Patrizia Ciribè, autrice di romanzi, getta un occhio sulla società attuale con la rubrica La Pat zone.
Il suo amore per la letteratura classica; per i vecchi film; per tutto ciò che è vintage, sono elementi che agevolano la sottolineatura degli annosi contrasti tra ciò che è, e ciò che abbiamo lasciato indietro. La sua propensione a spogliare le miserie quotidiane da quel che, attualmente, patina il mondo, è il veicolo per viaggiare nelle zone represse dell’animo umano.

La morte della coppia in una strana fusione: la famiglia coniugale

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«Mamma, stasera mangiamo i ravioli?»

Nulla di strano in questa domanda, se non fosse che a pronunciarla non è uno dei figli urlanti della donna, ma suo marito.

«Si, papà, stasera ravioli e per domani ho preso gli gnocchi», risponde lei, chetando i due marmocchi che le girano attorno.

È estate, dunque, in coda al banco formaggi del supermercato, queste frasi mi suonano folli. E non solamente per via dello strano modo -“ammazza libido”- col quale i due adulti si appellano reciprocamente; anche per via di un regime alimentare che, con 35° e il 90% di umidità, mi pare a dir poco folle.

La coppia continua questo dialogo, fondato su nuovi ruoli che hanno assunto, forse dimenticandosi di essere una coppia.

Anche mia madre, quand’ero una bambina e le domandavo qualcosa, era solita rispondere «chiedilo a papà», e lo stesso faceva mio padre. Quella di rimbalzarsi le decisioni è una prerogativa genitoriale direi irrinunciabile. Ma non li ho mai sentiti parlare fra loro come fossero tutt’uno con noi figli.

Forse, se lo avessero fatto, avrei creduto che fossimo, ognuno, il quarto esatto di un nucleo egalitario; che non esistesse una loro vita al di là di là di quella che condividevamo come famiglia.

Vivaddio, è sempre stato molto chiaro per noi figli che, al di fuori del nostro ménage familiare, ce ne fosse un altro, composto da due persone, privato e inviolabile da parte nostra.

Ma tornando alla “nostra” famiglia coniugale: la mamma cede alle richieste di uno dei figli che, mentre la donna parla di ravioli e gnocchi con il marito, le tira l’abito agguantato dall’orlo, piagnucolando richieste inverosimili.

Faccio un piccolo inciso: forse i fanatici della famiglia tradizionale, invece che prodigarsi per difendere la presenza di due adulti di sesso differente, dovrebbero farlo affinché si preservi la coppia all’interno della famiglia; una vera coppia formata da due adulti –non importa di che sesso- che si ricordino di essere tali. Infatti, l’unica certezza che ho, da acerrima nemica di qualunque livellamento personale, è che ogni nucleo, grande o piccolo che sia, debba difendere le differenze e le necessità individuali dei suoi componenti.

Ma nuovamente tornando alla scena corrente: per me, voi donne con figli e lavori, siete delle figure mitologiche: vi guardo destreggiarvi, mentre fate la spesa e rispondete a ogni domanda vi venga posta, e chetare ogni alterco tra i figli persino dopo una giornata in ufficio.

Vi osservo mentre siete in coda alla cassa, immaginando che stiate andando a preparare la cena. In fondo, la famiglia italiana non cambia: è ancora quella degli anni Cinquanta, con la sola variante che le donne, oggi, lavorano anche fuori casa.

E mi viene in mente quella proposta che, di tanto in tanto, riaffiora tra i governi che si alternano: la pensione alle casalinghe.

Così il mio pensiero viaggia e mi domando che tipo di pensione dovrebbe percepire una donna che si destreggia tra casa, lavoro e figli e che non può permettersi aiuti domestici. E concludo che, se le casalinghe devono avere una pensione, le donne che lavorano anche fuori casa dovrebbero godere di sontuosi vitalizi.

Si, rifletto -mentre guardo la donna che prende il figlio in braccio e risponde al marito che pare un terzo bambino-, “una bella pensione d’oro alla signora che schiocca un bacio sulle labbra del figlio”. E penso quanto, ancora oggi, mio padre si schermisca mentre gli accarezzo la barba.

Torno così a osservare certi meccanismi che mi suonano strani, e un po’ invasivi di un territorio di antichi pudori, di sfere private e inviolabili per noi figli.

Penso, mentre la coda avanza lentamente, ai baci sulla bocca dei miei genitori, al loro mondo fatto di una complicità meravigliosa che, sanamente, ci escludeva.

Mai ho saputo quanti soldi avessero, credo di non aver neppure capito, sino a una certa età, che fossero pochi. Avevo quel che avevo, come la maggior parte dei miei coetanei. Di certo sapevo che c’era in casa mia uno schieramento composto da due persone, sempre solidali e coi loro segreti.

Oggi, anche per lavoro, mi trovo davanti famiglie in cui i figli, ancora bambini, vengono messi al corrente di tutto, anche dei patrimoni familiari. I baci sulla bocca non sono più un’esclusiva tra i genitori e neppure lo sono le parole “ti amo”.

Poi mi imbatto in due coniugi che tra loro si chiamano “mamma” e “papà” e, scusate, mi assale un’amara tristezza: dov’è finita l’intimità tra un uomo e una donna? Dov’è quel rapporto esclusivo fatto di una gestualità e di un gergo adulti? Davvero, essere genitori oggi, significa creare una sorta di democrazia familiare; un nucleo dove tutti si amino allo stesso modo e dove l’esclusività di un rapporto adulto venga distrutta da una sorta di strano livellamento?

Mi è difficile comprendere dove vadano a finire i confini di una sfera personale che non solo necessita dei propri misteri, ma anche di un sacro e inviolabile gergo!

Perché, rinunciare alla coppia all’interno della famiglia, come se questa fosse una piccola società fondata sulla democrazia, è come rinunciare a essere adulti.

“Mamma, e se domani facessimo le braciole sulla griglia?”

Dopo quest’ultima domanda, smetto di pensare. Rido fra me e me mentre mi auguro, per la loro felicità coniugale, che questo gioco di ruolo abbia, seppur improbabili, risvolti piccanti!

Sono o non sono un’inguaribile ottimista?

Patrizia Ciribè

 

 

La sintesi della vita

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Conosco Said da quand’era poco più che un bambino. Mi chiama zia, credo perché tutte le volte che lo incontro gli chiedo cose della sua vita delle quali non gli va di parlare. Gli chiedo perché non vada a scuola, dove siano i suoi genitori, con chi abiti, e tutto ciò che mi viene in mente vedendolo girare da solo con la sua borsa sulla spalla.

Sono anni che gira sulle spiagge della Liguria e anche per i negozi e gli uffici a piano strada. L’ho visto davvero crescere e diventare un ragazzo.

Non vuole essere tutelato, gli piace la sua indipendenza; non è neppure maggiorenne ma parla come fosse già un uomo, solo con un velato infantilismo. È come se, in alcuni momenti, si dimenticasse di essere troppo grande per dar retta agli adulti e tornasse bambino.

Forse è per via dell’entusiasmo che nemmeno quella sua grama esistenza ha mai sconfitto. Perché, quando un adulto lotta quotidianamente con precarietà e brutture, la vita, pian piano, gli scivola via dallo sguardo. Invece, gli occhi di Said, grandi e neri, luccicano di un’euforia ancora infantile, come se, da qualche parte, ci fosse ancora un bambino.

È educato in modo incredibile se si pensa che vive solo. Le cose che so di lui non sono molte, quelle poche che mi ha raccontato rispondendo alle mie domande. Non gli interessa andare a scuola, dice di sapere già tutto quello che gli serve per vivere. Io insisto su questo punto, perché è un ragazzo davvero molto intelligente, parla un italiano perfetto e utilizza i verbi meglio di tanti ragazzi italiani di nascita, anche più grandi di lui.

Vive in una stanza in affitto in un quartiere popolare di Genova, “Zia –mi dice- c’è un brutto ambiente là, non come a Santa Margherita. Là bisogna stare attenti”. Quando gli chiedo come mai sia solo, dove sia la sua famiglia, se non ci siano assistenti sociali a occuparsi di lui, mi risponde che preferisce essere indipendente.

Lo dice con un motto di vanità, pavoneggiandosi, con quella stessa convinzione con cui gli adolescenti pensano di sapere già tutto. Come se quell’andirivieni sui treni, sulle spiagge, per le strade, per tornare nella sua stanza e non dover rispondere di niente a nessuno, fosse tutto ciò che desidera. Come se il fatto di averlo già realizzato lo rendesse invincibile.

Mi racconta che prima viveva con lo zio, ma che, dopo l’ennesimo litigio, ognuno è andato per la sua strada. Me lo racconta con una leggera reticenza, come se non volesse svelarsi troppo ma anche come se mi stesse studiando e cercasse di capire cosa io pensi. Ha in quello sguardo prima cent’anni, poi quattro; queste due età si alternano nei suoi occhi in un modo doloroso, a tratti canzonatorio.

In fondo capisco che sa molte più cose di me su come sopravvivere, su quale senso rudimentale ci sia nella vera esistenza. Dall’altro lato comprendo che le mie preoccupazioni, per lui, suonano buffe e noiose.

Insisto sugli assistenti sociali e allora mi racconta che c’è qualcuno che ogni tanto lo controlla, qualcuno a cui si può rivolgere. Ma poi aggiunge che non ha bisogno d’aiuto. L’orgoglio che c’è in questa frase, il modo sicuro con cui fa questa affermazione, mi fa capire che, invece, non c’è proprio nessuno.

Vorrei dirgli che ci sono molti pericoli per un ragazzino come lui, un ragazzino solo e senza tutela. Ma mi rendo conto che mentre io non ho visto nulla che lui non abbia già visto, al contrario lui sa già tutto quello che mi preoccupa del mondo.

E in questo c’è molta tristezza, non solo per la sua infanzia perduta, ma anche per quella specie di rassegnazione che, in lui, ogni tanto si tramuta in sprazzi di una gioia insensata.

Sa che gli compro sempre qualcosa, o che pure gli regalo un soldino. Non insiste, è dignitoso e, con quella strana aria da adulto, mi fa sempre questa domanda: “Zia, come va il lavoro?”

Una volta mi chiese come mai non avessi dei figli e non sembrò credere alla mia affermazione di non averne fatti volutamente; come se non gli balenasse nella mente la possibilità che la vita a un certo punto si fermi, che non si tramuti in altra vita.

Come se la sua esistenza, persino se indigente e dura, gli insegnasse costantemente che non c’è alternativa alla riproduzione. Come se in quel suo errare per le vie ci fosse un atto preistorico, quello della caccia e della sopravvivenza della specie.

E non è che io non creda alla sopravvivenza. Di certo, però, lui ci crede di più, e, in quella sua vita fatta dell’indispensabile, di una solitudine in cui ha imparato a procacciare il suo cibo, ha al contempo trovato un gusto ancestrale dell’esistenza.

C’è come una volenterosa e consapevole ignoranza in lui, come se sapesse di non conoscere molte cose, ma ritenesse di aver imparato quelle che lo aiuteranno a fare ciò che è importante.

E, in quella determinazione, ritrovo un aspetto antico che traballa tra poco e niente, esattamente come immagino che fosse la vita di un tempo per i miei avi.

Allora penso che per molti la vita è già ricca quando riescono ad avere davanti a sé uno spiraglio, che in quella giovane e incosciente età appare come l’unica vera meta.

Forse la sintesi della vita è vivere, così come fanno gli animali seduti sulle pietre, in una radura, mentre guardano l’eternità che muore e nasce senza tramutarsi in tragedia.

Patrizia Ciribè

 

Salviamo il romanzo dal suo lento declino: leggiamo i classici

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Come si fa a scrivere un romanzo, anche solamente accettabile, se non si leggono, e non si sono letti, i grandi romanzi?

Questa è una domanda che mi faccio spesso davanti a pseudo scrittori che, nonostante tutto, si sono guadagnati una qualche credibilità.

Il punto, nella ricerca di un livello accettabile di scrittura, è appunto nella ricerca.

Il fatto o meno di riuscire nell’intento non è in alcun modo legato al successo di un libro: quando mai l’apprezzamento popolare ha evidenziato lo spessore di un’opera? Raramente.

Non che la gente sia incapace di riconoscere la bellezza. Solamente, spesso, per la gente, la bellezza risiede in ciò che è semplice da cogliere. Questo per via di una sorta di pigrizia che, aimè, è proprio tipica dell’attuale ricerca di intrattenimento.

Sempre più è destinata a spezzarsi quella linea di conduzione che tramanda il livello di ogni cosa. L’impoverimento di qualunque espressione artistica, quella ritenuta indirizzabile alla media della gente, è il risultato di un appiattimento che non è più proprio solamente di chi ne fruisce ma anche di chi, attraverso le pubblicazioni, le tramanda.

Con più l’autore si allinea a ciò che viene chiesto, a una spensieratezza necessaria per il comune lettore, tipica di una generazione senza impegni intellettuali, con meno la sua ricerca avrà uno scopo accettabile.

Con meno sarà accettabile il risultato per i canoni letterari di un tempo, che sono gli unici rimasti come indicativi di una scrittura colta. E con il termine colta non mi riferisco a una correttezza grammaticale, che vorrei fosse implicita, ma a uno spessore che concili la leggibilità con il costrutto.

La domanda sbagliata è sempre: Ha venduto il tal libro? E, si sa, quando la domanda è sbagliata, la risposta, di certo, non può aggiustarne le sorti. Questo, a meno che, chi risponde, non abbia altre aspettative, e non scollini da quella convinzione per cui il best seller sia la meta letteraria di un vero romanziere.

Già, perché la meta di un vero romanziere non esiste. È un’utopica frontiera per chi, scrivendo, cerchi business e gloria. Perché, lo dico senza mezzi termini: cercare di scrivere un buon romanzo è in realtà molto più difficile. E diventa impossibile se nemmeno ci si prova, se si scrive quello che piace alla media dei lettori e, soprattutto, se non si leggono romanzi veri.

La riuscita è sempre molto opinabile, lo è per chiunque e lo è stata persino per scrittori come Montale, Mark Twain, Hemingway, Tolstoj. Ma il tentativo è essenziale. Questo perché un romanzo, per fregiarsi di essere tale, deve contenere al suo interno almeno quel tentativo.

Sono tanti quelli che sono riusciti nell’intento di diventare romanzieri, riconosciuti autorevolmente, soltanto dopo essere morti o esserci andati vicini. E questo perché divenire romanzieri, scrittori, è un’operazione che può richiedere una vita intera, gran parte della quale spesa leggendo le cose giuste.

Parlando del mio secondo romanzo con un appassionato lettore, anche di letteratura classica, un intenditore devo dire, tra tutte le cose che mi ha detto, molte delle quali positive e alcune più critiche, ce n’è stata una solamente per me essenziale: ”Si vede che vuoi fare letteratura”.

L’intenzione, la ricerca, in ogni ambito espressivo, ma anche d’altro tipo, è alla base di qualunque anche parziale riuscita. Senza il tentativo, la volontà, ma soprattutto senza aver consumato la consistenza di ciò a cui ci si ispira, non esiste risultato, neppure parziale.

Ed è per questo che il romanzo attuale, spesso, si fregia di essere tale senza in realtà contenerne neppure il tentativo: perché se manca la radice di romanzo, se manca la sua impostazione e la ricerca della sua consistenza, il romanzo, semplicemente, non c’è.

Il vero problema, quello che osteggia la ricerca, è la mentalità attuale che punta solamente a un qualche risultato che sia socialmente accettabile. Quindi, in un mondo dove gli pseudo rapper vendono milioni di dischi e i veri musicisti si esibiscono davanti a mille persone, i risultati socialmente accettabili sono, ovviamente, assai discutibili.

Patrizia Ciribè

 

 

 

La spiaggia come spaccato sociologico dell’umanità.

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Eccoci qui, con un’estate tardiva e intervallata da varie perturbazioni, sulle spiagge italiane. Comincia l’immersione nei discorsi della gente e nelle loro strane abitudini.

Per chi, come me, vive al mare, e ama passare del tempo in spiaggia, ma allo stesso tempo è animato da uno spirito per certi versi eremitico, è possibile adottare degli stratagemmi.

Il mio preferito è munirmi di cuffiette e arrivare al mare insieme agli anziani, in quelle ore in cui la gente più molesta giace a letto, ancora incastrata nelle lenzuola.

Ma questo metodo di isolamento non garantisce di osteggiare gli spaccamaroni che, attenzione, sulla spiaggia danno sempre il meglio di loro.

Sono anni che lo dico, la dimensione della spiaggia è un po’ come quella della home di Facebook: puoi vedere di tutto, anche cose che mai avresti immaginato esistessero. La cosa peggiorativa della spiaggia, rispetto al social network, è che non si può levare il volume.

Mentre puoi scorrere la tua home senza sentire nulla –grazie al cielo- delle canzoni condivise, dei video più aberranti, di quelle terrificanti dirette che, sino a qualche tempo fa, erano diventate virulente, sulla spiaggia l’audio è sempre al massimo.

Il mare d’estate è come un mercato dove la gente, nella sua opulenza, magrezza, bellezza, bruttezza, e in barba a ogni buon senso, dà il meglio e il peggio di sé, senza esclusione di colpi.

E più le ore avanzano verso il momento del pranzo, più la spiaggia trasuda persone che, ogni volta che ti alzi per andare a fare una doccia o un tuffo in mare, fanno come i pani e i pesci e si moltiplicano a dismisura.

Anche le cuffiette hanno i loro limiti: persino se ti spari la musica a palla dentro la Tromba di Eustachio sentirai uno starnazzare scomposto e molesto arrivare dal sottofondo.

Ma la cosa che, più di tutte, condizionerà la giornata in spiaggia sarà la statistica: quante probabilità ci sono che, su una superficie di seimila mq., su cinquanta persone, sparse qua e là, le cinque più fastidiose capitino proprio vicino a te?

Calcolate pure questa probabilità, ma sappiate che, anche se il risultato fosse di una su un milione, la realtà è come un grande magnete che le attrarrà tutte e cinque nel vostro cerchio vitale, a circa un metro dal vostro lettino.

Oggi è stata una di quelle giornate. Vado così, per non farvi sentire soli mentre ripensate alla visione di bocche che mangiano ogni genere di cosa; ai lamenti di mariti alle mogli, di mogli ai mariti; di amiche e amici che si lamentano delle mogli e dei mariti, a raccontarvi dei fantastici cinque che hanno allietato la mia giornata.

I miei auricolari, a un certo punto, si scaricano. Malnata tecnologia moderna che più le cose sono senza fili, più diventano attraenti! Resto così, in attesa che si ricarichino, in compagnia del solo mio libro: amo leggere e ascoltare musica allo stesso tempo, soprattutto quando intorno a me regna il caos.

Rimango quindi con le orecchie nude, inermi rispetto ogni bruttezza acustica.

Toc, toc, toc, toc. Arriva questo battere di sasso sullo scoglio, come un picchiettare isterico, o di bambino capriccioso o di picchio dal becco di pietra. Ma non ci sono picchi in spiaggia, che io sappia (tantomeno con il becco di pietra), quindi propendo per la prima.

La mia Elsa (Morante) mi aiuta ad allontanare quel picchiettare ritmico, regolare, che, tant’è, rapisce qualcosa nel mio cervello, trasformandolo in potenziale violenza.

Il picchiettare si unisce a frasi scomposte, che sembrano quelle che potresti sentire nel reparto psichiatrico di un ospedale:

“Come mai a te non ho mai fatto il solletico? L’ho sempre fatto alla Gaia, al Dani, ma a te mai”.

L’altra, destinataria dell’assurda conversazione, ovviamente non risponde. Fa una specie di grugnito, appena da far capire di essere una femmina: un grugnito “di donna”, diciamo.

“Ecco perché –continua il folle, pur non ricevendo nessun interesse- perché facevi sempre quello che volevo io”.

Quell’io comincia a spadroneggiare nel monologo: “io so bene la grammatica perché alle elementari ero bravissimo; io facevo fare a tutti quello che volevo, e a quelli che non volevano farlo facevo il solletico; alle medie mi hanno detto che tutte le scuole superiori erano uguali, che avrei potuto scegliere quella che volevo, ma io ho scelto il linguistico”. E tuc, tuc, tuc, tuc continua lo spaccamaroni, mentre alla conversazione di lui si aggiunge una voce adulta.

L’uomo decanta l’auto appena acquistata –un suv della Honda (piccolo inciso: ormai la gente ha macchine talmente grandi che la casa e il garage, in quanto a metratura, se la giocano), attenzione, non a chilometri zero, ma appena immatricolato- per la quale ha risparmiato addirittura seimila euro.

“Seimila?”, chiede una voce di donna tra lo stupore e la meraviglia (costei non parlerà più nella nostra storia, farà come l’altra giovane ragazza che scompare dalle scene fingendosi morta).

Al che decido di guardare a chi appartengano codeste voci squillanti e fastidiose, mentre il tuc, tuc, tuc, tuc, continua regolare.

Seduto sullo scoglio c’è un ragazzetto brufoloso con il viso che somiglia a quello d’una cornacchia. La mano nervosa batte un sasso sullo scoglio mentre dice cose che non interessano a nessuno. Infatti, la ragazza di poc’anzi, stesa sul lettino, quella che prima ha grugnito, ora tace. Il padre di lui, che ha la stessa ossatura da volatile della malasorte del figlio, in un accento da lega nord tipico delle nostre spiagge di riviera, comincia a parlare di un paesino dove la gente è molto umana:

“La gente ha un’umanità in quel posto, come mi piace andare lì –probabilmente, penso, il turismo in Liguria riaccende sempre quella malinconia per la gentilezza che non posso che, in parte, comprendere. Sai -non so a chi stia parlando dato che nessuno lo ascolta-, lì, non ci sono gli stranieri, c’è solo gente brava, umana, gente come si deve. Lì, gli stranieri non ci arrivano nemmeno, lì, loro, li fanno camminare come treni!”

Il loro si riferisce alla gente brava di cui sopra. Ma a nessuno interessa né della brava gente, né degli stranieri e il tuc, tuc, tuc, tuc continua regolare come la lancetta di un orologio a parete, acuita dal silenzio della notte.

Ma attenzione, il ragazzino annuncia che andrà a fare il bagno.

“Evviva!”, esclamo ad alta voce, rilassandomi nuovamente sul mio lettino.

Tutto tace intorno a me, finalmente. Anche il padre s’è chetato, forse pensa all’auto nuova, alla brava gente che “gli stranieri col cavolo che entrano”. Tant’è che per un breve, ma intenso, spazio di tempo, tutto si placa.

Ma il silenzio viene infranto da tre nuove voci, di femmine rumorose.

Guardo i miei auricolari e la luce del caricatore è, aimè, sempre rossa.

Intanto le tre ragazze si sdraiano davanti a me. Sono giovani e graziose, e sul corpo hanno una chilometrica circonvallazione di tatuaggi e unghie laccate.

Iniziano a starnazzare cose tipo:

“Raga, si annuvola tutto, belin raga, portiamo sfiga, ogni volta che arriviamo in spiaggia piove!”

Al che penso che, belin davei, sarebbe meglio starsene a casa invece che disperdere la propria iattura in giro per il mondo. Ma comunque, cari i miei lettori, in caso ve lo steste chiedendo, a un certo punto piove.

“Belin, raga, portiamo davvero sfiga!”

D’un tratto, sotto questa nuvola di fantozziana memoria, arriva un tizio –che nei cinque non avevo calcolato- dice cose in uno slang che vorrei tanto riproporvi ma non ne ricordo neanche una. Viaggio sempre con un blocchetto (ho la sindrome di G. G. Marquez -ma senza il suo genio- e mi appunto le cose che scivoleranno via dalla memoria, come fa l’acqua dal vaso bucato) ma aimè non oggi. Ma comunque parla dei seni delle sue tre amiche, facendo loro osservazioni che non capisco se siano complimenti o offese: è uno slang troppo serrato, l’accento è quello del posto, ma francamente sono troppo anziana per cogliere certe sfumature.

Il tizio è un ragazzo che, al pari delle altre tre, ha circa venticinque anni. Sta in piedi vestito, con le fattezze di un grasso pupazzo e quel viso comico tipico di chi è destinato solamente a far ridere le amiche carine. Le intrattiene parlando d’una terza, comune conoscenza che “non ha più tette, tanto è diventata secca, e poi ha dei capelli assurdi!”.

“Già, capelli assurdi”, dice una delle tre. Ma il punto focale della conversazione sono “i seni della secca”. Già, perché una delle ragazze, su Facebook, ha visto un suo selfie, e la tizia pareva avere “due bocce!”. “Ma va -dice lui- abbiamo preso un caffè insieme ieri e di bocce non ne aveva, a parte un brufolo sul naso che stava per esplodere”. Esplode la risata, l’amico, tronfio e soddisfatto, ha fatto ridere le amiche. Vorrei dirgli che tanto non gliela daranno comunque, nemmeno fra un milione di anni. Ma è giusto che impari da solo a chi destinare le proprie attenzioni, magari, per la legge dei grandi numeri, alla “secca senza tette” derisa poc’anzi.

Guardo la custodia dei mie auricolari e la lucina è blu. Sono salva. E il sole torna a splendere.

 

Patrizia Ciribè

 

 

Il miraggio del bambino salvatore del mondo.

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Oggi farò arrabbiare alcuni di voi, lo so. Non importa, perché ogni volta che mi accingo a scrivere il mio articolo, mi riprometto, per prima cosa, di essere onesta. Di dire le cose che penso, pena persino un po’ di risentimento da parte di chi legge. In fondo, se scrivere serve a qualcosa -in un mondo in cui la gente legge quattro parole al giorno, purché siano abbastanza grandi da non affaticare la vista-, è senz’altro a esprimere un pensiero sincero.

C’è questo mondo moderno in cui viviamo, nel quale ci troviamo a disporre di una tecnologia cresciuta in maniera esponenziale; talmente, da lasciarci quasi ignari del suo riprodursi in apparecchiature sempre più sofisticate, che utilizziamo, a tutte le età, quasi come fossimo talmente evoluti da comprenderne lo sviluppo.

C’è un aprirsi di frontiere –oggi sta diventando un chiudersi, ma questo è un altro discorso- che ci porta a contatto con realtà di cui non sappiamo nulla. Di nuovo, raramente ci interroghiamo su qualcosa, semplicemente continuiamo a barcamenarci, schivando gli ostacoli e facendoci poche idee su ciò che veramente accade.

 

Abbiamo le zone ecologiche, lo smaltimento e il riciclaggio di nuova generazione, ma la spazzatura, persino nelle città d’arte, o in posti elitari e turistici della riviera, per qualche strana ragione, si accalca ovunque.

Abbiamo famiglie smantellate, che crescono con fratelli e fratellastri, si adeguano ai nuovi ritmi del nucleo moderno, ma non sappiamo accogliere questa modernità se non per chi riteniamo abile al ruolo di genitore.

Siamo avanti in questo mondo, che, forse, cerca la denuclearizzazione, impauriti dall’eventualità di una guerra, ma anche, costantemente vittime del nostro odio, sul quale quasi mai ci interroghiamo e lo riversiamo addosso a chi riteniamo causa di questo senso di soggezione; di questa nostra incapacità di essere un po’ felici, e godere della vita che abbiamo. Godere del solo fatto di vedere, parlare, camminare. Tutto questo dovrebbe essere moltissimo, ma noi non lo vediamo, almeno sino a che qualcuno non si ammali e inizi davvero a capire cosa siano le difficoltà.

Abbiamo un libero arbitrio, la possibilità di scelte incredibili sino a qualche decennio fa. Soprattutto, noi donne abbiamo possibilità nuove che non riusciamo a vedere, neppure se in mano, in meno di dieci anni, abbiamo apparecchiature che ci consentono cose inverosimili. Perché la modernità della tecnologia non dà contezza di ciò che ci attraversa, e questo, secondo me, è il suo più grande limite.

Continuiamo ad avere orologi biologici, a sentire quel campanellino del tempo residuo, che spesso viaggia più veloce, e con maggior convinzione, del desiderio di maternità. Che oggi latita tra le donne, anche quelle che, questi figli, li hanno voluti, ma di essi si sentono solamente le schiave, detentrici di un’abnegazione forzata che pare ancora quella degli anni ’50.

Sto guardando una bellissima serie tv, di quelle che scuotono l’equilibrio, evidenziando le pecche della società attuale. E in essa riconosco quello stesso tallone di Achille che anima da sempre il mondo, tenendo le donne sotto scacco per scarsa sicurezza, senso di inadeguatezza, carenza di autostima: la maternità a ogni costo.

La serie si intitola Handmaid’s Tale. È costruita in una realtà distopica -che potrebbe ricordare il periodo nazista- dove la Terra, essendo malata, rende le donne sterili. Già, le donne, perché esattamente come nel passato, pensare che l’uomo sia sterile è commettere peccato. Quella ammaccata è sempre la donna, ovviamente. Tutte le donne fertili vengono rese schiave, ma protette da una sorta di gabbia del terrore, affiancate alle famiglie privilegiate per dare loro dei figli.

Ora, come diceva la mitica nonna Terre, riferendosi a qualcosa che accadeva nei film, e che noi ragazzine prendevamo eccessivamente sul serio: “è un cine!”. Però, a ben vedere, pure nella realtà, in questo affanno alla maternità, in questo privilegio, che pare quasi ultraterreno, di procreare, non è mai implicita la scelta più automatica: quella di non farlo. Certo, potrete scegliere di non procreare, ovviamente, ma non pensate di essere viste come donne normali. In molti si interrogheranno: se, guardandovi, vi considereranno troppo bellocce per non essere state in grado di trovare uno straccio di uomo che vi ingravidasse, penseranno che siate delle poverine con problemi di sterilità.

Intendiamoci, nonostante io figli non ne abbia, e non per una privazione divina ma perché, scientemente, ho scelto di non farne, adoro i bambini. Li adoro in quello stesso modo in cui si amano gli esseri incolpevoli, come gli animali per esempio, o anche quelle anime pulite che per qualche ragione, magari pure patologica, hanno mantenuto il candore iniziale.
Ma, guardando sempre molto avanti nel tempo, un po’ per prudenza e un po’ per eccessiva immaginazione, ho avuto chiaro molto presto che, pure Totò Riina, era, a suo tempo, un bambino caro a mamma sua. Quindi, se il vostro intento è quello di salvare il mondo, potreste rimanere parecchio delusi!

Il mio discorso non vuole svilire nulla di questo fantastico mondo dell’infanzia e, men che meno, l’attrattiva verso la sfera neonatale che così tanto accentra su di sé la convinzione di essere donne.
Ma, in questo grande dono celeste della possibilità di essere gestanti della vita futura di qualcuno, è contenuto anche quello di scegliere di non esserlo.

E invece no, il mondo si genuflette davanti al bambino, come fosse ancora quello che dormiva nella paglia, scaldato dal fiato del bue e dell’asinello. I governi intimano la necessità di un aumento demografico (però questionano sulla possibilità di riconoscere la cittadinanza ai nati in Italia da famiglie straniere) come se la civiltà non fosse quella di scegliere se sia il caso di riprodursi, ma di mandare avanti la specie, a qualunque costo.

In tutto questo, vedo un regredire costante, davanti a cotanta modernità, di questi ruoli così tanto preservati dalla convinzione comune; queste donne ancora sole nel crescere gli uomini di casa, marito compreso, salvo poi lamentarsene come fosse un castigo divino.
E allora mi domando: quand’è che sceglieremo sulla base di ciò che siamo, invece che definirci allineandoci alla volontà comune? Quando l’individualità, invece che un gioco di edonismo e vanità, sarà considerata il privilegio di scegliere sulla base di noi stessi? Quando smetteremo di sentire i campanelli biologici e lasceremo che, il desiderio di maternità, arrivi naturalmente, senza accanimenti, o che non arrivi affatto, accettandone l’assenza non come un castigo, o una vergogna, solamente come possibilità di essere altro: noi stesse, magari.

Patrizia Ciribè

Il linciaggio mediatico: la nuova frontiera dell’odio.

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Ho parlato spesso, nei miei articoli, della cultura dell’odio. La cultura dell’odio nasce dall’incultura, dalla mancanza di dedizione per qualcosa di consistente.

L’attrazione verso un tipo di informazione veloce, spizzicata, fatta di citazioni tratte da libri mai letti e titoli acquisiti come fossero verità, è sinonimo di una forma diffusa di arroganza che è quella di pensare di conoscere qualcosa di cui in realtà non si sa nulla.

Avevo già parlato, per esempio, di quella frase, di Dostoevskij, “La bellezza salverà il mondo”  tratta dal libro “I fratelli Karamazov” che in una pubblicità veniva spacciata come affermazione, come pensiero personale del grande scrittore. Chi la citava, non avendo, evidentemente, letto il libro, non sapeva che quella frase era una piccola parte di una riflessione complessa su Dio. Infatti, non era un’affermazione, bensì una domanda sulla sua esistenza e sulla sua capacità di salvare gli uomini da loro stessi.

Ma il fatto è che, alle persone, per essere convinte di sapere, basta pochissimo: le immagini di un matrimonio per sapere se gli sposi sono felici; una frase citata, con la foto dell’autore, per conoscere la sua bibliografia e, più grandemente, il suo pensiero; il titolo di un articolo per comprenderne il contenuto; le disavventure di un personaggio per essere edotti sulla sua vita.

Questo meccanismo di fasulla erudizione, sia su argomenti di spessore che su altri più frivoli, porta la gente a una forma di presunzione che, se per certi aspetti, ispira pure compassione, per altri è molto pericolosa.

Per esempio, in occasione dei matrimoni Reali, o di quelli di personaggi più o meno noti, si notano sull’web strani campanilismi tronfi di un’ostentata conoscenza, basata sui rotocalchi. Migliaia di persone si accapigliano per sostenere le ragioni di uno o dell’altro, suffragate dall’espressione di pareri ai limiti della follia. Pareri che si fondano su ciò che si è letto in giro, su impressioni che, enfatizzate, diventano certezze, e infine conoscenza di quei personaggi come fossero amici o parenti.

Le fazioni si scontrano su questo o quel componente della famiglia Reale, parteggiando per l’uno o per l’altro sulla base di convincimenti assurdi, basati sul nulla. Stessa cosa nelle separazioni di coppie famose, si materializzano chilometri di post che esprimono solidarietà all’uno o all’altra, come se, quelle ragioni ostentate, fossero fondate su una conoscenza profonda di quelle persone e della loro vita.

Sino a qui, per quanto, certamente, in tutto questo si racchiuda l’emblema di una carenza di contenuti che caratterizza la nostra epoca -nonché una preoccupante frustrazione personale-, questi fenomeni di “culto del nulla” sono tutto sommato innocui.

Il vero problema è ciò che accade quando la presunzione di conoscenza di un fatto, o dei personaggi coinvolti, diventa un metodo per esprimere quella frustrazione in un odio estremo, distruttivo. Mi viene in mente la recente morte di Anthony Bourdain, compagno dell’attrice Asia Argento.

L’uomo, personaggio popolare e chef di successo, si è suicidato. Sull’web si è scatenato un linciaggio che, come bersaglio, ha scelto la compagna di lui: Asia Argento per l’appunto.

Ora, io di questa storia non so nulla, non sono un’appassionata di gossip e mi interessano personaggi perlopiù sconosciuti. Di certo, però, quando mi imbatto in commenti così laceranti, che approfittano delle debolezze di qualcuno, mi interrogo sia sulla natura di tutto quell’odio che sulla mancanza d’etica di chi lo esprime.

Ricordo anche il linciaggio di quella mamma che dimenticò la bambina in auto, causandone la morte e ogni genere di accanimento che, invece di essere comprensione delle umane miserie e debolezze, diventò esaltazione di una rudimentale pochezza.

Come in ogni società cattolica è sempre più spesso la donna a essere presa di mira e qui vige un retaggio che difficilmente ci scolleremo di dosso. Di fatto, la donna che denuncia dà sempre più fastidio e forse, nel caso di Asia Argento, il suo coinvolgimento nel caso Weinstein, la forza netta con cui ha reso pubbliche quelle molestie, ha minato ancor di più un’immagine, di per sé, già controversa.

Non so dire perché la forza sia vista come una colpa e perché certe fragilità, del tutto umane, diventino il viatico per la distruzione pubblica di qualcuno. Di certo, so che l’odio denota sempre una piccola mentalità che si fonda, senza tema di smentita, su un’informazione superficiale e su una presunta, personale onniscienza.

La gente legge robe di sfumature di grigio e rosso e poi cita Tolstoj, il tutto decontestualizzando frasi che, da sole, servono solamente come auto compiacimento; come esternazione di qualcosa che si è convinti di sapere, esattamente alla stregua di emozioni altrui che non si conoscono ma che ci si arroga il diritto di descrivere come fossero le proprie.

E il mondo va avanti a slogan, a frasi di rito, dietro una finta conoscenza fatta di scarne nozioni, che esprimono qualcosa di cui, in realtà, non si sa nulla.

Perché leggere le trecento pagine di un classico quando su internet se ne trovano le citazioni? Perché esimersi dal colpevolizzare una donna, quando su internet abbiamo immagini di lei tossica, ammaccata, disastrata?

Così ragionano i cultori dell’odio e delle citazioni sterili. Gente che, aimè, poi vota e si riproduce.

Patrizia Ciribè

 

 

 

Addio al nubilato e altre usanze tribali.

gallery_fun-miss-havishams-on-the-tube-drama-3 (Invasione di mrs Havisham -C. Dickens- a Londra)

È periodo di matrimoni sul pianeta Terra. Gli amori trovano il loro coronamento nella liturgia, anche per quelle persone che non mettono un piede in Chiesa da quella volta in cui presero la Cresima.

Quasi nessuno sceglie il matrimonio civile, considerato troppo semplice, breve, forse non abbastanza vincolante. Eppure, sono proprio gli articoli del Codice Civile a sancire il vincolo matrimoniale.

Ma non sottilizziamo. Nonostante, in generale, la gente sia spesso incapace di assumersi un impegno, anche il più piccolo, è invece pronta a giurare davanti a Dio cose indicibili.

Per esempio, ho sentito donne, nella vita abituate a camminare sopra la testa di chiunque, promettere di assoggettarsi al marito e riverirlo per l’eternità; uomini, totalmente incapaci di assumersi la minima responsabilità oltre ai due mesi di tempo, giurare eterno amore e fedeltà. E il tutto senza nemmeno ridere, ma anzi contriti in un’espressione solenne e commossa, talmente credibile da meritare l’Oscar.

Lasciamo poi perdere il velo bianco, simbolo di purezza, e, al contempo, i bambini, già in età scolare, che portano le fedi dei loro genitori sino all’altare.

Insomma, io con queste “robe di Chiesa” non ci trovo mai il verso: i divorziati sono banditi, scomunicati, ma quelli che si presentano con i figli già belli e confezionati, invece, sono accolti e benedetti.

Sono storie che sfuggono alla mia comprensione quindi, come disse mio padre da bambino, quando sua madre cercava continuamente di convincerlo a farsi prete: ”Basta chiacchierare di preti!”.

Intorno al matrimonio, e non solamente quello religioso, ruotano tutta una serie di usanze tribali che non posso che definire raccapriccianti.

Per esempio, vogliamo parlare del lancio del bouquet? Allora: persino alla soglia del Duemilaventi, in questo rito arcaico, tutte le donne che non sono sposate si raccolgono intorno alla sposa per contendersi quegli stramaledetti fiori.

La scena è la metafora di un antico retaggio che andiamo ad analizzare: la sposa, fortunata per essere riuscita ad accaparrarsi uno straccio di uomo con cui mettere su famiglia, lancia alle poveracce che ancora sono sole -oppure accompagnate a qualcuno che cercano invano di convincere a inginocchiarsi davanti a una folla festante per chiederle in moglie (questo è un altro agghiacciante rito tribale che ho già affrontato nel mio articolo “Il matrimonio moderno come modo per scongiurare l’anonimato” http://www.isavona.com/2017/10/03/il-matrimonio-moderno-come-modo-per-scongiurare-lanonimato/)- il suo mazzo di fiori. La più motivata -che neppure il ricevitore più bravo della Major League riuscirebbe a eguagliare-, ovvero quella che riuscirà ad accaparrarsi il sospirato bouquet della sposa, si sposerà entro l’anno.

Una donna sana di mente si sottrarrebbe a tutto questo, pure si vergognerebbe a lottare per strappare quel trofeo-della-scongiurata-zitellaggine dalle mani delle contendenti. Saprebbe che, soprattutto nel mondo attuale in cui a trent’anni la maggior parte delle ragazze l’hanno regalata a ogni uomo possibile, quel bouquet, in realtà, porta una sfiga tremenda! Infatti, quando il recalcitrante fidanzato guarderà la donna che dovrebbe sposare, mentre lotta come neppure Ringhio Gattuso a centrocampo, la mollerà alla prima occasione.

Ma, le donne che si assoggettano a questo genere di barbarie, non si raccontano mai il reale motivo della rottura. Prendono a pretesto ogni genere di diavoleria, ma nessuna di loro dirà la verità: “Guarda, mi ha vista mente tiravo una ginocchiata a sua cugina, per strapparle i fiori dalle mani, e si è preso paura”.

Però, l’usanza tribale, di quelle riguardanti il matrimonio, che credo sia la più avvilente è l’addio al nubilato.

Una volta, ovviamente, non esisteva. Era l’uomo che usciva con gli amici, si sbronzava, approfittava del meretricio offerto dai partecipanti e se ne tornava a casa pronto per immolarsi a quella specie di sacrificio umano che era il matrimonio.

In pratica, sposarsi rappresentava per la donna la botta di culo più eclatante della sua vita e per l’uomo un atto doveroso, alla stregua del richiamo alle armi; una di quelle cose dalle quali vorresti esimerti ma che, per essere accettato dalla società, non puoi svicolare.

Si spera che l’evoluzione porti sempre la gente a livelli più alti di consapevolezza; a ricercare le motivazioni di certe scelte non nei cliché sociali ma in sentimenti onesti mossi da quell’abnegazione naturale e spontanea che si chiama amore.

Col tempo, evolvendo la società, divenendo il matrimonio qualcosa di facoltativo, qualcosa di cui si può tranquillamente fare a meno senza incappare in giudizi vessanti, sarebbe stato naturale che il rito dell’addio al celibato venisse meno. E non solo per una presa di coscienza, in merito alla possibilità di scegliere o meno questo vincolo, pure perché la fedeltà non dovrebbe riguardare solamente il matrimonio ma tutta quella parte di vita comune che comincia agli albori di un rapporto.

In un mondo in cui è possibile stare soli senza essere additati, non ha senso legarsi a qualcuno senza rispettare quella monogamia che, tacitamente o meno, ci si promette sin dal principio. Questo, a meno che i due adulti della coppia non scelgano comunemente di impostare il loro rapporto su premesse differenti, comunque accettabili se rese note reciprocamente.

Ma invece no, nonostante il consolidamento di quella cosa denominata “libero arbitrio”, non cade in disuso l’addio al celibato: nasce l’addio al nubilato!

Come sempre, non sono le cose peggiori a lasciare il passo a quelle migliori ma il contrario. Non sono gli uomini a nobilitare se stessi attraverso la perdita di antiquati usi, ma le donne a scimmiottarli.

Così, siedi la sera a un tavolo con gli amici e vedi cortei di ragazze capitanate dalle designate spose. Generalmente, queste ultime, hanno in testa un velo e un’aureola fatta di piccoli falli di gomma. Cercano in ogni modo di divertirsi, di festeggiare degnamente l’addio a quel nubilato che sino a poche ore prima detestavano, preparandosi a immolarsi sull’altare del matrimonio.

Magari, sono io a detestare questo genere di strane aggregazioni di sole donne o soli uomini, così come odio tutte quelle aggregazioni che hanno come scopo qualcosa di ipocrita. Ma credo che, in fondo, provare a comportarsi sposando unicamente cose che abbiano quel po’ di profondità data da pensieri non vincolati a ogni sorta di cliché, darebbe aria nuova anche ai discorsi fra la gente.

Discorsi in cui la bontà è rappresentata da comportamenti che dovrebbero essere considerati nella norma; in cui le scelte diventano motivo di lamentela cinque minuti dopo averle fatte; in cui i matrimoni sono la festa dell’ostentazione più becera e quasi nulla c’entrano con il senso e lo spessore di una vita comune tra due sposi.

Vedi queste file di ragazze che in ogni modo cercano attenzioni tra la gente, trasformando qualcosa di privato, interiore, personale in una pagliacciata tristissima, come quei circhi poveri dove non va più nessuno.

E io, sempre, mi domando: perché, donne, non vi sottraete a tutto questo? Perché non cercate qualcosa che vi rispecchi, che dia un taglio agli stereotipi e riveli qualcosa di voi e ciò che provate?

Perché, intendiamoci, se quel che provate è questo, lo trovo davvero molto deprimente e non so se sia per quei cosetti rosa di gomma che vi si muovono sopra la testa o per ciò che dovrebbero rappresentare!

Patrizia Ciribè

 

 

 

 

“Non è che siano cattivi. Non conoscono la vita”

02_En-visite-Alberto-Savinio-1930- Alberto Savinio, “In visita” (1930 – olio su tela)

«Non è che siano cattivi. Non conoscono la vita», da “Suite francese” di Irène Némirovsky.

Oggi voglio partire da qui, da questa frase che trovo così vera, così tanto esplicativa della natura di ogni prevaricazione umana.

Vorrei esaminare quella sorta di stratificazione, non solamente legata a una differenza sociale ma soprattutto a un concetto di inconsapevole fortuna e incoscienza. Perché la fortuna ha questa brutta caratteristica di capitare senza al contempo dare uno schiaffo in faccia a chi la riceve, in un modo quasi sempre silenzioso e incapace di farsi notare.

È per questo che, molti dei riceventi la buona sorte, pensano sia qualcosa di naturale, un diritto dovuto che, se ad altri non è stato dato, è perché non lo meritavano altrettanto. Insieme alla fortuna di nascere in un posto invece che in un altro; di avere persone che ti rendano facile la vita; risorse familiari che ti permettano di muoverti con agilità in una direzione professionale, non arriva mai anche un secchio di acqua gelata che scuota quei sensi sopiti e abituati ad avere ogni cosa.

Molti di voi mi potrebbero chiedere cosa mi importi di questo meccanismo che, a ben vedere, è tipico della vita. Voglio dire, tutti noi sappiamo che le differenze quasi sempre nascono a monte, proprio laddove l’acqua esce e prende una direzione invece che un’altra. Quindi si, sono consapevole di questo, e pure di porvi una questione di lana caprina, ma procedo comunque, soprattutto trovandomi spesso davanti all’inconsapevolezza di troppe persone.

Credo, forse ingenuamente (di certo banalmente), che un conto sia avere cose che si sono guadagnate con il proprio sudore, e un altro sia riceverle come un’investitura. Ma, soprattutto, ciò che fa la differenza persino nelle posizioni più privilegiate, sia proprio l’incapacità di accorgersi della loro natura fortuita.

Ho sempre pensato che, per una sorta di strano equilibrio, il padre divino di tanti figli, fra i quali molti di loro inetti e stupidi, abbia stabilito un equilibrio per cui, di tante pene universali, molte siano state gettate sulle spalle dei più capaci; forti; in grado di sobbarcarsi le difficoltà. Ai figli scemi, quelli protetti dal genitore divino (potete chiamarlo Dio, se avete fede, o in qualunque altro modo), invece, è stato dato un percorso facile.

Il problema nasce quando la via facile, quella lastricata di possibilità, non è segnalata. Voglio dire: se una curva è brutta qualcuno avrà di certo messo un cartello cinquanta metri prima, ma, se è bella dritta, nessuno dirà nulla, e, un’autista su tre, nemmeno si accorgerà di averla percorsa.

Chi vive costantemente in curva dovrà imparare da sé come affrontarne le asperità; avrà maturato un intuito e strumenti per schivarle o affrontarle. Ma, coloro i quali avranno l’appoggio di qualche risolutore, penseranno alla fine di avercela fatta da soli. Non solo, persino penseranno di aver affrontato grandi difficoltà.

Questa è una cosa che mi fa accapponare la pelle: non posso farci nulla ma, davanti a questo genere di ignoranza, quella che riguarda la propria competenza, mi indigno.

Perché mi indigno? Perché credo che il contatto con la realtà sia l’unica cosa determinante per il mantenimento di un equilibrio sociale e, tutto questo rivendicare diritti da parte di chi, di fatto, ne ha già moltissimi, ricevuti gratuitamente, è parte del problema del nostro mondo.

L’idea comune di fortuna è legata solamente a eventi straordinari, fenomeni isolati che capitino a qualcuno in maniera estemporanea. Ma io non credo molto a quella fortuna; o meglio, ci credo nella misura in cui si manifesti, ma, certamente, le si adduce un senso eccessivamente realistico, che, di fatto, non ha. La fortuna reale è quella che determina una sorte sulla base di un indirizzo di nascita: mentre il colpo di fortuna è qualcosa di eclatante, che per forza colpisce con il suo manifestarsi, la vera fortuna, quella che condiziona un’esistenza intera, finisce per essere scontata e dovuta.

Da questo genere di buona sorte, infatti, nascono lo snobismo, l’ingratitudine, l’arroganza, la presunzione, e tutte quelle caratteristiche che hanno generato spesso categorie di persone che, della boria, hanno fatto il proprio stile di vita.

Mi capita di frequente di trovarmi davanti il privilegiato e constatare quanto questi sia al contempo ignaro d’essere attore di un’immeritata condizione. Non solo, anche di farsi beffe e schernire l’altrui indigenza, come fosse un disvalore proprio della persona e non dell’iniquità sociale. Mi succede, data la mia professione, di parlare di case e individuare in questo elemento, così tanto essenziale, la pretesa di un riscatto sociale: come se il piccolo borghese pensasse d’essersi evoluto acquistando quattro muri in un posto invece che in un altro e il ricco possidente considerasse la propria evoluzione come un fatto acclarato, conseguente dal proprio patrimonio familiare.

Questi non sono valori propri della persona, ma solo inerenti uno stato sociale che, di fatto, da un punto di vista morale, non significa niente. E neppure significa niente in considerazione di uno spessore personale che non cresce se non foraggiato da un comprensione totale della vita.

Mi viene in mente Lev Tolstoj. Come tutti saprete, è stato uno dei romanzieri e filosofi più importanti dell’Ottocento. Forse non tutti sanno che era un uomo di nobili origini, proprietario terriero, con alle proprie dipendenze una schiera di servi della gleba. Erano tempi in cui quello stato era simbolico di una comune normalità, così come oggi  lo sono altre assurdità che vengono recepite ordinarie sulla base dell’ignoranza epocale. Ma era, quest’uomo, talmente consapevole della propria posizione privilegiata; della casualità di una fortuita condizione sociale; così in contatto con un senso preistorico della vita, che visse un costante contrasto interiore sul quale fondò le lotte per l’emancipazione di una categoria all’epoca priva di diritti. Si calò in quella loro vita grama, persino davanti agli sguardi stupiti di quella stessa gente che voleva aiutare verso un riscatto. E se è eclatante il suo impegno sociale, il suo prodigarsi per i meno fortunati, lo è forse meno, come vistosità, ma non certo, per me, come valore, la sua immensa consapevolezza.

Certo, direte, una mente tanto illuminata non avrebbe potuto che avere tutta quella contezza, ma non crediamo mai che essa sia scontata, infatti, la maggior parte della gente, per quanto intelligente e mediamente colta, è quasi sempre inconsapevole sia rispetto alla propria fortuna, che all’altrui sofferenza.

Per questo ho esordito con questa citazione: “Non è che siano cattivi. Non conoscono la vita”, perché l’ignoranza sulla vita magari può non essere sinonimo di cattiveria. Di certo, merita quella sorta di condiscendenza che, generalmente, si riserva ai bambini, o agli stupidi.

Patrizia Ciribè

N.d.R. L’immagine dei miei articoli, quasi sempre un dipinto, ha un nesso profondo, talvolta impercettibile, con il loro contenuto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La poesia non muore mai, neppure in tempi come questi.

32950817_10156304813724242_7415556659142983680_n “Stradario genovese” di Domenico Ravenna (edito Gammarò edizioni)

In un pomeriggio di sole, intervallato da nuvole che corrono veloci, strane ramate di pioggia e caldo a momenti alterni, al Palazzo Ducale di Genova, ho assistito alla presentazione di un libro di poesie.

Non sono poi così tanti i poeti genovesi, e anche meno sono quelli che hanno scritto proprio di Genova, ricercando nella sua struttura così arroccata e quasi tesa a nascondere il cuore di ogni cosa, il motivo di un decantare. È emblematico che, uno dei poeti che hanno espresso al meglio tante delle caratteristiche dello spirito assai essenziale, e pure un po’ schivo e parsimonioso nell’esternare il proprio sentimento, di questa città, non fosse ligure ma livornese.

Chi non ricorda i bellissimi versi di Giorgio Caproni, nella sua Litania:

“Genova mia città intera. Geranio. Polveriera. Genova di ferro e aria, mia lavagna, arenaria.

Genova città pulita. Brezza e luce in salita. Genova verticale, vertigine, aria scale.

Genova nera e bianca. Cacumine. Distanza. Genova dove non vivo, mio nome, sostantivo.

Genova mio rimario. Puerizia. Sillabario. Genova mia tradita, rimorso di tutta la vita.”

Ho estrapolato da questo lungo poema -che non a caso si intitola Litania– alcuni versi, tesi a raccontarci l’anima della città in un tributo alla parola Genova, che si ripete come quel mugugno tipico della parlata genovese. La Genova di questi versi era una città molto diversa da quella di oggi; la fotografia che emerge dal poema di Caproni, per quanto descrittiva di un carattere stringato e molto animato, restituisce un mondo che, in parte, si è allontanato dal nostro di oggi.

Per questo mi piace contrapporre a quei versi, quelli di un poeta di questo tempo.

Ieri, dicevo, ho assistito alla presentazione di un libro di poesie su Genova. L’autore, a me caro per amicizia, e per la sua figura di ottimo relatore in molte delle presentazioni dei miei libri, è genovese.

Della sua città, ci parla percorrendone strade e ricordi. Soprattutto, con quello spirito di agile osservatore, ce ne restituisce un ritratto odierno davvero efficace.

Prima di regalarvi un po’ dei suoi versi vorrei introdurre l’uomo, che è poi ciò che fa il poeta.

Si tratta di Domenico Ravenna, giornalista per lungo tempo, votato alla poesia forse per sofferenza, quella di dover reprimere la vocazione umanistica, e la predisposizione all’uso della parola nel suo senso più denso e artistico.

Ravenna scrive di economia per quasi tutta la sua vita e, come capita spesso a noi autori per vocazione, che ci sostentiamo d’altre cose non legate alla letteratura, i serbatoi, in cui riversiamo e conserviamo la nostra parte creativa, d’un tratto traboccano, dando vita a creature letterarie.

Abbiamo dunque un poeta genovese e iconico di questa città che, se per tanti versi muore un po’ ogni giorno di noncuranza e dimenticanza, vive e resiste in un coriaceo ricordo di ciò che era un tempo. Ravenna incarna un antico sentimento di genovesità che per chi, come me, a Genova vi è nata è facilmente identificabile nel connubio di dignità, acume e saggia ironia. Ma c’è sempre un motivo che conduce ogni poeta, scrittore, cantautore genovese che è quella specie di malinconia che dondola avanti e indietro, tra passato e presente; tra cuore e concretezza; tra tristezza e vigore.

Domenico Ravenna è un uomo di cultura, mosso da una conoscenza profonda della nostra lingua che usa sapientemente, sia nella dialettica che nei versi esteriormente scarni, in realtà pregni d’un ossimoro che chiamerei dolce violenza. C’è una base stabile sulla quale il poeta si muove, che lo conduce con grande coerenza dalle poesie del suo passato nella Val di Vara a quelle di oggi, nella sua Genova dei ricordi e del suo vivere attuale. È quella della tristezza per i legami familiari, dissolti nell’inevitabile ciclo vitale, che oggi si fonde a quella di un’età che avanza e ch’egli percepisce come un tramonto.

NOI VECCHI

Noi, vecchi,

i giorni lunghi nel pulviscolo

di stanze misurate al passo di un bastone

in cima a troppe scale

che separano da figli oggi distanti

ma qui presenti

nei giochi dell’infanzia,

nel riso e nel pianto.

Gente senza volto e traccia

Che passa sotto queste finestre

E poi scompare.

Eppure Domenico Ravenna è tutto fuorché vecchio. Certo, non è più giovane nel senso letterale del termine, ma, come dicevo in un altro mio articolo, la giovinezza è un fatto legato a molti fattori. “Ci vogliono molti anni per diventare giovani” diceva Picasso –che già ho citato in queste sue parole- e ci vogliono una grande sensibilità ed empatia con la propria città per percepire un decadere che non è proprio della persona ma lo è di una cultura, di un luogo.

Domenico Ravenna incarna le membra di un vecchio stanco che guarda il mondo passare e non lo riconosce. Talmente è grande la coesione con quel retaggio, talmente è preistorico il legame con la città di cui è parte che, come una trasfusione, il sangue antico di quell’agglomerato di palazzi, e sassi, e strade, e mare, gli scorre nelle vene, alla stregua di quello dei suoi avi.

C’è in questo una grande poeticità e una capacità di fondersi con il proprio territorio, con quel passato sociale che diventa un tutt’uno con quello familiare.

FIERA

Nel giorno atteso della fiera

San Fruttuoso ritorna una contrada

E le sue strade piazze di mercato.

Scorgerò, in disparte tra la gente,

l’ombra di mio padre.

Giovane la sua età e, io, bambino.

Non sfumare, ti prego, lungo un muro

Ma camminiamo un po’ insieme

Fino al banco dello zucchero filato.

Non ho conosciuto il papà di Domenico Ravenna, ma ho conosciuto la sua mamma. Era una donna gioiosa con una personalità spiccata e un’allegria contagiosa.

Mi sento affine a lui in quel suo essere legato ai genitori, alle radici, elementi che, in ognuno dei suoi lavori, fanno da struttura ossea.

Nelle sue perdite familiari, oltreché in questa città che, cambiando, un poco muore,  è come se tutto un po’ sfiorisse, sfuocasse gli occhi con i perduti affetti e ormai vane speranze. E, il modo con cui queste connessioni descrivono la vita di un luogo così denso di realtà differenti e complesse, è tipico di un’artista vero.

Ma prima di rischiare di attribuire a Ravenna solamente un cordoglio legato alla perdita, troviamo tra le pagine di questa raccolta -intitolata “Stradario genovese”– il Domenico ragazzo e lo spirito giovane di un gesto romantico:

FIORE

Il mio dono sarà un fiore delicato.

L’ho visto spuntare una sera,

era un giorno sul finire dell’estate,

dal muro di cinta di una villa di Quarto.

Un fiore malizioso. Da rigirare fra le mani.

E per te l’ho rubato.

Sono molti gli scorci che potrete trovare in questa raccolta, che è come un ritratto dettagliato dipinto da un figlio per il padre e, al contempo, da un padre per suo figlio.

Patrizia Ciribè

 

 

 

 

 

 

 

Il segreto dell’eterna giovinezza, “che si fugge tuttavia”.

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Sulla home di Facebook mi appaiono spesso link ad articoli su come rimanere giovani in dieci o dodici mosse che, quasi sempre, implicano l’intervento del chirurgo estetico. Alcuni di questi articoli sono condivisi dai miei contatti, altri sono sponsorizzati e dunque imposti dal social network. Ma, qualunque sia la natura del loro palesarsi, mi sono detta che, se la produzione è così elevata, implica l’interesse di qualcuno.

Il fatto che interessino, però, è proprio quello che mi lascia più perplessa, perché un conto è il tentativo di soggiogare le menti, spingendole verso una chimera di perfezione, e un altro è riuscire nell’intento.

Mi piacerebbe che la gente, soprattutto la categoria femminile, smitizzasse certi cliché, che riuscisse a inseguire un’idea di giovinezza legata a una speranza di pulizia e idealismo interiori. Invece, noto che, con più si desidera ringiovanire, con meno interessa farlo mentalmente.

Si desidera fermare il tempo, addirittura mistificarne le fattezze, ma non ci si cura di imparare a entrare in sintonia con i cambiamenti di questo mondo. E, questo strano concetto a senso unico, inquina ogni speranza di un’evoluzione che riguardi la mentalità, il cuore, la disponibilità.

Ma andiamo per gradi: nell’immaginario comune la giovinezza prolungata viene accostata a un’immaturità stonata. Questo, perché la mentalità crea mostri dai quali è difficile liberarsi, uno di questi è la retorica. Dunque, nel banale quotidiano, essere maturi significa allinearsi agli standard sociali; sedersi su una certa monotonia esistenziale e chiudere ogni canale di apprendimento che non sia finalizzato a guadagnare denaro.

Non solo, essere maturi significa porsi al di sopra di ogni naturale riflessione che implichi misericordia verso la malasorte altrui. A pochi è consentito non vedere le differenze tra le persone -quelle etniche, sociali, culturali, di genere- fra questi, gli unici a non sembrare stupidi, mentre restano aggrappati alla propria empatia, sono il prete, il cane, lo scemo del villaggio e il bambino gentile. Tutti gli altri, per dimostrare di essere cresciuti, devono innalzare le proprie esigenze, e quelle del proprio nucleo, al di sopra del resto del mondo.

Sembra strano, lo so, così, scritto nero su bianco, ma, pensare che mantenere uno spirito giovane significhi rimanere dei cazzoni a vita, è il concetto che, da sempre, costringe le masse a rattrappire il proprio cervello. E quella di cazzoni, nella convinzione comune, invece di essere considerata una condizione di irrecuperabile superficialità ed egoismo, dissimula idealismo, irrealtà ed eccessivo romanticismo.

L’altro giorno ero a una mostra di Picasso, al Palazzo Ducale di Genova. Mentre giravo tra le sale dell’esposizione, mi sono imbattuta in una frase appartenente proprio al pittore; indicativa, secondo me, di quanto espresso sino ad ora: ”Ci vogliono molti anni per diventare giovani”.

Va bene, l’artista non era certo un esempio di altruismo ed empatia, soprattutto pensando alla pazzia cui ha spinto ogni donna sia entrata nella sua vita; però, non dimentichiamoci che ogni artista consuma una dose elevata di umanità nelle proprie opere, quindi, senza farci influenzare dal suo eccessivo edonismo, analizziamo questa massima, che ritengo veramente sagace.

Ci vogliono tanto tempo, tanta esperienza, tanto spessore, tanta ricerca, per imparare a essere giovani. Perché l’essere giovani non ha a che fare con l’immaturità, o quantomeno non nella sua accezione negativa; l’essere giovani è una condizione di rinnovato entusiasmo, di una freschezza mentale che può arrivare unicamente con la sperimentazione umana e il rinnovamento.

Non si è giovani davvero quando si ha l’età per esserlo, anzi, è più facile che, proprio in quel periodo della vita in cui tutti ci raccontano quanti anni abbiamo davanti, ci si senta vecchi, finiti, bloccati.

Si è giovani quando, dopo avere un po’ vissuto, si ammetta il proprio cambiamento, si accettino i propri limiti con serenità, si alzi l’asticella delle proprie aspirazioni interiori, soprattutto quelle legate all’abbattimento dei cliché sociali.

Io l’ho sperimentato su me stessa quando, a un certo punto, ho lasciato i miei studi universitari perché sentivo di dover prendere una strada alla svelta; sentivo di non avere tempo, laddove il tempo rappresentava, per me, qualcosa di insormontabile, incomprensibile e insostenibile. Ho ritrovato poi, dopo tante batoste, dopo avere un po’ vissuto, dopo aver rigettato gran parte delle mie vecchie convinzioni, la mia meravigliosa giovinezza interiore.

Che è quella che ti fa ridere di te stessa quando hai bisogno degli occhiali per leggere il bugiardino, o quando vedi una ruga che non avevi, ma ricordi perfettamente da dove arriva e di quanti pianti e risate hai avuto bisogno per crearla dal nulla.

Ma spesso, purtroppo, questa condizione è osteggiata da un’arroganza che è innata nell’uomo; un’incapacità di sbagliare senza rimpianti, di gettare via tutto e ricominciare, solamente perché, farlo, significa scontrarsi con tutto un cumulo di vecchie certezze, che molti preferiscono trattenere piuttosto che crearne di nuove. E, allora, non potrai ridere della tua ruga, né della presbiopia, ma potrai solamente sentirti un vecchio che ha bisogno di una faccia nuova per ringiovanire.

Ma ricordiamoci che, la giovinezza, in barba all’età, è racchiusa negli unici segnalatori di vitalità che possediamo: gli occhi. Per questo ci sono giovani/vecchi e vecchi/giovani: perché, lasciata l’epoca dell’incoscienza e dell’inconsapevolezza, l’unica inesperienza evidente vive proprio nell’esperienza passata, nella capacità di rigettare tutte le risposte.

Ho un esempio memorabile di giovinezza sopravvissuta alla vecchiaia anagrafica: quella di Don Andrea Gallo. Per chi non lo sapesse era un prete comunista; un difensore dei deboli –gli “ultimi” li chiamava; un dissidente clericale e ultimo vero professante del Vangelo come codice di vita, e non come iconografia ipocrita del mondo ecclesiastico. La cosa sorprendente di quest’uomo era il suo idealismo stoico, sinonimo di una giovinezza coriacea, sposato a una saggezza pulita, volta davvero alla misericordia.

Lo incontrai un giorno, mi passò a fianco, mentre parlava con un gruppo di persone. Era un uomo esile, con tutti i segni di una vita scomoda e impegnativa, ma ciò che animava il suo volto era un indomabile ottimismo, quello tipico di chi, nonostante tutto, nonostante le battaglie, ma anzi, proprio in nome di esse, non si arrende e crede nel futuro.

Ecco, io credo che, arrendersi a chi ci martella con sponsorizzazioni di artifizi fondati sull’insicurezza personale, sull’incapacità di accettare il tempo con il suo metro naturale, equivalga a far entrare nella propria vita una vecchiaia irreversibile, l’unica davvero incurabile: quella dell’anima. Del resto, come diceva Bob Dylan, “Essere giovani vuol dire tenere aperto l’oblò della speranza, anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro”.

Patrizia Ciribè

 

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