Patrizia-CiribePatrizia Ciribè, autrice dei romanzi Ada Gigli signorina, felicemente infeliceL’idillio tra l’uomo e l’ombra   Una foglia caduta in estate, nella rubrica La Pat zone, getta una luce sulle miserie umane tramite un’analisi introspettiva della società e di chi la compone. Ogni settimana, l’autrice analizza, da un punto di vista inusuale, i comportamenti, gli usi, le anomalie sociali che caratterizzano il nostro tempo.

Il bullismo come fenomeno politico sociale.

20180914-cartello-arvultura-abusivismo

Care lettrici e cari lettori, benvenuti nell’era dei bulli.

Qui, ormai, c’è poco da ridere, poco di cui stupirsi, poco per cui indignarsi.

Il bullismo entra a fare parte dei comportamenti leciti e lo fa attraverso le istituzioni.

Avranno un bel da fare, d’ora in poi, gli insegnanti che devono scoraggiare certi atteggiamenti. Non che prima fosse facile: il bullismo, prima ancora che nella scuola, si tramanda nelle famiglie, dove genitori bulli insegnano ai propri figli come essere migliori dei loro coetanei.

I genitori bulli portano i figli a scuola e parcheggiano sul marciapiedi i loro mezzi ingombranti; declassano, denigrano e creano una distorta competizione fatta di beni materiali e snobismo; urlano alle partite dei propri figli, insultando gli altri ragazzi.

Mi sono trovata spesso a osservare come certi genitori foraggino l’autostima della propria progenie: non lo fanno a suon d’affetto e accettazione, ma riempiendo la loro testa di una vana competizione.

Ingozzano l’ego dei figli come una volta la nonna faceva con i ravioli e le torte, ma lo fanno attraverso una visione distorta, quella di aver generato dei geni.

Ma se prima c’era una minaccia che viaggiava in palese contrasto con un comune senso di giustizia, e che si propagava approfittando più dell’indifferenza che della malafede, ora c’è questa nuova possibilità che aleggia, quella di vedere la più becera spavalderia come uno strumento di conquista e popolarità .

Ora, il bullismo è entrato di diritto nei comportamenti accettati da un terzo degli italiani. È stato istituzionalizzato e sdoganato, persino se palesemente rivolto contro ogni minoranza e ogni di debolezza (certo, altrimenti che bullismo sarebbe?).

Fare la voce grossa, sbeffeggiare qualunque carica, utilizzare qualunque strumento per intimidire e creare, di sé, un’immagine che si imponga con la prepotenza, non è più visto come prevaricante. Non almeno nel convincimento di una parte non indifferente di nostri connazionali.

C’è stato un periodo, per esempio nella tecnologia e nella cinematografia, in cui i nerd avevano vinto; bambinetti, spintonati e derisi dai loro compagni fighi, crescevano e, grazie a quella stessa intelligenza che li aveva resi apparentemente attaccabili, ottenevano una rivincita.

La cultura, l’impegno, l’approfondimento di interessi legati alla crescita personale erano gli strumenti coi quali era possibile trovare un rispetto nella vita.

Ma con il bullismo come ideologia, i bulli non sono più invisi, neppure se, petto in fuori, fanno cose gravi; neppure se incitano e fomentano un clima d’odio in un momento di grandi tensioni economiche sociali.

E restano popolari persino se entrano nella scuola, nel merito di ciò che viene insegnato; se cercano di imbavagliare la libertà di insegnamento.

E vorrei sapere, per una persona che ha studiato, votato la sua vita ai ragazzi guadagnando una miseria, cosa resti se viene tolta la possibilità di educare a una libera coscienza e a un pensare indipendente.

Non solo, restano popolari anche quando entrano in casa della gente per far rimuovere libere rimostranze, frasi scomode che invece dovrebbero trovare il suffragio della Costituzione.

La legalità è proprio quella che viene rosicchiata quotidianamente, opprimendo ciò che è già un diritto e legittimando la violenza.

Ma io resto della mia idea su, come diceva Pietro Nenni, chi è forte coi deboli e debole coi forti, ovvero che trovi gradimento nelle menti vuote.

Quando il messaggio viene inviato semplicemente, quando è privo di necessità intellettuali, e reso efficace proprio dalla sua mancanza di maturità e impegno, la risposta arriva da un pubblico sensibile alle spacconate.

Patrizia Ciribè

 

 

 

 

 

L’incontestabilità dei diritti civili. Moralismo e retorica.

coppie-di-fatto-unioni-civiliNei giorni scorsi si è celebrata la Giornata Mondiale contro l’Omofobia. Ho letto molte cose in merito, i vari Social erano come un inno all’amore.

Penso sia importante celebrare giornate come questa, soprattutto celebrare e rivendicare i diritti di tutti. In questo, la cassa di risonanza fornita da Facebook, Instagram, Twitter e via di seguito è certamente positiva. Esattamente nella misura in cui è negativa nei casi di propagazione della politica d’odio molto in voga ultimamente.

Il problema, per me che su certi temi sono sempre un po’ puntigliosa, è il rischio di scadere nella retorica del sentimento; di trasformare la rivendicazione di un diritto insindacabile in un melenso pretesto.

Come se l’amore dovesse in qualche modo giustificare le scelte personali prosciogliendo chi le compie. Come se quella scelta necessitasse, anziché della sua legittimazione, di un’assoluzione.

Non fraintendetemi, io credo molto nell’amore. Ma prima di ogni altra cosa credo nella libertà personale.

È la libertà che deve garantire la possibilità di scegliere. È la libertà che deve garantire la possibilità di essere non solo se stessi, ma anche di scegliere chi essere.

Non è l’amore l’elemento essenziale, ma la libertà di amare. E anche quella di non amare.

Conosco molte coppie eterosessuali e non posso affermare che siano solamente composte da persone innamorate fra loro. Conosco coppie unite da comuni propositi, dall’abitudine, dalla nostalgia, non meno rispettate perché legate da qualcosa che con l’amore poco ha a che fare.

Conosco coppie unite dai comuni interessi, che hanno cresciuto figli, accumulato patrimoni e amanti. E mi domando perché a loro sia concesso il lusso di essere ufficialmente rispettate e riconosciute, mentre alle coppie omosessuali sia concesso “solamente” di amarsi.

“L’amore non si contesta”. Questo slogan è apparso su molte immagini che ritraggono coppie omosessuali. Così mi domando: E se fosse solo interesse, nostalgia, noia, abitudine, affetto, sesso, sarebbe passibile di contestazione?

Se dovessimo contestare tutte le unioni che con l’amore nulla c’entrano, la lista sarebbe molto lunga. Eppure nessuno mette in discussione la libertà che gli eterosessuali hanno di stare insieme con propositi differenti dall’amore.

Ma se parliamo di unioni gay, allora nasce la necessità di trasformare la rivendicazione di un diritto in qualcosa che agli occhi dell’opinione pubblica sia accettabile. Come se quelle unioni avessero bisogno di un nulla osta basato sulla misericordia generale.

Credo che il retaggio che dobbiamo levarci di dosso sia quello dell’arroganza; della pretesa, cioè, di stabilire cosa sia moralmente concepibile.

Bisogna smettere di credere che tutto sia lecito solamente per alcuni, mentre gli altri verranno tollerati e giustificati solo in presenza di qualcosa da compatire; qualcosa con cui chiunque possa simpatizzare, come un sentimento cieco e irrazionale. Come per i bambini, cui si perdona tutto in nome della loro incapacità ed esuberanza.

Vedo famiglie sfasciarsi, figli crescere in maniera alternativa rispetto a un tempo. Diciamocelo, la famiglia, così come la conoscevamo, anche solamente per un fatto statistico, ha fallito.

Però, in tanti sono qui a perorare la causa di eventuali figli di coppie gay, come se, essendo etero, potessero porsi come esempio di perfezione.

Nonostante io creda molto nell’amore, e mi sia spesa sempre nella ricerca di un alto sentimento, rispetto tutti, anche quelli che non si amano e stanno insieme per altri motivi.

E credo che questo diritto debba essere riconosciuto a chiunque, senza che l’omofobia, invece di scomparire, si travesta da tolleranza.

Ripetiamoci sempre: “Non ho diritto di concedere nulla a nessuno”. Già, perché se due uomini, o due donne, vogliono stare insieme per interesse, sesso, affetto, compagnia, sono nel loro pieno diritto.

Fate un po’ quello che volete, esattamente come fanno tutti, e fatelo senza sentirvi in dovere di sublimare emozioni cercando una qualche approvazione sociale.

Questa necessità di avere una scusa socialmente accettabile è qualcosa che riscontro anche quando si parla di aborto. In quei casi, sembra sempre doverosa una catarsi dolorosa, senza la quale pare impossibile legittimare qualcosa che, in verità, è un diritto legalmente acquisito.

Lessi una lettera aperta della scrittrice Dacia Maraini nella quale lei perorava il diritto all’aborto ponendo come attenuante il dolore a monte della scelta.

Benché la lettera fosse molto bella e piena di verità, ho trovato in essa qualcosa di stonato, come un’implicita richiesta di un perdono morale da parte della donna che ricorre all’aborto. Come se, insieme a quella scelta, fosse implicita e doverosa la sofferenza.

Io credo che un diritto non abbia bisogno né di giustificazioni né di assoluzioni. Un diritto necessita solo dell’incontestabilità sociale. Tutto il resto è moralismo.

Leviamoci di dosso ‘sta cosa del peccato originale, del senso di colpa, della fustigazione mentale e iniziamo ad accettare che gli altri facciano, nei limiti della legalità e del rispetto per gli altrui diritti, la vita che vogliono.

Patrizia Ciribè

Femminismi e nuove prese di coscienza

fairey-trump-photos

«Il femminismo, rimasto negli ultimi anni un po’ sottotraccia, sta riesplodendo con una nuova presa di coscienza più che mai necessaria, perché le sperequazioni ci sono, sono tante e vanno portate alla luce. Purtroppo abbiamo ancora bisogno di femminismi».
Marcello Fois

Oggi, parto da questa riflessione dello scrittore Marcello Fois per ampliare un discorso che ritengo importante.

Voglio partire da qui perché molti dei pensieri di Fois sono l’elaborazione di una mente illuminata da un equilibrio tra presente e passato. Fois è uno scrittore che mi piace definire classico, sia per la sua scrittura evocativa che per un retaggio di letture che si tramandano chiaramente nei suoi libri. Insieme a una forte tradizione culturale, anche legata alla sua terra, nei suoi romanzi è forte un messaggio di modernità.

La letteratura ci insegna che in essa puoi trovare ogni risposta, anche sulle questioni sociali più scottanti. Ci insegna che il romanzo descrive la verità, attraverso personaggi che nascono nella mente degli autori e che finiscono per vivere in quella delle generazioni future.

Non è un caso che alle menti illuminate, dalla cultura, dalle esperienze, dall’ingegno, stiano sempre a cuore i diritti civili e, in questi tempi di prepotenze e raggiri, abbiamo bisogno di cultura più che mai.

Ogni volta che si parla di movimenti, di femminismo, di diritti degli omosessuali, di manifestazioni contro il razzismo, il contraltare è la denigrazione di quell’iniziativa. Una denigrazione che nasce dall’intento di sminuire la necessità di una protesta.

Assistiamo costantemente ad azioni palesemente volte a raccogliere consensi tra i nostalgici del periodo fascista. E allo stesso tempo alla negazioni che quelle azioni abbiano l’intento di inneggiare alla passata dittatura.

Assistiamo a propagande che vorrebbero minare, non solamente certezze, anche leggi che le garantiscono. Parlo per esempio della legge sull’aborto e della voce che, sempre più prepotentemente, sminuisce il diritto, acquisito, alla scelta.

In tutto questo forte sentimento di contrasto a un vivere democratico che dovrebbe garantire i diritti di tutti, alzare la voce è essenziale. La “presa di coscienza”, come dice Fois, “è più che mai necessaria”, perché è l’unica arma che abbiamo per mantenere salde le posizioni acquisite.

Ogni volta che qualcuno vorrebbe annacquare i termini di un’esternazione, moderandone il messaggio e scolorendone il colore, dimentichiamo cosa sia il diritto alla differenza.

In Turchia viene soffocato il Gay Pride e a chi pensa che questa cosa non lo riguardi, che riguardi solamente chi è omosessuale, rispondo che il Gay Pride ha il ruolo fondamentale di perorare la causa di tutti.

Portare un messaggio, e farlo con la libertà di scegliere un modo sobrio o eccentrico, è la base di una comune convenienza: quella di essere liberi nel primo stadio della vita, quello della propria natura personale.

Sentire un uomo colto e intelligente parlare di femminismo è emblematico di come le lotte di un genere servano a garantire i diritti di tutti quanti, anche di quelli che non vi appartengono.

Abbiamo bisogno di femminismi perché la nostra identità democratica viene costantemente minata da chi mette in discussione le brutture di un’epoca che ha segnato fortemente la nostra identità.

C’è la necessità dell’aggregazione per la salvaguardia di un genere perché l’abominio e il sopruso, in tutte le storiche persecuzioni e schiavitù, ha lasciato tracce che dolgono ancora.

Perciò, quando qualcuno nega la necessità delle esternazioni, quando svilisce un messaggio, tacciandolo di polemica o ossessione, ribadiamo il concetto che per essere liberi, oltre ad accettare la libertà altrui, dobbiamo ricordarci da dove arriva quella acquisita.

Dobbiamo essere neri, donne, ebrei, omosessuali, anche se non lo siamo; documentarci se non sappiamo; armarci di quella conoscenza che serve per mantenere saldo un comune senso di democrazia.

Quando pensiamo che il femminismo sia il funerale dei ruoli previsti dalla società, che il Gay Pride celebri la trasgressione, che qualunque marcia contro il razzismo voglia minare il sentimento identitario di Nazione, cadiamo nella rete dell’ignoranza che è il destino peggiore dell’uomo.

 

Patrizia Ciribè

Cicli vitali, corsi e ricorsi: tutto ritorna.

52940763_2128281140540526_7943719340266749952_n Fotografia gentilmente concessa da Monica Spoti

Mai, come da quando ho iniziato ad avvicinarmi alla mezza età, mi sono resa conto di come gli elementi che compongono la nostra vita siano ciclici.

Tutto, in realtà, è metafora della vita, del tempo, di un giorno. Tutto nasce e muore e, per chi vive, tutto si rimanifesta l’indomani.

Al di là del cambiamento atmosferico, ciò che vediamo fuori da una finestra, per esempio, pare sempre la stessa cosa, tanto da convincerci dell’inerzia circostante. E così finiamo per credere di abitare scenografie immobili, dove gli unici ad avere un fruttuoso fermento siamo noi.

È triste, se ci pensiamo; triste che, di tutto ciò che sta al di fuori di noi stessi, riusciamo a percepire solamente un eco, talvolta nemmeno quello.

Il ciclo giornaliero ci insegna come il ritorno di ogni cosa abbia, non solo un motivo, anche la necessità di trovarci differenti da ciò che eravamo.

Se ci rendessimo conto di questo, se ci accorgessimo che il giorno si rimanifesta con un intento preciso, sapremmo anche che ogni cosa, prima o poi, ritorna e che lo fa silenziosamente.

Quello che cambia è la capacità che abbiamo di accorgerci della sua presenza e della nuova possibilità; di accoglierla attraverso una maggiore e migliore conoscenza della vita.

Così è nei rapporti che talvolta non trovano compimento, né soddisfazione: l’incapacità di recepirli ne modifica il percorso.

Quest’incapacità dipende dal fatto che il nostro ciclo è lungo, non per tutti uguale, e spesso refrattario al cambiamento.

Forse, inconsciamente, ispirandoci al giorno che nasce e muore sembrando sempre lo stesso, pensiamo di essere destinati a rimanere come siamo.

Forse, guardandoci indietro, preferiamo non notare grandi cambiamenti, illudendoci che restare uguali a noi stessi, anche interiormente, finisca per renderci eterni.

Ma è proprio quando impariamo a spostare l’angolazione dei nostri punti di vista, che in noi avvengono i cambiamenti più prolifici, quelli che ci riconducono innanzi agli elementi ciclici.

Solitamente, quando la vita ci mette di fronte a delle prove difficili, abbiamo la nostra chance per trovare una di queste nuove angolazioni. Potremmo rimanere fermi, affrontare le cose con la stessa pigrizia e paura ma, se siamo capaci, invece, di vincere noi stessi, miglioreranno anche le nostre intuizioni.

Miglioreranno nella capacità di recepire, di valutare e anche in quella di accogliere.

Mi è capitato spesso, negli ultimi anni, di ritrovare persone con le quali i rapporti non si erano mai compiuti, né esauriti. Per i motivi di cui ho parlato sopra, semplicemente, i tempi non erano maturi, noi non lo eravamo abbastanza da trovare una speciale connessione.

Sempre per lo stesso motivo, ci si intestardisce nel tentativo di trovare qualcosa dove proprio non c’è, dove non solo manca affinità ma pure la possibilità di un semplice dialogo.

La vita, la natura, ci insegna che bisogna imparare a cambiare punto di osservazione, la propria pelle, il proprio spirito, tanto da accogliere quello che prima avevamo ignorato e lasciare andare quello che proprio non c’entra nulla con la nostra esistenza.

È questo che ho capito, valutando certi ritorni e certe interruzioni drastiche. Ho imparato a lasciare andare e a riscoprire; a farlo con gratitudine e serenità. Gratitudine per ciò che ritorna rinnovato, e serenità per ciò che non fa parte di me e che è bene abbandonare.

Mi viene in mente una signora che conobbi e che era solita perdere tutto: le chiavi, il portafogli, il rossetto, gli occhiali. Mi raccontò di come avesse passato la vita a cercare ciò che aveva perduto e di come ritrovasse sempre e soltanto quello che non le serviva.

Mi disse: ”Non sono mai riuscita a cambiare, nemmeno nella mia dimenticanza. Ho capito, ora che sono anziana, che alcune cose non le vuoi veramente e altre pensi di non meritarle. È un po’ come con le persone: talvolta ti accanisci a tenere quelle che la vita ti imponei. Poi, perdi quelle che ti servivano davvero per essere felice”.

Patrizia Ciribè

 

 

Sentimentalismi, soap opera e social network

An illustration of a couple online on computer

Ieri guardavo una serie tv americana e mi sono imbattuta nella classica scena in cui lui riceve una promozione e lei lo incensa davanti a tutti, prendendo a pretesto la classica grigliata con gli amici per fare un discorso.

Quanto piace, agli americani dei film, fare discorsi in pubblico è impressionante. Non so se questo accada anche nella realtà, cioè se, alla festa di compleanno del bimbetto di cinque anni, il papà zittisca tutti per perdersi in panegirici imbarazzanti, partendo dagli albori del suo concepimento. Quel che è certo è che questa immagine cui attingiamo da anni ha condizionato molto del nostro modo di vivere.

Secondo me, pur con la nostra latinità, noi italiani, anticamente, eravamo un popolo più riservato, meno incline alla spettacolarizzazione di ogni cosa. Poi, abbiamo imparato l’arte dell’esibizionismo e forse, d’un tratto, ci siamo domandati: ”Perché fare una proposta di matrimonio senza che lo sappiano anche gli altri? Perché non sfruttare quel momento per guadagnare quei cinque minuti di pubblica gloria cui abbiamo diritto? Perché se diciamo al nostro compagno di amarlo non devono saperlo anche le altre persone?”

Da lì in poi, è stata l’ecatombe di ogni senso di riservatezza, anche di quello più legato alla sfera sentimentale. Mi capita frequentemente, sui social, di imbattermi in vere e proprie dichiarazioni d’amore tra coniugi o fidanzati. Io che sono un po’ pudica in questo genere di sentimenti, tanto che a mio marito, sui social, non faccio neppure gli auguri per il compleanno, resto sempre un po’ in imbarazzo.

Per esempio, leggendo due persone che, in teoria, dovrebbero vivere nella stessa casa e si dichiarano amore eterno su Facebook, proprio non riesco a non ridere immaginandoli mentre, in stanze diverse, si dedicano pubbliche e appassionate sviolinate; mentre smanettano sulla tastiera di un cellulare e, invece di sussurrarsi cose all’orecchio, le scrivono affinché tutti possano leggerle.

A volte, tutto mi riporta con la mente a Beautiful, la famosa soap opera che credo sia ormai quasi più vecchia della Regina d’Inghilterra. Molta della responsabilità di questo circo melenso cui assistiamo ogni giorno, nasce da lì. Da lì, dove gli amori si accendono e si spengono in qualche puntata e, nel frattempo, si esibiscono in una pretenziosa esclusività che dura quanto un caffè ristretto.

E allora mi domando se non sia proprio questo clamore a simulare quello che manca. Se il tentativo non sia quello di colmare il vuoto di sentimenti che finiscono per spegnersi in un momento, nonostante tutto il rumore fatto, le migliaia di euro spese in sontuosi matrimoni e le frasi scritte da una stanza all’altra invece di stare vicini in privato.

“Io ti amo più della mia vita”, e l’altro risponde “E io di più”; e i “vita mia” si sprecano come l’acqua d’estate e i “per sempre” non hanno più il giusto spazio per risaltare. E assistiamo a tutto questo fenomeno di spettacolarizzazione del più becero sentimentalismo anche nella replica di ciò che per decenni abbiamo visto in televisione o al cinema.

Questo prodotto arrivava sempre dal Nuovo Mondo dove la cinematografia ci ha insegnato che se non fai un discorso; se non pronunci dei voti nuziali pubblici; se non ti inginocchi per terra con un anello in mano; se non dichiari amore eterno davanti a tutti, allora sei invisibile.

Ho visto persone autoconvincersi della veridicità dei propri sentimenti attraverso la spettacolarizzazione degli stessi. Girare filmini delle proprie nozze come fossero cortometraggi da esibire in un povero cinema. Tutto ciò come se l’esibizione di quelle mezze nudità facesse di loro una coppia.

Poi, però, disturba il clamore di certe necessarie manifestazioni, quelle che servono per le lotte sociali; quelle che mettono in crisi il pretestuoso pudore che foraggia il pregiudizio. Infastidisce la lotta pubblica, il rumore del disagio sociale che osteggia il fluire mediocre dell’inconsistenza attuale.

Sì, dunque, agli schiamazzi, se servono per illusionismi e grottesche esibizioni di sentimenti ed emozioni, ma se il rumore proviene da un disagio o dalla morte della civiltà, allora non piace a nessuno.

Non importa quanto il mondo evolva, rimarrà sempre attuale e versatile la frase -tratta dal romanzo “Povera gente”- di Dostoevskij (anche come metafora): “Alla gente ricca non piace che i poveri si lamentino ad alta voce della magra sorte: molestano, sono importuni. Sì, la povertà è sempre importuna: i gemiti degli affamati, certo, disturbano il sonno del ricco!”

Patrizia Ciribè

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Razzismo e problemi di linguaggio

main “Umanità”, di Nino Mandrici.

Da qualche anno, rifletto molto sul razzismo, su cosa spinge le persone ad alzare muri, a considerarsi dalla parte giusta della barricata. Purtroppo, non ho grandi risposte, solo sensazioni che ricevo guardando come ragionano certe persone.

Stamattina, sulla pagina Facebook di un noto quotidiano, c’era la notizia che una coppia gay è stata respinta all’ingresso di un locale di Roma. Al fastidio che questa notizia mi ha provocato si sono aggiunti i commenti lasciati sotto all’articolo. Ve ne cito alcuni, tanto per dare l’idea dell’arretratezza che regna nelle menti della gente:

Se questi non avessero ostentato la loro omosessualità sarebbero entrati senza problemi. Hanno voluto fare il circo e giustamente, anche per una questione di decoro, il titolare lì ha fatti accomodare fuori

Scusate è quando non ti fanno entrare nei locali gay nessuno dice niente.. Ma per cortesia fate notizia seriamente

Un locale solo per coppie uomo e donna, sapete leggere o commentate dal titolo? Solito articolo per buttarla sul razzismo, sull’omofobia.. ecc ecc…

Questi sono solo alcuni dei numerosi commenti lasciati dai vari omofobi che popolano questo pianeta, gente convinta che quando si subisce una prevaricazione, violenza, discriminazione, la colpa sia della condizione di chi la subisce e non del limite culturale di chi la compie. Gente che darebbe la colpa a chiunque pur di avvallare quella paura radicata di accettare che tutti abbiamo lo stesso diritto di essere. Semplicemente essere.

Ogni volta, mi dico che non è possibile esistano persone capaci di certi ragionamenti. E mi dico anche che se continuiamo a esistere, nonostante latiti così tanto l’intelligenza, è solo per quell’istinto di prevaricazione radicato nell’uomo, simile al desiderio di sopravvivenza ma che, in realtà, è qualcosa di molto più insidioso.

L’uomo prevarica, lo sappiamo. L’uomo divide, anche all’interno delle stesse categorie, l’uomo cerca sempre di emarginare qualcuno. La donna questo lo sa bene, dato che nera, bianca, ebrea che fosse, ha sempre dovuto fare i conti con il suo genere sessuale. E lo sanno anche gli appartenenti a gruppi etnici definiti minoranze come, al loro interno, ci siano divisioni e si creino distinzioni.

Leggendo un po’ di letteratura ebraica, per esempio, potrete constatare come persino all’interno del popolo che è stato perseguitato sempre, a partire dai babilonesi, le divisioni e rivendicazioni siano moltissime. E come persino all’interno delle medesime religioni, a un certo punto, qualcuno abbia deciso di definirsi ortodosso, ovvero portatore di verità assoluta. E lo sa questa grande maggioranza bianca, che è composta da così tante sottocategorie da non trovare unità neppure all’interno delle stesse.

E allora mi domando, oltre alla paura che il termine libertà genera nelle piccole menti, che proprio si rifiutano di accettare la comune esistenza di qualunque differenza: qual è il motivo primario che impedisce all’uomo di aprirsi al diritto universale di esistere singolarmente per come si è fatti?

Non parlo delle rivendicazioni che dietro celano interessi economici e politici. Parlo proprio di mentalità, di un istinto ancestrale che spinge la razza uomo a dividersi e offendere il comune senso di esistenza. Quel qualcosa che si è talmente radicato da impedire alle persone di esprimersi senza cattivi retaggi. Perché, tristemente, constato che oggi, per generazioni come la mia, che ho quasi quarantanove anni, sarebbe necessaria una scuola di educazione all’antirazzismo, un istituto che insegnasse come esprimersi senza offendere il diritto di tutti di esistere e di non essere discriminati. Anche nel linguaggio.

Recentemente, è uscito il mio nuovo romanzo che ha, tra gli elementi che compongono la trama, le storie d’amore e di vita di un uomo omosessuale.

Parlando con qualcuno delle varie impressioni, parlando con gente della mia età o anagraficamente più anziana, mi sono imbattuta in un’imbarazzante difficoltà lessicale, nell’incapacità di esprimersi, magari anche con buone intenzioni, senza offendere una categoria.

Loro sono anche più sensibili”, mi è stato detto l’altro giorno, frase che mi ricorda quella che mi disse un mio conoscente a proposito dell’attuale flusso migratorio “Non è colpa loro se sono nati africani”. Frasi dette con una specie di buona intenzione, un goffo tentativo di avvallare uno strano principio di tolleranza, ma con un retaggio di discriminazione talmente pesante da non riuscire proprio a liberare il proprio linguaggio da quella assurda convinzione di “essere meglio”.

Ho sempre pensato che l’uomo fugga la propria autonomia e che da millenni si associ, si costituisca in gruppi e pensieri a senso unico perché incapace di autogestirsi. Per questo fuggo, da sempre, ogni sorta di affiliazione e l’unica tessera che ho fatto nella mia vita, a parte quella della biblioteca, è quella per andare a vedere il Genoa. Perché solamente in un pensiero autonomo, svincolato dalla necessità di sposare una comune idea, si può coltivare la civilizzazione radicale della mentalità.

Solo se non si hanno pretese di verità assoluta, come quelle impartite dalla religione, dalla politica, dalla società borghese e provinciale che abbraccia il mondo, si potranno imparare i fondamenti della natura umana, che non è buona o cattiva in relazione alla singola consistenza fisica e spirituale ma lo è solamente in relazione a un concetto generale di umanità.

Vi lascio con una perla di Nanni Moretti: «Chi parla male, pensa male», dal film Palombella rossa.

Patrizia Ciribè

 

La disumanità resta sopita tra la gente, in attesa di riemergere.

TO GO WITH AFP STORY BY HANNAH MCNEISH This photo taken on March 12, 2014, shows the skulls of victims killed during the Rwandan genocide, laid out in the Nyamata Church in Nyamata, Rwanda. Nyamata and the surrounding area suffered some of the worst violence during the 1994 Genocide Against the Tutsi, with thousands of people killed in and around the church, which now stands as a memorial to the genocide. A survey showed that 26 percent of the Rwandan population suffers from post-traumatic stress disorder, yet the country lacks the adequate mental health facilities needed to address this issue. AFP PHOTO / PHIL MOORE (Photo credit should read PHIL MOORE/AFP/Getty Images)

È appena trascorso l’anniversario della liberazione del campo di Auschwitz e, come ogni anno in questo periodo, le riflessioni in merito alla Shoah sono moltissime. Sono favorite anche dal mezzo mediatico che, fortunatamente, ripropone molti servizi al riguardo.

Ieri, mi sono imbattuta proprio in uno di questi, su Sky Arte. L’argomento centrale di questo documentario è il processo ai ventidue nazisti accusati di sterminio di massa. Siamo a Francoforte, nel periodo prenatalizio del 1963.

Quello di Francoforte fu un processo senza precedenti che costrinse i tedeschi a confrontarsi con la storia dello sterminio degli ebrei d’Europa. Sebbene nel Processo di Norimberga su quaranta imputati ne vennero condannati trentanove, tra i quali ventuno condannati a morte e otto all’ergastolo, mentre in quello svoltosi a Francoforte le pene inflitte non soddisfecero minimamente le aspettative, questo processo servì per raccontare alla gente una verità oscurata da anni di rinascita e crescita economica.

Brevemente: il processo durò due anni e si tenne nella sala del consiglio del Municipio di Francoforte, tra il 1963 e il 1965. Il merito del processo contro Auschwitz è di Fritz Bauer, l’allora pubblico ministero. Tra i vari imputati vi era Richard Baer (che morì in carcere due anni prima del processo), ultimo comandante del campo di Auschwitz. Al di là delle condanne, direi assolutamente simboliche, di dieci degli imputati, l’importanza di questo processo fu nella sensibilizzazione non solo della magistratura tedesca ma anche della pubblica opinione. Infatti, per quasi vent’anni, lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti passò sotto a uno strano silenzio, non solo di omertà, soprattutto di ignoranza.

Tra le varie immagini del servizio di Sky Arte, non ultime quelle girate durante il sopralluogo ad Auschwitz dei componenti di accusa e difesa giudiziaria, vediamo sfilare le facce degli imputati, senza un’ombra di vergogna, mentre entrano in un’aula piena di gente ancora inconsapevole rispetto a quanto realmente accaduto diciotto anni prima.

Tralascio molte cose rispetto a un processo durato due anni che non ha reso giustizia, neppure lontanamente, alle vittime dell’Olocausto. Ma il soggetto delle mie riflessioni, come sempre, è la comune mentalità.

Ci sono delle significative parole di Bauer, l’allora pubblico ministero, parole che andrebbero incorniciate e appese in ogni strada e piazza del mondo. Non le ricordo precisamente ma il concetto è questo: “Quando la giustizia chiede cose che vanno oltre ogni senso di umanità, l’essere umano ha il dovere di fermarsi”.

Di tutta quanta questa storia, ciò che mi crea un grande senso di angoscia è la follia collettiva che l’ha nutrita, la cieca convinzione che ha sostenuto un genocidio.

La verità è che in momenti di conflitto bellico sono molte le concessioni e le licenze rispetto al comune senso di umanità. Non solo, proprio in quei periodi di flagellazione e sterminio, le persone agiscono attraverso una coscienza che era sopita, che nella normalità di una vita socialmente pacifica non ha avuto modo di manifestarsi.

Credo da sempre che siamo circondati da persone che in quelle circostanze avrebbero agito allo stesso modo e sono quelle che non resistono all’istinto egoista e prevaricatore della natura umana, e, qualora qualcuno li convinca di essere nel giusto, trovano il pretesto per manifestare odio.

Credo sia giusto interrogarsi su questo perché riuscire a esprimersi in modo perentorio, negando la necessità di umanizzazione (ormai, definita buonismo) è come legittimare azioni che potrebbero generare l’ennesima anomalia, esattamente come ci insegna la storia.

Va ricordato che i campi di sterminio erano la destinazione non solamente degli ebrei ma pure di quelle minoranze che, nella convinzione comune, disturbavano la normalità: oppositori politici, minoranze etniche, omosessuali, malati di mente e portatori di handicap.

Va ricordato che il tentativo di conservazione di un popolo, reso legittimo da una percezione distorta della realtà, non può che creare il pregiudizio. Il pregiudizio, in tempi difficili, è sempre padre di una giustificazione insana rispetto ad azioni che la civiltà dovrebbe continuare a ritenere inaccettabili.

Ma la base su cui, da sempre, proliferano certe azioni è la mentalità comune, quell’insita convinzione che, in tempo di pace, macera in un odio silenzioso per una parte dei propri simili. Non solo, macera nella convinzione di meritare di più.

Credo che tra i tanti sorrisi di persone che oggi inneggiano alle azioni di Salvini, i quali senza remore pretendono di etichettare persino chi intraprende viaggi della speranza con la sola volontà di trovare qualcosa di meglio per se stessa, ci siano le bestie di allora. Va ricordato che tutti quelli che hanno agito torturando e uccidendo persone colpevolizzate da un concetto di disturbo sociale, erano persone comuni, con una famiglia.

La signora Baer, moglie del defunto comandante del Campo di Auschwitz, era una donna come tante, una donna socialmente ben accetta e rispettata. Persino mentre minacciava di morte gli ebrei scelti dal campo di prigionia, che si occupavano di effettuare lavori in casa sua.

Quando pensiamo a queste persone come a qualcosa di mitologico, a figure macabre di una storia ai confini della realtà, riflettiamo sul fatto che non erano altro che gente comune che, a un certo punto, trovò modo di esprimere il proprio potenziale. Quel potenziale è ciò che anima quasi sempre il razzismo.

Tant’è vero che tutti quelli che hanno operato nel massacro degli ebrei, e che ne sono usciti indenni, non hanno mai domandato perdono ma hanno vissuto nella convinzione di essere nel giusto. Non solo, insieme a loro hanno vissuto mogli, figli, amici e conoscenti che hanno continuato a considerarli elementi validi della società. Esattamente come accade sempre, persino davanti all’uccisone di sei milioni di ebrei.

Non sono solamente i fatti eclatanti a identificare la storia, lo sono soprattutto le coscienze silenziose di quelli che, d’un tratto, dalle proprie, anonime esistenze, partecipano attivamente a quei fatti. E lo sono, allo stesso modo, coloro che giustificano la disumanità di chi, in certi momenti della storia del mondo, facendosi scudo di diritti che spetterebbero a chiunque su questa terra, agisce contro i suoi simili e il loro diritto alla vita.

Patrizia Ciribè

 

 

 

 

I figli degli altri non sono bambini.

occhi-bambimo-karin-taylor-600x436

Ho sempre pensato che vi sia un atto di malcelato egoismo nel concepire un figlio. Sono impopolare, lo so.

È come legare qualcuno a se stessi senza chiedere se lo voglia. Come decidere di essere talmente perfetti da dover generare una prosecuzione di quella provenienza genetica, pensando che potrebbe fare la differenza.

Come decidere che il mondo sia d’improvviso responsabile di quella creatura e non il contrario. Come se la responsabilità fosse solo verso di essa, e non per il mondo che la ospiterà.

So che questo pensiero potrà essere inviso. E, ancora di più, che lo è quella specie di avversione che provo davanti a quel patto di ostinata pretesa sopra ogni altra cosa e persona.

Sempre di più penso che ci sia un atto di inciviltà e prepotenza nel concetto di maternità del mondo occidentale, di quella convinzione, cioè, che quella vita valga di più. E pure se arrivo a capire che sia naturale quell’istinto di prevaricazione nei confronti della progenie altrui (perché di prevaricazione si tratta), che è proprio di molte madri; pure se è fisiologico quello sgomitare aspro, impartito come una lezione di vita, la tristezza che provo davanti a questo atto, che spesso mi pare di prepotenza, è infinita.

L’appannamento iniziale è comprensibile e anche la ferrea motivazione, ignorante di ogni prospettiva futura, lo è. Ma l’abisso nel quale si gettano le basi, quasi sempre in una totale incompiutezza personale, è troppo buio e profondo per prevedere anche un po’ di consapevolezza.

E di queste sensazioni, così tanto estreme, ho continuamente conferma, soprattutto in questo momento storico dove i figli sono bambini solamente se appartengono al proprio piccolo mondo circostante. E, talvolta –bullizzati, denigrati, usati come confronto in una misera competizione-, non lo sono neppure loro.

Allora, forse, varrebbe la pensa di interrogarsi quando si è madri e, vedere bambini che galleggiano in un mare di indifferenza, non solo non sortisce alcuna emozione, ma pure se la sortisce non è mai di disperazione, ma solo di fastidio.

Infinitamente mi turba quell’egoistico equilibrio fatto di convinzioni che, invece di sgretolarsi sotto al peso dell’ingiustizia sociale, si rafforzano e spingono quelle stesse madri all’odio per i propri simili.

E mi sono sempre chiesta come si possa essere madre e provare fastidio per l’umanità. E mi sono risposta che neppure la maternità è una cura per la disumanità. E mi sono risposta che se la maternità non guarisce neppure chi l’ha intrapresa come unica strada, allora non c’è antidoto per l’indifferenza.

E mi sono risposta che se provo tutto questo è perché nel generare vita non vi è alcuna risposta e, ancor più grave, non vi è nessuna misericordia.

E neppure in quella cultura cristiana di cui, così strenuamente, si difendono i simboli; in quel ventre materno che dovrebbe simboleggiare non l’amore per il figlio ma quello per una progenie universale, neppure lì, dove si dovrebbero trovare gli insegnamenti e quel sentimento così tanto millantato come unico e irripetibile, esiste la sublimazione dell’essere umano che, pure nel miracolo della nascita, raramente evolve in qualcosa di meglio.

Stamani ho visto la fotografia di un bambino piccolo, avrà avuto due anni. Il visetto arricciato in un’espressione disperata, disorientata e sola. Le manine aggrappate agli scogli. Le lacrime come gocce inutili, inascoltate, cadevano dagli occhi lacerati dalla realtà.

C’era in quell’immagine tutto il senso dell’uomo, l’incomprensione per questo miracolo che è la vita. E c’era anche di più, l’urlo dei figli di madri invisibili e senza importanza. Madri di figli prevaricati da quello stesso concetto di maternità che annega ogni sentimento umano in un disumano nulla.

E anche per me -che mi domando sempre cosa pensino di tramandare, le persone, se tutto questo può accadere davanti all’indifferenza generale- giunge l’amara conferma che la maternità, in questo mondo, ammala di egoismo, di protagonismo, di competitività e cecità.

Che nel desiderio del figlio vi è quasi sempre solamente un’aspirazione infantile, banale, circoscritta alla necessità di un cucciolo e mai allargata a un disegno ampio, che trasformi quel piccolo sentimento in amore universale.

La verità è che quando i figli non sono i vostri, allora non sono bambini. E ancor meno sono figli quando sono adulti e non hanno la giusta provenienza.

Patrizia Ciribè

 

 

 

 

 

Baglioni e la possibilità di sfruttare il mezzo mediatico per sensibilizzare la gente

baglioni-960x576

È notizia ormai vecchia di qualche giorno che Baglioni, direttore artistico della sessantanovesima edizione del Festival di Sanremo, nel corso di una conferenza stampa, ha fatto dichiarazioni sulla situazione dei migranti in Italia.

Dal suo intervento ho estrapolato questa frase che racchiude un po’ il senso di quanto da lui  affermato e che, a mio avviso, dimostra la buona fede di un pensiero che non risparmia nessuno: né le vecchie gestioni politiche né quella attuale:

“Il nostro Paese è terribilmente incattivito e rancoroso. Lo è verso nei confronti di qualsiasi altro non sia piacevole, non sia fortunato, non sia amico nostro. Qualsiasi altro è un essere pericoloso, guardiamo con sospetto anche la nostra ombra. Ma adesso è una grana grossa, se fosse stata affrontata molti anni fa, forse non saremmo a questo punto.” 

Di questo episodio è lampante la tendenza di una parte di opinione pubblica a suffragare l’imbavagliamento del pensiero altrui, lo è sia se quel pensiero diventa impopolare sia se viene accettato da una parte della gente.

Non so dire se questo meccanismo oscurantista, che domina la mentalità di una buona parte di italiani, sia direttamente proporzionale con il gradimento della parte opposta o se rispecchi solamente la volontà di arginare un problema cercando di osteggiare il pensiero altrui. Sta di fatto che queste dichiarazioni hanno sortito reazioni che, in questo 2019 appena scoccato, hanno dell’incredibile.

Ha dell’incredibile il fatto che un uomo pubblico, un artista di livello internazionale, un uomo dall’immagine positiva, sia visto, dalla parte di italiani che in questa occasione lo hanno denigrato, come qualcuno che non possa esprimersi se non attraverso la musica.

Ha dell’incredibile che, sempre quella parte di persone che lo hanno crocifisso sull’web per aver espresso un’opinione su una problematica attuale, pretendano che un uomo della sua età, con la sua credibilità e capacità di giudizio, si astenga dal parlare di qualcosa che, in quanto cittadino, lo riguarda.

Ha dell’incredibile che il mezzo mediatico sia visto come qualcosa di restrittivo, in un’epoca che ha fatto della comunicazione la sua prima forma di espressione.

Io stessa ho letto sui social vari commenti di persone indignate che rivendicavano la necessità di limitare il contesto di un festival musicale a pensieri inerenti quest’ultimo. Come se la musica fosse qualcosa che viaggia su altri livelli e che esclude, dal suo veicolare, le problematiche sociali di un Paese.

E in questo atteggiamento mentale, così tanto manifestato da quella parte di opinione pubblica, si nasconde automaticamente il grande paradosso: la musica è una delle espressioni artistiche di una società, utilizzata attivamente da quella parte di umanità che ha velleità creative. Tutte le forme artistiche nascono come mezzo di espressione di ogni cosa, pure dell’indignazione verso aspetti che, per bigotteria mentale, si pretenderebbe di contenere all’interno di luoghi destinati.

La contraddizione che stagna in questo atteggiamento popolare, agevolato dall’attuale Governo, è talmente lampante che dovrebbe far riflettere. Invece no, fa proliferare quell’atteggiamento di chiusura; quell’autofustigazione, di matrice anche cattolica, che desidera reprimere e imbavagliare non tanto un pensiero contrario quanto la possibilità di esprimerlo!

Già, perché, al di là della validità delle affermazioni di Claudio Baglioni, quello che balza agli occhi è un comune desiderio di castrare l’umano pensiero. E la repressione del pensiero non è altro che il via libera che, parte della gente, dà a qualcuno affinché questi metta a tacere le opinioni scomode.

Il fatto che, per molti, sembri logico che un mezzo di informazione sia zona off limits per l’espressione di un libero pensiero; che quel pensiero, palesato pubblicizzando un evento musicale, debba limitarne i contenuti, pure se strettamente connessi alla forma artistica protagonista, è puerile. È puerile in quello stesso modo in cui lo sono ormai molti dei ragionamenti popolari.

Ma questa è l’aria che tira al momento in questo Paese dove l’ignoranza e l’astio vengono viste come condizioni di normalità, mentre il tentativo di spingere un pensiero oltre i limiti della mediocrità diventa prevaricazione e buonismo.

Patrizia Ciribè

 

 

 

 

 

 

 

Non si moralizza la musica. La musica, però!

Rap-italiana

Dopo la strage di Corinaldo, dove cinque persone sono morte a causa del gesto idiota di un ragazzetto idiota, mi sono interrogata su questa cosa strana che va in voga negli ultimi anni; questo pseudo rap, ora misto trap, che i ragazzini ascoltano con tanta abnegazione.

Forse me lo domando perché se fossi il genitore di un adolescente sarebbe per me mortificante ammettere che qualcuno, che io stessa ho generato, invece che dedicarsi alla musica, cosa che nella mia vita ha sempre avuto un peso enorme, si riempia le orecchie di un inutile ciarlare.

Quindi non pongo l’accento su questa questione per dare eventuali responsabilità in merito a quanto è successo, ma più che altro all’assenza di senso di questa affluenza.
Anche io vado ai concerti, pure alla veneranda età di quarantotto anni, e so come si sta stipati in una sala che può facilmente trasformarsi in una trappola mortale, anche solo per il gesto idiota di un idiota.

Quello che non capisco sta a monte, tra la gente che è chiamata a generare questi prodotti commerciali, trasformando il panorama musicale in uno scimmiottare penoso di qualcosa che non appartiene alla realtà italiana.

Se non c’è profondità, nella musica come in qualunque altra pretesa di  espressione artistica; se non c’è onestà, il risultato è posticcio, vuoto, come vuoto è tutto questo parlare di droga e morte da parte di ragazzetti acerbi che fingono di vivere nel ghetto.

Perché, intendiamoci, nel ghetto, dove il rap è nato, si spara davvero, si muore davvero, si cresce in una realtà che ha ben poche vie d’uscita.

Quindi, quando vedo un ragazzetto brufoloso fare fortuna usando un lessico stonato, alla stregua dei bambini che scimmiottano gli adulti fumando, mi chiedo sempre chi sia quel genio che lo ha pubblicato.

Si, direte voi, la produzione musicale dipende dal gradimento del pubblico e in questo, forse, c’è una piccola verità. Il fatto è che tutto quello che è venuto fuori negli anni, sotto forma di talent show, personaggi confezionati ad arte, e posti come giudici per convincere il pubblico che certa roba è musica, è, in una parola, spazzatura.

Ci troviamo davanti, per esempio a X-Factor, a persone che si sono affermate nella musica senza saper cantare e fanno da mentori a ragazzi che hanno il sogno, non di essere degli artisti, ma di diventare famosi.
O a una ragazzina di sedici anni, ormai convinta di essere una specie di fenomeno, definita strana e particolare, solo perché ha messo insieme parole che qualunque dodicenne dei miei tempi scriveva sul suo diario.

Così, questi nomi assurdi, tipo Sfera ebbasta, vengono fuori come funghi, idolatrati da bambini con le mani ancora sporche di marmellata, che ascoltano e inneggiano uno che parla di morte. Di droga, di sesso e di morte.
Ma è musica! Rispondono quelli che da quel business ci guadagnano.

E io mi chiedo: ma di che musica stiamo parlando? Non ci appartiene il concetto, dato che il genere nasce e prolifera altrove, dove il suo senso è diverso ed è dipendente da un contesto in cui la morte è una conseguenza sociale: intendiamoci, il ragazzino di Sesto San Giovanni che fa il rapper ha lo stesso senso che potrebbe avere la Vanoni in un coro Gospel!
Dunque, anche il testo è vuoto, vuoto di verità, di reale drammaticità; di uno strutturale decadimento sociale che crei quella necessità verbale.
Quanto alla musica: la musica non c’è, gran parte di questa gente non suona uno strumento, non ha cultura musicale.

Chi conduce la musica in Italia, chi la divulga tra la gente, ormai, sono questi bambinetti che parlano di “ferri”, di donne, di morte, con lo stesso appeal e la credibilità delle bambine che indossano i tacchi della mamma!

Come quei poser*, agghindati da rocker, che fanno insopportabili panegirici, illustrando i grandi nomi del rock, ma poi scrivono e suonano canzoni che persino Gino Latilla avrebbe trovato melense.

Uno su tutti Manuel Agnelli, per non andare a riesumare Morgan che, partecipando a un talent show come giudice, nell’immaginario comune, si è meritato la nomea di esperto musicale!

La gente, in Italia, va a vedere Renga e si fa i selfie mentre fa le corna come fosse a un concerto metal. A questo siamo arrivati: a uno scimmiottare continuo di cose che non si conoscono, che non si ascoltano, ma che “fa figo” ostentare.

Così leggi sui social commenti sul “live” del talent show di turno, da persone che usano termini come “timbro”, “arte”, “talento”, ma che di musica non sanno nulla.
E in questo panorama di incultura generale, gli adolescenti ingrassano d’aria, di parole vuote, ciancicate sopra a due note sterili, chiamate musica.

Io non ne faccio un fatto morale: ogni epoca ha avuto i suoi dissidenti, che protestavano, sperimentavano, ostentavano nichilismo e depressione. Ne faccio una questione di contenuti, di verità, e, quando anche la decadenza di certe immagini è finzione, non resta che quello: la finzione, per l’appunto.

Quando il contenuto, che dovrebbe muovere quella rivoluzione, è fasullo, è posa e finzione, allora non si potrà che auspicare a una continua caduta persino dell’espressione artistica. Già, perché l’arte, per essere tale, necessita di essere fondata sulla verità, oltreché sulla competenza.

“Ai miei tempi” i Duran Duran, gli Spandau Ballet, i Talk Talk erano considerati commerciali, anche se erano musicisti, suonavano gli strumenti, componevano musica e testi. Se i Metallica se ne uscivano con un album come “Metallica”, subivano le critiche dei fan che li accusavano di essersi rammolliti.
Questo la dice lunga sul livello della musica di quegli anni e la dice lunga sul livello generale di questi, anni.

Quindi, a scanso di equivoci, il mio intento non è quello di moralizzare il rap italiano, o trap che dir si voglia, per il suo divulgare concetti violenti o diseducativi. Quello che io trovo ridicolo, di gran parte della musica italiana di questo momento, è la totale mancanza di veridicità dei concetti espressi e l’assenza di quella cosa che dovrebbe essere implicita: la musica.

Tutto questo parlare della musica “di oggi” e io mi domando: ma di cosa stiamo parlando? Non c’è musica, oggi. Ci sono solo piccole pesti che vanno a far danni, nel clamore di un intontimento generale sempre più volto al niente.

Patrizia Ciribè

*Persona che non appartiene ad un certo movimento ma perlopiù finge di farne parte, per esempio vestendosi secondo i canoni dati da quel movimento senza conoscerlo realmente.