Patrizia-CiribePatrizia Ciribè, autrice dei romanzi Ada Gigli signorina, felicemente infeliceL’idillio tra l’uomo e l’ombra   Una foglia caduta in estate, nella rubrica La Pat zone, getta una luce sulle miserie umane tramite un’analisi introspettiva della società e di chi la compone. Ogni settimana, l’autrice analizza, da un punto di vista inusuale, i comportamenti, gli usi, le anomalie sociali che caratterizzano il nostro tempo.

Greta come fenomeno di costume sociale.

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Si possono fare molte obiezioni, scrivere e dire frasi improntate del pressapochismo più becero, resta il fatto che quello scaturito da Greta è anche un fenomeno di costume che ci dice molto sulla società e su come ragiona la gente.

Ne sono uscite molte di affermazioni strampalate, alcune delle quali decisamente di bassa lega; gran parte di queste sono nate proprio dai genitori, da molte di quelle brave persone che hanno figli della medesima età, o quasi.

Tra quelle più degradanti metto di diritto gli inviti a riordinare la stanza, ad andare a scuola a piedi, a non giocare ai videogiochi.

Le ho trovate di una stupidità persino eccessiva; persino, perché alla stupidità, come vediamo ogni giorno, non c’è limite.

Ma poi, un limite, uno se lo aspetta, soprattutto quando è talmente lasca la maglia di quel colino dal quale filtra ogni idiozia possibile, che ingenuamente si pensava di averle sentite tutte.

E invece no. Perché, vedete, non è stata Greta a dare il cellulare in mano ai vostri figli per non sentirli piangere; non è stata lei a ridurre a zero, o quasi, le loro necessità di muoversi; e nemmeno è stata lei a ripiegare su ogni cosa semplice per intrattenerli mentre si annoiano, invece di dare loro un libro, o di leggerne uno per loro. Perché, diciamolo, è stato più semplice piazzarli davanti alla tv.

“Perché i figli sono un impegno grande, tu non lo sai”, voi lo sapete, eccome se lo sapete! Ma, piccolo inciso, forse, io lo immaginavo.

Parlo solamente con quelli che insultano e denigrano una ragazzina di sedici anni perché, anche per predisposizione mentale, si è dedicata a una missione così alta; di quelli che tarpano le ali ai propri ragazzi.

E lo trovo terribile, violento persino. “Prima di andare a manifestare per il Pianeta, pulisci la stanza”, ho letto. E orgogliosamente, questo messaggio spadroneggia su molte bacheche di genitori che, siccome non sono stati capaci di dare l’educazione che avrebbero voluto, ripiegano sulla meschinità. Che, si sa, la meschinità è quella cosa che convince gli idioti di essere intelligenti.

Perché, signori cari, è meschino spezzare le ali a un buon proposito, anche a quello più irrealizzabile; anche a quello che vi rende più difficile sentirvi in pace con voi stessi; anche a quello che mette in risalto le magagne di una generazione, la nostra, che è cresciuta nella maleducazione sociale e culturale.

Ho letto spesso quei proclami sul buongiorno e buonasera; sul grazie e prego; su quanto “quando ero giovane io, saltavo a piè pari”. Ed è vero che la nostra generazione non è stata altrettanto capace di instillare certi valori; ma è altrettanto vero che di persone di sessanta e settant’anni che non hanno un briciolo di cordialità e gentilezza ne ho incontrate parecchie.

Quindi, quei decaloghi sui valori dell’educazione di un tempo nelle interazioni sociali, affissi al proprio spazio come fossero verità assolute che vi manlevano da ciò che siete, che siamo, sono ridicoli.

E lo sono anche di più quando tutte quelle mancanze che avete tramandato, esacerbate dal menefreghismo di questo tempo, diventano un’arma per ridicolizzare gli atteggiamenti sani dei vostri ragazzi.

Perché uno, magari, ha reiterato i comportamenti più sbagliati per tutta quanta la sua vita e poi, un giorno, si appassiona a qualcosa; un giorno matura in quel piccolo spazio della mente, che non è stato contaminato dalla sua educazione raffazzonata, e, improvvisamente, vede una luce.

Ma a voi quella luce dà fastidio, perché vi ricorda quanto siete stati carenti e, invece di prendervela con voi stessi, gettate la croce sull’unica presa di coscienza che dovrebbe invece rendervi orgogliosi. Invece di partire da lì per trovare una strada e dialogare finalmente di cose migliori, riempite di letame quello squarcio propositivo che, anche fosse sul nulla, sarebbe molto di più di quella fiera delle banalità che è la vita ordinaria.

Perché questo, cari signori, insegna ai vostri figli come vessare i buoni propositi altrui, le fragilità, e, si torna sempre lì, le differenze.

Insegna come abusare di uno stato di debolezza e, invece di riaccompagnare a casa una ragazza ubriaca, spinge a farsela davanti agli amici che filmano tutto. Sembreranno equazioni stupide, ma la verità è che non sempre potete contare su ciò che i vostri figli vi sembrano in casa; la verità è che spesso manca loro che un adulto prenda sul serio un disagio e che quell’adulto veda quel disagio, che lo riconosca, che non lo ridicolizzi solamente per sentirsi in una posizione favorevole.

Ridicolizzare un buon proposito è bullismo ed è questo che insegnate quando lo fate, mettetevelo bene in testa.

Patrizia Ciribè

Michela Murgia e Chiara Tagliaferri a “Quante storie”.

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Oggi, a Quante storie, trasmissione su Rai tre, alla cui conduzione è subentrato Giorgio Zanchini in luogo di Corrado Augias c’erano Michela Murgia e Chiara Tagliaferri, l’una nota scrittrice e l’altra autrice.

Inutile dire che apprezzo molto Michela Murgia, mentre, me ne scuso, non conoscevo Chiara Tagliaferri. Ma ho apprezzato questo lavoro in coro, Morgana si intitola, che si concentra su dieci donne della storia, vissute negli ambiti e nelle epoche più disparate, che in qualche modo hanno incarnato il proprio tempo andando però in controtendenza con esso.

Spesso ho parlato qui della poca solidarietà tra donne; spesso ho posto proprio l’accento sul fatto che la mentalità paternalista, fortemente promossa dagli uomini, è in realtà custodita da molte di quelle donne che sono rimaste legate a quel concetto di società che le vuole relegate nei ruoli di madri, mogli e spalle.

Oggi, la Murgia e la Tagliaferri, con anche molta ironia e la vivacità intellettuale di due menti brillanti, hanno raccontato varie epoche proprio attraverso le donne scelte per il loro lavoro a quattro mani.

Non voglio fare una recensione al libro, che non ho ancora letto, ma sottolineare quanto sia soddisfacente l’incontro e l’ascolto di donne che sanno stravolgere ogni cliché; che parlando di altre donne, e delle loro vite particolari, riescono a soddisfare un bisogno che sento sempre più fortemente: quello della descrizione di una vera uguaglianza di genere.

L’uguaglianza non sta nelle scelte, ché uno nella vita può e deve scegliere ciò che preferisce; l’uguaglianza sta nella possibilità di scegliere ed esprimersi con gli stessi mezzi e in assenza di quei pregiudizi che da sempre impediscono di incagliarsi nelle trappole della morale e del retaggio.

Lo dico sempre che le prime custodi del paternalismo sono le donne, che sono anche le prime a colpire le loro colleghe di genere sull’aspetto, ben sapendo che l’aspetto, nelle convenzioni sociali, è qualcosa che sul valore femminile ha un peso notevole.

E sono anche le prime che aiutano il retaggio a non perdersi. I retaggi, prima o poi, non solo svaniscono, vengono anche dimenticati. A volte si fatica a ricordare l’aspetto di una strada quando trent’anni fa era semivuota; il modo con il quale parlavano le persone, quello con cui pensavano. Tutto prima o poi si perde, se disusato; tutto, ma non quello che le persone non vogliono lasciare andare.

Sembrerà strano, perché un genere, per essere coeso, dovrebbe portare avanti lo stesso intento; non solo, per essere considerato uguale, con le stesse possibilità e prospettive, dovrebbe avere un senso di unità proprio al suo interno. Ma, in questo desiderio di evoluzione c’è chi ancora vuole distinguersi attraverso il bene placido e la condiscendenza, invece che con l’autonomia nel suo senso più radicale.

Autonomia dal retaggio, dalle aspettative sociali, da quella mentalità che per esempio chiede rispetto per le donne non in quanto esseri umani ma in quanto generatrici di vita, come se il solo fatto di essere al mondo non fosse abbastanza per ottenere rispetto.

Mi domando spesso perché molte donne rimangano così legate a certi ruoli, perché non riescano a fare un distinguo fra la personale scelta e la possibilità di scegliere. Come se la loro vita dovesse essere paradigmatica della realtà di tutti e non invece quello che è: una delle molteplici possibilità.

In generale, le persone hanno spesso il bisogno che il mondo le rispecchi, provano paura verso quello che non somiglia loro e persino le idee differenti suonano come violenza e non come libertà.

Lo vediamo costantemente, con le unioni civili, con le adozioni per le coppie gay e anche con la possibilità di stare in una stanza con quattro uomini senza aspettarsi di essere violentate o chiamate puttana.

Tutto quello che non rientra nelle scelte personali, e nel proprio vissuto, è da bandire e giudicare. E in questo le donne, soprattutto quando la loro strada è tracciata ed edificata in un certo modo, raramente sono quel baluardo di accoglienza che ci si aspetterebbe.

E allora, oggi che ho ascoltato in questa troppo piccola parentesi due donne intelligenti e colte raccontare come dovrebbe essere il mondo, non posso che ringraziarle per avermi ridato fiducia, una fiducia che spesso, quando leggo o ascolto certe cose, latita fortemente.

Grazie a Michela Murgia e a Chiara Tagliaferri per il loro lavoro e per il tentativo di descrivere come dovrebbe essere la vera uguaglianza.

Patrizia Ciribè

 

 

 

La mentalità non è solo complice dell’abuso, ne è anche fautrice.

69720584_2455926801109290_1566850150284918784_n Fotografia di @Monica Spoti

Sembra strano, ma in pochi ci pensano che a nutrire il mostro con il suo cibo quotidiano, a preparargli un ambiente confortevole fatto di pensieri pretestuosi, e parole sbagliate, quello poi agisce pensando di averne il diritto.

Pochi, troppo pochi, pensano che le parole abbiano un peso, che ogni persona porti con sé anche gli errori altrui, errori che si sono riversati nel suo bagaglio a suon di affermazioni e sentito dire.

Ed è così che cresciamo, convinti che il mondo sia fatto di quelle cose che abbiamo imparato; che quelle cose lo compongano inevitabilmente. E allo stesso modo perpetriamo quei convincimenti ritenendoli inequivocabilmente giusti e persino ritenendoli valori morali.

La realtà attuale ci appare sempre come una dimensione aliena, fondata su una superficialità nuova e non, invece, come sarebbe giusto, come il retaggio di quello ieri che tanto viene decantato dai depositari dei ricordi distorti. Che lo ieri, esattamente come l’oggi, è costellato di vessazioni drammatiche, di violenze inaudite. Ma sono molte le persone che non evolvono, né nel linguaggio né nel pensiero, convinte di aver acquisito chissà quali insegnamenti.

Che le donne erano schiave, in quei bei tempi tanto decantati; che la gente era schiava, di pensieri e padroni, di ricchi e potenti, delle religioni e di una morale barbara che della donna ha fatto sempre il suo bersaglio preferito.

E oggi, ancora, sentiamo parlare di quei valori, quelli che vogliono la donna seria, che la donna seria è colei che si assoggetta a un pensiero, che quel pensiero è quello che la vuole santa, indipendente in quel piccolo margine di tolleranza che come una ferita si richiude a vista d’occhio e ogni volta bisogna cadere di nuovo per poterla riaprire.

Lo dico qui, in questo spazio di cui sono ospite ma che, forse, un po’ mi appartiene: sono così stanca di vedere le donne che vanno contro loro stesse; che pur di difendere la propria progenie, o quella che rappresenta il proprio operato come madri, gettano la scure sul genere cui appartengono. Che tramandano ancora quel retaggio, retaggio che, sulla divisione fra sante e puttane, ha cresciuto generazioni di maschi alfa. Sono stanca di vederle produrre attenuanti che non fanno altro se non svilire i reati di violenza, abuso e uccisione.

Ogni giorno assistiamo a uno svilimento costante della verità, quando la verità è uno stupro, un abuso, un omicidio, e il colpevole è qualcuno che in qualche modo viene compreso, stigmatizzato il suo gesto, ma compreso il pretesto su cui si è fondato quel reato.

E la colpa è in buona parte di un linguaggio che, così come il pensiero, non si è evoluto come avrebbe dovuto fare. Quando ero ragazzina, era normale usare termini quale “mongoloide, andicappato, ritardato” per definire certe condizioni umane sregolate da disabilità intellettive più o meno incidenti. Era normale, ed è ancora normale in alcune famiglie, definire qualcuno denigrandolo. Se andiamo ancora più indietro, era normale chiamare “serva” l’aiuto domestico; chiamare “vecchio” l’anziano; chiamare “negro” il nero. E lo era per una forma di inciviltà, per certi versi involontaria, che trascinava una brutta eredità fatta di parole sbagliate.

Il linguaggio evolve, per fortuna; non abbastanza, ma evolve, e lo fa condizionando anche il pensiero. Lo fa condizionando l’educazione, affinando la mentalità, innalzando il valore e il peso che le parole hanno. Ma non abbiamo mai smesso di chiamare puttana la donna, sia nelle azioni che, per costume e bigotteria, sono ancora legate alla morale, che su quelle quotidiane che la vedono attrice di gesti sbagliati.

Sempre più penso che in un mondo adeguatamente civile dovrebbero riprodursi coloro abbiano consapevolezza del linguaggio, capacità di apprendere le necessità della sua evoluzione e abbiano la propensione a insegnarla. Poi mi rendo conto che sono le nuove generazioni a evolvere, anche prescindendo dalle proprie origini, spesso stagnando in quelle origini, ma talvolta liberandosi di un brutto retaggio. Ed è per questo che sentire donne, madri, che sembrano tentare con ogni mezzo di impedire ai propri figli quella catarsi mi fa arrabbiare moltissimo.

Finché le donne, per prime, non capiranno che certe affermazioni si insinuano nella mentalità, che si tramandano con le nuove generazioni, e che lo fanno subdolamente, tramite frasi meschine e ordinarie che sviliscono la libertà personale, non ci sarà guarigione. Guarigione per una malattia che ha una sola causa: la mentalità maschilista che, celata nei valori antichi così tanto decantati da quelle madri onorevoli, si ciba della complicità proprio di chi genera la vita.

Patrizia Ciribè

Ciclo interviste d’autrice, Salvatore Giordano (Nulla die edizioni)

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Oggi, ospito con molto onore e gioia Salvatore Giordano che, con la Nulla die, è anche il mio editore. Quella che segue è un’intervista che siamo riusciti a realizzare fra i molti impegni che lo coinvolgono quotidianamente. Onde evitare di perdermi nei preamboli del discorso, parto dal principio con il raccontare qualcosa di lui. Subito dopo queste mie righe, potrete leggere le risposte alle domande che, con la mia solita curiosità, gli ho rivolto. In esse è contenuto molto dell’uomo, e un punto di vista interessante sull’Editoria e sulla letteratura attuale. Questo, oltre agli argomenti di interesse sociale che lo coinvolgono in quanto sociologo sempre attento all’evolversi della società in tutte le sue sfaccettature.

Salvatore Giordano, sociologo, è autore di varie opere e curatore di molte altre. Come autore spazia in diversi campi: narrativa, saggistica, letteratura per ragazzi. In qualità di editor si occupa di romanzi, racconti, teatro, poesia, saggistica e manualistica. Dice di sé “Ho sessant’anni (Ahimè!), vivo in Sicilia, parlo (leggo e scrivo) diverse lingue (ma ho difficoltà con l’inglese che parlo come un emigrante)”.

Parliamo un po’ di te partendo dalla tua occupazione principale: raccontami il tuo lavoro.

 Da 35 anni insegno le scienze sociali ai giovani. Un lavoro difficile e mal remunerato ma molto appagante.

Nel nostro Paese non c’è molta condivisione di saperi sociologici o antropologici ad esempio e nemmeno psicologici ed economici per la verità e la psicologia sociale e la social cognition sono quasi tabù. Una conoscenza che troppo a lungo è rimasta confinata all’interno delle minuscole conventicole di specialisti senza farsi patrimonio comune. E questo è un limite le cui ragioni affondano nelle storture del 900 quali, per ragioni diverse, l’idealismo e il fascismo. Durante il ventennio il regime perseguitava con olio di ricino, violenze, confino, deportazioni e carcere gli studiosi. Un altro motivo (attenzione: ho detto motivo, non causa) emerge dalla presunta egemonia della cosiddetta cultura cattolica.

Sono studi che fino a non molto tempo fa erano guardati con sospetto dalle istituzioni governative e che tuttora rimangono deficitari nella cultura “media” della popolazione nazionale adulta: è facile imbattersi in errori grossolani persino nei dizionari di italiano. Perché i compilatori di dizionari non differiscono molto dalla maggior parte delle persone colte in Italia. Persone che hanno spesso un’infarinatura di latino e storia dell’arte, o conoscono i rudimenti della fisica, ma ignorano nella maniera più assoluta i termini corretti dell’Abc delle questioni metodologiche ed epistemologiche delle scienze sociali.

Ecco il succo: da 35 anni a questa parte la mia attività di insegnamento consiste essenzialmente nel modificare con la giusta modestia e il necessario rigore scientifico questo stato di cose poco ragionevole.

 Sei anche un sociologo, un autore, un editor: quale di questi ruoli è quello che senti più tuo e perché?

Non saprei. Non faccio molta differenza tra quello di autore ed editor: in realtà un editor ha un ruolo determinante nella preparazione di un testo per la pubblicazione e quale che sia il genere o l’argomento del libro. Insomma, un editor è un autore dietro le quinte e il suo lavoro riesce tanto meglio quanto più riesce a stare in ombra, a mettere in risalto l’opera che gli è stata affidata senza oscurarne l’autore vero e proprio, vale a dire chi l’ha concepita. Vorrei aggiungere che, facendo l’editor, non credo di cessare mai di essere un sociologo o un autore.

Quale di queste passioni è nata prima: c’è un filo conduttore che le lega una all’altra?

 La lettura e la scrittura, come altre attività umane del resto, richiedono la stessa cosa che è necessaria per fare ricerca. La ricerca sociale, fra tutte le forme di ricerca scientifica, è la più complessa avendo a che fare con un “oggetto di studio” (le persone, i gruppi, le comunità, le istituzioni) capace di mentire o di bluffare e lasciarsi influenzare o di esercitare volontariamente condizionamenti sul ricercatore. Un oggetto di studio su cui non si possono compiere, per motivi etici e metodologici, le stesse operazioni ammesse in altri campi di osservazione o di sperimentazione: non che non vi siano limitazioni di carattere etico nelle altre scienze, ma quando si ha a che fare con persone, queste diventano più stringenti. E ciò vale anche per le metodologie e per la riflessione sui metodi.

Quello che ci vuole, e che lega l’una all’altra ciascuna di queste che chiami passioni, è un esercizio continuo, un incessante bisogno di verifiche e la certezza granitica che non vi sono certezze. O che ogni verità è provvisoria: è “vera fino a prova contraria”.

Parlando di editoria: quali sono, secondo te, le problematiche dell’editoria indipendente; sono più legate al riscontro di pubblico, alla distribuzione o al sistema editoriale generale?

La piccola editoria di qualità ha un limite insito nella sua caratteristica peculiare e che si ripercuote su tutta la filiera produttiva e distributiva: sconta il fatto di essere, per i contenuti e per i temi, di una qualità superiore al resto della produzione editoriale. E questo lo sanno (quasi) tutti: molti autori, gli editor, la maggior parte dei librai, i critici e la generalità del pubblico. Oltre, ovviamente, alle major del libro che non la rincorrono su questo terreno, limitandosi a competere su aspetti di natura economica e di marketing o di estetica esteriore.

E arriviamo al paradosso. Se un lettore esigente (spesso anche un autore) trova un certo numero di refusi o anche degli errori grossolani nel libro pubblicato da una major, è portato a indulgere: “la perfezione non è di questo mondo” lo giustifica. Trovando un solo refuso nel libro di un editore indipendente, invece, lo stesso lettore concluderà che “il testo è poco curato”… e, addirittura, che non può essere altrimenti perché “una piccola casa editrice non ha quei mezzi che certo non mancano a un grande editore”. In breve: una doppia morale che ipocritamente penalizza proprio chi lavora meglio e con più dedizione. Una doppia morale che fa il gioco di ciò che alcuni in buona fede vorrebbero combattere: la sciatteria, la massificazione, la mancanza di quella ricchezza che solo la biblio-diversità può garantire.

 Parlando di autori: oltre a quelle più scontate, legate a una buona scrittura, quali caratteristiche devono avere i manoscritti, che giungono alla tua attenzione, per essere presi in considerazione?

Per avere una chance, il manoscritto mi deve piacere e interessare. E perché mi piaccia dev’essere frutto di un lavoro onesto e originale. E, nel suo piccolo, aggiungere qualcosa che prima non c’era al patrimonio immateriale che è la conoscenza: senza ricorrere a tatticismi che offendano il lettore intelligente (cui ogni editore di qualità si rivolge) e senza plagi manifesti o celati nella piaggeria in forma di “omaggio” a questo o a quell’autore del passato e del presente.

Nessun manoscritto, per quanto accurato possa essere, è mai un libro compiuto quando un autore se ne distacca per sottoporlo al giudizio di un editore o di un editor: lo diventerà grazie alle successive lavorazioni. Se l’autore ha consapevolezza di ciò, la proposta merita di farsi strada verso la pubblicazione.

 In qualità di autore, a quale dei tuoi libri sei più legato e perché?

In realtà a tutti e a nessuno in particolare: ogni titolo risponde a un preciso bisogno di un determinato momento e, quando a distanza di tempo mi capita di rileggerne uno, trovo sempre qualcosa che avrei potuto scrivere o strutturare diversamente e che, se non lo avessi già pubblicato, rivedrei e rimaneggerei, anche in maniera radicale.

Non voglio però sottrarmi alla domanda e ti dirò che solo uno è davvero diverso da tutto il resto che ho scritto. E lo è per motivi strettamente legati alla sfera degli affetti più cari e all’incanto che suscita vedersi crescere accanto e insieme creature che si fanno grandi e trovano la propria strada; quasi la storia di un legame che ha un solo fine declinato in diverse forme: il distacco, la conquista dell’autonomia e l’affermazione di sé. Parlo del Pesce subaereo(http://nulladie.com/catalogo/160-salvatore-giordano-il-pesce-subaereo-illustrazioni-di-emanuele-cavarra-9788869150685.html) e il perché te lo lascio intuire dalla dedica:

Ad Alice Julie e a Massimiliano

con le scuse di papà.

 A tutti i bambini e ai giovani che vivono nel mondo

e non soltanto nella stanza dei giochi:

in quello stesso mondo dei grandi

che hanno il pieno diritto di giudicare

e il legittimo desiderio di cambiare.

 Agli adulti che non pretendono

di confinare i più piccoli

nell’angustia di un qualunque

paese dei balocchi.

 

E tu, Patrizia, quale preferisci fra quelli che hai letto?

Capovolgendo un attimo i ruoli, rispondo all’intervistato…succede anche questo!

Dei tuoi libri, quello che mi ha appassionato di più è Ustica. Devo dire che apprezzo sempre la tua scrittura, che ha un’insita sapienza, molto gratificante per chi ama la bella letteratura. Apprezzo il tuo linguaggio, che, pur essendo coevo, non si discosta mai da una forma anche estetica della lingua. È un requisito che cerco sempre negli autori attuali e che mi spinge frequentemente tra le pagine di quelli antichi. In Ustica ho trovato molte cose che me lo hanno reso caro, oltre alla dimensione del romanzo che è poi sempre quella che preferisco, ho trovato l’autore che non conoscevo, quello anche romantico e malinconico. Ho trovato lo scrittore siciliano, degno erede dei più classici e noti, il suo retaggio, la cultura antica di una terra pregna di una passione che implode in un riservato vivere. Mi ero ripromessa di scrivere una recensione, prometto che lo farò.

 Che ruolo occupa, nella tua vita, la scrittura?

Il posto che merita: quello della forma di espressione che padroneggio meglio.

 Tra le tue pubblicazioni ce ne sono due, in collaborazione con Antonella Santarelli, dedicate al NO MUOS, movimento del quale sei da anni attivista; vuoi spiegarci di cosa si tratta e quali sono, se ci sono, le conquiste fatte da un punto di vista pratico?

Il movimento No Muos è un laboratorio sociale e di democrazia: il suo principale merito è di aver reso popolare e trasversale l’opposizione alla guerra.

Sei molto attento all’utilizzo della lingua italiana, dedito alla sua espressione corretta, anche legata a un linguaggio in continua evoluzione. Come si è evoluto l’italiano negli ultimi quarant’anni se dovessi dare alcune indicazioni e norme editoriali agli aspiranti autori?

La lingua una volta la “facevano” gli autori colti. Oggi è giusto che chiunque la parli concorra alla sua vita.

La cosa paradossale, e stupenda, nella lingua letteraria è che talvolta i migliori contributi alla letteratura italiana siano venuti da autori che di norma non parlavano l’italiano nella vita di tutti i giorni se non come seconda lingua o  che hanno scritto in una lingua che non è proprio “l’italiano corretto”: pensa a Fo, a Camilleri, a Svevo. Senilità, ad esempio, se fosse un manoscritto alla ricerca di un editore, nelle mani di un editor di oggi verrebbe riscritto in diversi punti e adattato alla lingua corrente, mentre Svevo lo scrive come lo poteva scrivere uno che aveva imparato l’italiano dai libri, senza mai parlarlo correntemente, studiandolo come aveva studiato il francese. O l’inglese con un certo Joyce per insegnante.

In breve: le norme esistono (anche) per essere trasgredite. Vale nella vita di tutti i giorni e vale pure nella scrittura letteraria. Ma per trasgredire proficuamente una norma (o, anche, un complesso di norme) occorre conoscerla alla perfezione e avere bene in mente che cosa ci si propone di realizzare trasgredendola.

Mi esprimerò con un paragone: hai presente la norma “le donne non escono di casa”? Non credi che chi cominciò a trasgredirla, a costo di essere etichettata come poco di buono, non abbia fatto bene a farlo? Mi piace pensare che trasgredire quella norma prefigurasse anche con piena intenzione un mondo diverso e migliore di quello che la norma sanciva. E il rifiuto di rispettarla un atto rivoluzionario al quale dobbiamo molto della nostra vita di oggi.

Cosa proprio non ti piace nella scrittura e cosa, invece, ami moltissimo.

Apprezzo l’originalità. Disprezzo la mancanza di eleganza.

 Se dovessi dare un messaggio appendendo uno striscione alla finestra, cosa scriveresti?

Uno striscione al balcone non sempre ha bisogno di scritte. Anzi ne può fare del tutto a meno.

Pensa ai lenzuoli bianchi contro la mafia.

O a cosa ho fatto io quando sotto casa mia è passato il giro d’Italia dedicato a Israele: ho appeso al balcone una bandiera palestinese di circa 50 metri quadrati.

Ora sono in procinto di comprare alcune coperte termiche che appenderò al prossimo sequestro di naufraghi.

 In conclusione, cosa desideri per te stesso: c’è un traguardo che vorresti raggiungere, qualcosa che completerebbe la tua soddisfazione personale?

Non morire sotto un regime. E contribuire a superare la logica dell’economia di guerra tipica del turbocapitalismo di questi ultimi anni.

 

Bibliografia:

Più a sud, verso la Sicilia

Tota Nostra

Sizilianische Weltanschauungen

Lasciare libero lo scarrozzo

Ustica (2012, nuova edizione 2017)

Piazza No MUOS (con Antonella Santarelli)

MUOS. Ultimo atto (con Antonella Santarelli)

Il pesce subaereo, illustrato da Emanuele Cavarra

A Dio Piacendo. La secolarizzazione al tempo del fondamentalismo nel disincanto del mondo globalizzato: uno studio socio-psicologico sui processi culturali della modernizzazione nella vita quotidiana

Guazzabuglio di Stati Selvaggi

 

Patrizia Ciribè

 

Donne contro le donne. Ecco come, quotidianamente, viene minato il senso di emancipazione

tt.php Pablo Picasso – Due donne sulla spiaggia

Il mio prossimo romanzo parlerà di donne. Uno dei fili conduttori del parco caratteriale che unisce il genere femminile è il modo con cui molte di esse sono depositarie e promotrici del maschilismo, anche più di chi ne è fautore.

Sin da bambina, ho notato questo fenomeno, in un atteggiamento generale che, invece di creare una solida mentalità femminile di genere, la screditava, cercando di disgregarne anche la più piccola insorgenza.

Da allora sono passati molti anni, il mondo è cambiato in quasi tutto; la società si è evoluta, dando risalto e spazio anche alle donne. La strada dell’uguaglianza è lunga e piena di insidie, ma in generale, guardando al passato, l’Occidente almeno si è evoluto in maniera visibile.

Quello che noto, però, è che la frustrazione che deriva da una propensione alla competitività è rimasta intatta. Le frasi, e gli atteggiamenti, che molte donne spendono verso le loro “colleghe di genere” sono sempre quelle di decenni fa.

Una lotta di genere, per avere riscontro totale, deve poter contare sulla sua compattezza, non ci sono discorsi. Senza quella sorta di coesione che lascia fuori gli antichi convincimenti che deflagravano la possibilità di agire in modo libero, non vi è coesione. Non vi è coesione né emancipazione.

Se ogni volta che qualcosa si muove nel tessuto sociale, poi leggo donne che denigrano le altre donne per il seno scoperto, per l’atteggiamento provocante, e per ogni, anche stupida, espressione di libertà, il segnale risulta distorto e, quindi, inefficace.

Mettere paletti alla libera espressione, decidendo come si debba essere per avere i giusti requisiti di genere, mi dispiace, ma contraddice il fondamento del concetto di libertà.

Gli uomini, se notate, non si attaccano mai in merito al costume; non minano mai la loro possibilità di estremizzare le proprie caratteristiche di genere attraverso atteggiamenti discinti. Gli uomini si esprimono liberamente e non additano mai i loro simili sulla morale. Mai.

Le donne, invece, spendono spesso parole che denigrano il valore morale, e, anche se lo fanno attraverso la stigmatizzazione della superficialità e della nudità con cui alcune si pongono nella vita, alla fine esprimono un giudizio sull’etica.

Leggo spesso termini vessanti, “zoccola” è uno dei più gentili, e a pronunciarli sono frequentemente le donne. Il seno nudo, il sedere in bella mostra, gli atteggiamenti voluttuosi sono visti come giusti pretesti per denigrare coloro che se ne servono per esporsi. Ma la cosa buffa è che lo sono anche quegli elementi religiosi che vanno in controtendenza con le conquiste occidentali, come per esempio i vari tipi di velo che le donne islamiche indossano.

Quindi, da un lato si vede minata la libertà femminile attraverso l’utilizzo di accessori che, palesemente, avrebbero il compito di preservare le donne dal peccato carnale, e dall’altro la si vede minata dall’esposizione libera della propria nudità.

Da un lato si rivendica la libertà di non indossare il reggiseno sotto ai vestiti, dall’altro si giudica chi espone il proprio corpo come meglio crede. E, attenzione, se le critiche che un uomo muove a un altro uomo, per esempio su uno slip microscopico indossato al mare, sono sempre limitate a deriderne il gusto, quelle che una donna muove a un’altra donna sono sempre rivolte alla sua morale.

Il fastidio che ancora oggi molte donne hanno verso le altre, quelle che magari si assoggettano ad atteggiamenti che certamente non vogliono esporre la propria intelligenza, denotano un retaggio triste che non tiene conto del primo fondamento di ogni uguaglianza: la libertà.

Se la critica intelligente vuole scuotere un modo stupido, la critica morale è pregiudizio e ci riporta al punto di partenza.

Dare “della zoccola” a una donna che espone il suo corpo è ne più né meno che il vecchio modo con cui gli uomini hanno sempre tentato di limitare il controllo che le donne rivendicano su loro stesse. Questo perché giudicare l’etica di qualcuno sulla base di un comportamento che evidenzia le proprie caratteristiche, senza però coinvolgere negativamente una terza persona, è nientemeno che intolleranza di genere.

Se per gli uomini la morale dei loro colleghi maschi risiede nel ruolo sociale, per molte donne, quella femminile è sempre legata al sesso. In questa differenza è racchiusa una delle motivazioni per cui è impossibile mandare avanti un concetto di eguaglianza compatto e inattaccabile.

Meditate, donne, meditate.

Patrizia Ciribè

Perché si prova empatia per determinate cose e non per altre?

empatia

In questi giorni si è parlato molto dello scandalo di Bibbiano. Se n’è parlato soprattutto in modo strumentale, per porre l’accento sulle questioni politiche che, come sempre nei casi di mala gestione sociale, si celano nelle pieghe di certi meccanismi malati.

Certamente ci sono delle responsabilità pesanti a carico di chi, anche solamente, sapeva e ha taciuto. Direi che in situazioni come questa, che sono causa di gravi danni a famiglie e bambini, i responsabili siano tutti quelli che quel sistema lo sorreggevano, pure se non sapevano per ignoranza e per superficialità.

Ma attendendo, com’è giusto, l’esito delle indagini, mi soffermo su tutto quello che questo agglomerato di abusi e pesantissimi reati ha scaturito in termini di reazioni generali.

Sono naturali lo sgomento, il diniego, l’orrore che si impadroniscono delle persone, di uno stato di delicatezza personale che rende possibile l’immedesimazione.

L’immedesimazione è alla base della solidarietà: non ci può essere comprensione, e quindi l’identificarsi coi problemi altrui, se manca la capacità di trasferirsi mentalmente in situazioni a noi estranee.

Quando è forte il senso di immedesimazione, quando diventa persino un fenomeno sociale, direi che è quasi sempre buon segno. Segno di umanità, di misericordia, di altruismo.

Quindi, questa levata di scudi innanzi al reiterarsi di casi di abuso su minori, e tutto il resto di imputazioni che ne sono conseguite, è certamente da considerarsi, non solamente legittima, anche comprensibile.

Ciò che stona in tutto questo non è solamente che di fondo ci siano anche motivazioni non proprio onorevoli, una strumentalizzazione becera che è ormai il pane che nutre i social e distorce l’informazione. È soprattutto lampante come il motore che muove il diniego collettivo, che è sempre auspicabile in una società civile, è la possibilità di provare empatia.

Quando le persone provano empatia, sono persino capaci di andare oltre loro stesse, di superare quei limiti che l’egocentrismo moderno ha portato nella comune mentalità.

Perché cammini per strada fra gente che non si accorge di nulla, costantemente senti di persone che vengono malmenate in pubblico senza che qualcuno intervenga; insultate persino se incinte o troppo fragili per difendersi e mai che qualcuno alzi il suo scudo, nemmeno uno piccolo e timido.

Quindi, quando le persone, tante, provano empatia, pur essendo un segnale certamente positivo non posso che domandarmi come mai si verifichi in maniera isolata, legata a un fenomeno solamente.

Allora torno ad analizzare le motivazioni che portano le persone a simpatizzare con determinate situazioni, dato che il fatto che le vittime siano minori, e che vi siano individui ai quali siano state indotte inesorabili ingiustizie, non è sempre motivo di indignazione.

La motivazione principale è quella cui ho accennato sopra, ovvero l’immedesimazione.

Per immedesimarsi, per simpatizzare e provare solidarietà, è sempre necessaria la similitudine, una composizione personale analoga che ci consenta di comprendere la sofferenza altrui; di comprendere l’altro tanto da temere che la sua sorte possa riguardarci.

Quest’analogia è necessaria per solidarizzare, perché ci spinge verso la paura di quella medesima situazione e, subito dopo, verso la sensazione che ciò che è capitato loro ci riguardi.

Alla fine di ogni tortuoso ragionamento, siamo estremamente semplici da comprendere e nulla ci spinge a difendere qualcuno quanto il fatto di sentirci fragili ed esposti allo stesso modo; in quel momento, noi e loro siamo la stessa cosa, incarniamo la stessa paura e pure la stessa possibile sorte.

In generale, la capacità di provare empatia è molto limitata. Quando sento la frase “Ora che sono madre/padre capisco” mi rendo conto di quanto poco si riesca a immaginare l’orrore che la gente vive senza trovarsi nel medesimo ruolo.

Spesso i neogenitori sono quasi stupiti di quanto assorba la loro vita l’essere divenuti tali, questo perché l’immaginazione è poca e con essa lo è anche la voglia di capire l’altro, questo sino a che ciò che questi vive non sia ciò che viviamo noi.

E improvvisamente si accende una luce sull’ignoto come se immaginarsi la perdita di un figlio, di un genitore, di un caro in generale fosse impossibile senza passarci in prima persona.

Come se la miseria, la mancanza di una terra pacifica su cui vivere, fossero condizioni lontane da ogni comprensione; condizioni che impediscono di sentirsi simili a tal punto da provare empatia.

Così tutta quella solidarietà diventa un’arma per difendersi dall’accusa di non essere umani e solidali; con quella solidarietà si vorrebbe determinare una gerarchia di situazioni passibili di comprensione e non puramente l’espressione del proprio personale dispiacere.

Così penso che in questa mancanza di immedesimazione, che alza un muro di indifferenza sulla gente che vive un’odissea per salvarsi la pelle, c’è la più grande vergogna: l’incapacità istintiva di sentirsi simili a quelle persone.

 

Patrizia Ciribè

 

 

L’arte di leggere, o ascoltare, prima di parlare o rispondere.

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Ieri ho scritto un post sul mio profilo Facebook, una delle solite riflessioni su questioni personali.

Quando scrivo riflessioni personali, mi rendo conto che possono riscuotere due tipologie di reazioni: o passano del tutto inosservate, oppure chi le legge, ancor prima di aver compreso le mie intenzioni, cerca in esse il proprio punto di vista.

È assai raro che qualcuno legga semplicemente in modalità ascolto, che, esclusivamente, tenti di capire il punto di vista della persona, la quale, parlando di sé, evidentemente racconta qualcosa di suo.

Salvo la cerchia dei lettori, che sono ormai più un circolo privato che una comunità, tutti gli altri, quelli che magari leggono un libro o due l’anno, non conoscono la proprietà della narrazione.

Amos Oz, grande scrittore ebraico e vincitore del Nobel per la letteratura, divideva i lettori in due categorie: i lettori buoni e i lettori pettegoli.

Mentre i lettori buoni sono quelli che semplicemente leggono senza giudicare, solamente acquisendo ciò che l’autore racconta, quelli pettegoli sono quelli che, invece di cercare il concetto, moralizzano, o addirittura distorcono, le parole scritte nel testo.

Questo avviene anche nelle quattro righe che si scrivono sulla propria bacheca, che, attenzione, possono anche essere prese come pretesto per far scoppiare vere e proprie faide! (Ma questa è un’altra storia, che magari un giorno vi racconterò).

Il fatto è che l’ascolto, e la lettura, sono azioni disusate proprio per l’incapacità di porsi puliti da pregiudizi e neutrali.

Se chi legge è abituato a cercare l’omicida, a cercare un po’ di sesso, una ricetta di cucina, qualche divagazione violenta per intrattenersi come stesse guardando un giallo in tv, allora l’approccio è privo di quella neutralità, perché il lettore, o ascoltatore, è talmente abituato a cercare le informazioni di cui ha bisogno per intrattenersi, da disinteressarsi a qualsiasi altra chiave di lettura.

La lettura positiva implica sempre assenza di pregiudizio, necessita di un lettore libero dalla tendenza a esprimersi personalmente e in anticipo.

È questo, principalmente, secondo me, il motivo per cui la lettura, tranne per quelle tipologie di libri che si fondano sui pilastri dell’ovvietà, è diventata un intrattenimento di nicchia. Perché il pregiudizio è una componente sempre più forte, lo è anche quando, quello che si sta ascoltando o leggendo, appartiene a qualcun altro.

Tiziana Voarino, autrice di questo portale nonché amministratrice dello stesso, chiacchierando proprio su questo argomento, mi ha detto queste parole, che ritengo emblematiche del nostro argomento di oggi:

Il pensiero di se stessi prevale sempre. Perché non si considera mai l’altro. Perché traiamo le nostre conclusioni in base a noi e non a chi abbiamo di fronte”.

Questa mentalità diventa ostativa nel momento in cui chi legge o ascolta si trova davanti a qualcosa che non gli appartiene, ma, nonostante questo, pretende di sapere non il pensiero dell’autore, o interlocutore, ma i retroscena di ciò che ha espresso. Questo implica che il lettore immagini, senza saperlo, pensieri intimi, quanto inespressi, dell’autore. Che pretenda di sapere cosa è contenuto in essi e quali siano le sue intenzioni in merito.

Di base, c’è un desiderio di ascolto che prevarica l’ascolto dovuto; c’è, in chi ha difficoltà a esprimere la propria frustrazione, la volontà di trovare il modo di incanalarla nel punto di vista altrui, dandole una spinta, persino se ciò significa prevaricare le parole altrui.

Di base, c’è la tendenza a porsi sempre tra chi scrive -o parla-, e ciò che scrive -o dice-; la tendenza all’essere lettori pettegoli (o ascoltatori pettegoli) facendo da filtro alle reali intenzioni dell’autore. Questo perché, ormai, per chi legge o ascolta, spesso è più facile cercare negli altri, e nelle loro intenzioni, ciò che non va in loro stessi.

Quell’ego, che non si riesce a mettere in secondo piano neppure leggendo quattro righe altrui, è lo stesso che impedisce di conoscere le persone a fondo, di comprenderne le motivazioni e di mantenere e accrescere rapporti che perdurino nel tempo.

È lo stesso che impedisce di mettersi nei panni altrui, perché, se non conosco le intenzioni dell’altro, e gli attribuisco arbitrariamente un punto di vista che non ha espresso, come faccio ad assumerne il peso? Non posso.

Ed è lo stesso che determina il mercato dell’editoria letteraria a discapito di quella narrativa che, nel lettore, ricerca soprattutto un ascoltatore neutrale e volenteroso.

Come disse Italo Svevo: Tanti a questo mondo apprendono soltanto ascoltando se stessi, o almeno non sanno apprendere ascoltando gli altri.

Patrizia Ciribè

 

 

Il bullismo come fenomeno politico sociale.

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Care lettrici e cari lettori, benvenuti nell’era dei bulli.

Qui, ormai, c’è poco da ridere, poco di cui stupirsi, poco per cui indignarsi.

Il bullismo entra a fare parte dei comportamenti leciti e lo fa attraverso le istituzioni.

Avranno un bel da fare, d’ora in poi, gli insegnanti che devono scoraggiare certi atteggiamenti. Non che prima fosse facile: il bullismo, prima ancora che nella scuola, si tramanda nelle famiglie, dove genitori bulli insegnano ai propri figli come essere migliori dei loro coetanei.

I genitori bulli portano i figli a scuola e parcheggiano sul marciapiedi i loro mezzi ingombranti; declassano, denigrano e creano una distorta competizione fatta di beni materiali e snobismo; urlano alle partite dei propri figli, insultando gli altri ragazzi.

Mi sono trovata spesso a osservare come certi genitori foraggino l’autostima della propria progenie: non lo fanno a suon d’affetto e accettazione, ma riempiendo la loro testa di una vana competizione.

Ingozzano l’ego dei figli come una volta la nonna faceva con i ravioli e le torte, ma lo fanno attraverso una visione distorta, quella di aver generato dei geni.

Ma se prima c’era una minaccia che viaggiava in palese contrasto con un comune senso di giustizia, e che si propagava approfittando più dell’indifferenza che della malafede, ora c’è questa nuova possibilità che aleggia, quella di vedere la più becera spavalderia come uno strumento di conquista e popolarità .

Ora, il bullismo è entrato di diritto nei comportamenti accettati da un terzo degli italiani. È stato istituzionalizzato e sdoganato, persino se palesemente rivolto contro ogni minoranza e ogni di debolezza (certo, altrimenti che bullismo sarebbe?).

Fare la voce grossa, sbeffeggiare qualunque carica, utilizzare qualunque strumento per intimidire e creare, di sé, un’immagine che si imponga con la prepotenza, non è più visto come prevaricante. Non almeno nel convincimento di una parte non indifferente di nostri connazionali.

C’è stato un periodo, per esempio nella tecnologia e nella cinematografia, in cui i nerd avevano vinto; bambinetti, spintonati e derisi dai loro compagni fighi, crescevano e, grazie a quella stessa intelligenza che li aveva resi apparentemente attaccabili, ottenevano una rivincita.

La cultura, l’impegno, l’approfondimento di interessi legati alla crescita personale erano gli strumenti coi quali era possibile trovare un rispetto nella vita.

Ma con il bullismo come ideologia, i bulli non sono più invisi, neppure se, petto in fuori, fanno cose gravi; neppure se incitano e fomentano un clima d’odio in un momento di grandi tensioni economiche sociali.

E restano popolari persino se entrano nella scuola, nel merito di ciò che viene insegnato; se cercano di imbavagliare la libertà di insegnamento.

E vorrei sapere, per una persona che ha studiato, votato la sua vita ai ragazzi guadagnando una miseria, cosa resti se viene tolta la possibilità di educare a una libera coscienza e a un pensare indipendente.

Non solo, restano popolari anche quando entrano in casa della gente per far rimuovere libere rimostranze, frasi scomode che invece dovrebbero trovare il suffragio della Costituzione.

La legalità è proprio quella che viene rosicchiata quotidianamente, opprimendo ciò che è già un diritto e legittimando la violenza.

Ma io resto della mia idea su, come diceva Pietro Nenni, chi è forte coi deboli e debole coi forti, ovvero che trovi gradimento nelle menti vuote.

Quando il messaggio viene inviato semplicemente, quando è privo di necessità intellettuali, e reso efficace proprio dalla sua mancanza di maturità e impegno, la risposta arriva da un pubblico sensibile alle spacconate.

Patrizia Ciribè

 

 

 

 

 

L’incontestabilità dei diritti civili. Moralismo e retorica.

coppie-di-fatto-unioni-civiliNei giorni scorsi si è celebrata la Giornata Mondiale contro l’Omofobia. Ho letto molte cose in merito, i vari Social erano come un inno all’amore.

Penso sia importante celebrare giornate come questa, soprattutto celebrare e rivendicare i diritti di tutti. In questo, la cassa di risonanza fornita da Facebook, Instagram, Twitter e via di seguito è certamente positiva. Esattamente nella misura in cui è negativa nei casi di propagazione della politica d’odio molto in voga ultimamente.

Il problema, per me che su certi temi sono sempre un po’ puntigliosa, è il rischio di scadere nella retorica del sentimento; di trasformare la rivendicazione di un diritto insindacabile in un melenso pretesto.

Come se l’amore dovesse in qualche modo giustificare le scelte personali prosciogliendo chi le compie. Come se quella scelta necessitasse, anziché della sua legittimazione, di un’assoluzione.

Non fraintendetemi, io credo molto nell’amore. Ma prima di ogni altra cosa credo nella libertà personale.

È la libertà che deve garantire la possibilità di scegliere. È la libertà che deve garantire la possibilità di essere non solo se stessi, ma anche di scegliere chi essere.

Non è l’amore l’elemento essenziale, ma la libertà di amare. E anche quella di non amare.

Conosco molte coppie eterosessuali e non posso affermare che siano solamente composte da persone innamorate fra loro. Conosco coppie unite da comuni propositi, dall’abitudine, dalla nostalgia, non meno rispettate perché legate da qualcosa che con l’amore poco ha a che fare.

Conosco coppie unite dai comuni interessi, che hanno cresciuto figli, accumulato patrimoni e amanti. E mi domando perché a loro sia concesso il lusso di essere ufficialmente rispettate e riconosciute, mentre alle coppie omosessuali sia concesso “solamente” di amarsi.

“L’amore non si contesta”. Questo slogan è apparso su molte immagini che ritraggono coppie omosessuali. Così mi domando: E se fosse solo interesse, nostalgia, noia, abitudine, affetto, sesso, sarebbe passibile di contestazione?

Se dovessimo contestare tutte le unioni che con l’amore nulla c’entrano, la lista sarebbe molto lunga. Eppure nessuno mette in discussione la libertà che gli eterosessuali hanno di stare insieme con propositi differenti dall’amore.

Ma se parliamo di unioni gay, allora nasce la necessità di trasformare la rivendicazione di un diritto in qualcosa che agli occhi dell’opinione pubblica sia accettabile. Come se quelle unioni avessero bisogno di un nulla osta basato sulla misericordia generale.

Credo che il retaggio che dobbiamo levarci di dosso sia quello dell’arroganza; della pretesa, cioè, di stabilire cosa sia moralmente concepibile.

Bisogna smettere di credere che tutto sia lecito solamente per alcuni, mentre gli altri verranno tollerati e giustificati solo in presenza di qualcosa da compatire; qualcosa con cui chiunque possa simpatizzare, come un sentimento cieco e irrazionale. Come per i bambini, cui si perdona tutto in nome della loro incapacità ed esuberanza.

Vedo famiglie sfasciarsi, figli crescere in maniera alternativa rispetto a un tempo. Diciamocelo, la famiglia, così come la conoscevamo, anche solamente per un fatto statistico, ha fallito.

Però, in tanti sono qui a perorare la causa di eventuali figli di coppie gay, come se, essendo etero, potessero porsi come esempio di perfezione.

Nonostante io creda molto nell’amore, e mi sia spesa sempre nella ricerca di un alto sentimento, rispetto tutti, anche quelli che non si amano e stanno insieme per altri motivi.

E credo che questo diritto debba essere riconosciuto a chiunque, senza che l’omofobia, invece di scomparire, si travesta da tolleranza.

Ripetiamoci sempre: “Non ho diritto di concedere nulla a nessuno”. Già, perché se due uomini, o due donne, vogliono stare insieme per interesse, sesso, affetto, compagnia, sono nel loro pieno diritto.

Fate un po’ quello che volete, esattamente come fanno tutti, e fatelo senza sentirvi in dovere di sublimare emozioni cercando una qualche approvazione sociale.

Questa necessità di avere una scusa socialmente accettabile è qualcosa che riscontro anche quando si parla di aborto. In quei casi, sembra sempre doverosa una catarsi dolorosa, senza la quale pare impossibile legittimare qualcosa che, in verità, è un diritto legalmente acquisito.

Lessi una lettera aperta della scrittrice Dacia Maraini nella quale lei perorava il diritto all’aborto ponendo come attenuante il dolore a monte della scelta.

Benché la lettera fosse molto bella e piena di verità, ho trovato in essa qualcosa di stonato, come un’implicita richiesta di un perdono morale da parte della donna che ricorre all’aborto. Come se, insieme a quella scelta, fosse implicita e doverosa la sofferenza.

Io credo che un diritto non abbia bisogno né di giustificazioni né di assoluzioni. Un diritto necessita solo dell’incontestabilità sociale. Tutto il resto è moralismo.

Leviamoci di dosso ‘sta cosa del peccato originale, del senso di colpa, della fustigazione mentale e iniziamo ad accettare che gli altri facciano, nei limiti della legalità e del rispetto per gli altrui diritti, la vita che vogliono.

Patrizia Ciribè

Femminismi e nuove prese di coscienza

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«Il femminismo, rimasto negli ultimi anni un po’ sottotraccia, sta riesplodendo con una nuova presa di coscienza più che mai necessaria, perché le sperequazioni ci sono, sono tante e vanno portate alla luce. Purtroppo abbiamo ancora bisogno di femminismi».
Marcello Fois

Oggi, parto da questa riflessione dello scrittore Marcello Fois per ampliare un discorso che ritengo importante.

Voglio partire da qui perché molti dei pensieri di Fois sono l’elaborazione di una mente illuminata da un equilibrio tra presente e passato. Fois è uno scrittore che mi piace definire classico, sia per la sua scrittura evocativa che per un retaggio di letture che si tramandano chiaramente nei suoi libri. Insieme a una forte tradizione culturale, anche legata alla sua terra, nei suoi romanzi è forte un messaggio di modernità.

La letteratura ci insegna che in essa puoi trovare ogni risposta, anche sulle questioni sociali più scottanti. Ci insegna che il romanzo descrive la verità, attraverso personaggi che nascono nella mente degli autori e che finiscono per vivere in quella delle generazioni future.

Non è un caso che alle menti illuminate, dalla cultura, dalle esperienze, dall’ingegno, stiano sempre a cuore i diritti civili e, in questi tempi di prepotenze e raggiri, abbiamo bisogno di cultura più che mai.

Ogni volta che si parla di movimenti, di femminismo, di diritti degli omosessuali, di manifestazioni contro il razzismo, il contraltare è la denigrazione di quell’iniziativa. Una denigrazione che nasce dall’intento di sminuire la necessità di una protesta.

Assistiamo costantemente ad azioni palesemente volte a raccogliere consensi tra i nostalgici del periodo fascista. E allo stesso tempo alla negazioni che quelle azioni abbiano l’intento di inneggiare alla passata dittatura.

Assistiamo a propagande che vorrebbero minare, non solamente certezze, anche leggi che le garantiscono. Parlo per esempio della legge sull’aborto e della voce che, sempre più prepotentemente, sminuisce il diritto, acquisito, alla scelta.

In tutto questo forte sentimento di contrasto a un vivere democratico che dovrebbe garantire i diritti di tutti, alzare la voce è essenziale. La “presa di coscienza”, come dice Fois, “è più che mai necessaria”, perché è l’unica arma che abbiamo per mantenere salde le posizioni acquisite.

Ogni volta che qualcuno vorrebbe annacquare i termini di un’esternazione, moderandone il messaggio e scolorendone il colore, dimentichiamo cosa sia il diritto alla differenza.

In Turchia viene soffocato il Gay Pride e a chi pensa che questa cosa non lo riguardi, che riguardi solamente chi è omosessuale, rispondo che il Gay Pride ha il ruolo fondamentale di perorare la causa di tutti.

Portare un messaggio, e farlo con la libertà di scegliere un modo sobrio o eccentrico, è la base di una comune convenienza: quella di essere liberi nel primo stadio della vita, quello della propria natura personale.

Sentire un uomo colto e intelligente parlare di femminismo è emblematico di come le lotte di un genere servano a garantire i diritti di tutti quanti, anche di quelli che non vi appartengono.

Abbiamo bisogno di femminismi perché la nostra identità democratica viene costantemente minata da chi mette in discussione le brutture di un’epoca che ha segnato fortemente la nostra identità.

C’è la necessità dell’aggregazione per la salvaguardia di un genere perché l’abominio e il sopruso, in tutte le storiche persecuzioni e schiavitù, ha lasciato tracce che dolgono ancora.

Perciò, quando qualcuno nega la necessità delle esternazioni, quando svilisce un messaggio, tacciandolo di polemica o ossessione, ribadiamo il concetto che per essere liberi, oltre ad accettare la libertà altrui, dobbiamo ricordarci da dove arriva quella acquisita.

Dobbiamo essere neri, donne, ebrei, omosessuali, anche se non lo siamo; documentarci se non sappiamo; armarci di quella conoscenza che serve per mantenere saldo un comune senso di democrazia.

Quando pensiamo che il femminismo sia il funerale dei ruoli previsti dalla società, che il Gay Pride celebri la trasgressione, che qualunque marcia contro il razzismo voglia minare il sentimento identitario di Nazione, cadiamo nella rete dell’ignoranza che è il destino peggiore dell’uomo.

 

Patrizia Ciribè