Patrizia Ciribè, autrice di romanzi, getta un occhio sulla società attuale con la rubrica La Pat zone.
Il suo amore per la letteratura classica; per i vecchi film; per tutto ciò che è vintage, sono elementi che agevolano la sottolineatura degli annosi contrasti tra ciò che è, e ciò che abbiamo lasciato indietro. La sua propensione a spogliare le miserie quotidiane da quel che, attualmente, patina il mondo, è il veicolo per viaggiare nelle zone represse dell’animo umano.

Non si moralizza la musica. La musica, però!

Rap-italiana

Dopo la strage di Corinaldo, dove cinque persone sono morte a causa del gesto idiota di un ragazzetto idiota, mi sono interrogata su questa cosa strana che va in voga negli ultimi anni; questo pseudo rap, ora misto trap, che i ragazzini ascoltano con tanta abnegazione.

Forse me lo domando perché se fossi il genitore di un adolescente sarebbe per me mortificante ammettere che qualcuno, che io stessa ho generato, invece che dedicarsi alla musica, cosa che nella mia vita ha sempre avuto un peso enorme, si riempia le orecchie di un inutile ciarlare.

Quindi non pongo l’accento su questa questione per dare eventuali responsabilità in merito a quanto è successo, ma più che altro all’assenza di senso di questa affluenza.
Anche io vado ai concerti, pure alla veneranda età di quarantotto anni, e so come si sta stipati in una sala che può facilmente trasformarsi in una trappola mortale, anche solo per il gesto idiota di un idiota.

Quello che non capisco sta a monte, tra la gente che è chiamata a generare questi prodotti commerciali, trasformando il panorama musicale in uno scimmiottare penoso di qualcosa che non appartiene alla realtà italiana.

Se non c’è profondità, nella musica come in qualunque altra pretesa di  espressione artistica; se non c’è onestà, il risultato è posticcio, vuoto, come vuoto è tutto questo parlare di droga e morte da parte di ragazzetti acerbi che fingono di vivere nel ghetto.

Perché, intendiamoci, nel ghetto, dove il rap è nato, si spara davvero, si muore davvero, si cresce in una realtà che ha ben poche vie d’uscita.

Quindi, quando vedo un ragazzetto brufoloso fare fortuna usando un lessico stonato, alla stregua dei bambini che scimmiottano gli adulti fumando, mi chiedo sempre chi sia quel genio che lo ha pubblicato.

Si, direte voi, la produzione musicale dipende dal gradimento del pubblico e in questo, forse, c’è una piccola verità. Il fatto è che tutto quello che è venuto fuori negli anni, sotto forma di talent show, personaggi confezionati ad arte, e posti come giudici per convincere il pubblico che certa roba è musica, è, in una parola, spazzatura.

Ci troviamo davanti, per esempio a X-Factor, a persone che si sono affermate nella musica senza saper cantare e fanno da mentori a ragazzi che hanno il sogno, non di essere degli artisti, ma di diventare famosi.
O a una ragazzina di sedici anni, ormai convinta di essere una specie di fenomeno, definita strana e particolare, solo perché ha messo insieme parole che qualunque dodicenne dei miei tempi scriveva sul suo diario.

Così, questi nomi assurdi, tipo Sfera ebbasta, vengono fuori come funghi, idolatrati da bambini con le mani ancora sporche di marmellata, che ascoltano e inneggiano uno che parla di morte. Di droga, di sesso e di morte.
Ma è musica! Rispondono quelli che da quel business ci guadagnano.

E io mi chiedo: ma di che musica stiamo parlando? Non ci appartiene il concetto, dato che il genere nasce e prolifera altrove, dove il suo senso è diverso ed è dipendente da un contesto in cui la morte è una conseguenza sociale: intendiamoci, il ragazzino di Sesto San Giovanni che fa il rapper ha lo stesso senso che potrebbe avere la Vanoni in un coro Gospel!
Dunque, anche il testo è vuoto, vuoto di verità, di reale drammaticità; di uno strutturale decadimento sociale che crei quella necessità verbale.
Quanto alla musica: la musica non c’è, gran parte di questa gente non suona uno strumento, non ha cultura musicale.

Chi conduce la musica in Italia, chi la divulga tra la gente, ormai, sono questi bambinetti che parlano di “ferri”, di donne, di morte, con lo stesso appeal e la credibilità delle bambine che indossano i tacchi della mamma!

Come quei poser*, agghindati da rocker, che fanno insopportabili panegirici, illustrando i grandi nomi del rock, ma poi scrivono e suonano canzoni che persino Gino Latilla avrebbe trovato melense.

Uno su tutti Manuel Agnelli, per non andare a riesumare Morgan che, partecipando a un talent show come giudice, nell’immaginario comune, si è meritato la nomea di esperto musicale!

La gente, in Italia, va a vedere Renga e si fa i selfie mentre fa le corna come fosse a un concerto metal. A questo siamo arrivati: a uno scimmiottare continuo di cose che non si conoscono, che non si ascoltano, ma che “fa figo” ostentare.

Così leggi sui social commenti sul “live” del talent show di turno, da persone che usano termini come “timbro”, “arte”, “talento”, ma che di musica non sanno nulla.
E in questo panorama di incultura generale, gli adolescenti ingrassano d’aria, di parole vuote, ciancicate sopra a due note sterili, chiamate musica.

Io non ne faccio un fatto morale: ogni epoca ha avuto i suoi dissidenti, che protestavano, sperimentavano, ostentavano nichilismo e depressione. Ne faccio una questione di contenuti, di verità, e, quando anche la decadenza di certe immagini è finzione, non resta che quello: la finzione, per l’appunto.

Quando il contenuto, che dovrebbe muovere quella rivoluzione, è fasullo, è posa e finzione, allora non si potrà che auspicare a una continua caduta persino dell’espressione artistica. Già, perché l’arte, per essere tale, necessita di essere fondata sulla verità, oltreché sulla competenza.

“Ai miei tempi” i Duran Duran, gli Spandau Ballet, i Talk Talk erano considerati commerciali, anche se erano musicisti, suonavano gli strumenti, componevano musica e testi. Se i Metallica se ne uscivano con un album come “Metallica”, subivano le critiche dei fan che li accusavano di essersi rammolliti.
Questo la dice lunga sul livello della musica di quegli anni e la dice lunga sul livello generale di questi, anni.

Quindi, a scanso di equivoci, il mio intento non è quello di moralizzare il rap italiano, o trap che dir si voglia, per il suo divulgare concetti violenti o diseducativi. Quello che io trovo ridicolo, di gran parte della musica italiana di questo momento, è la totale mancanza di veridicità dei concetti espressi e l’assenza di quella cosa che dovrebbe essere implicita: la musica.

Tutto questo parlare della musica “di oggi” e io mi domando: ma di cosa stiamo parlando? Non c’è musica, oggi. Ci sono solo piccole pesti che vanno a far danni, nel clamore di un intontimento generale sempre più volto al niente.

Patrizia Ciribè

*Persona che non appartiene ad un certo movimento ma perlopiù finge di farne parte, per esempio vestendosi secondo i canoni dati da quel movimento senza conoscerlo realmente.

Ciclo interviste d’autrice: chiacchieriamo con Francesca Brandi, imprenditrice.

45364286_1443044172495511_6718078301262315520_n Francesca Brandi nel suo atelier “Qualcosa di blu”.

Oggi, per il ciclo “interviste d’autrice”, sono felice di presentarvi Francesca Brandi Targa, affermata imprenditrice di Trieste.

Come detto in altre interviste, vorrei mettere in luce l’Italia delle donne: artiste, professioniste, imprenditrici. Quelle donne che sono anche madri di cuccioli d’uomo o di animale; che sono single, accompagnate, sposate; che amano narrare di loro stesse, dei propri compagni o compagne.

Vorrei raccontare un po’ di quell’Italia creativa, combattiva, lavoratrice, e tutta al femminile.

Trovo importante, in un momento di crisi sociale, soprattutto inerente una strana aria discriminatoria, dare spazio alla competenza delle donne e ai vari ambiti in cui esse emergono e investono energie e risorse.

L’ambito in cui si muove Francesca è quello della moda, una moda particolare: quella dedicata alla sposa.

La moda -e gli abiti da sposa allo stesso modo- rappresenta una delle eccellenze italiane nel mondo.

Un ambito così specifico di un momento della vita in particolare racchiude, oltre al suo valore intrinseco, anche quello legato all’artigianato.

Siamo spesso portati a sottovalutare l’importanza dell’industria della moda, qualcosa che, oltre a dare lavoro a molta gente, oltre a rappresentare il nostro Paese nel mondo, ciclicamente dipinge, anche per i posteri, la cultura, le tendenze e il momento sociale di un paese.

Durante una delle mie indagini legate a un romanzo che sto scrivendo, ho scoperto una curiosità inerente l’abito da sposa. Se questo indumento, ormai da decenni, è centrale per quasi tutte le spose, nell’Ottocento, per le classi economicamente medio basse, rappresentava un elemento assai marginale. Le donne, per le loro nozze, usavano decorare “l’abito della festa” con qualche merletto tessuto per l’occasione.

Il velo rappresentava un vero e proprio privilegio, un accessorio proibitivo che, salvo rari casi, era proprio solamente di quelle spose di rango elevato.

Per questo, se analizzato nei decenni, l’abito da sposa, con le sue tipologie, con i cambiamenti e la liberazione da alcuni severi stereotipi, è parte di un linguaggio che narra il momento in cui è vissuto.

Unire la passione per qualcosa di così etereo alla durezza del mondo imprenditoriale necessita di una grande personalità: di un carattere certamente sognatore ma, al contempo, concreto e forte delle proprie aspirazioni.

La nostra ospite di oggi incarna a pieno questo dualismo che quotidianamente impiega nella gestione del suo atelier “Qualcosa di blu”.

“Qualcosa di blu”, in Friuli Venezia Giulia,  è lo spazio più grande dedicato alla sposa. Una dimensione che racchiude ogni tendenza e rispecchia lo spirito della sposa odierna.

Ma cominciamo dall’inizio, dalla passione di Francesca per gli abiti da sposa, passione nata con l’infanzia e consolidata negli anni.

«Sin da bambina ho sempre avuto la passione per gli abiti “da sogno”. Giocavo ore e ore con Barbie, chiusa nella mia cameretta. Organizzavo per lei balli, sfilate e…naturalmente matrimoni! A trent’anni le mie amiche hanno iniziato a sposarsi coinvolgendomi nei preparativi. Un giorno, una di loro mi ha detto “trovami tu il vestito perfetto, voglio che abbia un tocco di rosso”. Così sono capitata sul sito di un marchio italiano di abiti da sposa, le ho trovato l’abito perfetto e mi sono innamorata dello stile di Lucia Zanotti, all’epoca direttore artistico di Atelier Aimèe, che creava capolavori. Ho accompagnato la mia amica a Padova nel monomarca più vicino e da lì è nata l’idea di aprire un atelier a Trieste. In poco tempo, quello che sembrava solo un sogno si è concretizzato: mi sono licenziata dal lavoro e ho investito nel mio progetto, consapevole che quello era il fatidico momento dell’ora o mai più».

“Qualcosa di blu” è dunque il secondo atelier aperto da Francesca. Il primo amore parte da un monomarca che la nostra ospite di oggi aprì giovanissima, con coraggio, determinazione e un’indubbia capacità imprenditoriale che l’ha condotta ad alti livelli nel settore sposa.

In questo percorso c’è la forza di una donna che ha avuto la sua visione da giovanissima, unita alla costanza di cui parlo sempre, quella capacità di disciplinare la propria passione per realizzare qualcosa che ci rappresenti.

Durante la costruzione di sogni come questo, di progetti che partono da lontano, capita di imbattersi in sodalizi sentimentali che completano ogni soddisfazione. È nell’ambito lavorativo, infatti, che Francesca conosce suo marito Mauro. Ed è proprio lei a raccontarcelo:

«Grazie a questa avventura ho conosciuto mio marito che lavorava per l’Aimée SpA in Lombardia. Ci siamo innamorati, sposati e lui si è trasferito a Trieste. Dopo qualche anno abbiamo deciso di costruire qualcosa di nostro, che fosse indipendente dal franchising; così è nato Qualcosa di Blu, un atelier molto grande che in pochi anni si è imposto in Friuli Venezia Giulia come una solida realtà, sempre al passo con i tempi e con una gestione moderna che forse nel settore, nella nostra zona, mancava».

L’Italia delle donne comprende imprenditrici che sono al contempo sognatrici, creative e madri. Da sempre racconto di questa figura mitologica che per me è rappresentata da questa categoria di donne che, oltre ad aver inanellato successi personali e un’affermazione professionale propria, hanno anche la forza di crescere una prole, seguendola nell’approccio alla vita.

Francesca ci racconta dei suoi due bambini:

«Mio marito e io abbiamo due bambini: Margherita e Matteo. Sono riuscita a gestire figli e lavoro soprattutto grazie alla mia famiglia che non mi ha mai fatto mancare l’appoggio. Anche oggi che mia mamma non c’è più (è mancata due anni fa) mio padre mi aiuta tantissimo con i bambini permettendomi di portare avanti il lavoro».

Molte delle migliori idee imprenditoriali sono nate in momenti socialmente ed economicamente più positivi. In periodi in cui l’orizzonte appariva più florido, passibile di un atteggiamento costruttivo.

Oggi molto è cambiato nel mondo del lavoro. Ma la cosa che certamente non è mutevole è l’intento di quelle donne nate per costruire qualcosa di personale; nate per emanciparsi dai cliché di un mondo, quello dell’imprenditoria, ancora molto maschile.

La storia di Francesca è uno spaccato di quella dimensione femminile che ogni giorno crea, consolida e tramanda. Per questo mi piace raccontarne le dinamiche e dare uno spunto a quelle giovani ragazze che non si accontenteranno di un lavoro qualunque ma che, nel lavoro indipendente, cercheranno la propria strada.

Ci vuole sacrificio, coraggio, forza e determinazione per mantenere produttiva un’attività, soprattutto oggi. La storia di Francesca Brandi è quella di molte donne in gamba che operano nel nostro Paese, accrescendone il valore economico e creativo.

Patrizia Ciribè

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tendenze: Politica e impoverimento culturale nelle scuole.

atena Testa di Atena in marmo – copia d’epoca romana della perduta scultura bronzea di Fidia.

Negli ultimi anni, ogni Governo ha depredato l’ambito scolastico di qualcosa di essenziale.

Non ne faccio dunque una questione di schieramento politico, parlando di come lo scenario che si prospetta sia quello di un popolo guidato da un sistema politico che promuove l’ignoranza. Il problema è prettamente umano, di una coscienza povera e incline a interrogarsi sempre meno.

L’insegnamento della storia dell’arte nelle scuole è stato ridotto all’osso, allo spettro di ciò che era un tempo. Ciò, per una persona che, come me, è cresciuta a pane e storia dell’arte, è inaccettabile. Lo è soprattutto perché se dovessi privarmi di ciò che lo studio dell’arte ha portato nella mia vita, dovrei stralciare dalla mia personalità molto di quel che la compone.

Ma andiamo per gradi in merito all’impoverimento di ciò che componeva l’insieme delle materie di insegnamento. Andiamo a quando, questa tendenza di limare le materie legate alla memoria, si è consolidata fortemente: alla recente eliminazione del tema scritto di storia dagli esami di maturità.

Il tempismo è stranamente perfetto, soprattutto visto il momento che stiamo attraversando. Un momento pregno di nostalgie allarmanti, in cui la memoria dovrebbe essere l’elemento didattico più nutrito e stimolato.

Viene da domandarsi se l’orribile stralcio nasca dalla necessità di bloccare la divulgazione di fatti che portarono il mondo alla deriva. Fatti che oggi, subdolamente, con la medesima strumentalizzazione di allora, si stanno nuovamente concretizzando.

Certamente, dimenticare certi orrori, lasciare che scoloriscano nelle menti delle vecchie generazioni, per poi scomparire in quelle future, non può che giovare a chi, di questa campagna discriminatoria, fa il proprio messaggio.

La storia ci insegna non solamente i fatti ma pure le ripercussioni; ci insegna non solamente il vecchio ma pure il ciclico rimanifestarsi dell’odio, della violenza, della miseria e del sopruso.

La storia ci insegna che il carnefice è l’unico essere umano che sopravvive allo sterminio, soprattutto se quello sterminio lo ha promosso e legittimato.

Quello che resta senza la memoria dei fatti, senza il dolore e la cronaca di una distruzione, è il silenzio.

Proprio sul silenzio prolifera non solo l’ignoranza ma pure l’odio che di essa si ciba per circondarsi di consensi che, per divenire tali, hanno bisogno di essere inconsapevoli.

Qualche settimana fa ho partecipato all’inaugurazione del Museo ebraico di Genova, un’esposizione importante di tutta la propaganda fascista che ha condotto all’Olocausto. La cosa che più d’ogni altra -persino più dell’orrore che mi era noto grazie alla Storia-, mi ha colpito è stata l’attualità di quel messaggio.

Era il periodo della nascita dei primi strumenti di divulgazione propagandistica, uno di quei manifesti proponeva l’immagine di un uomo di colore nell’atto di violentare una donna bianca. La scritta sul manifesto era la seguente:”DIFENDILA! Potrebbe essere tua madre, tua moglie, tua sorella, tua figlia”.

Anche l’ordine in cui sono elencati questi gradi di parentela varrebbe una riflessione, ma tendo sin troppo a divagare, ormai lo sapete, dunque mi concentro sul messaggio.

Se trovassimo questo manifesto appeso, in giro per le strade, oggi, nel 2018, non ci stupiremmo. Una parte di noi si indignerebbe, protesterebbe, ma non potremmo che arrenderci a ciò che sta succedendo, ovvero a questa nuova propaganda razzista che ha invaso il nostro Paese e buona parte del mondo.

L’unica cosa che resta, a fare da scudo a questa insana dottrina, speculativa nel suo senso più insito, è la memoria. Non so se basterà, non so se sarà sufficiente che, buona parte di noi, sia edotta di tutto l’orrore perpetrato nell’indifferenza e nel consenso generale, mentre gente che viveva nella comunità semplicemente spariva, veniva deportata e poi uccisa. Certamente, senza ricordare il passato, è più facile che gli orrori, diffusi inizialmente sotto forma di tutela sociale, si ripropongano indisturbati.

La voce che verrebbe meno è quella del ricordo, dell’eredità di uno scempio disumano. Scempio che deve continuare a raccontarsi, mantenersi concreto, reale e non cedere all’intento di negarne persino l’esistenza.

E non è “solo” questo: l’assenza di memoria cancella gli orrori del fanatismo religioso, dell’inerme condizione di chi non conosce né i pregressi, né le loro conseguenze .

Non è un caso, secondo me, che una delle culture più osteggiate e perseguitate sia proprio quella ebraica che, nella memoria, ha investito tutto, mantenendo intatta la sua identità, quell’eterna conservazione del suo costante peregrinare.

Non è un caso che, per chi trovi l’unico stimolo nel presente, l’inclinazione a ricordare appaia sempre così noiosa.

E quanta compiacenza e arroganza c’è nel relegare la storia dell’arte alla stregua di quelle materie riempitive, quelle considerate prive di  interesse attuale. Soprattutto in un paese come il nostro che, nell’arte, ha una delle più grandi fonti di ricchezza.

Forse l’intento è quello di fingersi ciò che non si è: un Paese nuovo, giovane, pregno di quella superficialità che oggi è contenuta nella parola progresso.

Forse, semplicemente, è sempre più povero l’intelletto di quelli che sono chiamati a decidere sull’istruzione.

Ma se questo scempio nella cultura scolastica ha raggiunto il suo apice con la novità della soppressione della prova scritta di storia agli esami di maturità, la strada che ha trovato era già stata spianata da tempo. Da tempo, ogni ambito dell’istruzione viene maltrattato, a cominciare dal collegio dei docenti, sottopagato, precario, offeso persino.

Non so cosa convinca il politico di turno di essere in grado di stabilire misure di questa importanza, non so cosa spinga qualcuno, nel suo ruolo istituzionale, a pensare di essere talmente al di sopra della memoria di un Paese da abolirne una parte essenziale.

Quel che è certo è che l’ignoranza si semina su menti pigre, indifferenti, inette e prive di interessi intellettuali.

Patrizia Ciribè

 

 

 

 

Della distruzione: uragani e altre rimostranze naturali.

foto santa Fotografia gentilmente concessa da Daniele Carniglia – S. Margherita Ligure

A una settimana dal disastro che ha flagellato la Liguria, resta una fosca inquietudine.

Resta l’opprimente consapevolezza di un cambiamento generale che farà da scenario ad altre calamità. Calamità che ci trovano impreparati, fragili nelle nostre vite di commercio, tenute a galla con estrema fatica.

Mai come in questo momento, il disastro rispecchia l’umanità, questa sua implosione lenta e costante che sembra aver lacerato quasi ogni possibilità di crescita, sia economica che umana.

La Liguria è una terra strana: stretta, arroccata, tragica nella sua bellezza fatta di colori involontari, che contrastano di netto con una dimensione cupa, quasi incredula innanzi al futuro.

Non è facile capire tutto questo per chi non vive con costanza questa dimensione, in cui la collina fa da scudo a un mare grossomodo alleato. E tra il mare e la natura sempreverde, si viaggia su una ferma illusione, quella di restare uguali a noi stessi, quella di vincere e dirottare il cambiamento.

Per questo non c’è nulla che destabilizzi quanto la distruzione, perché oltre a distruggere, appunto, molti riferimenti, da essa scaturisce la necessità di un cambiamento. Di un miglioramento, anche.

Perché vivendo qui, tra mare e colline sempreverdi, in questa natura che non sfiorisce neppure quando altrove tutto è secco e denudato, si finisce per credere di poter rimanere appesi, pur con enormi difficoltà di crescita; pur con un’aridità emotiva che alla lunga convince di essere normalità.

E quando la terra è smossa, allagata non dalla pioggia ma dal mare, si realizza che neppure più quel gigante, che ci vive innanzi, è l’amico che ci dava da vivere. Si finisce per dimenticare che ci ha nutriti, cresciuti, e ha creato quella finta accoglienza turistica che, se solo potessimo, lasceremmo alle porte della nostra vita.

In questi giorni, successivi al disastro, giri per strada e senti quella delusione amara di chi pensava di avere un amico da spremere indisturbato. Un amico che, a un certo punto, si è rivoltato come il cane che morde la mano al padrone.

Ora, quella mano morsa, che sanguina futuro e illusioni, indugia atterrita davanti a quel mare, lo tasta con incredulità e risentimento.

Abbiamo avuto alluvioni e allagamenti. Abbiamo avuto morti nel 2011. Li voglio ricordare qui, indifesi nelle loro vite fatte di normalità e umane prospettive.

Il fatto è che siamo sempre così eternamente convinti di avere il controllo, da non cedere mai neppure davanti al crollo di città intere. Arrivando con la memoria sino a Pompei, che ci pare ormai come il racconto di qualcosa di mitologico, ci rendiamo conto che non abbiamo mai imparato l’umiltà; a smettere di guardare il futuro come fosse qualcosa di immobile e certo.

E alla fine l’uomo si sente sempre vittima, persino innanzi alla malattia altrui, che sempre viene affrontata con l’indifferenza e l’ignoranza di quelli che non sanno cosa significhi precarietà; che tra quattro mattoni pensano di avere salva l’esistenza e di essere eterni.

Ieri il Presidente dell’Ascom di Genova, intervistato da Sky, ha parlato della situazione delle aziende nella Zona Arancione adiacente al Ponte Morandi, crollato il 14 agosto scorso.

È incredibile come alcune persone abbiano davvero il polso delle situazioni e restino così umili e semplici nelle loro esternazioni sulla verità.

La situazione di quelle aziende è ora disperata, ma, la cosa che a nessuno importava, a nessuno di quelli che passavano da lì ogni giorno, anche solo per andare in Costa Azzurra o all’aeroporto, è che quelle aziende erano in una crisi nera. Una crisi che Genova vive ormai da molti anni, alimentata da amministrazioni capestro che si sono susseguite ciclicamente.

E in tema di decadimento economico e sociale, avevamo un fiore all’occhiello nella medicina: l’Ist. Ora non è rimasto quasi nulla, smantellato per esigenze economiche, in quei sanguinamenti di denari pubblici che vanno, ma non si sa bene dove.

Per non parlare della Riviera, di Santa Margherita Ligure per esempio, dove le attività lavorano ormai solamente per quei mesi d’estate in cui il paese si anima con il turismo.

Una cittadina fantasma da ottobre ad aprile che ha sanguinato abitanti, commercio, vita. E quando ti trovi con la tua attività massacrata da ogni adempimento possibile, flagellata dalla crisi economica, da un Governo –quello precedente- che nelle piccole imprese vedeva il nemico pubblico numero uno, ti rendi conto che la mannaia di un mare che spazza via anni di vite e illusorie pianificazioni, non è altro che la metafora della verità. Di un’umanità appesa, barcollante, arida, che ricorda d’essere umana solamente quando perde ogni cosa.

Che lo ricorda in quei cinque minuti in cui l’acqua gli ha sfiorato le punte dei piedi, ma lo dimentica subito dopo, quando è salva e sospira di sollievo davanti allo scampato pericolo.

E può tornare a ignorare quelle imbarcazioni dove la vita non vale nulla, dove neppure i bambini valgono nulla. Dove la vita ha un valore solamente quando è la nostra, allagata, martoriata, lacerata dalle difficoltà.

Ed è inutile che ci spertichiamo in falsi proclami, in esternazioni sentimentali di un cordoglio sterile, valido solamente all’uso. Perché la gente è inghiottita dalla terra ogni giorno, devastata dagli uragani, dalla guerra, da fughe verso la speranza che oggi vengono osteggiate da un voto infausto che ci ha resi, con il Governo attuale, disumani come popolo. Razzisti, aridi e ciechi.

Perciò, quando ci troviamo a piangere sulle nostre cose, che galleggiano nell’acqua, come fosse la fine di tutto, dovremmo pensare a quelle vite appese nell’indifferenza.

Ma pure la vita ha un peso sociale che, nella convinzione comune, in quell’insieme di abitudinari pensieri, traccia un sanguinoso confine oltre il quale l’esistenza non ha più valore e lo perde persino davanti alle cose.

Ma la verità è che la vita è appesa. Dunque, che porti rispetto, quella vita illusa, quando gode di buona salute. Quando non è bombardata, violentata, torturata. Ché tutto il resto è niente, è solo presunzione e arroganza travestita da falso dolore.

Un dolore simulato dal tragico scenario di una devastazione, ma che lascia invariati i cuori di tutti. Di quasi tutti.

Leggo, ascolto, sento voci disfatte dalla paura, ma ciò che continuo a non sentire è l’umanità, l’apertura, l’accoglienza. Sento solo il pianto d’occasione che è come quello di un corteo funebre, alternato a un insopportabile chiacchiericcio di paese.

Rarissime sono le persone che hanno la sensibilità e la lucidità di mantenere intatta la memoria. Sono quelle che, guardando indietro con sapienza, prediranno le sorti dell’umanità.

Vi lascio con una riflessione di Pier Paolo Pasolini, uno dei profeti del nostro tempo, sulla paura e sulla morte: “Ne ho avuta molta paura a vent’anni. Ma era giusto perché allora, attorno a me, venivano uccisi dei giovani, venivano trucidati. Adesso non l’ho più. Vivo un giorno per l’altro, senza quei miraggi che sono alibi”. 

 

Patrizia Ciribè

Ringrazio Daniele Carniglia per la bellissima immagine prestata al mio articolo. Se volete informazioni sui suoi scatti potete contattarmi su patriziaciribe@outlook.it

 

 

 

Vergognarsi delle cose sbagliate: l’uomo e le sue strane priorità

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Nell’esercizio della mia prima attività mi capita spesso di trovarmi a tu per tu con l’approccio della gente nei confronti del denaro.

Occupandomi di beni patrimoniali, l’aspetto che più emerge dai discorsi che ruotano intorno alla componente economica delle famiglie è quella sorta di condizionamento morale che sovverte ogni valore noto.

Esattamente come per gli avvocati, io che, tra le altre cose, sono una mediatrice immobiliare mi trovo spesso davanti a strane forme di pudore, che innescano meccanismi quali la menzogna, o più semplicemente il silenzio sulla verità.

Analizzando la sfera economica, come uno degli elementi base dell’esistenza umana, è palese quanto la sua priorità acquisisca sempre maggiori necessità, legate, oltre a un fatto pratico e di sussistenza, anche una sorta di credibilità sociale.

E non lo dico volendo attribuire a questo aspetto comune una connotazione negativa, ma analizzando un comportamento vecchio quasi come il mondo.

Ma ciò che il benessere diffuso ha portato, quell’insieme, cioè, di possibilità che sembrano sempre più irrisorie ma che se ci guardiamo indietro sono, al contrario, sempre più elevate, è l’incapacità di sentirci svincolati da ciò che possediamo.

Ciò che possediamo, nell’opinione comune, in qualche modo ci definisce. È brutto dirlo, e personalmente cerco sempre di slegare me stessa da un giudizio sulle entrate economiche, così tanto altalenanti in questo momento storico. Ma la verità è che quasi mai veniamo giudicati o considerati al di là delle nostre possibilità patrimoniali.

Addirittura, nell’uso comune, sentirete attribuire valore a qualcuno enumerando i suoi successi materiali e, quasi mai, le sue virtù.

Ma non vorrei tanto perdermi nella retorica di certi predicozzi sui valori morali, quanto sottolineare la futilità di certi pudori.

Mi capita che le persone mentano sui loro beni; che nascondano pecche, pure se risolvibili, nonostante sappiano che emergeranno nelle sedi opportune. E mi capita di trovarmi innanzi a queste omissioni che, in verità, spesso, non sono legate alla volontà di trarne vantaggio, ma alla vergogna.

Mi viene sempre in mente “L’uomo nell’astuccio” di Checov, la malattia del suo protagonista che si ammala e muore d’ansia e di vergogna; oppure “Guerra e pace” di Tolstoj e il personaggio di Natalia Rostova la quale, anche lei, si ammala e quasi muore per amore e vergogna.

Nessun autore potrebbe oggi concepire un personaggio che si ammali perché imbarazzato per qualcosa che non sia legato al denaro.

Essere così cosciente di aver offeso a tal punto qualcuno da morirne! Quale scrittore partorirebbe oggi un personaggio simile? Nessuno che non abbia istinti autodistruttivi.

Ma la cosa che più mi atterrisce di queste persone è il motivo di quella vergogna.

Magari sfoderano tranquillamente atteggiamenti pregni di pregiudizi, spocchia, pochezza dei quali non solo non si schermiscono ma della cui gravità neppure si rendono conto; però, l’onta legata ai denari dovuti, delle fragilità legate ai propri averi, è qualcosa che, nel loro metro di giudizio, pregiudica l’onore.

In questo momento in cui nessuno si vergogna di niente; in cui ognuno difende se stesso persino davanti agli atteggiamenti più meschini; in cui i genitori difendono i loro figli bulli; in cui apertamente, e senza tema di essere emarginati, è possibile allontanare una persona per il colore della sua pelle; in cui non ci si sente le persone peggiori del mondo neppure se si strumentalizza la malattia di qualcuno, e il suo dolore, per una rivalsa personale, la vergogna non può che essere legata a quella sfera della vita che non necessita né di etica, né di integrità.

Nelle ultime ore abbiamo assistito all’esibizione di Beppe Grillo al Teatro Massimo. Mentre lui dileggia persone affette da serie patologie, la gente ride a crepapelle. Quella stessa gente che sarà poi tornata alla sua vita, e, invece di vergognarsi per quella pochezza, avrà baciato i suoi figli sani mettendoli a letto.

In sintesi, l’uomo o si vergogna delle cose sbagliate o non si vergogna affatto. Questo implica la perdita di qualunque contatto con il significato di civiltà.

 

Patrizia Ciribè

 

 

 

Parlando di “Barricate”, il nuovo libro di Catena Cancilleri.

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Oggi vi parlo di “Barricate” l’ultimo libro di Catena Cancilleri. Edito Nulla Die.

Intanto, Catena Cancilleri è una scrittrice siciliana che vive a Parma per motivi di lavoro. È un’educatrice, laureata in Filosofia. Come autrice è alla sua terza fatica letteraria che giunge dopo il saggio “Andrea Camilleri; Il romanzo storico in Italia: a proposito de “il Re di Girgenti” e la silloge di racconti brevi Di famigghia. Quest’ultimo edito Nulla Die.

Ho conosciuto personalmente Catena. È una donna accogliente, minuta, intelligente, che incarna appieno la tipica erudizione sicana. Da subito, ho intuito la contezza delle sue origini, quelle di una terra controversa, piena di storia, bellezza, violenza e contraddizioni.

Immediatamente, la sua saggezza di donna consapevole della propria appartenenza territoriale, è un elemento chiaro, che definisce molta della personalità che emana.

Viviamo in un momento di grande ignoranza rispetto alla nostra storia, e anche di grande indifferenza rispetto a ciò che ci compone come individui all’interno della società. E c’è una speciale sensazione nell’interloquire con qualcuno che il suo bagaglio geografico lo traina con sé, lo apre e lo racconta, insieme al proprio dolore, che è il medesimo dei suoi onesti conterranei.

La sensazione di una radicata costanza, di quella marea che si alza e si abbassa senza soluzione di continuità; di un lascito che sempre arriva dai grandi esempi più noti e si dirama sottovoce, nelle anime di donne forti, materne in quel senso universale non legato solamente ai figli, ma alla terra. Tutta.

Seguo la vita di questa scrittrice, la dedizione per la sua professione, quella per la letteratura e per la giustizia. E in questo momento in cui tornano gli attacchi ai diritti delle donne, e il tentativo di minare quell’innata forza femminile, con grande onore, anche questa settimana, mi dedico a una donna di indubbio spessore.

Partiamo dal titolo del suo “Barricate”. Le barricate si alzano a un certo punto quando Don Pino Puglisi dice no alla mafia nella sua Chiesa, a Palermo.

La storia di Don Pino Puglisi è una di quelle drammatiche che hanno annegato nel sangue le speranze di una popolazione vessata dalla mafia.

A quest’uomo pulito, animato dalla volontà di osteggiare atteggiamenti che, con prepotenza e violenza, si ripetevano da tempo immemore, sono dedicate molte parole di questo libro. Parole pregne di dolore per un padre buono e coraggioso, un padre che voleva riscattare la sua gente.

Queste parole di Catena Cancilleri sono dense di un affetto ancestrale, quello che si prova per quelle persone che, umilmente, immolano la loro vita per una causa comune, che pare impossibile da vincere.

“Ormai le barricate sono alzate! Quel prete, quel maledetto prete, aveva innalzato un muro impossibile da scardinare. Le barricate erano alzate e loro, anche se a denti stretti, non potevano continuare a osservare quel prete inermi.”

Nel libro, e in questa parte dedicata a Don Pino Puglisi, si parla del quartiere di Brancaccio a Palermo:

“Non potevano accettare che un parrino, un parrino maledetto, insinuasse il concetto della rivalsa in un quartiere storicamente appartenente alla Mafia.”

Don Pino Puglisi è una delle tante vittime della mafia:

“Era il 15 settembre 1993, il giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno. Era bastato un click, un solo colpo alla nuca, e Brancaccio era tornata a loro…”

È importante sottolineare l’aspetto pedagogico di questo libro, che tecnicamente percorre le orme del precedente Di famigghia. L’intento dell’autrice, che, come detto, di professione fa l’educatrice, è quello di raccontare la verità sulla mafia anche ai più piccoli.

I dettagli dei vari momenti storici legati a Cosa Nostra, la sua evoluzione nel narcotraffico e il suo insinuarsi nelle istituzioni, sono elementi che vengono narrati in modo chiaro, netto, inequivocabile.

Avendo parlato con Catena di persona, posso dire che l’incedere della sua scrittura ha in sé la cadenza della sua terra. È un moto scandito e certo, che non lascia spazio a fraintendimenti ma che si lascia leggere e comprendere persino da un mondo ancora ingenuo e fresco come quello dei bambini.

Come si spiega a un bambino il mondo? Come si spiega che la magia dei giochi, a un certo punto, si troverà ad affacciarsi su realtà distruttive di quel senso di umanità che parrebbe loro scontato?

Anche in questo, apprezzo l’autrice e la sua volontà di insegnare quella parte di storia che, tragicamente, contraddistingue il nostro Paese. Tutto.

C’è la mafia e c’è l’atteggiamento mafioso. Sono due aspetti connessi, e certamente sono uno la conseguenza dell’altro. Catena Cancilleri mette in evidenza proprio questo aspetto, quella forma mentis che dà il via a tutto il resto e che un po’ ci definisce come popolo. E se spesso assistiamo, soprattutto in questo periodo, a insegnamenti di odio e pregiudizio, un’educatrice che ha scelto la via della giustizia, e dell’educazione alla giustizia, è un grande conforto per il futuro.

D’un tratto, nel libro, si parla di donne di mafia. D’un tratto, Cosa Nostra, indebolita dagli arresti di capi illustri, si trova a dover ripiegare sulle donne di questi capi illustri:

“Era un’altra mafia quella che si profilava agli inquirenti. Pensavano di doversi “scontrare” con degli uomini e invece, invece erano delle donne quelle che gestivano i nuovi mercati criminali.”

È incredibile come, le competenze, anche nell’ambito del malaffare, a un certo punto, debbano evolversi, incocciando nella necessità di emancipare “quel gentil sesso a cui tutto si poteva dire, tranne che fosse veramente gentile”.

Anche questo aspetto importante delle “quote rosa”, all’interno di Cosa Nostra, viene reso da Catena in modo chiaro, soprattutto in linea con una didattica che vuole essere sincera e paritaria, pure nella divisione di colpe.

Il libro parte da Buscetta, passa per Riina, per Provenzano; affronta la Strage di viale Lazio, a Palermo. Ripercorre gli anni successivi all’omicidio del Prefetto Alberto dalla Chiesa, sino al Maxi-processo di Palermo dove, dopo l’omicidio del Giudice Chinnici, entrano in scena Falcone e Borsellino.

Leggo il racconto intitolato “Discorsi” e la commozione sale, per quell’enorme, ennesima ferita che distrugge la speranza: la Strage di Capaci:

“Non era la mafia ad averli traditi, ma lo Stato! Uno Stato corrotto e colluso! La Basilica di San Domenico, nel cuore della Palermo vecchia, era gremita di gente. Quello spazio spettava solo alla gente onesta che, assieme a loro, per l’ultima volta, avrebbe stretto in un caldo abbraccio quel padre, quel generale, quell’uomo di Stato.” 

Catena ci racconta anche storie nelle storie, per esempio quella di Franca Viola, prima donna in Italia che rifiutò il “matrimonio riparatore”. Franca Viola aveva diciassette anni quando, in accordo con i genitori, decise di denunciare il suo rapitore e stupratore, capo mafioso, invece che accettare di sposarlo.

Il nostro codice penale conteneva l’Art. 544 che diceva: «Per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530, il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali».

Dopo 16 lunghissimi anni, l’articolo 544 del codice penale sarà abrogato con la legge 442 del 5 agosto 1981; solo nel 1996, per merito del coraggio di questa giovane donna, lo stupro venne riconosciuto in Italia non più come delitto alla morale ma finalmente come reato contro la persona.

Insomma, molti aspetti della mafia vengono affrontati da Catena nella sua silloge di racconti “Barricate”, insieme ad avvenimenti tragici frutto di un sistema mafioso che ha più volte messo in ginocchio la sua terra, e che più volte si è colluso con le istituzioni.

Un libro che insegna e che tiene vivi ricordi dolorosi. Soprattutto in questo momento dove la memoria pare perdere, a livello sociale e politico, ogni significato, l’esistenza di autori che aiutino a ricordare è una grande ricchezza.

Complimenti a Catena Cancilleri e a Nulla Die edizioni per la pubblicazione di un libro necessario.

 

Patrizia Ciribè

 

Ciclo interviste d’autrice – Chiacchierando con Tiziana Tonon, traduttrice e molto altro

43207495_305812680217680_6463306270102257664_n Dicembre 2017, Firenze, libreria Marabuk – Reading di letture di Jorge Amado su “Bahia e la sua magia”.

Per il ciclo “Interviste d’Autrice” oggi chiacchieriamo con Tiziana Tonon, traduttrice specializzata nel portoghese che annovera tra i suoi lavori traduzioni editoriali, traduzioni di testi di etno-antropologia e sociologia, traduzioni tecniche, traduzioni legali e traduzioni giurate.

Tra le sue passioni, Tiziana coltiva anche la danza e il teatro. Ma è soprattutto una donna eclettica che ha fatto dell’approfondimento dei propri interessi il punto centrale della sua professione e delle numerose attività alle quali si dedica. Tra queste, ci sono anche lo sbobinamento e traduzione per sottotitolazioni per la televisione, l’insegnamento del portoghese, della danza e del teatro.

Tiziana Tonon si laurea all’Università degli Studi di Genova in Lettere Moderne con indirizzo etno-antropologico; completa i suoi studi con un corso in Letteratura e migrazioni in Italia; consegue la Certificazione di Competenza in Lingua Portoghese per Stranieri, del Ministero dell’Educazione Brasiliano; e, tra le varie formazioni riceve, dal Comune di Buccinasco, l’Attestato di benemerenza di genere. Per chi non lo sapesse, “è un riconoscimento che viene conferito a persone, amministrazioni, enti, istituzioni o organizzazioni del Servizio Nazionale che dimostrano di aver partecipato con merito a operazioni di protezione civile e che, con la propria attività, hanno contribuito a elevare l’immagine del Sistema nazionale, dando prova di significative capacità propositive e gestionali o singolari doti di altruismo e abnegazione”.

In un momento in cui torna la necessità di alzare la voce in merito alla rivendicazione e al consolidamento dei diritti civili di genere, sono orgogliosa di ospitare nella mia rubrica una delle molte donne animate da un forte spirito di indipendenza, che hanno posto la propria intelligenza e cultura anche al servizio dell’accrescimento comune e pubblico.

Tiziana Tonon, di professione traduttrice, oltre a una lunga esperienza nel suo complesso e affascinante settore, ha messo la sua competenza -in arti quali la danza e il teatro- al servizio della comunità in cui vive ormai da molti anni, insegnando, coreografando e organizzando spettacoli anche di impronta sociale.

Ma, per farvi conoscere questa donna così eterogenea e rappresentativa dell’avanguardistico mondo femminile, di quelle incredibili competenze che animano spesso l’Universo delle donne,  passo all’intervista vera e propria. Ma non prima di sottolineare quanto la forza e la costanza, il lavoro e l’impegno, servano sempre come viatico per l’affermazione personale e culturale di ogni individuo.

Buon lettura!

Come letto nell’introduzione, Tiziana Tonon è una donna molto eclettica, incline all’approfondimento di svariate discipline divenute vere e proprie passioni. Mi chiedevo: quando eri una bambina, cosa avresti voluto fare da grande?

Facile! Da piccola volevo fare la ballerina. Senza dubbi.

Tra i percorsi accademici della tua vita c’è quello sviluppato nel mondo della danza e della recitazione; questo lungo tragitto ha un’interessante attinenza con quella che oggi rappresenta la tua prima occupazione. Com’è affluita la danza nei tuoi studi legati al Brasile -e alla sua cultura-, un Paese che, nel corpo e nel ballo, delinea alcune delle sue più note caratteristiche?

Innanzitutto, va detto che ho intrapreso gli studi di etno-antropologia e, in seguito, di portoghese e tecniche della traduzione semplicemente perché avevo inserito nel piano di studi un corso complementare in cui si offriva un seminario di danze del Candomblé, una religione afro-brasiliana. Che non c’è stato, sostituito da un seminario teorico. Dopo un mese di lezioni, però, ero totalmente innamorata e avevo deciso che la mia tesi sarebbe stata su quell’argomento (e, quindi, che avrei dovuto imparare il portoghese). Poi, c’è tutta la questione dell’essere interprete del pensiero o della vita di un altro, del mettere a disposizione il proprio corpo, la propria voce (parlata o scritta) per esprimerne, il più correttamente possibile, il messaggio. È una forma di accudimento e dedizione, molto materna, anche, se vogliamo. Ed è qui che, credo, danza, teatro e traduzione si intrecciano con maggiore evidenza.

Parliamo in modo più specifico della tua professione di traduttrice. Leggendo le molte esperienze che costellano la tua vita professionale e artistica, sono evidenti il colore e la speciale contaminazione etnica della tua personalità. Il tuo percorso accademico è improntato di un’affezione profonda e mai banale per ciò che fai. Come nasce la tua esperienza di traduttrice e come hai sviscerato la lingua che traduci primariamente, attraverso l’approfondimento dei Paesi di appartenenza?

La mia prima lingua di lavoro è il portoghese che, come ti dicevo prima, ho iniziato a studiare per l’esigenza di capire la bibliografia per la mia tesi di laurea (allora non esisteva nulla in italiano e la mia relatrice non conosceva il portoghese). Ho iniziato a frequentare i corsi alla Facoltà di Lingue, ho trovato delle insegnanti meravigliose come Amina di Munno, che è una grande traduttrice, una grande maestra e una grande amica, con cui ho avuto l’opportunità di conoscere la letteratura portoghese e brasiliana e di approfondire lo studio della traduzione. Inoltre, grazie a una borsa di ricerca, sono andata a Salvador da Bahia per svolgere la ricerca sul campo per la mia tesi.

La gioia legata a una professione interessante come la tua ha sempre, inevitabilmente, la sua nemesi; ce la racconti?

Mah, forse il fatto che si lavora prevalentemente da casa, il che da un lato è meraviglioso e comodissimo, ma d’altra parte comporta una certa asocialità e il fatto che spesso il tuo lavoro sia sottovalutato da chi ti circonda (perché tanto sei nel tuo salotto e in pigiama, che fatica puoi fare?). Un altro aspetto un pochino inquietante è il non sapere mai come sarà la vita fra due settimane, perché i lavori tendono a spuntare, per magia, il venerdì sera, intorno alle 19. Tutti insieme. O alla vigilia di un qualsiasi periodo festivo (che, infatti, di norma trascorro lavorando, cosa che comunque non mi dispiace affatto).

Tra le lingue che traduci c’è anche l’inglese. Tu sei una persona con un percorso di studi classici e con una conoscenza profonda della filologia classica; ci racconti quali sono le principali differenze, anche da un punto di vista antropologico, tra le lingue di derivazione latina e quelle anglosassoni? C’è qualcosa che latita nelle une ed eccede nelle altre, e viceversa?

Come mi è capitato di mettere a fuoco proprio qualche giorno fa (parlando dell’improvvisazione), io sono una persona che non ama gli spazi troppo vasti né l’eccessiva libertà di movimento: mi danno un senso di dispersione e di panico. Preferisco avere confini ben definiti e, entro quelli, sperimentare tutte le possibili varianti interpretative. Beh, con le lingue è lo stesso. Mi trovo più a mio agio con quelle neolatine: il portoghese, il francese, lo spagnolo, il nostro italiano. Le loro regole precise, le loro eccezioni ferree mi rassicurano e mi danno maggiore ispirazione. Non è così con l’inglese, che mi spaventa sempre un po’ per la sua mancanza di barriere, di appigli certi e che affronto, in qualche modo, come un “male necessario”, posto che, soprattutto per le traduzioni tecniche, è una lingua di lavoro assolutamente indispensabile.

Tra le tue esperienze professionali c’è anche quella della traduzione di sottotitolazioni per programmi tv; quando ti affacci a mondi attinenti al tuo lavoro, e che magari hanno risvolti più creativi e peculiari, hai mai la tentazione di percorrere solamente quelli? Se ci sono, quali sono le esperienze che avresti voluto approfondire e proseguire con esclusività, nel mondo della traduzione?

No, in realtà mi piace molto occuparmi dello sbobinamento e della trascrizione per sottotitolazione, ma mi piace che sia un intervallo tra una traduzione e un’altra. Quello che mi piacerebbe riuscire a fare è intensificare le traduzioni editoriali, magari con qualche collaborazione fissa sarebbe l’ideale, per quanto concerne la narrativa, naturalmente, ma anche e soprattutto nell’ambito dell’antropologia, della sociologia e della psicologia.

Parliamo dell’insegnamento. Hai insegnato portoghese e anche danza, in varie sfumature. Ti piace insegnare?

Adoro insegnare.

 Cosa ti piace dell’insegnamento e cosa c’è in te dell’insegnante?

Penso, senza false modestie, di essere una buona insegnante, proprio per il discorso dell’accudimento che facevamo prima. Mi appaga profondamente vedere che i miei studenti imparano, migliorano e, possibilmente, lo fanno divertendosi o comunque con soddisfazione

Tra le tue attività artistiche c’è la recitazione. Ci racconti cosa significa recitare e cosa implica da un punto di vista emozionale?

Recitare significa rinunciare a qualsiasi forma di maschera e mettersi totalmente a nudo, per essere in grado di vivere onestamente, e quindi onestamente trasmettere, le emozioni di qualcuno che non sei tu, qualcuno che magari è diversissimo da quello che tu sei. Emotivamente è molto impegnativo, a volte forse anche troppo.

Tiziana Tonon è anche una mamma. Quali sono, se ci sono, le cose che levi a te stessa per essere madre? Cosa cerchi di trasferire da te a loro per crescerli come vorresti?

La sola cosa che mi viene in mente è che viaggio molto meno di quanto vorrei fare. Per il resto, sebbene non fosse affatto nei miei progetti di vita, essere madre è una grandissima ricchezza e credo mi abbia fatto solo bene dal punto di vista del carattere. Inoltre sono fortunata, perché i miei figli mi hanno sempre sostenuta nelle mie bizzarre scelte di attività e nei miei orari sconclusionati. Gli altri bambini vengono accompagnati dalla mamma all’allenamento, in piscina, a basket… Ecco, noi anche, eh… ma sono state molte di più le volte in cui loro hanno accompagnato me a fare danza, a fare teatro, alle infinite prove di questo e quello. Oltre ai lunghissimi periodi in cui sono occupata in qualche progetto di traduzione particolarmente impegnativo e loro mi vedono, praticamente, solo di schiena. Sono molto pazienti.

Quanto a ciò che vorrei trasferire loro… Cerco di fare in modo che coltivino la fiducia in se stessi -che io non ho mai avuto se non di recente- e spero davvero di riuscire a trasmettere il messaggio che sono liberi di fare le proprie scelte sapendo che in me troveranno sempre e comunque un appoggio.

In tema di attualità, vorresti dire qualcosa sui recenti attacchi alla 194 e ai diritti acquisiti dalle donne?

Posso dirti che sono profondamente preoccupata per la piega che stanno prendendo le cose, in tutto il mondo. È sicuramente sintomo di grave disagio, con tutte le sfumature di significato che vogliamo attribuire al termine. Però ci sono ancora (soprattutto tra gli attuali trentenni) irriducibili sostenitori della bellezza, dell’umanità e della civiltà. Confido nel loro riscatto.

 C’è, nella tua occupazione di traduttrice e nell’ambito delle tue attività artistiche, un progetto che ancora non sei riuscita a realizzare?

Eccome! Tantissimi… altrimenti, che senso avrebbe svegliarsi?

 

Ringraziando Tiziana Tonon per essere stata con noi nella Pat zone, lascio in calce alcuni link per ulteriori approfondimenti, anche professionali.

Patrizia Ciribè

Improvvisazione, sì o no…

www.tizianatonon.it (Il sito web verrà rinnovato a breve)

 

Nazionalismo ed esterofilia: quei complessi dell’identità.

Mappamondo

Partendo da un atteggiamento molto in voga nell’ultimo periodo, che ha amplificato la sua voce attraverso le politiche di Governo, vorrei affrontare oggi queste due mentalità opposte.

Entrambi i concetti partono dall’esaltazione di un pensiero per certi versi riduttivo; un concetto che vuole, attraverso l’esacerbata celebrazione di un’identità, denigrare il contesto a essa esterno.

Poiché non ho mai creduto nell’allineamento a qualcosa di definibile attraverso canoni e dogmi, ma anzi ho sempre pensato che il modo migliore per delineare un pensiero libero sia evitare di uniformarsi, entrambi questi atteggiamenti, per quanto mi riguarda, sono l’esaltazione di un limite.

Se il nazionalismo esalta il concetto di Nazione, determinando una sorta di chiusura arroccata su sentimenti sciovinisti, l’esterofilia simpatizza esageratamente con ciò che non appartiene al proprio contesto.

Quanto al nazionalismo, non voglio farne una questione politica che spingerebbe, inevitabilmente, il ragionamento sino alla Rivoluzione francese, per approdare a quel tipo di nazionalismo volto a esaltare l’identità nazionale e la politica di potenza, e che contribuì allo scoppio del primo conflitto mondiale.

Vorrei analizzare entrambi questi atteggiamenti che, pur essendo in qualche modo opposti, si assomigliano in quella forma di chiusura verso ciò che non li contempla.

Se per esterofilia si intende quell’esagerata attrazione verso tutto ciò che si pensa e su come si conduce la vita all’estero, con il nazionalismo si esalta un’identità direi patriottica del proprio pensiero.

E sebbene estero e Nazione permangano su territori ovviamente differenti, il vuoto che si crea al di fuori di entrambi i concetti è una forma di chiusura; la negazione di un apprezzamento globale che non dovrebbe conoscere confini.

Mi è capitato recentemente, per lavoro, di conoscere persone che in ogni conversazione abbia scambiato con loro -che operano anche negli Stati Uniti pur essendo italiani- non hanno mai dimenticato di denigrare l’Italia e gli italiani, esaltando quel concetto astratto di “estero”.

In questa denigrazione del nostro Paese c’era sempre una forma di rigetto, un dissociarsi da comportamenti etichettati come “italiani”, volto all’autocelebrazione della propria, presunta differenza.

Inutile, forse, specificare come quei comportamenti siano stati i medesimi coi quali queste persone si sono, al fine, distinte. Inutile per il mio ragionamento che, se in questa conferma trova anche quella dell’assurdità di certe chiusure che pretendono di apparire aperture, trova anche il consolidamento alla teoria del complesso.

C’è sempre un complesso di fondo quando ci si chiude e c’è anche quando, con l’illusione di aprirsi a idee esterne, nasce un pregiudizio.

Ciò che determina il pregiudizio è sempre un pensiero limitato; ciò che determina la pretesa di comprendere e abbracciare solamente ciò che non ci appartiene culturalmente è il complesso di inferiorità.

In ogni atteggiamento mentale che sia contraddistinto dal rigetto di qualcosa, e dall’esaltazione di un concetto denigratorio, giace non solo arroganza, soprattutto ignoranza.

Io credo che non ci possa essere libertà di pensiero né quando ci si chiude a qualcosa, né quando, con l’illusione di innalzarsi, si offendono le proprie radici.

Quello che l’uomo tenta di fare sempre, anche quando millanta la propria apertura mentale rigettando ciò che lo compone per nascita, è innalzare dei muri.

Quello che l’uomo nega, trincerandosi dietro prese di posizione che crescono sulla denigrazione di qualcosa, è il flusso continuo dell’umanità.

In ogni forma di snobismo, che magari pare un’innocua posa, cresce un complesso di inferiorità.

Persino davanti a persone che si dipingono come realizzate, e lo fanno denigrando costantemente i propri avi e ammirando ciò che di fatto non li compone, non posso che individuare una mancanza di autostima.

E pure davanti al fanatismo di chi enfatizza la sua appartenenza geografica io vedo quel complesso di inferiorità che è sempre latente quando una voce parte dall’arroganza.

Non posso che citare questo bellissimo pensiero di Hermann Hesse che racchiude il mio sentimento verso ogni mentalità fondata sull’intento di dividere:

“Nonostante il tenero amore che nutro per il mio Paese, non ho mai saputo essere un grande patriota né un nazionalista. E ben presto è nata in me una diffidenza verso i confini e un amore profondo, spesso appassionato, per quei beni umani che per loro natura stanno al di là dei confini. Col passare degli anni mi sono sentito ineluttabilmente spinto ad apprezzare maggiormente ciò che unisce uomini e nazioni piuttosto che ciò che li divide.”

Patrizia Ciribè

 

 

 

 

 

 

Lo stereotipo sociale del “Non ho il tempo per leggere”

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Oggi affronto la spinosa questione di quelli che non leggono perché non hanno il tempo per farlo.

Il mio intento, sia chiaro, è unicamente quello di trovare insieme a loro un modo utile per arginare il problema.

Intanto, escludo tutti quelli che con onestà affermano che la lettura non rientra tra le loro passioni. Non a tutti devono piacere le medesime cose; con la morte nel cuore, ammetto che possa –spero in una galassia lontana- esistere qualcuno a cui non piace leggere.

Anzi, apprezzo chi con coraggio fa questa affermazione, perché non racconta –e si racconta- stupidaggini, tipo che non ha tempo per farlo.

Allora, non avete il tempo per leggere. Generalmente, rientrate nella categoria di quelli che amano sniffare la carta, che i libri sono quelli tradizionali, che i supporti digitali sono l’anticristo della letteratura.

Ecco qua la prima incongruenza e il primo punto che si può correggere per aiutarvi a recuperare il tempo, che dite di non avere, per leggere.

Se siete donne andrete in giro, nel quotidiano, con una borsa; se siete uomini, magari avrete un borsello, una valigetta.

Un supporto digitale pesa circa tre etti; il libro più piccolo che ho attualmente sul mio tavolino del salotto ne pesa il doppio.

Il mio supporto digitale contiene centinaia di libri e viene con me in giro per tutto il giorno.

Ma ora parliamo del suo utilizzo. Cosa fate quando siete in coda? Quando aspettate di pagare la bolletta; di ritirare la pratica in Comune; di farvi fare la ricetta dal medico; di prendere l’autobus, e tutte quelle cose che riempiono la vostra vita mentre non siete impegnati in qualcosa di obbligatorio?

Cosa fate quando siete in pausa durante il pranzo; mentre andate/tornate da qualche parte con il treno; mentre siete al mare; mentre aspettate di fare qualunque cosa e perdete ore del vostro tempo?

Io leggo. Apro il mio Kindle (con una croce e dell’aglio tra le mani, ché non si sa mai) e leggo. Quando non avevo il Kindle, e lessi per esempio “Guerra e pace”, ricordo che giravo con le fotocopie in borsa.

Ma torniamo a voi amanti della carta, dell’odore che ha (un momento, amo anch’io queste cose e infatti ho la casa piena di libri che leggo quando sono a casa, seduta sul mio divano), della sensazione antica che vi trasmette quando girate le pagine. Mi domandavo: ma quand’è che girate quelle pagine? Mai. Perché –come dite sempre- non avete tempo.

Però intessete rapporti virtuali con il mondo; avete Instagram che pullula di foto e grida vendetta più di quello di qualunque vip o sedicente tale.

Su WhatsApp scambiate miliardi di messaggi al giorno; conoscete i problemi di tutti; le loro micosi; lordosi; nevrosi, e intrattenete lunghe sessioni di psicoanalisi con ogni contatto abbia qualche problema che vi faccia sentire indispensabili.

Riuscite a spettegolare persino con gente che neppure conoscete; fate “cappottini per l’inverno” a qualunque inimicizia vi siate creati e pure alle amicizie (o definite tali).

Facebook lo usate come fosse una cabina telefonica degli anni Ottanta, e voi aveste continue emergenze: di voi sappiamo cosa state mangiando; indossando; bevendo; facendo; quanti gradi ci siano nel punto in cui siete; se i vostri bambini abbiano fatto qualche geniale affermazione e se, nel frattempo, la Ferragni o la Middleton siano nuovamente incinte.

Poi, quando il selfie non è abbastanza, aggiungete i nasetti e le orecchie degli animaletti al vostro viso; approfittate di ogni vetrina o specchio che incontrate per scattarvi una foto; per farci sapere che siete andate dal parrucchiere; che avete fatto la manicure (quella, per girare le pagine di carta dei libri, è essenziale); che avete recapitato i figli a scuola (perché, ovviamente, li avete fotografati!).

Ma io vi vedo, mascherine, mentre, con il mio Kindle tra le mani, aspetto il turno da qualche parte, e voi digitate parole sui vostri smartphone come se non ci fosse un domani.

Vi guardo e penso: ”Eccone un altro che sta scrivendo di quanto sia bello sniffare la carta!”.

Ma la bacheca deve anche essere colta, oltreché bella! Dunque, di tanto in tanto, condividete frasi di qualche morto del quale conoscete a malapena la provenienza geografica, perché per leggere i suoi libri, ovviamente, non avete il tempo!

Ieri ero nella sala d’aspetto di un ambulatorio. C’erano circa cinquanta persone: non ce n’era una con un libro -o un supporto digitale di lettura- tra le mani. Erano certamente tutti appassionati di pagine di carta e io avevo con me il mio anticristo ricaricabile. Di fatto, nessuno leggeva a parte me. Ma neppure un giornale, eh!

Qualche giorno fa ero alla posta. C’erano anche qui una quindicina di persone in attesa. Giovani e meno giovani, quasi tutti con il cellulare tra le mani. Non c’era una persona che, non dico sfogliasse le pagine di un libro, che almeno le sniffasse!

Volevo quasi alzarmi in piedi e chiedere ad alta voce:” Sniffatori di libri, dove siete?”

Il fatto è che se la lettura vi appassionasse, sapreste dove inserirla; avreste l’esigenza di inserirla da qualche parte, esattamente come fate con i tremila messaggi che giornalmente vi scambiate con figure mitologiche che prima o poi scompariranno dalle vostre vite.

Siete sempre sul pezzo, avete la visione di tutti i “mi piace” che la gente mette a questa o quella persona, ma il tempo per leggere, aimè, non l’avete.

Non solo, nemmeno avete quello per realizzare le vostre più alte aspirazioni, che sono sepolte in fondo a un cassetto. E alle quali avete dovuto rinunciare –e insieme a esse anche alla possibilità di portare la vostra grandezza nel mondo- a causa di forze oscure che vi hanno sempre osteggiato  e, ovviamente, perché non avete il tempo.

Vi lascio con questa citazione dello scrittore Jackson Brown Jr, che credo racchiuda la verità sul tempo che ognuno ha a disposizione:

“Non dire che non hai abbastanza tempo. Hai esattamente lo stesso numero di ore in una giornata che è stato dato a Michelangelo, Pasteur, Madre Teresa, Leonardo da Vinci, Thomas Jefferson e Albert Einstein”.

Patrizia Ciribè

 

 

Quel disatteso, costante attentato alla democrazia

Mose-Frida-Kahlo Mosè o Nucleo solare, 1945 – Frida Khalo

“Intorno a noi si vedono delle cose che nella mia mente suonano come già sentite. Come un’eco lontana di qualche cosa che si sta avvicinando. C’è una violenza, adesso, nelle persone che da tempo non rilevavo intorno a me. Io sono stata una richiedente asilo. Asilo che mi è stato rifiutato, con le conseguenze: Auschwitz. Io sono stata una con i documenti falsi, clandestina sulle montagne. Quindi conosco quelle storie personalmente, conosco come si sta, come si è, come si cerca di farsi accettare là dove si spera di trovare la salvezza. Quindi come faccio a non notare quell’indifferenza quando un barcone si rivolta e muoiono 200 persone nel Mediterraneo? Persone di cui non si saprà mai il nome”.

Oggi parto da queste parole. Mi sono imbattuta in esse per caso e leggendole ho provato dolore.

Sono parole di Liliana Segre, senatrice a vita e reduce dell’Olocausto.

Non bisogna dare per scontato il fatto che ogni civiltà maturi lo stesso senso di accoglienza e umanità. Mi è anzi capitato di conoscere una persona che al collo portava la Stella di David e commentava con molta chiusura le recenti ondate migratorie.

Come sempre, in ogni ambito della vita, ci sono menti illuminate, persone che viaggiano su livelli alti di comprensione della vita -e quando ci si imbatte in loro, bisogna assolutamente cercare di imparare qualcosa- e altre che non hanno quella profondità.

Ma quello che sempre più cerco di imparare guardando la vita degli altri, studiandone i moti interiori, è di lasciare spazio a un antico sentimento, misto di consenso e comprensione, che credo fermamente viva nell’uomo così come la violenza e l’indifferenza.

Credo che tutto questo ci componga per retaggio e anche per reiterazione ciclica e generazionale. Quindi il mio intento è sempre quello di coltivare ciò che ritengo universalmente giusto, come il sentimento della misericordia umana.

Quando uso il termine “misericordia” automaticamente ritorno a quel po’ di educazione cattolica che ho nel mio bagaglio personale, e non posso che collegarne il suo significato ai molteplici insegnamenti che la religione vorrebbe impartire.

Il passo è breve: subito penso a quelle persone che conosco e che frequentano con convinzione la chiesa. A quelle che hanno una fede cieca che spesso ho desiderato avere io stessa, poiché la mia, invece, è malandata e, come per tante altre cose, sempre costellata di dubbi.

Mi rammarico di constatare che sono più frequentemente quelle stesse persone a disattendere qualunque senso di misericordia.

Le ho viste pregare durante i funerali, i matrimoni o quelle rare funzioni cui ho partecipato. Le ho viste inginocchiarsi a terra; prendere l’eucarestia; consegnare i propri cari, agghindati di veli e odorosi di incenso, a dio. Li ho visti scambiarsi il segno di pace con un convincimento quasi teatrale. Convincimento che, insieme a tutto il resto, subissa quasi sempre ogni antica malinconia cristiana.

Poi le ho viste uscire ed essere solamente gente. Gente piena di rancore, di sentimenti di rivalsa e di convinzioni pregne di razzismo. Le ho viste essere né più né meno come tutti quegli esseri umani che vivono la propria vita pensando che le proprie, piccole cose valgano quanto la vita di altra gente.

È questo che mi ha procurato dolore, il fatto cioè che non vi siano priorità universali, valori così talmente intoccabili da oscurare tutte quelle piccolezze di cui è fatta la nostra vita.

Preparano i loro figli alla vita, li infiocchettano di sacramenti che, alla fine, non significano niente. Convogliano ogni energia nel raggiungimento di piccoli obiettivi che paiono oscurare quell’unico valore umano che dovrebbe essere la vita.

E allora mi sono domandata, pur conoscendo la risposta, come mai la frequentazione religiosa valga così poco; come mai secoli trascorsi a dispensare insegnamenti, che dovrebbero avere di base proprio l’accoglienza per i più deboli, non siano valsi a nulla.

E la risposta non è nella religione. Ma nell’uomo.

La religione è quel pretesto con il quale ci si vorrebbe sentire migliori, liberati con la confessione da quell’acredine che si estende al di fuori dal proprio piccolo mondo. Da tutti quei sentimenti pregni di pochezza e inciviltà.

Ed è forse una cattiva notizia quella che dovrebbero dare in chiesa: che né la confessione, né l’eucarestia liberano dall’odio le persone.

Capisco che sarebbe comodo, liberatorio anche, potersi ripulire ogni volta dai limiti di un’anima sciatta. Ma non è così: nessuno può nulla sulla nostra anima, sui nostri piccoli sentimenti. Nessuno a parte noi stessi.

E se un dio ci fosse da qualche parte, se quella voce che costantemente sussurra quello che si dovrebbe essere per aspirare a un po’ di umanità, appartenesse a un essere soprannaturale, certamente tutto quello spettacolino di genuflessioni, strette di mano, e braccia allargate, in questo mondo malato di egoismo e indifferenza, gli suonerebbe fasullo. Perché fasullo, è.

Quello che sa fare l’uomo è dividere. Dividere le differenze; dividere le classi sociali; dividere le persone in meritevoli ed emarginabili.

E in questo ritorno al razzismo, in questa legittimazione alla discriminazione c’è sempre il desiderio di eliminare quello che viene percepito come debolezza, ma che è invece la forza di una società.

La forza della società sta nel suo essere disposta ad accogliere quelle differenze che rendono l’uomo straordinario. In questa pericolosa tendenza a voler confutare la teoria dell’unica razza, perché di questo si tratta, si torna a una pericolosa ignoranza.

Forse siamo ancora un paese libero se il senatore Pillon può affermare, senza tema di ritorsioni, che obbligherà le donne a partorire; che renderà il matrimonio indissolubile.

Il problema della democrazia è proprio questo: che può essere messa talmente in discussione da implodere lentamente, senza quasi che ci se ne renda conto.

Senza rendercene conto, il Comune di Genova, in stato di allerta dopo la morte di quarantatré persone nel crollo del Ponte Morandi, ha istituito il registro delle famiglie tradizionali.

Ecco cos’è la democrazia: un valore che può essere quotidianamente rosicchiato senza che gente libera, e convinta di non dover dare nessun contributo per restare tale, se ne avveda.

Una frase come quella di Pillon suona quasi buffa. Ho provato a dirla in presenza di altre persone e tutte hanno riso. Hanno riso come per sottovalutare la portata di questi ideali. E intanto lui presenta una riforma che ri-vittimizza la donna; che di fatto impedisce a tutte quelle che si sono dedicate unicamente alla famiglia di separarsi dal marito. Marito che potrebbe essere violento.

Ed è strano come la visualizzazione delle conseguenze di certi progetti mentali porti sempre là, dove i deboli non hanno voce.

E quando una società divide, tende ad abbassare il volume delle rivendicazioni d’uguaglianza, sembrerà a voi tranquilloni uno dei classici falsi proclami. Invece no, invece si chiama attentato alla democrazia.

Quando potete discriminare le persone, o tentare di farlo, ad alta voce, non si tratta di libertà ma di attentato alla democrazia.

Patrizia Ciribè

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