movimento No Muos è un laboratorio sociale e di democrazia: il suo principale merito è di aver reso popolare e trasversale l’opposizione alla guerra.

Sei molto attento all’utilizzo della lingua italiana, dedito alla sua espressione corretta, anche legata a un linguaggio in continua evoluzione. Come si è evoluto l’italiano negli ultimi quarant’anni se dovessi dare alcune indicazioni e norme editoriali agli aspiranti autori?

La lingua una volta la “facevano” gli autori colti. Oggi è giusto che chiunque la parli concorra alla sua vita.

La cosa paradossale, e stupenda, nella lingua letteraria è che talvolta i migliori contributi alla letteratura italiana siano venuti da autori che di norma non parlavano l’italiano nella vita di tutti i giorni se non come seconda lingua o  che hanno scritto in una lingua che non è proprio “l’italiano corretto”: pensa a Fo, a Camilleri, a Svevo. Senilità, ad esempio, se fosse un manoscritto alla ricerca di un editore, nelle mani di un editor di oggi verrebbe riscritto in diversi punti e adattato alla lingua corrente, mentre Svevo lo scrive come lo poteva scrivere uno che aveva imparato l’italiano dai libri, senza mai parlarlo correntemente, studiandolo come aveva studiato il francese. O l’inglese con un certo Joyce per insegnante.

In breve: le norme esistono (anche) per essere trasgredite. Vale nella vita di tutti i giorni e vale pure nella scrittura letteraria. Ma per trasgredire proficuamente una norma (o, anche, un complesso di norme) occorre conoscerla alla perfezione e avere bene in mente che cosa ci si propone di realizzare trasgredendola.

Mi esprimerò con un paragone: hai presente la norma “le donne non escono di casa”? Non credi che chi cominciò a trasgredirla, a costo di essere etichettata come poco di buono, non abbia fatto bene a farlo? Mi piace pensare che trasgredire quella norma prefigurasse anche con piena intenzione un mondo diverso e migliore di quello che la norma sanciva. E il rifiuto di rispettarla un atto rivoluzionario al quale dobbiamo molto della nostra vita di oggi.

Cosa proprio non ti piace nella scrittura e cosa, invece, ami moltissimo.

Apprezzo l’originalità. Disprezzo la mancanza di eleganza.

 Se dovessi dare un messaggio appendendo uno striscione alla finestra, cosa scriveresti?

Uno striscione al balcone non sempre ha bisogno di scritte. Anzi ne può fare del tutto a meno.

Pensa ai lenzuoli bianchi contro la mafia.

O a cosa ho fatto io quando sotto casa mia è passato il giro d’Italia dedicato a Israele: ho appeso al balcone una bandiera palestinese di circa 50 metri quadrati.

Ora sono in procinto di comprare alcune coperte termiche che appenderò al prossimo sequestro di naufraghi.

 In conclusione, cosa desideri per te stesso: c’è un traguardo che vorresti raggiungere, qualcosa che completerebbe la tua soddisfazione personale?

Non morire sotto un regime. E contribuire a superare la logica dell’economia di guerra tipica del turbocapitalismo di questi ultimi anni.

 

Bibliografia:

Più a sud, verso la Sicilia

Tota Nostra

Sizilianische Weltanschauungen

Lasciare libero lo scarrozzo

Ustica (2012, nuova edizione 2017)

Piazza No MUOS (con Antonella Santarelli)

MUOS. Ultimo atto (con Antonella Santarelli)

Il pesce subaereo, illustrato da Emanuele Cavarra

A Dio Piacendo. La secolarizzazione al tempo del fondamentalismo nel disincanto del mondo globalizzato: uno studio socio-psicologico sui processi culturali della modernizzazione nella vita quotidiana

Guazzabuglio di Stati Selvaggi

 

Patrizia Ciribè

 

Donne contro le donne. Ecco come, quotidianamente, viene minato il senso di emancipazione

tt.php Pablo Picasso – Due donne sulla spiaggia

Il mio prossimo romanzo parlerà di donne. Uno dei fili conduttori del parco caratteriale che unisce il genere femminile è il modo con cui molte di esse sono depositarie e promotrici del maschilismo, anche più di chi ne è fautore.

Sin da bambina, ho notato questo fenomeno, in un atteggiamento generale che, invece di creare una solida mentalità femminile di genere, la screditava, cercando di disgregarne anche la più piccola insorgenza.

Da allora sono passati molti anni, il mondo è cambiato in quasi tutto; la società si è evoluta, dando risalto e spazio anche alle donne. La strada dell’uguaglianza è lunga e piena di insidie, ma in generale, guardando al passato, l’Occidente almeno si è evoluto in maniera visibile.

Quello che noto, però, è che la frustrazione che deriva da una propensione alla competitività è rimasta intatta. Le frasi, e gli atteggiamenti, che molte donne spendono verso le loro “colleghe di genere” sono sempre quelle di decenni fa.

Una lotta di genere, per avere riscontro totale, deve poter contare sulla sua compattezza, non ci sono discorsi. Senza quella sorta di coesione che lascia fuori gli antichi convincimenti che deflagravano la possibilità di agire in modo libero, non vi è coesione. Non vi è coesione né emancipazione.

Se ogni volta che qualcosa si muove nel tessuto sociale, poi leggo donne che denigrano le altre donne per il seno scoperto, per l’atteggiamento provocante, e per ogni, anche stupida, espressione di libertà, il segnale risulta distorto e, quindi, inefficace.

Mettere paletti alla libera espressione, decidendo come si debba essere per avere i giusti requisiti di genere, mi dispiace, ma contraddice il fondamento del concetto di libertà.

Gli uomini, se notate, non si attaccano mai in merito al costume; non minano mai la loro possibilità di estremizzare le proprie caratteristiche di genere attraverso atteggiamenti discinti. Gli uomini si esprimono liberamente e non additano mai i loro simili sulla morale. Mai.

Le donne, invece, spendono spesso parole che denigrano il valore morale, e, anche se lo fanno attraverso la stigmatizzazione della superficialità e della nudità con cui alcune si pongono nella vita, alla fine esprimono un giudizio sull’etica.

Leggo spesso termini vessanti, “zoccola” è uno dei più gentili, e a pronunciarli sono frequentemente le donne. Il seno nudo, il sedere in bella mostra, gli atteggiamenti voluttuosi sono visti come giusti pretesti per denigrare coloro che se ne servono per esporsi. Ma la cosa buffa è che lo sono anche quegli elementi religiosi che vanno in controtendenza con le conquiste occidentali, come per esempio i vari tipi di velo che le donne islamiche indossano.

Quindi, da un lato si vede minata la libertà femminile attraverso l’utilizzo di accessori che, palesemente, avrebbero il compito di preservare le donne dal peccato carnale, e dall’altro la si vede minata dall’esposizione libera della propria nudità.

Da un lato si rivendica la libertà di non indossare il reggiseno sotto ai vestiti, dall’altro si giudica chi espone il proprio corpo come meglio crede. E, attenzione, se le critiche che un uomo muove a un altro uomo, per esempio su uno slip microscopico indossato al mare, sono sempre limitate a deriderne il gusto, quelle che una donna muove a un’altra donna sono sempre rivolte alla sua morale.

Il fastidio che ancora oggi molte donne hanno verso le altre, quelle che magari si assoggettano ad atteggiamenti che certamente non vogliono esporre la propria intelligenza, denotano un retaggio triste che non tiene conto del primo fondamento di ogni uguaglianza: la libertà.

Se la critica intelligente vuole scuotere un modo stupido, la critica morale è pregiudizio e ci riporta al punto di partenza.

Dare “della zoccola” a una donna che espone il suo corpo è ne più né meno che il vecchio modo con cui gli uomini hanno sempre tentato di limitare il controllo che le donne rivendicano su loro stesse. Questo perché giudicare l’etica di qualcuno sulla base di un comportamento che evidenzia le proprie caratteristiche, senza però coinvolgere negativamente una terza persona, è nientemeno che intolleranza di genere.

Se per gli uomini la morale dei loro colleghi maschi risiede nel ruolo sociale, per molte donne, quella femminile è sempre legata al sesso. In questa differenza è racchiusa una delle motivazioni per cui è impossibile mandare avanti un concetto di eguaglianza compatto e inattaccabile.

Meditate, donne, meditate.

Patrizia Ciribè