Patrizia Ciribè, autrice di romanzi, getta un occhio sulla società attuale con la rubrica La Pat zone.
Il suo amore per la letteratura classica; per i vecchi film; per tutto ciò che è vintage, sono elementi che agevolano la sottolineatura degli annosi contrasti tra ciò che è, e ciò che abbiamo lasciato indietro. La sua propensione a spogliare le miserie quotidiane da quel che, attualmente, patina il mondo, è il veicolo per viaggiare nelle zone represse dell’animo umano.

Morire di vergogna o di tristezza.

munch-separazione-1896-oslo-munch-museet Munch, Separazione 1896

Spesso mi domando cosa sia veramente importante per le persone. Cosa spinga in avanti la vita e con essa la motivazione di ognuno. Perché quel che vedo appare dall’esterno cosa di poco conto, come una sorta di continua distrazione da se stessi, che, da fuori, non sembra neppure così divertente, né adiuvante.

Mi sembra che, in fondo, tutto quello di cui vive la gente sia una specie di strano sostentamento che non ha a che fare con nulla di preciso, ma più che altro corrobori strane convinzioni di onnipotenza.

Stamani mi imbatto in qualcosa che avevo scritto l’anno scorso, dopo aver letto un racconto di Cechov: uno di quelli irrinunciabili. Cechov era uno di quei sensazionali russi che avevano risposte anche a domande future. Ma aveva di diverso, dai grandi esistenzialisti, un meraviglioso senso dell’umorismo, figlio, in realtà, di una profonda tristezza sociale -non è un caso se Paolo Villaggio trasse il suo personaggio più noto, Ugo Fantozzi, proprio da letture come questa.

Credo fortemente che non ci possa essere una grande felicità –né un’accettabile conoscenza- senza una grande sofferenza generazionale; e, soprattutto, che non vi sia possibilità di entusiasmo per la vita senza dar peso alla tragedia dell’uomo.

Milan Kundera scriveva “La guerra può esistere solo nel mondo della tragedia: fin dall’inizio della storia l’uomo non ha conosciuto che il mondo tragico e non è capace di uscirne. L’età della tragedia può aver fine solo con una rivolta della frivolezza”.

Credo che si sia esagerato con la frivolezza. Conoscendo un pochino Milan Kundera, so che la frivolezza cui alludeva nulla ha a che fare con l’indifferenza che oggi sostiene la vita della maggioranza. Lo scrittore, infatti, ha viaggiato sempre nell’interiorità cercando la leggerezza dell’anima, in contrapposizione con uno stato di pesantezza esistenziale che è ormai obsoleto per la maggior parte della gente.

Spesso mi domando se ancora qualcuno soffra per amore; se, mentre qualcuno soffre per il padre di tutti i sentimenti romantici, qualcun altro capisca quel dolore.

Mi domando: di tutta quella sofferenza sentimentale che, nel corso dei decenni, ha riempito pagine di libri e pellicole di film, qualcosa è rimasto anche nella vita vera? Perché quel che vedo è un mondo dove tutti sembrano refrattari a qualunque dolore, desiderosi solamente di lasciarsi tutto dietro o, peggio, sotto, schiacciato dal peso di stupidi passi verso il niente universale.

L’anno scorso scrivevo: “Il racconto di Cechov “L’uomo nell’astuccio” è la dimostrazione di come, anche cent’anni fa, la presa di coscienza personale coincidesse, per alcuni, con la comparsa di uno stato d’ansia patologica che oggi chiamiamo “attacco di panico”. Di come, cent’anni fa, però, si potesse pensare di morire dal rimorso, dalla vergogna.

C’è qualcosa di elevato nel morire di vergogna, anche in un racconto; anche solamente per il fatto di averlo pensato e reso credibile. Pensare che, arrivando a un momento cruciale, nel quale l’uomo scopra di avere sempre sbagliato, egli muoia per il tormento, è dare senso alla tragedia. Il fatto di non possedere più tragedia nelle nostre vite, o di possederla al punto da ignorarla considerandola normale, è il male del nostro tempo. Dove si sopravvive a tutto e dove, nemmeno l’amore, è più un buon motivo per soffrire. Bisogna a ogni costo vivere e, per farlo, si finisce per guardare in una sola direzione, quella che ci consente di non pensare a nulla, se non a noi stessi.

Allora, in questo mare di tangibile indifferenza, mi domando: chi, oggi, si ammalerebbe per la vergogna? Chi sarebbe così devastato da un rimorso –per qualcosa che oggi considereremmo una banalità- da morirne?

La letteratura, quella delle più grandi narrazioni, è piena di uomini che sopravvivevano alla guerra ma che morivano di tristezza. Di donne che compivano vere e proprie odissee, ma si ammalavano d’amore tanto da morirne”.

Rileggendo le mie parole, vecchie di un anno, continuo a trovare in me quel senso di smarrimento per la perdita di quei grandi sentimenti. Sentimenti che sembrano ormai caduti in miseria, soppiantati dal bisogno, che contraddistingue il nostro tempo, di non soffrire, se non per quelle cose che, della vita, rappresentano la parte più becera.

Di quelle grandi sofferenze, vedovanze, attese, non c’è più traccia alcuna. E come può sopravvivere un senso di perdita senza l’ausilio di sentimenti basati sull’eternità?

E come può attraversarci un dolore, per cose che accadono al di là della nostra conoscenza, se la tragedia ha, nelle nostre vite, le ore contate; se l’unica necessità è quella di liberarsi dei residui di vita passata, di quel tempo fatto a brandelli, sfruttato solamente per dimenticare chi eravamo?

La tragedia umana è tutta lì, sulle panchine di un parco; tra vino nel cartone; mani sporche di una vita grama; sogni infranti, affogati negli occhi vitrei; rassegnazione e disperazione. Oppure in quello che ci siamo dimenticati di noi stessi, che eravamo nati per conoscere l’amore e la sofferenza, per sopravvivere alla tragedia e reinventare la vita.

Ma ricordiamocene, di tanto in tanto: è proprio quando la tragedia ha perso il suo peso, la sua importanza, che tornano, tra gli indifferenti, le più terribili minacce ai diritti civili. E mentre l’uomo volta pagina, e vuole solamente dimenticare, si affacciano nuovamente gli orrori del pregiudizio che, indisturbato, prolifera nei cuori dimentichi di cosa sia la sofferenza.

“Ne venne un suono crudo e terrificante, indescrivibile. Ma, in realtà, non era un suono. Nulla. Era il suono del silenzio assoluto. Un silenzio che gridava e gridava in tutto il teatro, costringendo il pubblico a chinare il capo come sotto una raffica di vento. E quel grido racchiuso nel silenzio, mi parve il medesimo grido di Cassandra, quando vaticina l’odore di sangue nella casa di Atreo. Era il medesimo grido selvaggio con cui la fantasia tragica ha marcato la prima volta il nostro senso della vita. Il medesimo lamento puro e selvaggio sull’inumanità dell’uomo e sull’inutilità degli sforzi dell’uomo. La parabola della tragedia, forse, è intatta.” (G. Steiner, Morte della tragedia, 2005)

 

Patrizia Ciribè
N.d.R. L’immagine dei miei articoli, quasi sempre un dipinto, ha un nesso profondo, talvolta impercettibile, con il loro contenuto.

Ciclo interviste d’autrice – Chiacchierando con Ludovico Paganelli, autore de “Il seme della violenza” (ed. Mondadori Electa)

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Il “Ciclo interviste d’autrice” esordisce all’interno di questa rubrica con un’interessante chiacchierata, quella con Ludovico Paganelli, autore del romanzo d’esordio Il seme della violenza. Il libro, edito da Mondadori, uscirà in libreria il prossimo 17 aprile.
Onde evitare la sorte del noto giornalista Giovanni Minoli –e con tutte le più ovvie proporzioni del caso-, il quale, dopo aver promosso un servizio sulla società Luxe Vide di Matilde Bernabei, all’interno del suo programma “Faccia a faccia” su La7, è stato lungamente criticato per non aver specificato che la signora è sua moglie, metto le mani avanti e dichiaro che il nostro ospite di oggi è mio cognato!

Ma prima di partire con una serie di domande, e relative risposte, penso di fare cosa gradita ai lettori dando qualche cenno biografico dell’autore:
Ludovico Paganelli nasce a Milano il 13 maggio 1978. È laureato in Scienze Politiche, e lavora all’interno del Gruppo Banco BPM. Nel 2011 fonda “Viaggi & Tentazioni” (www.viaggietentazioni.it), periodico on line che ospita reportage di viaggi, oltre a recensioni di ristoranti, cantine vinicole e prestigiose strutture alberghiere.

L’intervista parte con una domanda di rito e segue con interessanti approfondimenti sul nostro ospite e sul suo romanzo d’esordio. Sarò certamente una delle sue prime lettrici, non solo per il nostro legame familiare, e per aver sperimentato io stessa quanta importanza abbia l’appoggio di amici e parenti nella condivisione di certi traguardi, ma anche perché le premesse per leggere un ottimo romanzo, di genere thriller, sono certa ci siano tutte.

– Da dove nasce la tua passione per la scrittura?
La passione per la scrittura affonda radici molto lontane nella mia vita perché, già all’epoca della scuola, gli insegnanti mi riconoscevano una certa predisposizione, una predisposizione che poi ho coltivato nel tempo arrivando ai tempi dell’università a collaborare con una giornalista del Corriere della Sera. È lei che mi ha insegnato il mestiere della scrittura, in particolare la scrittura giornalistica che ha una tecnica tutta sua. Con l’approccio alla scrittura giornalistica mi sono iscritto all’Ordine dei giornalisti, ed è lì che ho creato il mio giornale on line: “Viaggi e tentazioni”. Ho portato avanti nella vita questa passione sempre nell’ambito del giornalismo. Diverso discorso è stato quando mi sono approcciato al romanzo. In quell’ambito devo dirti che, nelle prime pagine, rileggendomi dopo qualche mese, ho notato che continuavo a utilizzare la tecnica della scrittura giornalistica, per questo, nel tempo, mi sono dovuto sforzare per usare delle espressioni più romanzate e narrative.
– Quali sono le influenze letterarie che ritieni determinanti per la tua formazione di autore?
Questa è una bella domanda perché io leggo moltissimo e leggo un po’ di tutto. La mia più grande passione fra i classici è il Conte di Montecristo; non posso ovviamente avere l’ambizione di dire che Dumas è il mio mentore, però questo per dire che la mia formazione letteraria, dal punto di vista di lettore, spazia dai più grandi classici a romanzi anche più leggeri che possiamo definire “da spiaggia”. Il genere giallo, tendenzialmente, viene visto come un genere leggero anche se talvolta affronta tematiche molto impegnative. Comunque, in linea di massima, quando mi rilasso o voglio trascorrere serenamente il mio tempo libero, tendo a scegliere le mie letture tra i romanzi gialli. Mi piacciono le ambientazioni di paesaggi che conosco; mi riferisco al Maigret della situazione, quindi ad Agata Cristie alla Francia, all’Inghilterra. In sostanza, un autore specifico da cui abbia tratto ispirazione non c’è. Quello che cerco di fare è di acquisire un genere mio.
– Però, ovviamente, le tue letture fanno parte di te, quindi un po’ ti condizioneranno anche involontariamente. Riconosci qualcosa, di quello che hai scritto, che ti possa ricordare qualcuno a cui magari sei legato; un libro in particolare o un autore in particolare?
Mi rifaccio davvero ai grandi classici: per esempio, nel mio romanzo ci sono molti riferimenti a Milano. Dire Milano vuol dire anche Alessandro Manzoni. Quest’autore, all’interno del mio romanzo, ha una brevissima citazione perché pochi sanno che in pieno centro storico di Milano c’è la casa dove lui visse e, pochi passi dalla quella casa, c’è la chiesa che lui frequentava abitualmente. Quindi, si, se ci penso, trovo molti riferimenti alla Milano manzoniana.
– Ogni autore ha un suo modo per raccontare una storia; qual è il tuo? La storia nasce e cresce spontaneamente mentre la scrivi o l’avevi già in testa, nella sua totalità, prima di iniziare a scriverla?
Nel mio caso la storia non l’avevo in testa sinceramente, è nata nel tempo. Avevo in testa la protagonista, Margot Blanchard. È una giovane donna che ha deciso di intraprendere la carriera di polizia e diventare commissario per adempiere a una promessa che aveva fatto a se stessa. Ho voluto partire dalla protagonista che ha una sua connotazione caratteriale; ha determinate caratteristiche ben delineate come la femminilità molto accentuata, che lei vive a pieno. Sono partito da lei e attorno ho creato la storia. Tutto il resto è stato partorito durante i lunghi viaggi in treno che facevo tra Milano e Santa Margherita Ligure. Per molto temo, per motivi familiari, ho fatto una vita da pendolare. Per impiegare al meglio quel tempo ho pensato molto all’evolversi della storia e, di giorno in giorno, la storia si è evoluta. Tante volte credevo di arrivare a un determinato punto poi mi sono ritrovato dalla parte opposta. Credo che sia stato veramente un bel lavoro essere partiti dal personaggio principale, che penso piacerà molto, soprattutto al pubblico femminile.
– A proposito di femminilità molto spiccata, questa è una domanda che ti faccio da autrice: in che modo hai conciliato, per esempio, le parti più scabrose e legate all’erotismo con una forma di pudore intrinseco che ognuno ha, soprattutto nelle prime fatiche letterarie. Come hai fatto a scalfire il momento in cui ti sei trovato a dover raccontare situazioni più intime?
Giusta domanda (ridacchiamo lievemente imbarazzati). Nell’approccio con determinate situazioni mi sono interrogato se fosse il caso di entrare nei dettagli – come dici tu- di determinate scene con descrizioni di erotismo, oppure se lasciar intendere al lettore con poche e semplici parole. Alla fine ho optato per una descrizione, magari anche un po’ più forte, di sessualità o violenza, perché ritengo siano necessarie per cogliere a pieno il personaggio di Margot, una donna che, per interagire, utilizza la sua sensibilità di provocatrice. C’è un termine francese che rende molto l’idea della sua personalità: allumeuse. È un aggettivo che significa proprio seduttrice, provocatrice, una donna che usa la sua bellezza per cercare di accattivarsi chi le sta di fronte e per cercare di vivere a pieno questa femminilità prorompente.
– Visto che abbiamo accennato al personaggio principale ne approfondirei un aspetto preponderante. Non vogliamo ovviamente rivelare nulla di essenziale rispetto alla trama, ma, come mi anticipasti tempo fa, so che la protagonista ha un passato di maltrattamenti. La domanda che vorrei farti è questa: come si approccia un uomo a un tema così intimo, e legato all’emotività femminile, come le molestie maschili su una donna?
Il tema della violenza sulle donne da sempre mi colpisce. Leggo il giornale tutti i giorni e tutti giorni, purtroppo, c’è un articolo o un trafiletto che parla di violenza sulle donne. Che sia sessuale, domestica, psicologica o anche – mi permetto- la violenza di impedire alla donna il diritto all’aborto. Qui, magari, posso urtare la sensibilità di qualcuno (Non la mia!): il nostro paese, purtroppo, ha una percentuale di obiettori di coscienza, nell’ambito della medicina, altissimo. Questo fa in modo che le liste di attesa, per le donne che desiderano abortire, siano lunghissime e, tante volte, a causa di queste lungaggini, si rischia di andare oltre il periodo consentito. Allora succede che si debba ricorrere all’aborto clandestino. Questa è una cosa inaccettabile ed è una passaggio che ho voluto affrontare all’interno del mio libro proprio per dire che, al giorno d’oggi, soprattutto nel nostro Paese, le donne sono troppo vittime della società, dei maschi, mariti, fidanzati.
Il complimento più bello che ho ricevuto, quando ho sottoposto all’attenzione della Mondadori il libro, è che sembra scritto con una sensibilità femminile. Questo è un complimento che mi ha fatto piacere perché significa che sono riuscito a cogliere determinate sfaccettature più difficili per un uomo. È proprio attraverso questa dote che ho voluto approfondire tematiche così delicate, infatti, gran parte della storia, si svolge attorno a questi argomenti così attuali. Cioè, alla fine il delitto c’è, (tranquillizziamo i lettori!) ma è proprio a causa di questo delitto che Margot, la protagonista, riscopre determinate ombre che pensava di aver dimenticato e, soprattutto, nascosto alla sua famiglia.
– L’ambientazione milanese cela qualche ricordo personale? Hai nascosto tra le pagine qualche cameo alla tua città e a personaggi del tuo passato?
Milano è un personaggio, nel libro. Milano è la mia città, è la città che amo. Io oggi, per motivi di famiglia, mi sono trasferito con molto piacere a Santa Margherita Ligure, che peraltro è una località che, per me, rappresenta molto più di una seconda casa. Intanto, ora ci vivo con la mia famiglia, che è la cosa più bella che ho, ma soprattutto frequento Santa Margherita Ligure da quando avevo quindici giorni di vita. Ma Milano è una protagonista del mio libro perché, al suo interno, vengono descritti alcuni angoli della città e anche curiosità che molti non conoscono. Ritengo inoltre sia utile promuovere la città che portiamo nel cuore, infatti i luoghi descritti sono quelli della mia vita. La stessa protagonista vive a poca distanza da dove io sono cresciuto, in un quartiere che adesso è stato tutto ricostruito e rivalorizzato, che è il quartiere della Vecchia Fiera. Lei abita proprio accanto al City life, l’enorme area riqualificata, e al grande parco che è ancora in corso di costruzione. Vengono descritte le zone del centro, quelle dove ho lavorato in passato. C’è qualche racconto che può interessare anche chi non conosce a pieno Milano. Spero, attraverso queste mie descrizioni, di poter incuriosire gente che magari non ama particolarmente questa città spingendole a ricredersi su alcuni pregiudizi che ritengo eccessivi. È vero che Milano è una città difficile da vivere ma è anche una città che offre tantissimo e che è in grado di regalare molte soddisfazioni.
– Com’è Ludovico Paganelli nella sua vita comune di marito, padre, figlio, lavoratore, amico: cosa, del tuo stile letterario, secondo te, ti rispecchia chiaramente per chi ti conosce personalmente? Dove, chi ti conosce, potrebbe dire: “te lo lì, Ludovico!”?
Chi mi conosce potrebbe dire “te lo lì Ludovico” anche nella stessa scelta di dare alla protagonista un’origine francese. Io amo molto la Francia, sono molto appassionato di tutto ciò che è francese, dai vini, dalla gastronomia, dai paesaggi. Per questo, ci sono all’interno del romanzo alcuni richiami -un po’ come è stato per Milano- ad aneddoti relativi alla Francia.
Margot ha origini parigine, non a caso Parigi è una città che sento mia… tante volte credo che in un’altra vita sia lì che ho vissuto. È una città dove mi trovo a mio agio e che giro quasi senza cartina alla mano… ci deve essere qualcosa di relativo al subconscio!
Ci sono nel libro anche molti richiami all’Alsazia, alla Provenza e al mondo dei vini in generale (tutte mie grandi passioni). Perché Margot è una donna che, oltre ad amare il suo lavoro e la famiglia, ama molto tutto ciò che ruota intorno all’enogastronomia. È una donna molto preparata, non è una somelier, ma è molto preparata nella conoscenza di tutto ciò che riguarda il vino. Ed è proprio a causa del vino che conosce il marito, in Alsazia.
Uno dei miei più cari amici, che ha letto il libro in anteprima, ha detto: “Guarda, si capisce che ci sono alcune cose di te per via della Francia, dei vini, di Milano, dei ristoranti. Ci sono tante sfaccettature che ti riguardano”. Tornando quindi alla tua domanda, da tutte queste piccole cose, chi mi conosce, potrà credo riconoscermi.
Nella mia vita privata cerco di fare del mio meglio, cerco di dedicare il maggior tempo possibile a mia figlia Elisa, che viene prima di tutto. Anche nel mio lavoro di scrittore cerco sempre di utilizzare momenti in cui lei o non c’è, o magari dorme. Non a caso, tante volte mi capita di prolungare il mio lavoro ben oltre la mezzanotte, proprio per non sottrarre tempo alla famiglia. Cerco poi di essere un buon marito, spero di esserlo (questo lo chiederemo a Paola!) e mi definisco anche un uomo di casa: amo cucinare, mi piace anche semplicemente andare a fare la spesa, d’altra parte, uno chef che si rispetti, sceglie sempre di persona gli ingredienti che deve utilizzare per coccolare i propri ospiti. Mi piace avere gente a pranzo o a cena, lo vorrei fare più spesso ma è un po’ faticoso perché presuppone anche l’impegno da parte di mia moglie, e, spesso, per motivi di lavoro, siamo tutti e due stanchi e costretti a rinunciare. Tendenzialmente, però, ci piace avere gente a casa.
– A chi hai dedicato il romanzo?
Doverosamente a Paola, mia moglie, che è stata l’artefice del libro. Io, devo essere sincero, non ho mai pensato di scrivere un romanzo perché mi sono sempre visto più come un giornalista che come romanziere. Ricordo, però, questa giornata di luglio di un paio di anni fa: eravamo in spiaggia e Paola mi chiese ”Perché non scrivi un romanzo? D’altra parte le doti dovresti averle”. Mi dissi ”Perché no? Io ci provo, alla peggio, passo il tempo” e da qui, appunto, nasce la motivazione per scriverlo durante i miei viaggi in treno da pendolare. È stato merito suo se il romanzo è nato, quindi, doverosamente, l’ho dedicato a lei e naturalmente a Elisa perché, sebbene mi sforzassi di non sottrarle del tempo, qualche giornata e qualche ora di gioco insieme l’abbiamo dovute sacrificare.
– Stai lavorando a qualcos’altro?
Si, sto lavorando a quello che vorrei fosse il seguito della storia. Il libro ha un seguito che spero possa diventare una seconda opera, perché credo che la storia, soprattutto la storia familiare di Margot, meriti una seconda parte. È molto importante per me definire momenti di vita familiare che, soprattutto per tutta una serie di eventi che capitano all’interno del primo romanzo, necessariamente bisogna affrontare anche un secondo passaggio. Per questo, voglio dedicarmi al marito di lei che, a un certo punto, si domanda anche chi sia sua moglie.

Non perdetevi l’uscita de Il seme della violenza, dunque: tra una settimana, in libreria!

Patrizia Ciribè

L’esemplificazione del mito di Narciso nella vita comune.

Narciso-Caravaggio-245x300 Narciso – Caravaggio, 1599

Chiunque sa qualcosa del mito di Narciso. Qualcosa ci è stato insegnato; raccontato; illustrato. Qualcosa è rimasto a motivare atteggiamenti imperniati di convinzioni cieche riguardo a se stessi.

È un mito, quello di Narciso, che ha avuto varie interpretazioni letterarie e ha riscosso particolare interesse in Freud che, in lui, individuava l’emblema dell’amore per se stessi.

Ma al di là dell’estremo di una patologia psicotica, ci sono persone apparentemente comuni che hanno un carattere fortemente narcisista.

In poche parole, e nella forma più diffusa, Narciso era una ragazzo che rifiutò ogni attenzione amorosa e affettiva. Specchiandosi nell’acqua si innamorò di se stesso, al punto da non desiderare altra compagnia che la propria. La sua fine fu ben poco gloriosa, infatti morì cadendo nel fiume in cui si specchiava.

C’è poi la storia di Eco, una ninfa vittima di un incantesimo: non potendo rispondere a Narciso che le chiese “chi è là?”, se non con la medesima frase da lui pronunciata, finì per vagare da sola piangendo l’amore perduto.

In sintesi, però, lui se ne infischiò sia di Eco che di chiunque, sinché il suo specchiarsi gli fu fatale.

Nel nome di Narciso, di derivazione greca, è insito il suo destino: torpore e morte. Non a caso, nell’iconografia tradizionale, i narcisi sono i fiori che spesso accompagnano le divinità degli Inferi.

Ma comunque, al di là di ogni altra divagazione assolutamente superficiale e sommaria, Narciso conosce se stesso al culmine della propria bellezza e, lì, sulle rive del fiume in cui si specchia, trova il suo destino.

Ci sono i malati di narcisismo, persone affette da una forma psicotica. Ma, a parte la follia diagnosticata e conclamata, i narcisisti vivono fra noi; si sposano; si riproducono; intessono relazioni e vite che, dall’esterno, possono pure apparire normali.

Ma non lasciatevi ingannare dall’apparente normalità, perché, la forma più certa di un equilibrio interiore, alberga quasi sempre nelle persone per certi versi alternative.

Da fuori, si tende a pensare che, il grigiore o i cliché in cui molta gente vive, siano indicativi della stessa regolarità apparente. La verità è che, con più le persone, dall’esterno, sembrano nella norma, con più celano veri e propri deliri. Con meno sono in contatto con se stessi e i propri limiti, con più credono di essere nel giusto.

Il narcisista, nella sua forma più comune e diffusa, è un tizio che pur avendo, come già detto, una vita nella norma non è mai riuscito a conciliare la percezione di sé con quella specie di coscienza che, solitamente, rende edotte le persone dei propri limiti.

Questo, è un problema molto serio che, se può esistere persino in presenza di rapporti con altre persone, per continuare a sembrare normale ha sempre bisogno del supporto di persone particolari.

Infatti, la prima situazione necessaria al narcisista per vivere comunemente è quella di incontrare gente dedita. Persone che si assoggettino e imparino talmente a coesistere con certi meccanismi, da ritenerli giusti.

Infatti, quelli che, a un certo punto, diserteranno da quegli automatismi malati, nel tentativo di un riconoscimento delle proprie motivazioni, incontreranno resistenza nell’impossibilità di sentire affermate e dichiarate le follie cui hanno assistito.

Spesso sono dinamiche familiari, spesso lavorative. Il punto comune è quella sorta di finto equilibrio che le persone dedite manterranno faticosamente, colluse con il narcisista.

L’individuo di carattere narcisista se ne frega di chiunque. Probabilmente, però, questa tendenza caratteriale si manifesta a vari livelli e, a vari livelli, agisce sui rapporti interpersonali. Sarà facile che nel prolungamento di un figlio questi veda, come possibili, aspirazioni personali disattese -o che non si siano completamente concretizzate-, quali bellezza, notorietà, eccellenza.

Ma ogni altra persona sarà il prolungamento di quell’unica cui tutto ruoterà intorno; tutto, senza alcuna consapevolezza da parte sua.

Il lato disastroso di questi meccanismi è proprio l’inconsapevolezza di quell’unica persona che, impegnata a saccheggiare le risorse di chiunque, non ne avrà alcuna contezza, né, tantomeno, riconoscenza.

Parlando di sé si dipingerà disponibile, generoso, riguardoso: mai accetterà di non potersi descrivere e dipingere rendendo verità assoluta quel ritratto, quell’immagine che vedrà riflessa davanti a sé per tutta la sua vita.

In un mondo perfetto, le persone fuggirebbero davanti a queste tendenze caratteriali –le chiamo così perché non ho né gli strumenti, né la benché minima competenza per definirle sotto a un profilo medico- ma qui, nella vita vera, ci sono genitori, coniugi, figli, amici di narcisisti e sempre, quando il rapporto permane, hanno il comune denominatore di una dedizione malata, ai limiti della follia.

La necessità subito successiva, per avvallare certe necessità, è una sorta di propensione alla mistificazione della verità, che prenderà le caratteristiche di un’opera teatrale, perpetua e ripetitiva. Questa realtà alternativa prenderà valore di realtà assoluta, non solo nella testa del narcisista, anche in quella di chi lo aiuterà con costanza nell’esibizione del proprio ego malato.

L’unica cosa che mi sento di dirvi se vi trovate, in qualunque situazione familiare o affettiva, a ruotare intorno a un narcisista è: ”Fuggite, sciocchi!”

Patrizia Ciribè

 

N.d.R. L’immagine dei miei articoli, quasi sempre un dipinto, ha un nesso profondo, talvolta impercettibile, con il loro contenuto.

 

Gli idoli di oggi e di ieri, la tendenza ad assoggettarsi.

55047305bb Frida Kahlo – L’amoroso abbraccio dell’universo, 1949

L’uomo, da sempre, non basta a se stesso. La necessità di eleggere idoli, che siano di carne o metafisici, è vecchia come il mondo.

Tutto quello che è scaturito dal consolidamento degli idoli sacri è, se ci pensiamo bene, davvero sconfortante. Non solo, da qui scaturisce l’istituto della sacra incoronazione, di quella sorta di mano santa che, posandosi su alcune teste, ha il potere di elevarle.

Recentemente ho visto la serie tv The Crown. È una serie molto ben fatta che, con ogni riferimento storico, racconta gli oltre sessant’anni di regno di Elisabetta II d’Inghilterra.

Quel mondo è l’emblema di una curiosa ostinazione nel voler mantenere vivi dislivelli sociali adducendo loro motivazioni obsolete e, ormai, assolutamente incomprensibili.

Di fatto, la Corona inglese, così come tutti quei medesimi carrozzoni intessuti nell’arco dei secoli, e mantenuti vivi da un’incessante tendenza ad assoggettarsi, scricchiola continuamente. Non solo, guardandola come fosse un lungo matrimonio, di quelli antichi con implicito l’obbligo di restare in piedi, ciò che balza agli occhi è il costante tentativo di illusionismo di una parte basato sull’ingenuità dell’altra.

L’ingenuità cozza costantemente con il progresso. È un valore per certi versi apprezzabile ma, di certo, non può provocare simpatia quando osteggia l’intelligenza sociale.

Di base, nell’incoronazione di un sovrano, è intrinseca la pretesa di attribuire un consenso ultraterreno. Lo è nello stesso modo in cui si adduce una sorta di illuminazione divina all’elezione di un papa, nonostante sia nientemeno che un suffragio non solo del tutto terreno, ma persino politico.

La nascita della monarchia si fonda sull’idea che vi sia un sangue nobile, che esista un cromosoma superiore, non solamente per potenzialità fisiche e intellettive, persino di derivazione divina.

Intendiamoci, poteva avere un senso tutto ciò quando, alle origini, la nobiltà era rappresentata da una sorta di valore, soprattutto militare, assicurato dal possesso di terre e territori. Soprattutto, poteva avere un senso in virtù di un’ingenuità popolare annessa alla superstizione, alla povertà, a una distanza sociale immensa e incolmabile.

Eppure, nonostante il mondo sia molto meno stratificato, e quella distanza sia ormai colma di differenze culturali spesso indipendenti dal benessere economico, permane la necessità di riconoscere superiorità a qualcuno. Una superiorità inestinguibile, tramandabile persino tra soggetti privi di doti elettive riscontrabili, ma solamente attribuite in virtù di qualcosa di sempre più aleatorio.

Di base, non vi è solamente la necessità di riconoscere superiorità a qualcuno, qualcuno che superi e azzeri ogni competizione terrena, attraverso il suo implicito valore. Vi è anche la necessità dell’attribuzione di un senso ultraterreno che ne giustifichi il dislivello.

Eppure, il fascino di certi mondi, della loro incessante e pretestuosa presenza, non sembra venire meno. Così come non sembra venire meno la devozione verso persone che, senza un talento particolare, sono trattate come divinità.

Eppure la nobiltà e l’elevazione dovrebbero essere riconosciuti come valori dell’anima o come innata predisposizione verso qualcosa di eccezionalmente complesso, come l’arte ad esempio.

Ma l’uomo, spesso, necessita di una guida. Di qualcuno che, da un pulpito, impartisca i dettami per vivere; non solo, che determini una sorta di immagine consolatoria alla quale non tanto somigliare, quanto ricorrere in caso di smarrimento.

È un dato di fatto che la religione, di qualunque genere, sia centrale nella vita di molti. Che vi sia, diffusa fra la gente, la necessità di un monito costante, solenne e severo. Non sto nemmeno a elencare i passi avanti che il mondo ha fatto sotto il profilo scientifico e tecnologico, ma la gente ha ancora bisogno che qualcuno salga su un trono, sacro o profano, e dica loro cosa fare.

Ieri mi sono imbattuta in questa notizia: “Ancona, scoperta setta macrobiotica”. La procura di Ancona accusa di riduzione in schiavitù Mario Pianesi e la moglie Loredana Volpe, che avrebbero creato «una piramide chiamata pianesiana – scrive il sostituto procuratore –, una associazione in partecipazione occulta (un franchising), dove tutto il rischio era sui gestori mentre il guadagno andava all’associazione. Una struttura economica e filosofica a un tempo, totalizzante, invasiva e onnicomprensiva giacché Upm fornisce tutto agli adepti, essendo l’unica deputata a garantirne la qualità e l’aderenza al credo». (Fonte “Il Resto del Carlino)

Il raggiro non coinvolge tre o quattro persone: parliamo di un numero considerevole di adepti, assoggettati a un folle che impartiva loro regole di vita. Una specie di religione estrema basata su un’idea di divinazione del cibo, volta a curare le malattie.

Poco tempo fa qualcuno mi ha parlato di un’alimentazione alternativa che ha definito l’unica possibile.

Inizialmente, la cosa mi ha incuriosita: è indiscusso che il benessere fisico sia strettamente legato al cibo. Per mia fortuna fuggo da sempre il fanatismo: è qualcosa che, oltre a mettermi profondamente a disagio, prende, nella mia mente, un’immediata ridicolezza. Infatti, quando oltre ai benefici fisici legati a quel regime alimentare, mi sono state elencate anche le sue finalità curative, e la possibilità che le uniche cure per il cancro riconosciute ufficialmente siano superabili dallo stesso, mi è sceso ogni entusiasmo.

Impazzano sui social gruppi coesi dall’interesse per questo tipo di nutrizione, riconducibile a un medico divenuto famoso attraverso la pubblicazione di diversi libri. Non voglio denigrare il lavoro di quest’uomo che non nominerò: di certo, vi è qualcosa di assolutamente positivo nella ricerca di un benessere psicofisico legato a come ci si nutre, quindi lungi da me l’intenzione di entrare nel merito di qualcosa che non conosco e denigrarlo. Il problema, infatti, non è lui. Il problema, come sempre, sta nella mentalità fragile e tendente all’esaltazione di molta gente.

Perché in fondo accettare che l’uomo sia deteriorabile, fallibile, responsabile per se stesso, svincolato da profezie e guarigioni miracolose, è come ammettere la sua solitudine universale. Quindi, quando il solo dio non basta a colmare la distanza tra l’uomo e il nulla, ecco che, erigere idoli di carne, persino sorvolando sulle loro magagne, diventa l’unico modo per vincere quella solitudine,  invece che costruire in essa la propria forza.

Il concetto, che si riconduce sempre e soltanto a un modo diffuso di elevare la visione di qualcuno a verità; alla necessità di adorare idoli, persino in ambiti quali quello della dieta adeguata, è una tendenza che denota un’allarmante arretratezza.

Il problema sostanziale è che l’idolo, che abbia un corpo o che viva nelle menti di chi lo inneggia, leva potere a quella meravigliosa risorsa che si chiama libertà di pensiero.

Il bisogno di avere qualcuno che, non solo detti regole arbitrarie, persino costituisca un modello da seguire, mantiene un livello di giudizio che non viaggia al pari né con la scienza, né  con l’evoluzione del pensiero.

Chi di noi non ha la necessità di guardare oltre la concretezza della vita? Credo che la gran parte di noi abbia questa esigenza, perché se non possiamo cercare, e sperare di trovare, un senso nell’ignoto, prevale la paura dell’incertezza. Per questo costruiamo vite fatte di cose materiali, per poi adagiare la nostra esigenza spirituale in qualche convinzione comoda e, per alcuni, vantaggiosa.

Ma la spiritualità credo dovrebbe essere svincolata da certezze e fondarsi sulla capacità di accettare l’ignoto, crescendo liberi di pensare al di là di chiunque.

Concludo con questa frase che amo molto, è di Margherita Hack: “Non è necessario avere una religione per avere una morale, perché se non si riesce a distinguere il bene dal male quella che manca è la sensibilità, non la religione”.

Aggiungerei che se non si riesce a superare la necessità di assoggettarsi a qualcuno, quella che manca è la consapevolezza di sé.

Patrizia Ciribè

 

N.d.R. L’immagine dei miei articoli, quasi sempre un dipinto, ha un nesso profondo, talvolta impercettibile, con il loro contenuto.

 

Appunti di viaggio, tra le mie pagine di autrice – Ultima parte

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Se riuscirete a uscire indenni dal traffico di Bangkok, sarete pronti per il mare…e per tutto il resto!

Ma prima voglio temporeggiare ancora un attimo su Bangkok e sulla confusione che vi regna. Mi viene in mente la frase ricorrente del film “Una notte da leoni 2”, girato proprio in Thailandia e, in gran parte, a Bangkok. Uno dei personaggi scompare dopo una notte folle della quale i protagonisti non ricordano nulla. I tre gireranno la capitale in lungo e in largo per ritrovare l’amico, ottenendo sempre la solita risposta: ”Se l’è preso Bangkok”. Nel contesto del film la frase continua a far ridere ma, in effetti, una delle tante contraddizioni di questa città che, come dicevo nei precedenti articoli, è per tanti aspetti legata alla spiritualità e a una sorta di elegante rispetto delle formalità, è senz’altro il caos che vi regna. La sensazione, spesso, girando per le sue strade congestionate dalla calca; da oggetti che paiono abbandonati sui marciapiedi; da odori che sembrano risucchiarti; da piccole vie che si perdono tra lamiere, bidoni e panni stesi, è proprio quella di poter scomparire. Questo persino se non avverti mai di essere in pericolo e, con nonchalance, ti infili in anfratti che non imboccheresti in nessuna città europea. Però, mentre pubblico e privato si avvinghiano e oggetti personali sostano in zone pubbliche, inglobando ogni distinzione e rendendo tutto un unico brodo di vita comune, intuisci come un’enorme voragine nella quale, facilmente, potresti scomparire.

Ovviamente nulla ti risucchia e, queste apparenti sabbie mobili della metropoli asiatica, ti restituiranno illeso e solamente un po’ stordito. Questo, sempreché nessuno ti investa sulle strisce pedonali che, ragazzi, in Thailandia non significano niente, neppure se segnalate da un semaforo. Dovrete guadagnare, con grande fatica e lottando, l’altro lato della strada. Tenetelo bene a mente se penserete di aver scampato il pericolo salendo su un volo interno per andare in una della località di mare. Già, perché lì sarà anche peggio: lì, neppure il semaforo potrà creare un minimo di indecisione nell’autista; questo, perché i semafori non ci saranno. Ogni tanto incontrerete vigili che, con una specie di manganello illuminato, cercheranno di assistere il pedone. Ma, aimè, anche loro, incerti nell’esercizio delle loro mansioni, saranno vittime degli automobilisti che li scarteranno spesso, persino urlando con indignazione.

Ma partiamo dal principio: dall’arrivo a Phuket, la più grande delle isole Thailandesi -collegata alla terra ferma da un lungo ponte stradale- nonché la più turistica della Thailandia del sud. Nello specifico a Karon, località balneare sulla costa occidentale dell’isola.

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Gli scenari, ovviamente, cambieranno esplodendo nella floridezza rigogliosa di una natura tinta di ogni tonalità di verde; di un inarrestabile alternarsi di foreste tropicali e chilometri di litorale dalla bianchissima sabbia.

Qui, impera un’atmosfera certamente distante da quella di Bangkok ma sempre contraddistinta da una sorta di contrasto che sarà difficile identificare. Ma, con i mezzi che ho a disposizione -quelli esigui dell’osservatrice ignorante del luogo e dell’autrice sempre in cerca di una storia e di motivazioni che suffraghino le dissonanze- proverò a restituirne almeno una parte.

Intanto, l’abitante qui pare più aperto, più incline a mischiarsi con l’orda barbara e occidentale, ma, soprattutto, con quella proveniente da un’altra zona dell’Asia: la Cina.

Qui, va fatto un inciso: i cinesi hanno una storia importante nell’isola di Phuket, dove si insediarono all’inizio del 1600 in fuga dalle devastazioni nate dai conflitti tra dinastie. Non solo, a seguito delle invasioni birmane, fu proprio l’iniziativa degli immigrati cinesi a far ripartire l’economia. La storia in merito è molto complessa e articolata ma, per capire questi posti un pochino di più, credo sia necessario tenere presenti le ondate etniche che condizionarono e foraggiarono, in positivo e negativo, la progressiva creazione di ogni centro abitato, turistico, balneare della zona.

Oggi, i cinesi rappresentano gran parte del turismo di Phuket. Questo, a causa di un modo stipato di esistere e muoversi, condiziona molto anche tutto il resto, comprese le meravigliose escursioni che potrete fare per esempio a Maya Bay e alle Phi Phi Island.

Allora, poniamo il fatto che il lettore sia un turista europeo, nello specifico un turista italiano godereccio, rilassato, amante del bello, del sole, della pace, delle pause per il cibo e di tutto ciò che ci contraddistingue. Ecco, detto turista sarà un po’ nei guai se non si armerà di qualche precauzione.

Già, perché mentre i turisti cinesi arriveranno a frotte, con pullman che li scaricheranno a destra e a sinistra per consentire loro di scattare velocemente fotografie; di risalire in barca dopo dieci minuti evitando i raggi del sole e la troppa solitudine di quelle meravigliose boscaglie dei parchi marini, lui, il turista italiano, vorrà crogiolarsi nell’idea di essere lontano dal mondo e perdersi un pochino nella foresta in cui Leonardo Di Caprio, nel film The beach, si rifugia dopo aver abbandonato la civiltà. Inoltre, con tutte le comodità del caso, vorrà sentirsi prima un po’ come lui: avventuriero, selvaggio, in contrasto con ogni regola. Ma poi vorrà mangiare seduto; fare un lungo bagno nelle acque cristalline; prendere il sole e abbronzarsi come negli anni ‘80 (perché tornando nessuno possa, guardandolo, dire:”Non sei molto abbronzato”), rischiando costantemente l’ustione e l’insolazione; interagire con ogni forma di vita presente sull’isola, parlando il proprio dialetto con l’illusione di essere compreso, amato e considerato unico esemplare di simpatia e bellezza.

Gli altri turisti occidentali si adegueranno un po’ a tutto: dopo un pieno di uova e alcool seguiranno la corrente, ovunque li porterà.

Ma gli italiani no, loro non si adegueranno: mancherà loro quella bambagia materna chiamata terra natia, le lasagne al forno della mamma e lo stabilimento balneare di Vito Canotta nel quale spadroneggiare e prenotare un sito che somigli il più possibile a casa loro.

Non è un caso se io e mio marito ci siamo imbattuti nel servizio di escursioni più italianizzato e accogliente dell’isola: un servizio di navetta, colazione, barca tre motori, bagno nella laguna, visita alle grotte popolate dalle mangrovie, snorkeling, chiacchierata con le scimmie, pranzo buffet all’ombra della foresta -seduti su comode panche mentre una iguana gira fra i tavoli-, bagno su una lingua di sabbia sperduta nell’oceano indiano e ogni altro privilegio possibile in una terra come questa.

Tutto questo è stato realizzabile con partenze strategiche alle 4,30 del mattino con un unico motto: arrivare prima degli altri. Si partiva quasi furtivamente, nel silenzio della notte, e sotto lo sguardo incuriosito degli addetti alla hall: quando si presentava la navetta a prelevarci, solamente l’autista thailandese era edotto delle motivazioni di quella levataccia, mentre gli altri avevano lo stupore dipinto sul viso e, a dirla tutta, anche un vago sentimento di commiserazione.

L’italiano ha bisogno di possedere, di partecipare, di fare le cose a modo suo e, nel fare questo, mantiene quel suo innato infantilismo e l’illusione di essere amato sempre. Perché il turista italiano sa di essere amato da molte parti ma, a parte questo, l’italiano è amato a casa sua, dove rimane sino oltre i trent’anni in attesa di creare una situazione che somigli più possibile a quella originaria. Quindi, quasi mai immagina di essere inviso e, quando se ne rende un po’ conto, pensa che non sia per colpa sua.

Quella di essere amati dalla popolazione di Phuket è tutta un’illusione: loro ci tollerano e questo, all’abitante di un paese della riviera ligure come io sono, salta agli occhi immediatamente perché è lo stesso sentimento che il ligure prova nei confronti dell’invasore lombardo. È una sorta di trattato che leva, a entrambe le parti, qualcosa e dà quello che basta per rimanere a galla. Lo sguardo del thailandese di Phuket, mentre guarda l’italiano che pensa di essersi ricavato una cuccia simile alla propria casa, è la stessa del ligure quando, in autostrada, la domenica sera, tornando dalla partita, si imbatte nei “cento chilometri” di coda verso Milano.

Questa verità sarà ancora più palese guardando l’espressione disillusa degli imprenditori italiani sul posto mentre fanno i conti con una dittatura militare e l’insediamento di un nuovo monarca –odiato da tutti i thailandesi- che è succeduto a suo padre –amato da tutti i thailandesi- del quale le gigantografie affollano la Thailandia.

Non molto tempo fa un insegnante di circa settant’anni, durante il controllo dei suoi bagagli in aeroporto, è stato sbattuto in carcere per aver detto:”Non ho mica una bomba”. L’uomo è stato accusato di una specie di falso allarme terrorismo e messo in quella che viene chiamata “monkey house”. Di tutta la gente che passa per gli aeroporti thailandesi è stato l’italiano a fare la battuta. Questo, dovrebbe farci riflettere. Già, perché noi ironizziamo, siamo mattacchioni e partiamo per un posto come la Thailandia senza sapere che, dopo un numero sconcertante di colpi di Stato –alcuni dei quali appoggiati proprio dal defunto re- questa, oggi, da qualche anno, è una dittatura militare dove la polizia si autofinanzia…in parte spillando soldi ai turisti. Già, perché mentre il thailandese potrà infrangere ogni regola –persino quella di prendere a calci un diciottenne ubriaco in una discoteca, sino quasi ad ammazzarlo- il turista dovrà fare attenzione, volare basso o, diversamente, sperare di essere fortunato e schivare un posto di blocco e/o una perquisizione.

C’è un muro in questa terra che, se a Bangkok è composto di una differenza fatta di rigore, spiritualità, elegante rassegnazione, a Phuket è il risultato di anni di un turismo parassita che, ovunque, ha risucchiato bellezza e gentilezza.

L’unica realtà di Bangkok in cui il thailandese interagisce con il turista, cercando un dialogo, è quella della prostituzione e della mercificazione di ogni sorta di cosa. Per tutto il resto ci si rende conto di non essere all’altezza di una comprensione profonda, non solo di una cultura ma, soprattutto, della vita personale degli abitanti.

A Phuket tutto questo è molto più chiaro perché, mancando la parte legata al turismo culturale, spicca notevolmente una cancrena composta di maschi soli in cerca di opportunità a poco prezzo.

Parlando con una guida, e alcuni imprenditori locali italiani, la sensazione è quella di una divisione netta, di una sorta di compromesso fra nativi e abitanti stranieri che non lascia spazio a una vera interazione.

Anche come turista, pur ricevendo sempre quella gentilezza tipica de “La terra dei sorrisi”, ti rendi presto conto che, questa gentilezza, è un muro all’apparenza etereo ma, nella sostanza, blindato e impossibile da oltrepassare. Non è facile dire di chi sia la colpa. Personalmente, credo sia di un depredare reiterato nei decenni che ha impoverito la buona disposizione locale. Ma la mia è un’illazione che, probabilmente, nasce da quarantotto anni vissuti in una situazione analoga, quella, cioè, di abitante di un luogo ripulito e “colonizzato” per accogliere una delle pochissime forme di sostentamento economico. E, si sa, c’è sempre una sorta di arroganza in chi porta il suo denaro da qualche parte con continuità.

Ma, come accade dopo aver visitato tutti i paradisi terrestri che compongono il mondo, se chiudo gli occhi vedo ancora il mare cristallino che accarezza la sabbia bianca. E foreste che disegnano corpi di elefanti imprigionati dentro alle rocce in bilico sull’acqua, così come il David di Michelangelo viveva nel suo blocco di marmo prima di essere scolpito.

L’elefante è l’animale sacro a Buddha e, in una terra come la Thailandia, in gran parte buddista, non è un caso se ricopra una grande importanza. Ma, soprattutto, secondo me, non è un caso se, scivolando sull’acqua, tra le insenature puntellate dalle mangrovie, ogni roccia e grotta sia come disegnata da schiene, teste, proboscidi e zampe di piccoli e grandi elefanti che sembrano appesi e partoriti dalla materia di quelle coste. Persino nello scoglio noto per il suo torreggiare davanti all’isola denominata “di James Bond” (in onore del film che, nel 1974, l’ha resa famosa), guardando con attenzione, si potrà immaginare una giostra di piccoli elefanti appesi che sfiorano il mare.

Il carattere ingenuo e tenero di questa terra è quello che davvero ti tende la mano sinceramente. La vera gentilezza è celata in luoghi che catturano solamente la buona predisposizione, masticando e sputando l’arroganza degli avventori.

Chiudo gli occhi e vedo altri occhi: quelli di un ragazzino che, pagaiando, ci ha condotti tra le mangrovie, forse totalmente ignaro dei sentimenti che la sua terra può suscitare. Vedo la donna che pagaia dall’altra canoa, con il capo coperto da un velo, mentre getta uno sguardo sognante allo smalto rosso sui miei piedi.

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Sono persone che abitano in un villaggio galleggiante -quello di Ko Panyi- composto da mille abitanti che vivono come un’unica, grande famiglia. Sento il vociare dei bambini vestiti di rosa, seduti a scuola e all’asilo. Ci osservano e sorridono come gatti sornioni, curiosi ma pronti a nascondersi.

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Altri stanno davanti alle loro case -modeste costruzioni in legno che galleggiano sull’acqua- e stringono tra le braccia un gallo come fosse il cane di casa. Le donne, fasciate nei lunghi vestiti, con il capo coperto e il viso bianco di protezione solare, gestiscono bancarelle di cose che, lì, in quell’assenza di una connotazione temporale, sembrano sin troppo moderne.

L’unica opulenza presente nel villaggio, l’unica che abbia fondamenta sulla terra, è una grande moschea ricevuta in regalo dall’Unesco. Infatti, l’insediamento, di origine indonesiana, è di religione mussulmana. Non è una meta turistica molto praticata ma credo sia una delle più interessanti e sconcertanti in cui potrete imbattervi.

Infatti, questa realtà, così celata nella natura selvaggia di una terra magica, allontana l’avventore da ogni senso di progresso e consumismo. Non solo, forse, persino, gli insinua il seme di un dubbio, quello, cioè, di avere una vita troppo complicata alla quale, terminata la vacanza, dovrà tornare.

Patrizia Ciribè

Appunti di viaggio, tra le mie pagine di autrice.

 

Appunti di viaggio, tra le mie pagine di autrice -Parte II

 

 

Appunti di viaggio, tra le mie pagine di autrice -Parte II

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“Sopra la porta del tempio sacro
Siedono nella loro saggezza le tre –
La scimmietta sorda,
La scimmietta muta,
La scimmietta che non vede;
Con gli occhi chiusi al male,
Le orecchie che ascoltano solo il bene,
Le labbra mute agli scandali,
Se ne stanno sedute nel loro imperioso silenzio“

I trasferimenti per raggiungere i templi, il Palazzo Reale, la vecchia capitale e ogni altro sito di interesse culturale, sono ciò che, più di tutto, parla di questa parte di mondo. Se ci si affida anche un po’ ai piedi -e si cammina per le strade affollate tra i fumi di cibo; percorse da studentesse deliziose , con indosso divise dalla gonna a ruota anni ’50; mutevoli, fra la zona dissestata e arrugginita dei meccanici e quella più turistica dei grandi centri commerciali- si oltrepassa quel senso di smarrimento che, a tratti, evolve tra soggezione, stupore, avversione, tenerezza. Un affetto che si arrocca agli angoli delle strade; che capitola davanti ai tranelli nostrani, tesi nella speranza di raggranellare qualcosa. Perché il turista, al di fuori di quei momenti in cui pare di ricevere una sorta di apprezzamento, diviene un’entità con un idea troppo europea di vacanza. Ma, quest’entità –di per sé già ingombrante-, d’un tratto si frammenta e, arbitrariamente, cerca qualcosa che le somigli. Ma nulla le somiglia in realtà: tutto è differente e, imboccando i pontili per salire sulle barche che conducono dall’altra parte del fiume, non potrai che sentirti un estraneo.

I pontili sono piccoli mondi fatti di mercati e mercanti; cibi odorosi; pali di legno sprofondati nelle acque torbide; angoli esotici corredati da piccole panche precarie, dove attendere di capire quale direzione prendere; bassi soffitti di legno che incanalano l’aria pesante. È un mondo sudato nel quale sai da subito di essere solo quella cosa che avanza; un occidentale ignorante e zotico che non capisce il senso di un’antica filosofia.

Il Thailandese va fiero di non aver partecipato a conflitti bellici, di aver vissuto in una secolare e pacifica dimensione che, più di tutto, ha fuggito odio e violenza. Quando arriva lo straniero, la violenza ce l’ha nella valigia. La sua cultura antica è quella del depredare, bruciare, fustigare; è una tronfia sicurezza che siede tutta lì, su quel pontile. Se guardi con un po’ di attenzione, coi loro occhi di gente locale, è così che ti vedi ed è così che inizi a vedere chiunque non sia originario del posto. A quel punto, ogni gesto incivile diventa più rumoroso; di ogni sguardo irriverente, incurante, villano, ti senti responsabile. Vorresti affermare te stesso al di là di quella moltitudine occidentale che, d’improvviso, percepisci come una scomposta orda di barbari. Perché loro, i locali, in quei banchetti di povere cose in vendita e di ermetici sorrisi, hanno un’eleganza che, in fondo a te stesso, sai di non possedere.

Ho terminato da poco, proprio in Thailandia, “Dalla parte di Swann”, il primo volume de “A la recherche du temps perdu” di Proust. Swann è un personaggio complesso, un’esteta e profondo conoscitore d’arte; frequenta l’alta borghesia, persone di alto lignaggio, salotti della crema di Parigi. La descrizione  approfondita dei suoi stati d’animo ispeziona l’approccio a ogni sorta di realtà. Il narratore, a un certo punto della storia, racconta, in poche e sapienti parole, il senso di inferiorità che Swann prova davanti alla povera gente; il desiderio di dare la migliore impressione di sé proprio al rango sociale considerato inferiore; una soggezione che nasce dalla consapevolezza di quanta superiorità ci sia nell’umiltà.

Quando ho letto questa parte del libro ero proprio su una spiaggia di Phuket . Proprio ripensando al mio stato d’animo, mentre camminavo tra la gente a Bangkok, ho capito che era questo il sentimento che avevo provato: il desiderio di dare il meglio di me, di liberarmi da quel fardello di prevaricazioni, soprusi, nefandezze che, ho immaginato, agli occhi di questa parte di Oriente ci rendono barbari e stupidi. Forse anche perché so come ragionano le radici della miseria: lontano negli anni, ma le posseggo. So come compiangono chi non ha raschiato il fondo; come lo considerano di basso livello, incapace di capire, ignorante di fame e vera paura. So cosa pensano le radici affondate nella miseria e, per chi non lo sa, non è mai qualcosa di buono. Ma se la miseria e la pace interiore coesistono secolarmente, lontane da retaggi efferati, allora non ci sarà comprensione e rimarrai sempre e soltanto un’entità da compiangere.

È così che la massa dei turisti si muove a Bangkok, ignara di un sentimento di sopportazione non per lo straniero, ma per la sua ineducazione e arroganza. Parlavo, nella prima parte dei miei “appunti di viaggio”, di etichetta thailandese. Ciò che forse non vi ho detto è che la posizione dei piedi è estremamente importante per non mancare di rispetto a nessuno. Scansare qualcosa coi piedi; segnare il Buddha coi piedi; posare i piedi su uno sgabello dinnanzi a sé, sono tutti gesti considerati inappropriati e stolti. Stolti in senso di commiserazione, come con le offese stupide e ignoranti di un bambino. Un bambino che dice “vecchia” alla vicina di casa ottantenne e viene tollerato unicamente perché incapace di comprendere l’entità dell’offesa. Così, vieni considerato stupido quando hai molte cose che ti rendono la vita comoda, ma ti manca, per esempio, la comprensione di un’umile, innata e dignitosa sottomissione al Buddha.

Il problema, con l’Oriente, è che noi non ci sentiamo mai inferiori a nessuno, e comunque non nel modo in cui si dovrebbe concedere  rispetto a chi conosce cose che noi non sappiamo. Provate a raccontare a qualcuno cose che questi non sa e vedrete quanto poca sarà l’attenzione rispetto a quella che si aspetterà quando sarà lui a raccontare. Vedrete quanta poca attenzione presta la gente davanti a ciò che non conosce. Persino se sono amici che frequentate, vedrete quanto poco importerà loro di conoscere racconti di un mondo che voi avete osservato da vicino, cercando di ascoltare tutti i consigli delle guide; leggendo ogni informazione con il solo intento di conoscere e rispettare.

La tendenza attuale è quella di svilire l’altrui competenza, di riconoscerla unicamente a qualcuno per una vecchia concessione che ormai è dovuta e non cambia. Ma tutti gli altri, nonostante si documentino, nonostante leggano, studino, siano attenti ad arricchire il proprio bagaglio, non sono oggetto di interesse. E, persino nei viaggi dall’altro capo del mondo, quando la guida parla, saranno in pochi ad ascoltare. Se racconterai ciò che hai ascoltato ti accorgerai che quasi nessuno sarà interessato. È triste, ma è così.

Mentre la massa occidentale girerà per i templi non farà che disattendere regole di comportamento che, per il thailandese, per il buddhista (che a volte è anche cristiano o mussulmano), sono imprescindibili. Il problema essenziale è che il sapere, nel nostro mondo, è ormai una questione di competizione, di superiorità e prevaricazione. Quindi, ascoltare qualcosa che non si conosce, soprattutto se raccontato da qualcuno al quale non si vogliono riconoscere competenze, equivale ad assoggettarsi. E non sia mai che un occidentale si assoggetti; che riconosca di non sapere; che sia curioso dell’esperienza di qualcuno, a meno che non sia qualche esaltato che tiene corsi motivazionali a migliaia di euro!

Ma la conoscenza, nella cultura orientale, è pari all’umiltà e consiste nel concedere a qualcuno, che sa molte più cose, l’ascolto necessario. Ed è qui che la competizione muore: nella capacità di capitolare davanti alla propria presunzione e arroganza. Perché nell’ascolto si cela la più grande saggezza: l’umiltà. E, l’umiltà, risiede sempre nella dedizione.

Quando una thailandese ti lava i piedi, prima di farti un massaggio o una pedicure, lo fa come se fossero i suoi, come se in quella parte di corpo ci fosse una persona ferita e distrutta da accudire. Come se, quella persona, fosse una parte di terra e non il corpo estraneo e ributtante che è. Nell’esperienza del massaggio thai, secondo me, risiede l’accettazione dell’estraneo come parte della terra; una differenza da levigare e inglobare, tentando di farla propria. Ed è proprio alla differenza che ho pensato tanto in questo soggiorno; muovendomi nella moltitudine di gente proveniente da ogni parte del mondo; insediata negli anfratti di una terra per certi versi angusta. Proprio perché la differenza è una realtà centrale di questo momento e rievoca costantemente i sentimenti d’odio che da sempre dividono il mondo.

In questa parte di Oriente che ho visitato, soprattutto nella capitale, la differenza è un concetto molto particolare. Perché in realtà l’unica che spicchi agli occhi di chi guardi attentamente è quella rappresentata dai turisti. Ed è proprio in questa moltitudine che l’ho notata di più, proprio perché variegata da aspetti legati non solo alla provenienza, ma soprattutto ai comportamenti.

È sempre difficile colmare le distanze, soprattutto quando  le ragioni e i torti sono soggettivi e legati a differenze prive di profondità. Perché quando la differenza è contenuta in una filosofia, più che nella superficialità di usanze senza fondamento spirituale, tutto il resto appare davvero misero.

Durante la visita al Monte d’oro (Wat Saket), uno dei templi più belli della Thailandia, dove si trovava l’ossario principale dell’antica città e che, successivamente, divenne anche luogo di cremazioni (si stima che durante l’epidemia di peste che colpì Bangkok, furono cremate più di 60.000 persone), ci si imbatte in molte statue. Balzano fuori come per magia tra gli alberi secolari e i rivoli d’acqua che, insieme alle molte campane, suonano musiche di vento. In questa zona si incontreranno molti monaci nelle loro kasāya –la veste arancio che viene drappeggiata sotto un braccio e fissata alla spalla opposta- e, tra le campane e i rivoli d’acqua che costeggiano la lunga scalinata per salire al tempio, viene propagata una preghiera.

Una delle cose che hanno carpito la mia attenzione è stata la frequente raffigurazione delle tre scimmie sagge. Siamo abituati ad attribuire al loro tapparsi bocca, occhi e orecchie, come una sorta di omertoso comportamento. Ma il loro antico significato non è legato all’indifferenza riguardo alle malefatte, bensì alla volontà di non farsi attraversare dal male:

-Non parlo del male;

-Non guardo il male;

-Non ascolto il male;

In altre parole non permettere a ciò che è male di contaminare la nostra anima; il nostro lessico; il paesaggio che guardiamo. Tutto ciò andrebbe applicato partendo proprio dal non ascoltare il male che, in soldoni, potrebbe per esempio equivalere a non dare orecchio ai pettegolezzi ma, soprattutto, a non esternarli. Quanto a non guardare il male, probabilmente è più difficile, soprattutto in tempi che, come questo, fondano le radici nell’odio.

Vale la pena riflettere su questo tenendo conto che il Mahatma Ghandi –una delle più grandi icone di pace e difesa dei diritti civili- possedeva un’unica proprietà materiale: la statua delle tre scimmie sagge.

Continua…

Patrizia Ciribè

 

Appunti di viaggio, tra le mie pagine di autrice.

Appunti di viaggio, tra le mie pagine di autrice – Ultima parte

Appunti di viaggio, tra le mie pagine di autrice.

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Quello di oggi è la prima parte di un articolo nato da un viaggio in Thailandia, viaggio che ho terminato da poche ore.

È notte, sto volando verso l’Italia e cerco di descrivere tutte le emozioni e le immagini che, se li chiudo, ho ancora negli occhi. In questo portale c’è una rubrica molto bella che tratta proprio di viaggi; lo stato di viaggiatore appartiene a persone che abbiano attraversato le frontiere di un bel pezzo di mondo, e possano raccontare tutte le nozioni acquisite soggiornando tra le diverse culture. Questa, quindi, non è la guida a un viaggio ma piuttosto la descrizione delle riflessioni che ne sono scaturite.

Io non sono una viaggiatrice abituale: se mi guardo indietro ho viaggiato molto meno di quel che avrei voluto; molto meno di ciò che è necessario per ritenersi “buoni viaggiatori”. Una cosa che, però, faccio da sempre, sin da quando ero una bambina, è viaggiare nella mente. Viaggio come in una dimensione parallela, fra mondi che ho contribuito a creare e che si sono sviluppati spontaneamente, composti di sogni e di una strana materia. Sono un’autrice, questo si, e ho l’abitudine di chiudere gli occhi e vedere l’anima di quello che esiste, lontano dalle distorsioni della verità. Ché la realtà è spesso come una spianata di asfalto, scevra da quelle bellissime impurità e sfumature che, altrimenti, pretenderebbero di imporre la loro impegnativa presenza. Ma impariamo presto quanto sia scomodo lasciare troppo spazio a riflessioni che nessuno fa più, ed è peculiare che, iniziando il mio viaggio, mi imbatta proprio nelle più grandi e antiche riflessioni: quelle di Siddharta Gautama -per tutti Buddha. Non solo, è peculiare che, proprio queste riflessioni –che hanno generato una delle più antiche filosofie-, siano nate da un viaggio: quello che Buddha intraprese abbandonando la propria casa in Nepal e dirigendosi in India.

È emblematico il fatto che, uscire dai confini della propria terra, sia stato il mezzo necessario per lui per oltrepassare quelli della sua mente.  Si potrebbe raffigurare Siddhartha Gautama come un viaggiatore che esplora il mondo, e se stesso, abbandonando sul proprio cammino i retaggi e le vecchie certezze; un San Francesco che, senza dare troppo peso allo spogliarsi di beni materiali, ne dia molto al distacco da quanto appreso sino a quel momento.

Si narra che Buddha abbia trovato l’illuminazione -la bodhi-  sotto a un antico albero di fico, per questo denominato albero della bodhi. Ad Ayutthaya –l’antica capitale del Regno del Siam, rasa al suolo dai birmani a metà del Settecento- troviamo un esemplare di albero della bodhi che, tra le sue radici, racchiusa in un abbraccio, ha incastonata una testa di Buddha.

Ma cos’è la bodhi? William K. Mahony, noto insegnante di Anusara yoga, lo definisce così:  « Coerentemente con il concetto diffuso in Asia meridionale e orientale, secondo il quale la verità finale viene appresa grazie a una “vista” straordinaria (per cui si parla, dal punto di vista religioso, “vista interiore” o “visione”), l’illuminazione è spesso descritta come un’esperienza nella quale si “vedono” le cose come sono realmente e non più come esse appaiono. Aver raggiunto l’illuminazione significa aver visto attraverso la fuorviante trama di illusione e ignoranza, e attraverso l’oscuro velo della comprensione abituale, la luce e la chiarezza della verità stessa. Il termine illuminazione solitamente traduce la parola sanscrita, pāli e pracritica bodhi che in senso generale significa “saggio, intelligente, pienamente conscio”. Di conseguenza, bodhi sta anche a indicare una certa “luminosità” (altro tema visivo) della coscienza individuale».  Viktor, la guida thailandese che ci ha condotti ad Ayutthaya, dichiaratamente buddhista, afferma questo:”Il buddhismo è l’eterna ricerca dell’equilibrio. Tutti possono dichiararsi buddhisti, di qualunque religione essi siano.”.  In maniera molto stringata e semplicistica, la bodhi è la capacità di condensare nei propri comportamenti un’elevazione spirituale e intellettuale che rappresentino la totale consapevolezza dei propri sentimenti e delle proprie azioni. In maniera altrettanto semplicistica si potrebbe descrivere la bodhi come uno stato cui tutti dovremmo ambire per dare un senso alla nostra esistenza terrena.

Il novanta percento dei thailandesi è di religione buddhista e questo elemento, giacché il buddhismo, per un’occidentale di educazione cristiana quale io sono, appare più una filosofia che una religione, tanto è libera da tutti quei principi di fustigazione che sono così presenti nelle religioni più note, domina e impreziosisce gli angoli di una città come Bangkok in maniera davvero particolare.

Bangkok è una città che pare rasa al suolo da una carestia e ricostruita precariamente sulle macerie di una disastro. Questo “precariamente”, in realtà, è uno stato costante che, divenuto lo specchio di un modo di vivere semplice e complesso al contempo, regala un’atmosfera tra il vintage e il decadente difficile da inquadrare. Infatti, ho colto solamente in piccola parte il perché di tante contraddizioni evidenti, come la moltitudine di automobili che asfissiano l’aria di un posto dove la gente comune vive tra povertà e superfluo. I molti interrogativi, maturati camminando fra strade impossibili da descrivere per le sensazioni contrastanti –alcune molto negative, altre commoventi- ovviamente non si sono dissolti. Ma, come faccio sempre, ho cercato quel punto di equilibrio e distacco per guardare le cose senza farmi condizionare da quello che non ho gli strumenti per capire sino in fondo. Conoscere Buddha mi ha aiutato in questo, perché subito, osservando le sue raffigurazioni e ascoltando la sua storia (o, come nel mio caso, leggendola) si ha l’impressione di un uomo sereno che non esprime giudizi ma che è parte di un giudizio primordiale, fonte di tutto il proprio cammino e pensiero.

Bangkok è una città che sorge nella giungla tropicale e di essa conserva uno spirito misterioso e la vessazione di un modo d’essere libero. Come la rigogliosa natura che, tra le case devastate dalla noncuranza, quasi ignorate tra gli odori pungenti di un cibo che non smette mai di essere cucinato, urla il proprio desiderio e destino. Una città che si alterna ad antichi templi dove Buddha riceve ancora oggi la considerazione di un popolo incline a una umile e dignitosa adulazione. E se da un lato non riceverai mai altrove l’attenzione e la dedizione contenuta in un massaggio thai, o nella soddisfazione di una richiesta legata alla cura o pulizia di qualcosa, allo stesso modo non ti sentirai mai così inviso ed estraneo come camminando per strada e infrangendo inconsapevolmente la lunga lista di dettami che compongono l’etichetta thailandese. Molta di questa etichetta è legata al rispetto del Buddha; il residuo è come una sorta di leggi non scritte che servono a preservare un’impercettibile e antica permalosità. Il rispetto che, sommessamente, viene richiesto pare come un tentativo quasi infantile di non venire offesi e giudicati. Mai nella vita ho conosciuto nulla di simile, una sorta di sottinteso avvertimento che giace in saluti con le mani congiunte a preghiera e sorrisi sereni sotto agli occhi profondi di chi, senza vederti davvero, comunque ti scruta.

La città è attraversata da un grande fiume, il Chao Phraya, che raccoglie e rigetta la confusa visione di un mondo che, se in parte è rispettoso di una lunga serie di dettami culturali, pare al contempo ignorare le sorti inevitabili di tanta lascivia. Ma quello che davvero non capisci, tra tanta antica sapienza e saggezza, è quella strana mancanza di interrogativi che, nella cittadinanza, sembrano latitare. La città pare quasi priva di una connotazione temporale se non in quelle invasioni tecnologiche che, sappiamo bene, attecchiscono ovunque, ma ancor di più dove l’essenziale pare mancare.

Scivolando sulle acque torbide di un vecchio fluire, c’è l’anima di un mondo che sembra non esistere più, se non i quei cadaveri di case abbandonate sulle sponde del fiume, nei quali il concetto di vita sembra un lontanissimo ricordo, reso sacro dai templi maestosi e mortificato dai grattacieli nuovi e disabitati. Eppure la città pullula di vita, e mentre cammini fra le persone, che discorrono in una lingua modulata quasi in falsetto, e guardi le file di case diroccate e abbandonate sulle lunghe strade piene di auto, e percorse da cataste aggrovigliate di fili della luce, ti domandi: ma dove vive la gente? Questa domanda non riceve risposta, poiché la gente pare vivere sui taxi , su mezzi traballanti chiamati tuc tuc, seduta ai tavolini fortunosi arrembati agli angoli di ogni strada, mentre pare non smettere mai di mangiare e riciclarsi giorno e notte tra i fumi di gas e scappamenti.

Giacché, come ho detto all’inizio, non sono una viaggiatrice ma certamente un’autrice, tendo sempre a cercare e notare quello che non si vede. Lascio ad altri, molto più esperti di viaggi e turismo, le considerazioni utili per intraprendere un viaggio.

Così, anche osservando la gente che approda in un posto, trovandovi una vita che procede in un fluire costante, come il fiume che attraversa Bangkok, ho colto continuamente quel sentimento di aggressione che il turismo suscita ovunque. Tanto più  in quei posti che mantengono intatte regole di comportamento senza gettarle in faccia come in altri paesi del mondo. Il thailandese che ho osservato, non quello che offre gite turistiche, massaggi o corse in taxi, quello che vive la sua vita comune indipendentemente dal fluire di denaro legato al turismo, pare avere pochissime esigenze. Guardato da fuori pare distratto da pensieri che sono difficili da decifrare, così racchiusi in soste spesso solitarie e in modi di vita ben poco identificabili. Ho cercato di inquadrare questo abitante misterioso, quello che non interagisce cercando di vendere qualcosa, ma che popola la città con una storia che è come un dipinto criptico pennellato di colori interessanti e offuscati; ciò che ne ho tratto è molto simile alla lingua parlata: un’insieme di suoni che se non conosci attrarranno la tua attenzione lasciandoti, però, tremendamente ignorante.

Se chiudo gli occhi, dopo quindici giorni trascorsi in un paese florido di alberature e fiori dai profumi di arancio e vaniglia, continuo a vedere ogni cosa come se stessi guardando un film. Ho ancora negli occhi le porcellane del tempio di Wat Arun: una scalata di fiori dipinti che rivestono l’antica pagoda con colori che, magicamente, richiamano albe e tramonti dalla sponda del fiume; le rovine di Ayutthaya che, erose dal fuoco, generarono l’edificazione di Bangkok. Ogni cosa precedentemente esistita si riversò sulla nuova capitale, insieme a tutta la delusione che aleggia e, forse, a un senso di colpa per aver disatteso le speranze in essa riposte.  La vera identità, che urla ancora tra le pietre dell’antica capitale, è quasi totalmente assente in quella nuova, consumata in un abbandono sociale che pare aver reso la gente orfana di una madre amorevole. La distruzione di entrambe le città, sebbene di differente natura, sembra aver generato serenità e comprensione unicamente in quella che è ormai un sito archeologico. Infatti, la vita che pulsa sulle larghe strade di Bangkok, insieme a un rassegnato senso di adattamento, sembra derubata di tutta quella spiritualità che, al contrario, vige nei resti della vecchia capitale.

Ho continuato a pensare alla distanza che divide le culture in maniera drammatica e a quanto sarebbe commuovente comprendere sino in fondo la vita che prolifera oltre ogni barriera. Non capire, per me, è sempre il più grande rammarico ma è anche quel comodo giaciglio dell’inevitabile che ti culla, permettendoti anche solamente di guardare pur senza comprendere.

Continua…

Patrizia Ciribè

Appunti di viaggio, tra le mie pagine di autrice -Parte II

Appunti di viaggio, tra le mie pagine di autrice – Ultima parte

L’incapacità di gioire: egocentrismo, il male della nostra epoca.

001-CHAGALL-Io-e-il-mio-paese-1912 “Io e il villaggio” di Marc Chagall, 1912

La vedete la felicità, intorno a voi? Io, quasi mai.

La sento, la provo, ma ne vedo pochissima nelle persone.

“La felicità, signora mia, è fatta di attimi di dimenticanza”, diceva Totò a Oriana Fallaci in un’intervista. E credo ci sia molta verità in questa frase.

La prima dimenticanza, secondo me, è il peso delle nostre esigenze: quando lasciamo che le sensazioni -quelle nate da ciò che, positivamente, respira intorno a noi- ci attraversino, manlevando noi stessi dal ruolo di protagonisti, allora siamo felici.

Ma cosa significa, “in soldoni”?

Penserete che sia strano che, proprio i problemi di scarsa memoria emozionale, dettino i deliri della nostra epoca, e, allo stesso modo, secondo Totò, che sia necessario dimenticare per essere felici.

Le due cose sono in netto contrasto tra loro. Infatti, un conto è ricordare come gioire; un conto, per essere felici, è dimenticare il peso di noi stessi.

Il concetto di felicità parte da un elemento primordiale attaccato alle radici della nostra infanzia, alla leggerezza e all’inconsapevolezza. Questo non significa che sia necessario essere inconsapevoli per provare gioia. Significa che, senza la capacità di ritrovare un contatto con lo stato brado delle nostre emozioni, è impossibile qualunque emozione positiva.

Lo stato primitivo dell’uomo, quello che conserviamo in un angolo della nostra memoria, è ciò che ci mantiene in sintonia con la natura; con le stagioni; con la vita.

La scorza che ricopre l’uomo, impedendo quell’antico contatto, è sempre più spessa. Gli strati che si accumulano, uno sull’altro, impedendo la traspirazione e la vicinanza con ciò che ci vive intorno, sono il più grande deterrente per ogni emozione positiva.

Non voglio entrare nel merito di cose scontate quali lo stress, la velocità obbligata, il carico economico della nostra esistenza. Non voglio farlo essenzialmente perché è il salvagente col quale molti di noi restano a galla sulle proprie, errate convinzioni, raccontandosi di non avere tempo per fare quello che vorrebbero; di avere un carico eccessivo sulle spalle, eccetera, eccetera.

Ma di certo so una cosa: la gran parte di quelli che ritengono di dover portare pesi eccessivi, non sanno cosa sia un peso.

Perché non lo sanno? Per i soliti motivi: l’incapacità di guardarsi intorno; la dimenticanza di quello stato primitivo della nostra coscienza che manteneva l’equilibrio tra istinto e ragione.

Con più ci allontaniamo dalle emozioni primordiali, con più ci allontaniamo dalla possibilità di essere felici. Con più attribuiamo a elementi esterni gioia e soddisfazione, con più ci allontaniamo dalla verità.

Credo anche che la felicità sia contenuta nel patrimonio genetico di ognuno di noi, esattamente come l’inclinazione alla distruzione, all’autocommiserazione e a tutti quegli atteggiamenti, anche decadenti, distintivi di una famiglia.

Come in ogni evoluzione che si rispetti, le cose migliori nascono dalle mescolanze di genere; di qualunque genere. Questo perché si può insegnare a qualcuno anche come emozionarsi; infatti, la gioia insita è contagiosa e diventa persino necessaria quando qualcuno la incarna.

Io sono fortunata perché ho un patrimonio di geni semplici, con frugali necessità e un’innata capacità di essere felice con poco. Sento la bellezza della terra, che i miei avi hanno arato allo sfinimento. Ricordo il carattere gioviale di mia nonna Palma che, nonostante la vita faticosa, non ho mai visto senza un bel sorriso sulla faccia.

Ricordo, inoltre, i racconti su mio nonno Giovanni che, il giorno stabilito per acquistare le scarpe nuove, aspettava le figlie (mia mamma e mia zia) e tutti e tre andavano a sceglierle come fosse una festa. Erano altri tempi -direte voi- ma non crediate che una volta la gente fosse tutta corredata da una naturale allegrezza: come oggi, c’erano quelli che, a parità di condizioni, erano meno inclini a trovare soddisfazione persino davanti alle difficoltà.

Mia madre, al termine di una settimana di viaggi in macchina insieme, per andare a trovare mio padre in ospedale (caduto da un albero raccogliendo le olive), mi ha detto:”Peccato sia finita: mi piaceva così tanto venire in macchina con te; mangiare, noi due, in quel barettino”. Non pensate sia una frase poco carina verso suo marito perché, oltre a essere, i miei genitori, molto uniti, quando fu il suo turno, mia madre seppe trarre quello stesso giovamento da situazioni insostenibili per la maggior parte della gente. Quando le diagnosticarono il cancro (ora tutto è passato), cominciarono una serie di visite ed esami in ospedale. In una di queste occasioni -in attesa che il liquido colorante, per l’individuazione del linfonodo sentinella, facesse il suo dovere-, ce ne stavamo sedute al sole, con la schiena appoggiata a un muretto. A un certo punto mi guarda e dice: “Che bello stare qua insieme”. L’ho vista quella felicità: era qualcosa che la isolava da tutto il resto, che rendeva tangibile unicamente quell’istante in cui, nonostante l’intruso male, eravamo sedute io e lei al sole; una madre e una figlia che passano del tempo insieme. Poco tempo dopo, tornando con mio padre dall’ospedale, dopo aver subito un ago aspirato (si, abbiamo avuto i nostri guai!), ci siamo fermati a comprare del basilico alle serre lungo la strada. Era una giornata calda di aprile e ricordo di aver guardato le magnolie appena sbocciate. In quel periodo sembrano come meringhe da poco sfornate; hanno però un peso diverso, quasi come se volessero caderti fra le braccia. Il basilico era in piccole foglie, giuste per fare il pesto; le piante di pomodori, che mio padre comprò, sembravano contenere ogni importanza. Le radici nella terra e i profumi  intorno erano vita. Che sollievo quando la vita sta in cose che, ciclicamente, si ripetono con lo stesso entusiasmo! Ma sembra possibile solo per quegli esseri senza arroganza: le piante; gli animali; noi, quando dimentichiamo di essere il centro del mondo e ricordiamo il conforto della mortalità.

“La felicità, sono attimi di dimenticanza”, diceva Totò. Ed è a questo che alludeva: la gioia sta in quei momenti primordiali nei quali, nonostante tutto, nonostante i guai reali, dimentichiamo il peso di noi stessi in favore della vita.

Con più siamo convinti che l’universo converga sulle nostre spalle; che il punto in cui siamo sia il centro del mondo, con più saremo incapaci di emozionarci ed entusiasmarci per ciò che, a prescindere dal nostro destino, continuerà in eterno.

In conclusione, vi lascio qualche verso di una bellissima poesia di Gabriele D’Annunzio:

“Canta la gioia” 

“Canta la gioia! Io voglio cingerti

di tutti i fiori perché tu celebri

la gioia la gioia la gioia,

questa magnifica donatrice!

Canta l’immensa gioia di vivere,

di por le mani audaci e cupide

su ogni dolce cosa tangibile,

e di ascoltar tutte le musiche,

e di guardar con occhi fiammei

il volto divino del mondo

come l’amante guarda l’amata,

e di adorare ogni fuggevole

forma, ogni segno vago, ogni immagine

vanente, ogni grazia caduca,

ogni apparenza ne l’ora breve.

E’ un misero schiavo colui

che del dolore fa sua veste”.

 

Patrizia Ciribè

N.d.R. L’immagine dei miei articoli, quasi sempre un dipinto, ha un nesso profondo, talvolta impercettibile, con il loro contenuto.

 

 

 

 

Il confine: un termine amato od odiato a seconda delle convenienze

Frida-Khalo-autoritratto Autoritratto di Frida Khalo

Sulla questione degli abusi, si è parlato alla nausea di confini. Ho tratto la conclusione che la gente mal sopporti i confini, a meno che non implichino il respingimento della diversità.

Infatti, se confine non significa dettare le regole per scongiurare l’invasione del proprio territorio -da preservare unicamente quando si tratta di concedere diritti a qualcun altro-, allora, ecco che il termine conquista una fitta schiera di nemici.

Quotidianamente il confine protegge le piccole menti delle popolazioni più avvantaggiate, quelle che non vivono nei territori di guerra; che tutto sommato un tozzo di pane riescono ancora a mangiarlo; che, anche se malandata, hanno un’assistenza sanitaria.

Non parliamo neppure del confine di quei ruoli che si considerano riconducibili unicamente alla tradizione; che si intendono naturali solamente se natura significa reiterazione di un retaggio culturale.

Quando natura significa differenza, allora ecco qui che il confine è determinante per ribadire concetti che cominciano a traballare.

Qualcuno amò così tanto erigere confini che solamente dal 1989 in poi è possibile circolare liberamente in una città altrimenti divisa in due.

Qualcun altro, proprio ai giorni nostri, non sa più che cosa inventarsi per salvaguardare il territorio statunitense dalle invasioni dei popoli limitrofi. Questo nonostante l’America sia il risultato di insediamenti continui da parte di ogni cultura, a discapito di popoli che, in quelle terre, vivevano prima di essere sterminati.

Il confine è sempre uno strumento con il quale qualcuno cerca di salvaguardare un diritto che pensa di possedere, persino se quel diritto lede ogni altra legge universale, anche quella tanto millantata dalle religioni: la misericordia.

E più il mondo evolve in una serie di mescolanze di culture differenti, più le persone hanno la necessità di alzare barriere. C’è chi su questo desiderio basa le sue campagne elettorali, ben sapendo quanto sia invisa tra la gente la possibilità di allargare il territorio dei propri privilegi anche a chi non possiede nulla.

Però –c’è un però gigante- se il termine confine viene utilizzato per determinare un comportamento lecito, onde evitare di tradurre in molestia un’avance, allora –ancora di più gli stessi che così strenuamente amano erigere muri- ci si appella al termine “libertà”.

Libertà. Quante insidie nasconde questa parola, con la quale si vorrebbe legittimare quello che conviene.

Ma conosco così poche persone capaci di accettare che lo stesso concetto appartenga a tutti indistintamente, da domandarmi cosa rappresenti se non il pretesto per salvaguardare solamente il proprio, piccolo mondo.

Nel ribadire il concetto di libertà sessuale, come se fosse implicitamente il modo con cui le persone possano avvantaggiarsi su terreni altrui senza né consenso, né diritto, tornano i vecchi retaggi.

In tutti i Paesi di religioni abramitiche, quindi anche quelli cattolici, il retaggio è sempre la colpa. E, sia chiaro, per definizione, la colpa è sempre della donna. Non pensiamo di esserci liberati da questa forma mentis: dal giorno in cui Eva, invece che mangiarsi la mela per i fatti suoi, decise di offrirla ad Adamo (che probabilmente stava giocando con una qualche forma arcaica di Xbox) stiamo scontando secoli di maltrattamenti.

Ma, a scanso di equivoci, i maltrattamenti non sono il problema principale. Il problema principale è la legittimazione dei maltrattamenti.

Già, perché il retaggio religioso, da che mondo e mondo, ha talmente incancrenito ogni possibilità di evoluzione –possibile unicamente rigettando l’idea di peccato originale- che, qualunque cosa accada, la colpa è della donna.

La femmina è la madre di ogni minoranza: ogni sopruso, che si sia perpetrato ai danni di qualcuno con l’ausilio del pensiero popolare, ha sempre cercato la legittimazione nell’arretratezza culturale dove, il peccato originale, ha messo le sue radici e da lì non si schioda.

Quando ero bambina, e pensavo al Duemila, immaginavo cose incredibili: un mondo futurista e avanzato, con navicelle al posto delle auto e una vita estremamente moderna.

Oggi è il sedici gennaio del Duemiladiciotto e siamo ancora qui, a domandarci cosa sia una molestia. Non solo, siamo qui ad affibbiare colpe alla femmina perché, tra le mammelle, stringe una mela carnosa che, quel povero decerebrato di Adamo, non potrà che agguantare.

Leggo decaloghi di ciò che è possibile fare oppure no. Espressioni denigratorie verso chiunque, tranne verso chi ha commesso azioni illecite. Ma la cosa terribile è che il giudizio peggiore, verso la donna, lo esprimono proprio le donne.

Quando ero una bambina, una mia parente molto cattolica mi disse questa frase: ”L’uomo è uomo e la donna ha il diavolo in corpo”. Nonostante avessi non più di undici anni, mi sembrò un pensiero stupido, ridicolo addirittura. Ricordo che citavo quella frase ridendo, agevolata da una libertà di pensiero che, con due genitori atei, mi era permesso avere persino in merito al tema religioso. Persino a quell’età, per qualche motivo, mi era chiara la ridicolaggine di quel pensiero.

Ma questo concetto sembra non essersi mai evoluto, nonostante quanto accaduto a livello sociale. Nonostante le lotte e le conquiste, sono ancora le donne a pensare di meritare etichette denigratorie. Sono ancora loro le peggiori nemiche dei propri diritti; giudici sessisti che popolano il mondo di maschi involuti.

Visto che alla maggioranza piacciono così tanto l’idea della fustigazione e quella del rogo femminile, entrambi riconducibili al concetto religioso di esistenza, invoco un comandamento provvidenziale:

“Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te” e, pensate, questo include persino l’abuso di potere e l’indesiderata palpazione delle chiappe!

Patrizia Ciribè

N.d.R: L’immagine dei miei articoli, quasi sempre un dipinto, ha un nesso profondo, talvolta impercettibile, con il loro contenuto.

 

 

 

 

 

Pratiche espressive cadute in disuso: la conversazione.

edward_hopper_automat “Automat” di Edward Hopper – 1927

Leggendo la Reserche di Proust ci si imbatte continuamente in frasi da sottolineare, e descrizioni che intrecciano paesaggi ed emozioni come fossero le une il prolungamento degli altri.
C’è, a un certo punto, un personaggio che sembra descrivere proprio lo scrittore -medico e grande letterato:
“Era uno di quegli uomini che, al di fuori di una carriera scientifica nella quale per altro sono brillantemente riusciti, possiedono una cultura tutta diversa, letteraria, artistica, che la loro specializzazione professionale non utilizza ma ne trae vantaggio la conversazione”.

Il personaggio viene incensato per le molte qualità, tra le quali quella di saper bene colloquiare con le persone.

“…conversatore come noi non ne avevamo mai incontrati, appariva agli occhi della mia famiglia, che lo citava sempre come esempio, il tipico intellettuale che prende la vita nel modo più nobile e delicato”.

In entrambe queste due descrizioni, di impostazione semplice ma molto esauriente, vengono utilizzati termini come conversazione e conversatore, adducendo loro un significato determinante nella valutazione personale di qualcuno.
Ho pensato così a come si sia evoluto negativamente questo attributo, sino a perdere un vero e proprio significato. Infatti, è difficile trovarsi nel mezzo di una conversazione interessante, allo stesso modo in cui è difficile trovare un conversatore apprezzabile.

Questo perché conversare non significa prevaricare e neppure prodigarsi in soliloqui fini a se stessi, così come oggi pare essere molto di moda fra la gente. Conversare, in realtà, è un’azione bilaterale dove le parti dovrebbero essere impegnate in uno scambio.

A quanti di voi è capitato di recente di conversare con qualcuno veramente? E non parlo dei propri affetti, coi quali è facile instaurare metodi di scambio dettati in gran parte dall’interesse reciproco. Parlo di un dialogo piacevole e interessante, improntato di un desiderio biunivoco di conoscere le reciproche idee ed esperienze, tra persone che, per qualche motivo, si trovino ferme nello stesso posto.

Credo che per tutti sia raro sentirsi ascoltati fuori dal proprio contesto affettivo. È triste, ma è scemato l’interesse nei confronti delle altre persone.
Magari interessano i retroscena piccanti della vita di qualcuno; interessa il pettegolezzo. Ma non importa della qualità dei discorsi né, tantomeno, degli argomenti trattati.

Avremo, infatti, quasi l’impressione di vedere un orecchio spalancarsi nel momento in cui racconteremo di noi –o di altri- parlando di qualcosa che implichi denaro, proprietà, liti e catastrofi. Ma non saremo quasi mai chiamati a esprimere un’opinione, a raccontare quali siano i nostri pensieri su qualcosa di astratto, pure se, quel qualcosa, è la vita.

Ricordo da ragazzina dialoghi meravigliosi con le mie amiche. Ne avevo una in particolare con la quale potevamo filosofare per ore e, se ci capitava di passare la notte l’una a casa dell’altra, i discorsi si facevano cupi e anche più affascinanti.
Ma quella qualità di discorsi si mantiene unicamente con determinate persone, quelle che si interessano a te personalmente e che desiderano sapere cosa pensi, perché questo dirà molto di ciò che pensi di loro.
E pensare qualcosa di qualcuno, al di là di ciò che possiede materialmente, solo considerando di quella persona le sue opinioni e i desideri che la muovono, è attualmente un atto stoico, assolutamente desueto.

Ho trovato, ieri, tra i miei libri, un volume acquistato su una bancarella, del quale avevo sottolineato qualche passo. È una rivisitazione di frasi di Rivarol (uno scrittore francese del Settecento), dal titolo “Rivarol. Massime di un conversatore”, scritta da Ernst Junger. Non so neppure quanti anni siano passati da quando acquistai questo libro e neppure so perché lo acquistai, sempre così attratta da cose delle quali so poco o nulla. Come quella volta in cui, sempre su una bancarella, comprai “Ansie e nevrastenie” di Freud. Avevo circa vent’anni e, leggendolo, feci incubi praticamente per un mese intero.
Ma tornando a Rivarol e le sue massime. C’è questa frase interessante nel libro, tanto che l’avevo sottolineata:

”Certo è che la conversazione ha anche un compito che spetta a lei sola e che non può essere sostituito da alcun altro mezzo. In essa si deposita proprio quel che di fugace, quel chiaroscuro dei tempi che nessuno storico rievocherà. Esso trascolora con il giorno come la brina, il velluto dei frutti. È questo il senso in cui la conversazione basta a se stessa: un evento si fa compiuto, da accadimento si fa storia solo quando l’uomo che lo vive, che lo patisce ne ha parlato con un suo simile. È questo un atto magico.“

In questa visione del dialogo è evidente l’allusione a qualcosa di romantico che si è perso nella notte dei tempi: l’interesse per l’idea di qualcuno; la possibilità di ascoltare l’idea di qualcuno, persino se è differente; il desiderio di conoscere quelle zone d’ombra che, dell’uomo, nascondono le paure e le vere aspirazioni.

Purtroppo, c’è così poco interesse per quel substrato che ci compone; eppure è il risultato di tutta una vita di emozioni, tristezze, dolori, rimpianti, paure, gioie e abilità sepolte dal peso della realtà. Ed è triste come si tenda a qualificare qualcuno sulla base di ammennicoli e traguardi effimeri, invece che cercare nella sua conoscenza interiore qualcosa di davvero interessante.

Per questo amo da sempre leggere: perché nei libri le persone, persino quelle che si conoscono poco o niente, hanno scambi che nella vita reale non avranno mai. E, allo stesso modo, è bello scrivere i dialoghi tra i personaggi, progettare scambi nei quali nessuno prevarichi l’altro, ma dove, anzi, siano previste pause che permettano il reciproco ascolto.

Penso a questo e poi mi imbatto nel prototipo della scignua (“signora”), che mi fa strane domande, anelando a risposte piccanti che la rinfranchino. Mi chiede cose della vita di chiunque, stupendosi persino che quella vita continui “perché sa –mi dice- ne ha fatte tante che mi stupisco di averla incontrata viva dal verduriere!”

Lo so, lo so: ora vorreste tanto sapere chi sia costei, ma non ve lo dico!

Patrizia Ciribè

N.d.R: L’immagine dei miei articoli, quasi sempre un dipinto, ha un nesso profondo, talvolta impercettibile, con il loro contenuto.

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