Patrizia Ciribè, autrice di romanzi, getta un occhio sulla società attuale con la rubrica La Pat zone.
Il suo amore per la letteratura classica; per i vecchi film; per tutto ciò che è vintage, sono elementi che agevolano la sottolineatura degli annosi contrasti tra ciò che è, e ciò che abbiamo lasciato indietro. La sua propensione a spogliare le miserie quotidiane da quel che, attualmente, patina il mondo, è il veicolo per viaggiare nelle zone represse dell’animo umano.

L’incapacità di gioire: egocentrismo, il male della nostra epoca.

001-CHAGALL-Io-e-il-mio-paese-1912 “Io e il villaggio” di Marc Chagall, 1912

La vedete la felicità, intorno a voi? Io, quasi mai.

La sento, la provo, ma ne vedo pochissima nelle persone.

“La felicità, signora mia, è fatta di attimi di dimenticanza”, diceva Totò a Oriana Fallaci in un’intervista. E credo ci sia molta verità in questa frase.

La prima dimenticanza, secondo me, è il peso delle nostre esigenze: quando lasciamo che le sensazioni -quelle nate da ciò che, positivamente, respira intorno a noi- ci attraversino, manlevando noi stessi dal ruolo di protagonisti, allora siamo felici.

Ma cosa significa, “in soldoni”?

Penserete che sia strano che, proprio i problemi di scarsa memoria emozionale, dettino i deliri della nostra epoca, e, allo stesso modo, secondo Totò, sia necessario dimenticare per essere felici.

Le due cose sono in netto contrasto tra loro. Infatti, un conto è ricordare come gioire e un conto, per essere felici, è dimenticare il peso di noi stessi.

Il concetto di felicità parte da un elemento primordiale, attaccato alle radici della nostra infanzia, alla leggerezza e all’inconsapevolezza. Questo non significa che sia necessario essere inconsapevoli per provare gioia. Significa che, senza la capacità di ritrovare un contatto con lo stato brado delle nostre emozioni, è impossibile qualunque emozione positiva.

Lo stato primitivo dell’uomo, quello che conserviamo in un angolo della nostra memoria, è ciò che ci mantiene in sintonia con la natura; con le stagioni; con la vita.

La scorza che ricopre l’uomo, impedendo quell’antico contatto, è sempre più spessa. Gli strati che si accumulano uno sull’altro, impedendo la traspirazione e la vicinanza con ciò che ci vive intorno, sono il più grande deterrente per ogni emozione positiva.

Non voglio entrare nel merito di cose scontate quali lo stress, la velocità obbligata, il carico economico della nostra esistenza. Non voglio farlo essenzialmente perché è il salvagente col quale molti di noi restano a galla sulle proprie, errate convinzioni, raccontandosi di non avere tempo per fare quello che vorrebbero; di avere un carico eccessivo sulle spalle eccetera, eccetera.

Ma di certo so una cosa: la gran parte di quelli che ritengono di dover portare pesi eccessivi, non sanno cosa sia un peso.

Perché non lo sanno? Per i soliti motivi: l’incapacità di guardarsi intorno; la dimenticanza di quello stato primitivo della nostra coscienza che manteneva l’equilibrio tra istinto e ragione.

Con più ci allontaniamo dalle emozioni primordiali, con più ci allontaniamo dalla possibilità di essere felici. Con più attribuiamo a elementi esterni gioia e soddisfazione, con più ci allontaniamo dalla verità.

Credo anche che la felicità sia contenuta nel patrimonio genetico di ognuno di noi, esattamente come l’inclinazione alla distruzione, all’autocommiserazione e a tutti quegli atteggiamenti, anche decadenti, distintivi di una famiglia.

Come in ogni evoluzione che si rispetti, le cose migliori nascono dalle mescolanze di genere; di qualunque genere. Questo perché si può insegnare a qualcuno anche come emozionarsi; infatti, la gioia insita è contagiosa, e diventa persino necessaria quando la si incontra nei panni di qualcuno.

Io sono fortunata perché ho un patrimonio di geni semplici, con frugali necessità e un’innata capacità di essere felice con poco. Sento la bellezza della terra, che i miei avi hanno arato allo sfinimento, e ricordo il carattere gioviale di mia nonna Palma che, nonostante la vita faticosa, non ho mai visto senza un bel sorriso sulla faccia.

Ricordo, inoltre, i racconti su mio nonno Giovanni che, il giorno stabilito per acquistare le scarpe nuove, aspettava le figlie (mia mamma e mia zia) e tutti e tre andavano a sceglierle come fosse una festa. Erano altri tempi -direte voi- ma non credete che una volta la gente fosse tutta corredata da una naturale allegrezza: come oggi, c’erano quelli che a parità di condizioni erano meno inclini a trovare soddisfazione persino davanti alle difficoltà.

Mia madre, al termine di una settimana di viaggi in macchina insieme, per andare a trovare mio padre in ospedale (caduto da un albero raccogliendo le olive), mi ha detto:”Peccato sia finita, mi piaceva così tanto venire in macchina con te, mangiare, noi due, in quel barettino”. Non pensate sia una frase poco carina verso suo marito perché, oltre a essere, i miei genitori, molto uniti, quando fu il suo turno, mia madre seppe trarre lo stesso giovamento da situazioni insostenibili per la maggior parte della gente. Quando le diagnosticarono il cancro (ora tutto è passato), cominciarono una serie di visite ed esami in ospedale. In una di queste occasioni -in attesa che il liquido colorante, per l’individuazione del linfonodo sentinella, facesse il suo dovere-, ce ne stavamo sedute al sole, con la schiena appoggiata a un muretto. A un certo punto mi guarda e dice: “Che bello stare qua insieme”. L’ho vista quella felicità, era come qualcosa che la isolava da tutto il resto, che rendeva tangibile unicamente quell’istante in cui, nonostante l’intruso male, eravamo sedute io e lei al sole; una madre e una figlia che passano del tempo insieme. Poco tempo dopo, tornando con mio padre dall’ospedale, dopo aver subito un ago aspirato (si, abbiamo avuto i nostri guai!), ci siamo fermati a comprare del basilico alle serre lungo la strada. Era una giornata calda di aprile e ricordo di aver guardato le magnolie appena sbocciate. In quel periodo sembrano come meringhe da poco sfornate; hanno però un peso diverso, quasi come se volessero caderti fra le braccia. Il basilico era in piccole foglie, giuste per fare il pesto; le piante di pomodori, che mio padre comprò, sembravano contenere ogni importanza. Le radici nella terra, e i profumi  intorno, erano vita. Che sollievo quando la vita sta in cose che, ciclicamente, si ripetono con lo stesso entusiasmo! Ma sembra possibile solo per gli quegli esseri senza arroganza: le piante; gli animali; noi, quando dimentichiamo di essere il centro del mondo e ricordiamo il conforto della mortalità.

“La felicità, sono attimi di dimenticanza”, diceva Totò. Ed è a questo che alludeva: la gioia sta tutta in quei momenti primordiali nei quali, nonostante tutto, nonostante i guai reali, dimentichiamo il peso di noi stessi in favore della vita.

Con più siamo convinti che l’universo converga sulle nostre spalle; che il punto in cui siamo sia il centro del mondo, con più saremo incapaci di emozionarci ed entusiasmarci per ciò che, a prescindere dal nostro destino, continuerà in eterno.

Vi lascio qualche verso di una bellissima poesia di Gabriele D’Annunzio:

“Canta la gioia” 

“Canta la gioia! Io voglio cingerti

di tutti i fiori perché tu celebri

la gioia la gioia la gioia,

questa magnifica donatrice!

Canta l’immensa gioia di vivere,

di por le mani audaci e cupide

su ogni dolce cosa tangibile,

e di ascoltar tutte le musiche,

e di guardar con occhi fiammei

il volto divino del mondo

come l’amante guarda l’amata,

e di adorare ogni fuggevole

forma, ogni segno vago, ogni immagine

vanente, ogni grazia caduca,

ogni apparenza ne l’ora breve.

E’ un misero schiavo colui

che del dolore fa sua veste”.

 

Patrizia Ciribè

N.d.R. L’immagine dei miei articoli, quasi sempre un dipinto, ha un nesso profondo, talvolta impercettibile, con il loro contenuto.

 

 

 

 

Il confine: un termine amato od odiato a seconda delle convenienze

Frida-Khalo-autoritratto Autoritratto di Frida Khalo

Sulla questione degli abusi, si è parlato alla nausea di confini. Ho tratto la conclusione che la gente mal sopporti i confini, a meno che non implichino il respingimento della diversità.

Infatti, se confine non significa dettare le regole per scongiurare l’invasione del proprio territorio -da preservare unicamente quando si tratta di concedere diritti a qualcun altro-, allora, ecco che il termine conquista una fitta schiera di nemici.

Quotidianamente il confine protegge le piccole menti delle popolazioni più avvantaggiate, quelle che non vivono nei territori di guerra; che tutto sommato un tozzo di pane riescono ancora a mangiarlo; che, anche se malandata, hanno un’assistenza sanitaria.

Non parliamo neppure del confine di quei ruoli che si considerano riconducibili unicamente alla tradizione; che si intendono naturali solamente se natura significa reiterazione di un retaggio culturale.

Quando natura significa differenza, allora ecco qui che il confine è determinante per ribadire concetti che cominciano a traballare.

Qualcuno amò così tanto erigere confini che solamente dal 1989 in poi è possibile circolare liberamente in una città altrimenti divisa in due.

Qualcun altro, proprio ai giorni nostri, non sa più che cosa inventarsi per salvaguardare il territorio statunitense dalle invasioni dei popoli limitrofi. Questo nonostante l’America sia il risultato di insediamenti continui da parte di ogni cultura, a discapito di popoli che, in quelle terre, vivevano prima di essere sterminati.

Il confine è sempre uno strumento con il quale qualcuno cerca di salvaguardare un diritto che pensa di possedere, persino se quel diritto lede ogni altra legge universale, anche quella tanto millantata dalle religioni: la misericordia.

E più il mondo evolve in una serie di mescolanze di culture differenti, più le persone hanno la necessità di alzare barriere. C’è chi su questo desiderio basa le sue campagne elettorali, ben sapendo quanto sia invisa tra la gente la possibilità di allargare il territorio dei propri privilegi anche a chi non possiede nulla.

Però –c’è un però gigante- se il termine confine viene utilizzato per determinare un comportamento lecito, onde evitare di tradurre in molestia un’avance, allora –ancora di più gli stessi che così strenuamente amano erigere muri- ci si appella al termine “libertà”.

Libertà. Quante insidie nasconde questa parola, con la quale si vorrebbe legittimare quello che conviene.

Ma conosco così poche persone capaci di accettare che lo stesso concetto appartenga a tutti indistintamente, da domandarmi cosa rappresenti se non il pretesto per salvaguardare solamente il proprio, piccolo mondo.

Nel ribadire il concetto di libertà sessuale, come se fosse implicitamente il modo con cui le persone possano avvantaggiarsi su terreni altrui senza né consenso, né diritto, tornano i vecchi retaggi.

In tutti i Paesi di religioni abramitiche, quindi anche quelli cattolici, il retaggio è sempre la colpa. E, sia chiaro, per definizione, la colpa è sempre della donna. Non pensiamo di esserci liberati da questa forma mentis: dal giorno in cui Eva, invece che mangiarsi la mela per i fatti suoi, decise di offrirla ad Adamo (che probabilmente stava giocando con una qualche forma arcaica di Xbox) stiamo scontando secoli di maltrattamenti.

Ma, a scanso di equivoci, i maltrattamenti non sono il problema principale. Il problema principale è la legittimazione dei maltrattamenti.

Già, perché il retaggio religioso, da che mondo e mondo, ha talmente incancrenito ogni possibilità di evoluzione –possibile unicamente rigettando l’idea di peccato originale- che, qualunque cosa accada, la colpa è della donna.

La femmina è la madre di ogni minoranza: ogni sopruso, che si sia perpetrato ai danni di qualcuno con l’ausilio del pensiero popolare, ha sempre cercato la legittimazione nell’arretratezza culturale dove, il peccato originale, ha messo le sue radici e da lì non si schioda.

Quando ero bambina, e pensavo al Duemila, immaginavo cose incredibili: un mondo futurista e avanzato, con navicelle al posto delle auto e una vita estremamente moderna.

Oggi è il sedici gennaio del Duemiladiciotto e siamo ancora qui, a domandarci cosa sia una molestia. Non solo, siamo qui ad affibbiare colpe alla femmina perché, tra le mammelle, stringe una mela carnosa che, quel povero decerebrato di Adamo, non potrà che agguantare.

Leggo decaloghi di ciò che è possibile fare oppure no. Espressioni denigratorie verso chiunque, tranne verso chi ha commesso azioni illecite. Ma la cosa terribile è che il giudizio peggiore, verso la donna, lo esprimono proprio le donne.

Quando ero una bambina, una mia parente molto cattolica mi disse questa frase: ”L’uomo è uomo e la donna ha il diavolo in corpo”. Nonostante avessi non più di undici anni, mi sembrò un pensiero stupido, ridicolo addirittura. Ricordo che citavo quella frase ridendo, agevolata da una libertà di pensiero che, con due genitori atei, mi era permesso avere persino in merito al tema religioso. Persino a quell’età, per qualche motivo, mi era chiara la ridicolaggine di quel pensiero.

Ma questo concetto sembra non essersi mai evoluto, nonostante quanto accaduto a livello sociale. Nonostante le lotte e le conquiste, sono ancora le donne a pensare di meritare etichette denigratorie. Sono ancora loro le peggiori nemiche dei propri diritti; giudici sessisti che popolano il mondo di maschi involuti.

Visto che alla maggioranza piacciono così tanto l’idea della fustigazione e quella del rogo femminile, entrambi riconducibili al concetto religioso di esistenza, invoco un comandamento provvidenziale:

“Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te” e, pensate, questo include persino l’abuso di potere e l’indesiderata palpazione delle chiappe!

Patrizia Ciribè

N.d.R: L’immagine dei miei articoli, quasi sempre un dipinto, ha un nesso profondo, talvolta impercettibile, con il loro contenuto.

 

 

 

 

 

Pratiche espressive cadute in disuso: la conversazione.

edward_hopper_automat “Automat” di Edward Hopper – 1927

Leggendo la Reserche di Proust ci si imbatte continuamente in frasi da sottolineare, e descrizioni che intrecciano paesaggi ed emozioni come fossero le une il prolungamento degli altri.
C’è, a un certo punto, un personaggio che sembra descrivere proprio lo scrittore -medico e grande letterato:
“Era uno di quegli uomini che, al di fuori di una carriera scientifica nella quale per altro sono brillantemente riusciti, possiedono una cultura tutta diversa, letteraria, artistica, che la loro specializzazione professionale non utilizza ma ne trae vantaggio la conversazione”.

Il personaggio viene incensato per le molte qualità, tra le quali quella di saper bene colloquiare con le persone.

“…conversatore come noi non ne avevamo mai incontrati, appariva agli occhi della mia famiglia, che lo citava sempre come esempio, il tipico intellettuale che prende la vita nel modo più nobile e delicato”.

In entrambe queste due descrizioni, di impostazione semplice ma molto esauriente, vengono utilizzati termini come conversazione e conversatore, adducendo loro un significato determinante nella valutazione personale di qualcuno.
Ho pensato così a come si sia evoluto negativamente questo attributo, sino a perdere un vero e proprio significato. Infatti, è difficile trovarsi nel mezzo di una conversazione interessante, allo stesso modo in cui è difficile trovare un conversatore apprezzabile.

Questo perché conversare non significa prevaricare e neppure prodigarsi in soliloqui fini a se stessi, così come oggi pare essere molto di moda fra la gente. Conversare, in realtà, è un’azione bilaterale dove le parti dovrebbero essere impegnate in uno scambio.

A quanti di voi è capitato di recente di conversare con qualcuno veramente? E non parlo dei propri affetti, coi quali è facile instaurare metodi di scambio dettati in gran parte dall’interesse reciproco. Parlo di un dialogo piacevole e interessante, improntato di un desiderio biunivoco di conoscere le reciproche idee ed esperienze, tra persone che, per qualche motivo, si trovino ferme nello stesso posto.

Credo che per tutti sia raro sentirsi ascoltati fuori dal proprio contesto affettivo. È triste, ma è scemato l’interesse nei confronti delle altre persone.
Magari interessano i retroscena piccanti della vita di qualcuno; interessa il pettegolezzo. Ma non importa della qualità dei discorsi né, tantomeno, degli argomenti trattati.

Avremo, infatti, quasi l’impressione di vedere un orecchio spalancarsi nel momento in cui racconteremo di noi –o di altri- parlando di qualcosa che implichi denaro, proprietà, liti e catastrofi. Ma non saremo quasi mai chiamati a esprimere un’opinione, a raccontare quali siano i nostri pensieri su qualcosa di astratto, pure se, quel qualcosa, è la vita.

Ricordo da ragazzina dialoghi meravigliosi con le mie amiche. Ne avevo una in particolare con la quale potevamo filosofare per ore e, se ci capitava di passare la notte l’una a casa dell’altra, i discorsi si facevano cupi e anche più affascinanti.
Ma quella qualità di discorsi si mantiene unicamente con determinate persone, quelle che si interessano a te personalmente e che desiderano sapere cosa pensi, perché questo dirà molto di ciò che pensi di loro.
E pensare qualcosa di qualcuno, al di là di ciò che possiede materialmente, solo considerando di quella persona le sue opinioni e i desideri che la muovono, è attualmente un atto stoico, assolutamente desueto.

Ho trovato, ieri, tra i miei libri, un volume acquistato su una bancarella, del quale avevo sottolineato qualche passo. È una rivisitazione di frasi di Rivarol (uno scrittore francese del Settecento), dal titolo “Rivarol. Massime di un conversatore”, scritta da Ernst Junger. Non so neppure quanti anni siano passati da quando acquistai questo libro e neppure so perché lo acquistai, sempre così attratta da cose delle quali so poco o nulla. Come quella volta in cui, sempre su una bancarella, comprai “Ansie e nevrastenie” di Freud. Avevo circa vent’anni e, leggendolo, feci incubi praticamente per un mese intero.
Ma tornando a Rivarol e le sue massime. C’è questa frase interessante nel libro, tanto che l’avevo sottolineata:

”Certo è che la conversazione ha anche un compito che spetta a lei sola e che non può essere sostituito da alcun altro mezzo. In essa si deposita proprio quel che di fugace, quel chiaroscuro dei tempi che nessuno storico rievocherà. Esso trascolora con il giorno come la brina, il velluto dei frutti. È questo il senso in cui la conversazione basta a se stessa: un evento si fa compiuto, da accadimento si fa storia solo quando l’uomo che lo vive, che lo patisce ne ha parlato con un suo simile. È questo un atto magico.“

In questa visione del dialogo è evidente l’allusione a qualcosa di romantico che si è perso nella notte dei tempi: l’interesse per l’idea di qualcuno; la possibilità di ascoltare l’idea di qualcuno, persino se è differente; il desiderio di conoscere quelle zone d’ombra che, dell’uomo, nascondono le paure e le vere aspirazioni.

Purtroppo, c’è così poco interesse per quel substrato che ci compone; eppure è il risultato di tutta una vita di emozioni, tristezze, dolori, rimpianti, paure, gioie e abilità sepolte dal peso della realtà. Ed è triste come si tenda a qualificare qualcuno sulla base di ammennicoli e traguardi effimeri, invece che cercare nella sua conoscenza interiore qualcosa di davvero interessante.

Per questo amo da sempre leggere: perché nei libri le persone, persino quelle che si conoscono poco o niente, hanno scambi che nella vita reale non avranno mai. E, allo stesso modo, è bello scrivere i dialoghi tra i personaggi, progettare scambi nei quali nessuno prevarichi l’altro, ma dove, anzi, siano previste pause che permettano il reciproco ascolto.

Penso a questo e poi mi imbatto nel prototipo della scignua (“signora”), che mi fa strane domande, anelando a risposte piccanti che la rinfranchino. Mi chiede cose della vita di chiunque, stupendosi persino che quella vita continui “perché sa –mi dice- ne ha fatte tante che mi stupisco di averla incontrata viva dal verduriere!”

Lo so, lo so: ora vorreste tanto sapere chi sia costei, ma non ve lo dico!

Patrizia Ciribè

N.d.R: L’immagine dei miei articoli, quasi sempre un dipinto, ha un nesso profondo, talvolta impercettibile, con il loro contenuto.

L’anno nuovo, come preventivo e consuntivo condominiale.

PederSeverinKroyer-Hip,hip,Urrà!FestadiartistiaSkagen Peder Severin – Hip Hip Hurra! 1888

Le feste quest’anno sono state diverse, o forse sono solo invecchiata e improvvisamente conscia di troppe incertezze.

Ho percepito là in fondo a me stessa, in quello stesso punto ottenebrato dalle paure, con luci flebili e appese tra suoni che mi sono parsi posticci, la precarietà di ogni cosa.

Non sono riuscita a ritrovare quello spirito, anche un po’ infantile, che è necessario mantenere per riesumare ogni volta un po’ di leggerezza. E neppure quel senso di sospensione che ho percepito da sempre in questo periodo dell’anno.

Credo che ci siano sempre momenti nella vita che ricordino quelle cose che si vorrebbero dimenticare e che lo facciano con prepotenza, anche quando possiedi un’invincibile determinatezza. Perché semplicemente ci si arrende a quella crescita che chiamiamo vecchiaia. E non perché si sia terminato di avanzare anagraficamente in modo positivo, ma solamente perché, d’un tratto, qualcuno perde qualcosa di determinante ed è impossibile non soffrirne, pure se non ti riguarda direttamente.

Queste feste si aprono con un terribile lutto per una persona che conosco da molti anni. Una madre, una moglie che resta vedova alla mia età, sola, con due bimbe da crescere.

Questa notizia non mi ha permesso di entrare in modalità sospesa, in quella solita atmosfera offuscata che sono le feste di Natale. Eppure, da sempre, questo è un periodo che amo in modo viscerale, quasi come se ci fosse una speciale connessione con ogni Natale trascorso da che sono al mondo.

Ma proprio non mi usciva dalla mente questo pensiero di morte, questa insensata tragedia che in quel momento, e oggi,  mi è parsa la madre di tutti i lutti.

Allo stesso modo ho pensato a come si possa finire un anno avendo perso così tanto e iniziarne uno nuovo pensando a qualcosa di positivo. E ho subito ogni finto sorriso, ognuno di quei selfie fasulli, scattati da ogni possibile angolazione, tra tristi danze e improbabili musiche con risate di circostanza.

Li ho guardati stare in piedi, dondolandosi tra i tavoli, cercando il modo per sembrare felici e ho capito che il problema del mondo è proprio questo: che a nessuno importa di essere, ma solo di sembrare qualcosa. D’un tratto il mondo mi è parso un posto plastico, cieco e inconsapevole e forse mai prima d’ora mi ero accorta di quanti cerchino di acquisire surrogati di gioia che con la vita non c’entrano nulla.

Mi imbatto in queste parole di Antonio Gramsci, scritte nel 1916 che mi confermano come, anche in un’epoca di grandi conflitti, di sgomento sociale e grandi lezioni, un uomo possa incarnare sempre lo stesso pensiero che, nelle menti migliori, si è reiterato per secoli:

“Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano”.

Perché le rime obbligate e il tripudio cui Gramsci si riferiva altro non era che l’accettazione di un retaggio, pure se in esso è contenuta ogni finzione.

Ancora scriveva:” Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi”.

Si crede sul serio che ci sia una fine e un inizio, che si possano fare bilanci come in ogni amministrazione condominiale. Che alla fine i conti torneranno con un conguaglio che risarcirà delle perdite e leverà a chi ha dato meno degli altri.

Ma, in fondo, io penso sempre che se avessimo l’intelligenza necessaria per capire i dolori di tutti, per farli nostri pensando che un comune dolore è qualcosa che si può portare meglio, allora ci saremmo liberati da questa corsa al nulla, che di colpo ti leva tutto quello a cui tieni, insegnando solamente a qualcuno cose che dovremmo sapere tutti.

Ci sono persone che devono imparare anche per gli altri, così come lavorare di più, pensare di più. Annaspare, cominciando con la perdita di un padre a soli tredici anni o del proprio compagno quando neppure si è cominciato a invecchiare insieme.

E io credo che l’inizio di qualcosa di migliore potrebbe davvero esistere solamente imparando quelle cose che altri subiscono direttamente.

Quindi ecco qua, mi trovo d’accordo con Gramsci: non desidero nessun tripudio, nessuna rima obbligata,nessun inizio che come conseguenza abbia quella di aver chiuso un bilancio. Desidero la continuità, la possibilità di una crescita, della memoria di ciò che è stato, che mi si incolli addosso e rimanga a ricordarmi com’ero, prima che la vita mi cambiasse.

Patrizia Ciribè

N.d.R: L’immagine dei miei articoli, quasi sempre un dipinto, ha un nesso profondo, talvolta impercettibile, con il loro contenuto.

“Ognuno è quello che fa, non quello che dice di essere”.

Cagnaccio-di-San-Pietro-Dopo-lorgia-1928 “Dopo l’orgia” (Cagnaccio di San Pietro, 1928)

In una serata tra amici, all’insegna di chiacchiere e filosofia da ebbrezza alcoolica, uno dei commensali ha fatto questa affermazione:”Ognuno è quello che fa, non quello che dice di essere”.

In principio il concetto è passato in sordina ma, un altro dei partecipanti al convivio, ha posto su di esso un peso, estrapolandolo, e ribadendone la veridicità.

Così, come spesso accade quando si banchetta nel silenzio di un borgo di mare agghindato a festa, tra luci sfavillanti che vestono quel po’ po’ di architetture deserte, è nato un irrazionale confronto, a tratti persino animato.

Qualcuno si è sentito colpito da questa frase e ha voluto porre l’accento su altro. Su ciò che, con la sua perentorietà, determina atteggiamenti dettati dalla necessità, i quali, a prescindere dal proprio volere, diventano obbligatori.

Così, si è iniziato a esplorare non solamente l’azione che dovrebbe spingerci, ma pure il fatto che in quell’opzione-a monte cioè dell’indirizzo preso nostro malgrado- ci sarebbe sempre e comunque la possibilità di una scelta.

Va detto che l’affermazione iniziale non era volta al giudizio, ma solo all’attribuzione di un valore a ciò che, oggettivamente, ci dovrebbe distinguere: il libero arbitrio.

In certi contesti mi è sempre difficile esprimere il mio pensiero, sia perché ho una voce troppo sottile per farlo con altrettanta irruenza (perché gli uomini, invece di parlare, urlano? Questa domanda ha molte risposte possibili, ma credo che, alla base, ci sia la gara più vecchia e primitiva dell’uomo), sia perché per natura ho forte questa necessità di elaborare le cose.

Ho amato molto Pasolini quando, in un’intervista, prima di rispondere a una domanda del giornalista, afferma: ”Mi ci faccia pensare, domani le mando qualcosa di scritto. Mi viene più facile scrivere, che parlare senza avere riflettuto”.

Mi ci sono rivista –con tutte le enormi differenze, soprattutto di spessore e levatura-, ho condiviso quella stessa impossibilità di formulare un pensiero, il più possibile veritiero, senza una doverosa riflessione.

C’è anche il fatto che tendo da sempre a prendere molto sul serio le riflessioni altrui, soprattutto quando, come in questo caso, contengano la possibilità di sviscerare temi esistenziali molto superiori a quelli voluti in principio.

Ma comunque, al di là di questa mia necessità, la discussione si è protratta per una buona ora, all’insegna di picchi che, in qualche modo, sono parsi dettati da un personale coinvolgimento. Forse perché siamo sempre convinti che avremmo potuto fare di più e meglio. E forse perché, in questa convinzione, alberga qualcosa di vero ma anche molto di ciò che, in effetti, ci definisce.

Penso alla storia di Stephen Hawking, un genio che, con enormi limiti fisici, è riuscito in ciò cui nessuno si era neppure sognato di aspirare. E ha avuto figli, amore, una vita che continua, nonostante non solo non fosse né ricco né privilegiato, ma persino totalmente paralizzato.

Certo –direte- era un genio. Ma pure Jim Morrison lo era in un altro campo, eppure abbiamo visto come è finita. E, forse, è finita così perché, in effetti, la differenza esistenziale, persino in una mente brillante, è in buona parte dettata dalla voglia di vivere.

A parità di necessità e intensità intellettuale, quello che ci distingue credo sia la spinta vitale. Quella certa ironia con cui si vivono le cose della vita, non come fossero l’espressione del nostro ego instabile, ma la sperimentazione di qualcosa di più alto.

E non è che si possa essere geniali solamente all’interno di materie che lo evidenzino per definizione: si può esserlo anche nella dimensione di un peschereccio; di una collina da coltivare e persino nei meandri di versi che, pur senza titoloni accademici, saranno sempre eterni.

Il ragionier Eugenio Montale, nel 1975, ha vinto il Nobel per la letteratura. Credo che, in questa inconfutabile genialità, ci sia senz’altro una spinta interiore che vada al di là delle sue condizioni di nascita e qualifica. Parliamo di un uomo cagionevole di salute, spinto dalla famiglia allo studio della ragioneria e del calcolo; un uomo che ha vissuto e partecipato al conflitto bellico. Un tizio comune, cresciuto in un’epoca leggendaria, in una famiglia borghese priva di aspirazioni intellettuali.

Eppure, la sua motivazione, la spinta interiore e la predisposizione alle lettere, lo hanno espiantato da un contesto, indotto alla nascita, trapiantandolo in quello dove egli ha proliferato.

Ma è pur vero che, tra le tante condizioni di indigenza e precarietà, la straordinarietà personale è una rarità. Di fatto, il mondo è abitato in maniera più diffusa da gente nella norma, che vive per sbarcare il lunario. E, quando la dignità personale non è sufficiente, e da sola non vale a scongiurare la decadenza di certe azioni, ci si trova a fare i conti con la propria normalità.

Per questo mi trovo a oscillare tra il ritenere assolutamente veritiera la frase iniziale e il dubbio che, effettivamente, le condizioni in cui ci si trovi a versare determinino spesso scelte che, per quanto discutibili, appaiono come le uniche possibili. E lo fanno nella misura in cui non vi siano elementi distintivi a scongiurarle.

Ma c’è pure il discorso sul personale valore morale, su quella conta di elementi che costituiscono l’integrità di qualcuno. Ma, quando le condizioni sono disagevoli, forse, persino la dignità, che dovrebbe spingerci a rigettare azioni discutibili, diventa un lusso.

E c’è anche da stabilire cosa sia la moralità in un mondo dove uno Stato guadagna sul tabagismo e il gioco d’azzardo; dove vendere alcoolici a un alcoolizzato non sia ritenuto immorale e lo sia, invece, vendere la propria carne, pur pagandone personalmente le conseguenze.

Perché, in fondo, ogni nostra azione discutibile, per essere riscattata, dovrebbe solamente essere scevra da rivendicazioni etiche. E, forse, se fossimo liberi di sentirci persino sbagliati, invece di cercare un pretesto per come ci muoviamo nelle difficoltà, potremmo tranquillamente affermare che siamo ciò che facciamo, consci che, tutto sommato, sia solamente il risultato dell’essere umani.

Il fatto è che, nella normalità delle nostre attitudini, quando le condizioni ci remano contro, ci troviamo a fare i conti con la miseria umana di cui siamo fatti. E, in questo, non vi è una colpa, ma la sfortuna di non essere nati talmente motivati e illuminati da arginare persino la possibilità di scelte controverse.

Ma, a dire la verità, in questo essere fatti di carne, persino il genio può rimanere incagliato nella sua, stessa dissolutezza. Penso a Dostoevskij che scrisse “Il giocatore” per pagare i debiti di gioco, e riuscì persino a descrivere lucidamente, narrandola, quella propensione al disastro economico tipica di una decadente interiorità. Questo ci suggerirebbe la sua disfatta morale. Ma la verità è che, questo scrittore, non solo è stato una delle menti più illuminate dell’Ottocento, ma anche un pensatore immenso, che si è interrogato a lungo proprio sulla possibilità di un riscatto dalla propria bruttezza interiore.

Di nuovo, quindi, sono in dubbio sulla veridicità celata nella frase iniziale che, per quanto possa essere condivisibile, non tiene conto della materia che ci compone; di tutti quei dolori che non abitano solamente le menti comuni, ma persino quelle straordinarie.

Poiché se Dostoevskij fosse da considerare sulla base delle sue azioni, allora bisognerebbe stabilirne le priorità, sia in considerazione dell’immensità della sua opera omnia, che per la miseria di una vita travagliata dai debiti di gioco.

Quindi, qual è la verità? La verità è che, a meno di non trovarsi catapultati in una notte bianca di Pietroburgo, coi fumi dell’alcool, seduti a fianco a cosacchi sbronzi e addormentati; di non chiamarsi Lev, Nikolaj o Fedor, è meglio evitare di cercare soluzioni esistenziali. Soprattutto dato che, neppure loro, sono mai riusciti a trovarle!

Patrizia Ciribè

N.d.R: L’immagine dei miei articoli, quasi sempre un dipinto, ha un nesso profondo, talvolta impercettibile, con il loro contenuto. 

 

Come la camicia bianca

Modigliani_8 Ritratto di Lunia Czechowska – Amedeo Modigliani (1919)

Ci sono cose che sono come la camicia bianca: placano ogni discordanza e ogni sentimento di indecisione.

Avrei potuto dire come l’abitino nero, per la sua versatilità e il contegno intrinseco, misto tra sensualità ed eleganza. Ma ho preferito un indumento che, insieme al resto, trasmetta la freschezza del nuovo giorno e anche la capacità di pacificare le dissonanze di stili e occasioni.

Le cose che somigliano a quel contegno sono quelle che portano con sé un’intrinseca agevolezza, come qualcuno che sa essere giusto sempre, in ogni occasione. Che sa difendere la verità di un sentimento. La sua unicità.

Sono sempre più convinta che ci sia qualcosa di necessariamente radicale in ogni cosa determinante della vita. Qualcosa di svestito dai fronzoli e dai formalismi ma che, al contempo, abbia in sé quella correttezza semplice, tipica di ciò che è universalmente giusto.

Ma mi trovo sempre più costantemente a contatto con delle forzature, con storture che vorrebbero convincere, ma che non hanno in sé la genuinità necessaria per farlo.

Infatti, al di là di un concetto sociale di giustizia, che è spesso travestito e imbavagliato dai sentimenti fasulli del nostro mondo, c’è poi il concetto alto di giustizia, quello denudato dal pretesto e dalla bassezza.

A quanti è capitato di trovarsi in una situazione in cui tutti accettino di buon grado cose inaccettabili? Che, persino in un contesto che dovrebbe essere onesto, a nessuno importi della verità e soprattutto dei sentimenti altrui?

E ancora, a quanti è capitato di ricevere un’offesa e trovarsi davanti al silenzio di tutti i presenti, al tentativo di minimizzare cose inaccettabili, solamente per non tradire quell’insano desiderio comune di far finta di nulla?

A me è successo. Credo anche a voi. Ma, mi domando, perché lo accettiamo? Perché siamo talmente abituati a coprirci di fronzoli e stupidità da non riuscire più neppure ad alzarci e, semplicemente, dire: “Tutto questo è sbagliato; tutto questo è stonato”.

Il fatto è che siamo talmente abituati a fare finta di nulla, ad accettare l’ignoranza con cui la gente si esprime in ogni contesto, da non avere più  un antico senso di rigetto che, davanti a certe cose, dovrebbe essere automatico.

Quando guardo le reazioni degli animali -delle mie gatte per esempio- vedo in loro quella pulizia cui strenuamente e inutilmente ambisco. Neppure i bambini hanno la medesima purezza, poiché persino in loro è presente sin da subito l’innata necessità di emergere.

Ma gli animali non hanno quella necessità, hanno solamente sentimenti primordiali: paura, tenerezza, rabbia. E ognuno di questi nasce dai bisogni più arcaici: la fame, la sete, la propria incolumità.

Nell’evoluzione che abbiamo, talvolta maldestramente, sposato si è perduta la visione chiara di ciò che dovremmo perseguire; la basicità di ciò che dovrebbe muoverci.

Ne “La caduta” Camus scrive Quando uno, di mestiere o per vocazione, ha meditato a lungo sull’uomo, gli accade di provar nostalgia per i primati. Quelli non hanno pensieri reconditi.” Trovo che questa frase descriva a pieno la poeticità di un pensiero pulito, scevro da ogni dietrologia. Non solo, descrive l’essenza dimenticata, sepolta sotto all’abitudine a mentire e offendere.

Persino in certe menzogne c’è più verità e sofferenza di quanta ce ne sia nella finta verità; in quel falso contegno che è incapacità di agire correttamente, di riconoscere l’errore e stigmatizzarlo.

Ma quando si ritroverà quel senso di rigetto, davanti all’inaccettabile, sarà inevitabile essere messi alla stregua dei bastian contrari per vocazione. Infatti, saranno sempre meno quelli che ti perdoneranno l’incapacità di far “buon viso”.

“Far buon viso”, il male della nostra epoca. Giustificare tutto purché la nostra pace non sia compromessa; purché quei funamboli, che abbiamo aiutato a stare in equilibrio nel cielo degli indifferenti, non caschino d’improvviso, e con loro tutto il nostro mondo.

Ci troviamo a fingere con la facilità con cui camminiamo, chiacchieriamo e ridiamo; a socializzare persino davanti a un’offesa che l’istinto, perso nella notte dei tempi, avrebbe rigettando. Ma la ribellione è oggi denominata polemica, allo stesso modo in cui la maleducazione è chiamata verità. In quel modo distorto con cui tutto viene arrancato senza distinzioni, con la banalizzazione di ogni sentimento.

Uno dei più grandi pensatori di tutti i tempi, Lev Tolstoj, rifletté moltissimo sull’uomo e la sua condizione morale. In “Anna Karenina”, scriveva: “Per quanto ci si sia inoltrati per la via della menzogna, è sempre meglio fermarsi che continuare a percorrerla. La menzogna davanti agli altri è solo svantaggiosa: ogni questione viene sempre risolta in modo più diretto e più rapido con la verità che non con la menzogna. La menzogna davanti agli altri non fa che confondere le cose e allontanarne la soluzione, ma la menzogna davanti a se stessi, data per verità, rovina tutta la vita di un uomo”.

In un mondo giusto, dove i sentimenti contino ancora qualcosa, e i rapporti puliti vogliano restare tali, la vera ricerca dovrebbe essere quella della dignità, senza le scappatoie della menzogna.

Ma, come diceva Karl Kraus:” Mi sono interessato a fondo della dignità umana: ho disposto nel mio laboratorio le analisi più disparate sull’argomento. Tutti i tentativi sono falliti miseramente a causa della difficoltà che ho incontrato a procurarmi il materiale occorrente”.

Il materiale occorrente è carente non soltanto per la vuotezza morale dell’uomo, ma anche per l’indifferenza con cui si guarda la tragedia consumarsi ogni giorno. Quando nessuno è più interessato a notare le differenze tra semplice e banale, il ragionamento per sommi capi diventa la realtà.

Si passa per puntigliosi a voler mettere l’accento là, dove gli altri non vogliono guardare. Si è impopolari e noiosi quando si tende a puntualizzare cose che nessuno vuole notare. Così, si innescano meccanismi che diventano vesciche purulente, della cui puzza nessuno più si scandalizza. E accade nelle cose più banali, come in certe frequentazioni fasulle; oppure ignorando il valore altrui volutamente, solo per sentirsi meno gravati della propria incompetenza.

Mi trovo d’accordo con Aldo Palazzeschi che, circa 100 anni fa, scriveva: “Il vero poeta moderno dovrebbe scrivere sui muri, per le vie, le proprie sensazioni e impressioni, fra l’indifferenza o l’attenzione dei passanti”. Esorto i poeti a farlo: chissà, magari qualcuno si fermerebbe, leggerebbe, rifletterebbe persino.

Patrizia Ciribè

N.d.R: L’immagine dei miei articoli, quasi sempre un dipinto, ha un nesso profondo, talvolta impercettibile, con il loro contenuto. 

Facebook e astrusità del nuovo millennio.

facebook-affects

Quasi dieci anni di Facebook per me. Sembra ieri. Sembra ieri che mi sporsi per la prima volta da questa finestra, affacciata su una strada già molto affollata. Era un paesaggio nuovo; ricordo un divertimento leggero, fatto di foto e pensieri condivisi.

Poi tutto si fece molto cupo, arrivò la depressione, quella grande crisi economica che sconvolse il mondo. A molti non cambiò nulla. Ma tutto cambiò comunque, portando via quell’innocua leggerezza. Le conversazioni d’un tratto esternavano rabbia e frustrazione di gente rimasta senza lavoro, o di titolari di piccole imprese, vittime di un’improvvisa precarietà.

A quel punto anche la politica si trasferì su Facebook e così fecero l’economia e ogni altro controverso argomento di attualità.

Facebook divenne come uno di quei bar in cui si parla di calcio con la convinzione di sapere come schierare una squadra. Con la certezza che, in ogni caso, si farebbe meglio dell’allenatore.

Divenne il palcoscenico dove i tuttologi accorrevano con la “loro formazione”; con le soluzioni economiche e sociali; con le soluzioni politiche e tutti i numeri pronti per smentire qualunque buonsenso. Ed erano, questi guru, talmente convincenti che, insieme alla tuttologia, si moltiplicò l’ingenuità di chi condivideva ogni sorta di numeri e notizie. Da lì nacquero le bufale.

La condivisione delle bufale ha dato il via al riscatto da una frustrazione generale, e all’espressione di una folta corrente di demoralizzati. Ma la via per la conoscenza quasi nessuno la cerca nell’erudizione, perché è più facile prendere delle scorciatoie. Si sa, gli slogan sono più brevi e immediati, non necessitano di impegno, ma solamente della volontà di simulare una conoscenza che in realtà non si possiede. Questo, persino nella condivisione di numeri e storie inventate, illude le persone di appiattire distanze e differenze.

Ma facciamo un passo indietro, a prima che si diventasse allenatori della finanza, della politica, della vita. Prima di quel fenomeno ci fu quello dei test.

Ogni tanto ne giravano di nuovi. Ora succede raramente che qualcuno si affidi ai test per sapere che tipo di persona sia; per comunicare al mondo di essere bello, buono, simpatico e super intelligente. Ora la gente sa di esserlo e non necessita più né di scoprirlo, né di comunicarlo.

Ma c’è stato un periodo, qualche anno fa, in cui la cartomanzia e l’astrologia sono state surclassate dai test attitudinali e premonitori di Facebook.

Era divertente e sembrava un passatempo innocuo. Sino a che la gente ha iniziato a crederci. La gente ha iniziato a credere di essere buona; migliore; super intelligente. Perché l’aveva detto il test.

E con quanto orgoglio condivideva il risultato, che era una sorta di messaggio promozionale inneggiante le varie virtù. Comparivano scritte del tipo: “Sei troppo buono, devi imparare a essere più egoista”, accompagnate da frasi personali che affermavano: ”Eh, lo so, provvederò, ora basta essere troppo buoni!”.

Altri risultati erano improntati di un ascetismo chiaroveggente: ”In un’altra vita eri la donna più bella del mondo”, e i commenti “Ma anche ora sei molto carina!” fioccavano come d’inverno la neve sulle montagne.

Questo ulteriore cambiamento, nell’atteggiamento tenuto su Facebook, ha scatenato una nuova forma espressiva: i link motivazionali.

Quando le persone hanno iniziato a credere di essere buone, intelligenti, belle, perfette -come i test dicevano- il passo verso la convinzione di essere persino colte è stato breve.

Questo ha dato i natali a una nuova tendenza: la condivisione di frasi degli autori più disparati. E poco importava se a condividerli ci fosse gente che l’ultimo libro l’aveva letto in classe alle medie: l’importante, per sentirsi persino colti –oltre che intelligenti e buoni-, era condividere.

Soprattutto, le frasi non venivano estrapolate dalle proprie letture, ma da quell’immenso serbatoio che è internet.

Per qualche strana ragione, che non ho mai capito, i creatori dei link contenenti frasi d’autore hanno l’esigenza di renderle accattivanti. Esatto, accattivanti, come se di per sé non lo fossero. Così, insieme alla condivisione di frasi, ha preso piede il bricolage d’autore.

Le frasi di Shakespeare si trovavano a volteggiare nell’web come slogan dei biscotti, contornate da cuoricini o attribuite a donne discinte per mezzo di un fumetto. Dostoevskij, con il bellissimo e tormentato viso, dichiarava che “la bellezza salverà il mondo”, con la stessa grafica con cui gli adepti di Charles Manson, dopo avergli ammazzato la moglie incinta, scrissero “Death to Pigs” sui muri della casa di Polanski.

Ma Dostoevskij non ha mai fatto un’affermazione tanto banale e se qualcuno di quelli che l’hanno condivisa avesse mai letto L’Idiota –romanzo da cui è stata estrapolata- lo saprebbe. Saprebbe che quella domanda “È vero Principe che lei ha detto che la bellezza salverà il mondo?” viene posta durante un alterco tra due personaggi. Saprebbe che non è quella la citazione da fare, ma casomai “Quale bellezza salverà il mondo?”, che è l’annoso quesito dello scrittore. Dostoevskij, infatti, per tutta la sua vita di grande pensatore, si interroga su Dio e sulla possibilità che questi ci salvi dal nostro male.

Ma andiamo avanti. La cosa eclatante di quell’ improvvisa acculturazione è la sua democraticità: infatti, chi condivideva Shakespeare, Dostoevskij, Tolstoj ecc non faceva distinzioni e, subito dopo, condivideva Fabio Volo. Lo faceva con una naturale idiozia, quasi commovente, come ad arginare quell’innocuo tentativo –in realtà riuscitissimo nell’ignoranza generale- di gettarli nello stesso calderone.

Mi pareva di vederli Tolstoj e Volo seduti vicini sullo stesso treno per la gloria popolare. Uno con il suo cappotto ottocentesco e l’altro con la faccia di chi l’ha fatta in barba persino a uno dei colossi dell’editoria. Ma, dopotutto, quelli dell’avvento di Facebook, furono gli anni della prima pubblicazione di Albano Carrisi con la medesima casa editrice. Quindi, come si poteva convincere la gente a sottilizzare, se neppure la cosiddetta “grande editoria” dava un esempio?

Presto le frasi d’autore sono state ritenute insufficienti all’intento di propagandare il valore di chi le affiggeva con orgoglio sulla propria bacheca: esse, per intenderci, non sortivano lo stesso effetto dei test. A quel punto ha preso piede una nuova tendenza: la condivisione degli studi comportamentali.

Non so se siano nati prima quest’ultimi o la necessità di condividerli; di certo è nata la necessità di crederci, esattamente come si faceva con i test. C’erano test persino sulle qualità rivelatrici dei nomi di battesimo, capaci di attribuirci bellezza e ogni altra virtù. “Chi si chiama con il nome Salvatore è buono, destinato a salvare l’umanità”, recitava uno dei risultati di questi test. Peccato fosse anche il nome del boss mafioso da poco deceduto!

Ma nulla è più motivazionale della condivisione della foto di una diva deceduta, con pensieri che certe persone credono di incarnare. Come l’immagine di Audrey Hepburn mentre afferma “Il sorriso, l’accessorio più bello”. E poco importa se, chi inneggia alla semplicità e all’eleganza, porti su di sé quattordici piercing, ventisette tatuaggi, unghie finte di dieci centimetri, extension d’ogni tipo e sopracciglia dipinte da Giotto.

Oppure ci sono quelli che vivono sempre incazzati col mondo, come misantropi convinti di essere gli unici esseri adeguati del pianeta. Arriva per loro la frase sull’intelligenza “Chi sta solo è più intelligente degli altri” e, insieme, giunge il loro riscatto. Ma il baraccone delle frasi motivazionali sull’intelligenza non finisce lì: sei più intelligente se bevi; se ti droghi; se in casa non pulisci; se odi tutti e sei single. Non è che qualcuno si prenda la responsabilità di avvertire che se odi tutti, se ti droghi, se bevi, se vivi nella rumenta è facile che tu sia anche single. NO! La nuova verità è che, tutte queste cose, sono sinonimo di intelligenza. Quindi, perché cercare giovani promesse tra chi abbia delle competenze quando, per reclutare un genio, è sufficiente trovare un asociale?

Ma tiriamo le somme: quasi dieci anni di Facebook per me e cosa ho capito di questo carrozzone?

Ho capito che è uno spaccato di mondo. Che evidenzia la necessità odierna di sterilizzare tutto da ogni spessore. Che anche un’illusione è meglio di niente quando la gente ha bisogno di convincersi del proprio valore. Che basta uno specchio fittizio in cui guardarsi per ridisegnare un’immagine che rassicuri. Che questa è l’era del nozionismo, e le quattro righe di uno slogan valgono mille approfondimenti. Che la condivisione di qualcosa, in maniera distorta, è per molti il riscatto dalla propria condizione. Che le cose più linkate sono quelle che non richiedono sforzi intellettuali. Che gli sforzi intellettuali, ormai, sono invisi come l’educazione. Che la maleducazione viene oggi definita sincerità. Che la gente si è a tal punto convinta di questo -dopo aver condiviso slogan in merito per una decina di anni- da ritenere certe frasi coatte (Es: le persone che dicono la verità sono quelle che stanno sul beeeep a tutti) persino più interessanti delle banalità di Volo!

Eppure, ci sono molte cose positive in questo strumento. Il problema degli strumenti, però, è essenzialmente uno: la gente li incolpa del risultato, invece di incolpare sé stessa per l’ignoranza con cui li utilizza.

 

 

 

 

Famiglie, strani squilibri e genealogici complessi

untitled “La famiglia” di Ferdinando Botero.

“La famiglia è il luogo dove si covano le più grandi insicurezze che si avranno nella vita”. Questa frase è di Barbara Alberti, la lessi molti anni fa su una delle sue rubriche, in un settimanale di cui non ricordo il nome. Ma ricordo la frase. La cosa è singolare sia perché la memoria mi abbandona con costanza a piccoli, disordinati frammenti ogni giorno; sia perché ho sempre visto la mia famiglia come un covo di certezze e non il contrario.

Ma sin da ragazzina ho avuto l’attitudine ad analizzare le sfumature di certi equilibri; i sentimenti che alcuni sanno emanare e le false certezze che la gente brandisce come fossero armi, usandole per difendersi dalla verità.

Proprio in questo forte squilibrio universale, che è quello dettato da una consapevolezza basata su personali mistificazioni, si fonda il pregiudizio.

Ma andiamo indietro, al nucleo familiare; alla prima dimensione sociale che determina la capacità dell’uomo di barcamenarsi nei meandri della disuguaglianza.

Teoricamente siamo come fogli bianchi che vengono al mondo, collocati nei posti più disparati; nelle situazioni più singolari e anche in quelle più tradizionali. Con noi, da quel primo vagito che rompe il silenzio e l’equilibrio di ciò che troviamo nascendo, portiamo un piccolo bagaglio fatto di invisibili semi. Essi germoglieranno autonomamente e cercheranno di trovare il loro spazio nel primo luogo di insediamento: la famiglia.

Capita che in quel bagaglio ci siano premesse che collimeranno con il luogo di appartenenza; somiglianze genetiche e ambientali che troveranno i migliori margini di armonizzazione. Capita che quelle somiglianze siano anche frutto di esasperazione di elementi che erano già di per sé negativi; ma soprattutto capita che ci si portino anche i fondamenti di enormi diversità, magari frutto di geni lontani e ormai sepolti da generazioni: elementi sconosciuti che non sapranno come insediarsi e crescere in quel terreno cui sono approdati.

Non siamo e non saremo mai autoctoni -radicati totalmente nel nostro insediamento- perché qualcosa in noi sentirà la necessità di rigettare il luogo di appartenenza; e questo perché quell’appartenenza non sarà mai totale, ma sarà, in alcune sue parti, qualcosa che ci troveremo nostro malgrado a subire.

E c’è un altro seme invisibile nel nostro bagaglio primordiale: la natura del carattere. Essa potrà sostenerci; potrà accettare e amare i limiti del proprio insediamento, oppure rigettarli.

Conosco persone che hanno sofferto dalla nascita la mancanza di ciò cui sentivano di avere diritto. E hanno sviluppato una sorta di frustrazione, una tendenza alla competizione; alla rivendicazione; alla necessità di mistificare la realtà descrivendosi diversamente da come sono. E, alla lunga, quelle verità fasulle che si sono raccontati, hanno finito per convincerli della loro veridicità.

Ma, non essere ciò che siamo, non significa essere meglio. E neppure significa aver disatteso aspettative –che sono sempre zavorre fastidiose. Significa rigettare tutte quelle condizioni ambientali che hanno condizionato l’indirizzo della nostra esistenza.

Pacificarsi onestamente con ciò che siamo è l’unico modo per crescere sicuri; umili; sani; equilibrati. E ognuno di quegli squilibri che sentiamo di avere –che riusciamo a identificare persino nell’intimità dei nostri sentimenti più radicati- non sono altro che il rigetto del nostro insediamento originale.

Ma il più forte squilibrio familiare –quello di cui Barbara Alberti parlava– nasce dall’incompiutezza che gli adulti, tramandandosi, infliggono alla propria progenie. Perché un conto è far pace con ciò che siamo, e un conto è doverlo fare con quella parte che i propri genitori non hanno saputo accettare di loro stessi.

Questa è la storia più vecchia del mondo. Ci sono squilibri in alcune famiglie che vengono imputati ai figli ma che hanno origine unicamente nella gestione genitoriale. Un genitore ha il dovere di tutelare i diritti dei figli, a cominciare da quelli che arrivano prima, continuando con gli altri e in misura che sia più equilibrata ed equa possibile.

Ma nel corso degli anni si instillano meccanismi che falsano ogni dato oggettivo, ne mistificano la sostanza e sempre a discapito di qualcuno. Mai come in famiglia nascono schiavitù, automatismi insani, atteggiamenti disomogenei. Paradossalmente, è proprio in questa disparità di comportamenti che si cela la pretesa di sembrare equi, di continuare a rigettare quei complessi e quelle vergogne genealogiche che sono rimaste in sospeso.

Nel reiterarsi di malati favoritismi, affettivi e materiali, ho visto, in chi li ha promossi, la rivendicazione della propria equanimità. Non solo, ho visto anche, proprio in chi ha ricevuto di più, la cecità e l’incapacità di ammetterlo; l’arroganza di esigere ancora qualcosa, persino da chi è rimasto lì a guardare.

E questo perché nel tentativo sano di fare pace con il proprio universo genetico, veniamo spesso superati dalla superficialità di chi non guarda in faccia a nessuno; da chi procede sul proprio cammino calpestando sia le proprie radici che la propria progenie.

Ci si racconta di orologi biologici che indicano il momento per avere un figlio; di un sacro e legittimo concepimento a ogni costo e misura; della necessità di procreare in barba a sé stessi e a ciò che si ha da dare. Ma non ci si racconta mai di come la cecità di quella parte di persone, che come schiacciasassi livellano qualunque fragilità, determini il futuro di un sistema universale.

La disuguaglianza, l’incapacità di riconoscere diritti a chiunque, nasce proprio nella prima dimensione sociale, ovvero quella della famiglia; dove chi è nato per raccattare le briciole alla fine non farà che quello, e dove chi è nato per mangiarsi la pietanza, vorrà anche le briciole degli altri.

In chi cerca sempre sé stesso; tenta di pacificarsi con la propria provenienza; accoglie i limiti che suo malgrado ha subito è conservato il futuro dell’umanità. Tutta la restante parte, che è poi la maggioranza, è destinata a disseminare il mondo di bulli, anafettivi, competitivi, frustrati, arrabbiati, egoisti, prepotenti, presuntuosi e ogni altra cosa vediamo crescere guardando dalla finestra del mondo.

Patrizia Ciribè

N.d.R: L’immagine dei miei articoli, quasi sempre un dipinto, ha un nesso profondo, talvolta impercettibile, con il loro contenuto. 

Il piccolo sentimento dell’uomo è la particella dell’umanità.

830f6bf1dc8a68b505122ece2bc2c555 La peste – Arnold Bocklin 1863

L’animo umano è un luogo farraginoso. Se dovessi dipingerlo userei i colori del fango, della terra, qualche pezzo di cielo per la poca purezza che resta dopo interminabili ore di pioggia. Se potessi capirne l’essenza, e pulire ogni angolo buio dove la nefandezza si cela, allora saprei certamente più cose. Avrei certezze che potrebbero aiutarmi a scoprire il perché delle miserie che caratterizzano l’uomo.

Parto sempre dal presupposto che l’umanità sia un agglomerato di sconfitte; di fragilità e dolore; di pochi valori, sopravvissuti alla bassezza, che portano avanti il mondo. E in questo infinito reiterarsi dell’uomo, della sua evoluzione, coesistono piccole realtà e spaccati di vita che finiscono per determinare il suo futuro.

Infatti, così com’è possibile analizzare un Paese attraverso un campionario di realtà che lo compongono, è possibile osservare l’umanità attraverso le piccole realtà in cui vive l’uomo. E c’è una cosa veramente bizzarra, se si osservano secoli di cambiamenti sociali: l’uomo evolve ma rimane sempre uguale a sé stesso.

La Tristezza dell’animo umano sta nella facilità con cui egli accetta la propria piccolezza, e si arrende a sé stesso invece di superarsi. È triste quando il piccolo sentimento convince l’uomo a crogiolarsi al suo interno; quando riesce a sedurlo, persuadendolo a nutrire la propria frustrazione, invece che sconfiggerla ed elevarsi.

Osservando piccoli campionari di comportamenti ricorrenti ciò che risalta è come, chiunque, nonostante sia vittima degli stessi giudizi che infligge, convinca sé stesso di essere nel giusto. E’ raro, nelle persone, l’intento di superarsi; di sbarazzarsi di quei piccoli sentimenti -particelle dell’umanità- che sono come zavorre cariche di rancore. E’ più frequente, invece, che si scelga di macerarsi in una giustizia tanto arbitraria quanto fasulla.

Da quando lo spaccato di vita più comune è il social network è diventato persino più facile convincersi di avere ragione; quella ragione fatta di magre consolazioni, di grappoli d’uva sempre più acerba. Perché è diventato talmente facile decantare sé stessi, incuranti dei propri enormi limiti, da perdere l’abitudine a quel po’ di auspicabile analisi personale.

E anche chi pensa di analizzare sé stesso lo fa sempre a proprio favore, riconducendo all’altro i propri fallimenti ed errori.

Sono sempre di più le persone divorate dai più banali sentimenti di rivalsa, convinte di essere in realtà legittimate a stagnarvi, invece che tentare di vincere la propria abiezione. Un’abiezione che non è mai evidente come quella di chi delinque; è più simile alla biancheria intima: qualcosa che si porta sotto ai vestiti, si mostra solamente a colui/colei che ci vive vicino illudendoci di essere meglio di quello che siamo.

Ciò che penso costantemente è che lo specchio riflette sempre il contrario di ciò che vediamo. E lo fa con chiunque, senza la minima pietà. Per cui non importa come crediamo di vederci; come riusciamo a illuderci di essere accettabili; come riusciamo persino a convincerci che quei piccoli sentimenti, che animano le nostre povere azioni, abbiano il diritto di esistere. Perché la verità è che non c’è mai un vero motivo per stagnare nel fango, rinunciando a essere pezzi di cielo.

Mi è capitato di constatare come per alcuni sia facile parlare di sé stessi, e di qualcosa che prima non possedevano, solamente dopo averla realizzata; come lo sfoggio di sé sia l’unico modo per interagire con quanti -nonostante vivessero precedentemente quelle medesime realizzazioni- si erano ignorati. Come persino la passione per qualcosa non esisterebbe senza la necessità di esibirsi.

Il fatto è che questo genere di mentalità è genitrice della più misera competizione. Per alcuni è il pane che nutre persino i rapporti più stretti.

Capita, invece, che mi trovi davanti a quel candore, a inattesi pezzi di cielo capaci di accogliere i momenti di gioia altrui come fossero i propri. Allora penso che ci sia ancora qualcuno in grado di arricchire l’umanità. Ma sono rare persone, rari momenti, rari equilibri fatti di consapevolezza e amor proprio; di una sicurezza personale che ha radici nel solo desiderio di elevarsi moralmente.

Non c’è amor proprio nel livore, nella competizione, nell’incapacità di superare sé stessi. E neppure c’è amor proprio nell’incapacità di apprezzare coloro i quali emergano e realizzino i loro sogni.

E’ davanti a muri fatti di falsità ed egoismo che mi domando come possa crescere l’umanità se l’uomo è così inadatto a elevarsi. Se sono così rare le persone capaci di gioire per gli altri, persino quando questi continuino una crescita meritata, frutto di fatica e dedizione.

Non c’è veramente nulla di buono nel recepire degli altri solamente quello che giova a noi stessi; ciò che ci regala la possibilità di sentirci superiori. Non c’è nulla di buono nell’incapacità di alzare l’asticella delle nostre aspirazioni e non parlo di ambizione, ma soprattutto di crescita interiore. Questo scriveva Cesare Pavese, uno degli intellettuali più profondi e tormentati del secolo scorso, sull’ambizione: “L’origine di tutti i peccati è il senso di inferiorità -detto altresì ambizione”. 

Anche nella disposizione d’animo con cui recepiamo le motivazioni altrui c’è sempre la distorsione del nostro ego, che rafforza solo le convinzioni utili a confortarlo. Pensiamo che quello che penseremmo, gli altri pensino; che quello che proveremmo, gli altri provino. Ma è sempre lì, in quell’attimo in cui sentiamo nascere un pensiero infido, che dovremmo estirparlo e non consolarlo inducendolo a cibarsi di sé stesso; a crescere. Persino un tumore potrebbe in teoria morire di fame. Persino la meschinità cedere agli stenti se non viene nutrita.

Ma quest’epoca, quella in cui abbiamo aperto la porta alle proposte di matrimonio eclatanti; ai matrimoni con le damigelle; ai fuochi d’artificio per auto celebrarci; all’ostentazione dei sentimenti; alla pubblicizzazione persino di quell’intimità che un tempo si sussurrava sotto alle stelle; alla convinzione di aver partorito gli esseri più belli, più intelligenti; più simpatici, ci ha convinti di essere continuamente sotto osservazione, obbligati a superare gli altri invece che cercare di superare noi stessi e la nostra, insana bassezza.

Anche nell’educare i figli al loro futuro c’è la tendenza a insinuare quel tipo di competitività tipica dei Paesi che non hanno una lunga storia -costellata di decadenza e rinascita- come la nostra. Di bagni d’umiltà ricevuti dall’alternanza di secoli di grandezza e opulenza, con secoli di macerie e ricostruzioni. Siamo disposti a uniformarci a patinate realtà prive di un fondamento solamente in virtù di un’esterofilia pigra e sterile, che favorisce l’involuzione di tutto il nostro, drammatico passato.

Anche in questo Pasolini aveva visto giusto, infatti scriveva “Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo. In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare. A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. E’ un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco”.

Ma il fatto è che non si vuole il tragitto, il sacrificio, la catarsi attraverso la dedizione verso qualcosa; si vuole il risultato e per esso si è disposti a cedere a qualunque manovra, persino alla mistificazione della verità. E siamo diventati talmente schiavi del disonore da non saperci più ribellare, da non riuscire neppure a difenderci con chiarezza davanti a chi, palesemente, pretende di ingannarci. 

Patrizia Ciribè

N.d.R: L’immagine dei miei articoli, quasi sempre un dipinto, ha un nesso profondo, talvolta impercettibile, con il loro contenuto. 

 

 

 

 

L’invisibile infelicità dei comprimari della felicità altrui.

2030805-1000-1463990102-35 “Giochi per bambini” – Pieter Bruegel il Vecchio

C’è un libro che si intitola Non lasciarmi ed è una delle bellissime creature di Kazuo Ishiguro, vincitore dell’ultimo premio Nobel per la letteratura.

Qualcuno di voi potrebbe aver visto anche (o solamente) il film che uscì qualche anno fa. Ma comunque non è del libro che voglio parlarvi oggi (né del film) ma di cosa, ripensare alla sua storia, mi ha ispirato.

Faccio solamente un breve riassunto della sostanza del testo nella sua parte più saliente:

Il libro narra di una società distopica dove esiste un programma che alleva bambini con il solo scopo, un domani, di utilizzarli come donatori di organi per le persone che vivono la loro vita normale.

Esiste un collegio -Hailsham- dove questi ragazzi crescono studiando come tutti gli altri, ma lo fanno in un contesto isolato che li rende ignari di tutte le più comuni aspirazioni. Crescono e vengono alleviati da pochi oggetti acquisiti in povere occasioni simili a mercati dell’usato. Ognuno di questi bambini ha una propria cassa di effetti personali nella quale conserva le proprie cose che, con il trascorrere del tempo, diventano come una sorta di piccolo albero genealogico dei ricordi. Tra queste poche felicità ci sono i loro rapporti stretti che non contemplano né genitori, né nonni, né zii ma solamente i compagni con cui condividono la loro vita sin dal principio.

Il libro inizia parlando molto dell’infanzia, dei sogni di questi bambini cresciuti già conoscendo il proprio destino, ma solamente come può farlo un essere ancora inconsapevole. Inconsapevole di quali saranno le proprie aspirazioni; di quanto cresceranno quei desideri, trasformandosi costantemente in tragiche delusioni.

In sintesi, all’interno di questo mondo pregno di un falso ascetismo, che con arroganza pretende di sembrare il fine, c’è chi viene cresciuto ed educato con il solo ruolo di comprimario. Comprimario della vita altrui, dell’altrui salute e felicità.

Tutto questo come se le stratificazioni sociali, in qualche modo scaturite dal privilegio di alcuni, fossero qualcosa di assolutamente giusto anche per chi le subisce. Come se il solo fatto di consentire gli agi di una parte privilegiata di una società, potesse corrispondere una ragione idonea all’accettazione generale di questa realtà.

Bambini che non sono bambini perché di fatto non hanno un futuro; il riconoscimento sociale dei propri affetti; il privilegio del proprio stato infantile, ma che la società guarda senza provare non solo vergogna ma neppure pena.

Una delle caratteristiche speciali dell’autore è la disinvoltura e la sensibilità con cui esplora stati assolutamente inaccettabili trasferendoli in una dimensione di normalità. E lo fa con quell’agilità con cui in effetti tutti noi guardiamo cose che non dovrebbero esistere come se fossero invece inevitabili, la naturale altra faccia di una moneta.

E’ sorprendente come questo libro, assolutamente improntato di un’irrealtà evidente, sia così realistico nel dipingere lo stato marginale in cui vivono certe categorie di persone. Di quanto, pur sotto agli occhi del mondo, sembri naturale che persino un bambino si adegui alla propria precarietà; che conosca il proprio stato di indigenza ambientale e lo consideri adeguato.

Questo enorme regalo di insensibilità comune è uno di quelli che il consumismo ha portato con sé: una specie di nebbia che ormai conosciamo talmente bene da riuscire a muoverci in essa pur non vedendo quello che ci vive intorno; solamente sapendo che l’importante è schivare gli ostacoli e proseguire verso quello che ci illudiamo di desiderare.

Uno dei più grandi profeti di questa nostra società è certamente stato Pier Paolo Pasolini.

Sono sempre attratta da chi abbia questa capacità di guardare al futuro lucidamente. Dato che sono una persona lungimirante, e tendo a visualizzare ciò che le potenzialità degli accadimenti riverseranno sul nostro cammino, apprezzo chi riesca persino a concretizzarne un disegno particolareggiato. Abilità che nasce anche da una grande conoscenza del passato e del presente e da una memoria storica abilmente miscelata a una forte emotività.

Una delle tante riflessioni che Pasolini ha lasciato è questa, che trovo profetica in modo sconvolgente:”L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo. Essere laici, liberali, non significa nulla, quando manca quella forza morale che riesca a vincere la tentazione di essere partecipi a un mondo che apparentemente funziona, con le sue leggi allettanti e crudeli. Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società.”

Il consumismo non è solamente un’eccessiva attrazione per le cose belle, poiché di fatto le cose belle sono sempre esistite. Il consumismo è la bulimia in cui viviamo consumando ogni oggetto senza apprezzarne la sostanza, ma soprattutto senza conoscerne la provenienza. E’ la necessità smodata di accumulare cose che non ci servono per riempire i vuoti di cui oggi siamo vittime inconsapevoli.

Molto di ciò che ci allieta la vita, anche in termini di quel cibo ricercato tanto caro ai puristi, ha un contraltare di schiavitù, sofferenza, estirpazione che ci è perlopiù ignoto o che, semplicemente, fingiamo di non conoscere. Fingiamo, allo stesso modo, di non poter far nulla per arginare lo sfruttamento in cui questi fantasmi -molti dei quali sono bambini- vivono la loro vita per allietare la nostra.

Mi preme evidenziare come oltre ai rari profeti credibili, fra i quali Pasolini, ci siano altrettanti rari autori che oltre a generare i loro scritti, trovano il modo per renderli credibili persino in una realtà distopica. A farlo essenzialmente tramite l’osservazione del nostro mondo.

Il nostro mondo, da sempre, non è altro che un’arena dove alcune categorie di persone, quelle dimenticate e ignorate, vivono in schiavitù per rendere apprezzabile la vita dei privilegiati. Di coloro i quali costantemente si lamentano di cose stupide; che vivono come drammi stati di assoluta normalità, mentre per alcuni la vita non è neppure un diritto ma solamente un viaggio della speranza, in piedi e in terza classe.

Alcuni non sono mai stati nemmeno bambini perché qualcuno ha deciso che fossero sacrificabili esattamente come ad Hailsham, in una storia immaginaria!

Patrizia Ciribè

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