Patrizia Ciribè, autrice di romanzi, getta un occhio sulla società attuale con la rubrica La Pat zone.
Il suo amore per la letteratura classica; per i vecchi film; per tutto ciò che è vintage, sono elementi che agevolano la sottolineatura degli annosi contrasti tra ciò che è, e ciò che abbiamo lasciato indietro. La sua propensione a spogliare le miserie quotidiane da quel che, attualmente, patina il mondo, è il veicolo per viaggiare nelle zone represse dell’animo umano.

Parlando di “Barricate”, il nuovo libro di Catena Cancilleri.

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Oggi vi parlo di “Barricate” l’ultimo libro di Catena Cancilleri. Edito Nulla Die.

Intanto, Catena Cancilleri è una scrittrice siciliana che vive a Parma per motivi di lavoro. È un’educatrice, laureata in Filosofia. Come autrice è alla sua terza fatica letteraria che giunge dopo il saggio “Andrea Camilleri; Il romanzo storico in Italia: a proposito de “il Re di Girgenti” e la silloge di racconti brevi Di famigghia. Quest’ultimo edito Nulla Die.

Ho conosciuto personalmente Catena. È una donna accogliente, minuta, intelligente, che incarna appieno la tipica erudizione sicana. Da subito, ho intuito la contezza delle sue origini, quelle di una terra controversa, piena di storia, bellezza, violenza e contraddizioni.

Immediatamente, la sua saggezza di donna consapevole della propria appartenenza territoriale, è un elemento chiaro, che definisce molta della personalità che emana.

Viviamo in un momento di grande ignoranza rispetto alla nostra storia, e anche di grande indifferenza rispetto a ciò che ci compone come individui all’interno della società. E c’è una speciale sensazione nell’interloquire con qualcuno che il suo bagaglio geografico lo traina con sé, lo apre e lo racconta, insieme al proprio dolore, che è il medesimo dei suoi onesti conterranei.

La sensazione di una radicata costanza, di quella marea che si alza e si abbassa senza soluzione di continuità; di un lascito che sempre arriva dai grandi esempi più noti e si dirama sottovoce, nelle anime di donne forti, materne in quel senso universale non legato solamente ai figli, ma alla terra. Tutta.

Seguo la vita di questa scrittrice, la dedizione per la sua professione, quella per la letteratura e per la giustizia. E in questo momento in cui tornano gli attacchi ai diritti delle donne, e il tentativo di minare quell’innata forza femminile, con grande onore, anche questa settimana, mi dedico a una donna di indubbio spessore.

Partiamo dal titolo del suo “Barricate”. Le barricate si alzano a un certo punto quando Don Pino Puglisi dice no alla mafia nella sua Chiesa, a Palermo.

La storia di Don Pino Puglisi è una di quelle drammatiche che hanno annegato nel sangue le speranze di una popolazione vessata dalla mafia.

A quest’uomo pulito, animato dalla volontà di osteggiare atteggiamenti che, con prepotenza e violenza, si ripetevano da tempo immemore, sono dedicate molte parole di questo libro. Parole pregne di dolore per un padre buono e coraggioso, un padre che voleva riscattare la sua gente.

Queste parole di Catena Cancilleri sono dense di un affetto ancestrale, quello che si prova per quelle persone che, umilmente, immolano la loro vita per una causa comune, che pare impossibile da vincere.

“Ormai le barricate sono alzate! Quel prete, quel maledetto prete, aveva innalzato un muro impossibile da scardinare. Le barricate erano alzate e loro, anche se a denti stretti, non potevano continuare a osservare quel prete inermi.”

Nel libro, e in questa parte dedicata a Don Pino Puglisi, si parla del quartiere di Brancaccio a Palermo:

“Non potevano accettare che un parrino, un parrino maledetto, insinuasse il concetto della rivalsa in un quartiere storicamente appartenente alla Mafia.”

Don Pino Puglisi è una delle tante vittime della mafia:

“Era il 15 settembre 1993, il giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno. Era bastato un click, un solo colpo alla nuca, e Brancaccio era tornata a loro…”

È importante sottolineare l’aspetto pedagogico di questo libro, che tecnicamente percorre le orme del precedente Di famigghia. L’intento dell’autrice, che, come detto, di professione fa l’educatrice, è quello di raccontare la verità sulla mafia anche ai più piccoli.

I dettagli dei vari momenti storici legati a Cosa Nostra, la sua evoluzione nel narcotraffico e il suo insinuarsi nelle istituzioni, sono elementi che vengono narrati in modo chiaro, netto, inequivocabile.

Avendo parlato con Catena di persona, posso dire che l’incedere della sua scrittura ha in sé la cadenza della sua terra. È un moto scandito e certo, che non lascia spazio a fraintendimenti ma che si lascia leggere e comprendere persino da un mondo ancora ingenuo e fresco come quello dei bambini.

Come si spiega a un bambino il mondo? Come si spiega che la magia dei giochi, a un certo punto, si troverà ad affacciarsi su realtà distruttive di quel senso di umanità che parrebbe loro scontato?

Anche in questo, apprezzo l’autrice e la sua volontà di insegnare quella parte di storia che, tragicamente, contraddistingue il nostro Paese. Tutto.

C’è la mafia e c’è l’atteggiamento mafioso. Sono due aspetti connessi, e certamente sono uno la conseguenza dell’altro. Catena Cancilleri mette in evidenza proprio questo aspetto, quella forma mentis che dà il via a tutto il resto e che un po’ ci definisce come popolo. E se spesso assistiamo, soprattutto in questo periodo, a insegnamenti di odio e pregiudizio, un’educatrice che ha scelto la via della giustizia, e dell’educazione alla giustizia, è un grande conforto per il futuro.

D’un tratto, nel libro, si parla di donne di mafia. D’un tratto, Cosa Nostra, indebolita dagli arresti di capi illustri, si trova a dover ripiegare sulle donne di questi capi illustri:

“Era un’altra mafia quella che si profilava agli inquirenti. Pensavano di doversi “scontrare” con degli uomini e invece, invece erano delle donne quelle che gestivano i nuovi mercati criminali.”

È incredibile come, le competenze, anche nell’ambito del malaffare, a un certo punto, debbano evolversi, incocciando nella necessità di emancipare “quel gentil sesso a cui tutto si poteva dire, tranne che fosse veramente gentile”.

Anche questo aspetto importante delle “quote rosa”, all’interno di Cosa Nostra, viene reso da Catena in modo chiaro, soprattutto in linea con una didattica che vuole essere sincera e paritaria, pure nella divisione di colpe.

Il libro parte da Buscetta, passa per Riina, per Provenzano; affronta la Strage di viale Lazio, a Palermo. Ripercorre gli anni successivi all’omicidio del Prefetto Alberto dalla Chiesa, sino al Maxi-processo di Palermo dove, dopo l’omicidio del Giudice Chinnici, entrano in scena Falcone e Borsellino.

Leggo il racconto intitolato “Discorsi” e la commozione sale, per quell’enorme, ennesima ferita che distrugge la speranza: la Strage di Capaci:

“Non era la mafia ad averli traditi, ma lo Stato! Uno Stato corrotto e colluso! La Basilica di San Domenico, nel cuore della Palermo vecchia, era gremita di gente. Quello spazio spettava solo alla gente onesta che, assieme a loro, per l’ultima volta, avrebbe stretto in un caldo abbraccio quel padre, quel generale, quell’uomo di Stato.” 

Catena ci racconta anche storie nelle storie, per esempio quella di Franca Viola, prima donna in Italia che rifiutò il “matrimonio riparatore”. Franca Viola aveva diciassette anni quando, in accordo con i genitori, decise di denunciare il suo rapitore e stupratore, capo mafioso, invece che accettare di sposarlo.

Il nostro codice penale conteneva l’Art. 544 che diceva: «Per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530, il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali».

Dopo 16 lunghissimi anni, l’articolo 544 del codice penale sarà abrogato con la legge 442 del 5 agosto 1981; solo nel 1996, per merito del coraggio di questa giovane donna, lo stupro venne riconosciuto in Italia non più come delitto alla morale ma finalmente come reato contro la persona.

Insomma, molti aspetti della mafia vengono affrontati da Catena nella sua silloge di racconti “Barricate”, insieme ad avvenimenti tragici frutto di un sistema mafioso che ha più volte messo in ginocchio la sua terra, e che più volte si è colluso con le istituzioni.

Un libro che insegna e che tiene vivi ricordi dolorosi. Soprattutto in questo momento dove la memoria pare perdere, a livello sociale e politico, ogni significato, l’esistenza di autori che aiutino a ricordare è una grande ricchezza.

Complimenti a Catena Cancilleri e a Nulla Die edizioni per la pubblicazione di un libro necessario.

 

Patrizia Ciribè

 

Ciclo interviste d’autrice – Chiacchierando con Tiziana Tonon, traduttrice e molto altro

43207495_305812680217680_6463306270102257664_n Dicembre 2017, Firenze, libreria Marabuk – Reading di letture di Jorge Amado su “Bahia e la sua magia”.

Per il ciclo “Interviste d’Autrice” oggi chiacchieriamo con Tiziana Tonon, traduttrice specializzata nel portoghese che annovera tra i suoi lavori traduzioni editoriali, traduzioni di testi di etno-antropologia e sociologia, traduzioni tecniche, traduzioni legali e traduzioni giurate.

Tra le sue passioni, Tiziana coltiva anche la danza e il teatro. Ma è soprattutto una donna eclettica che ha fatto dell’approfondimento dei propri interessi il punto centrale della sua professione e delle numerose attività alle quali si dedica. Tra queste, ci sono anche lo sbobinamento e traduzione per sottotitolazioni per la televisione, l’insegnamento del portoghese, della danza e del teatro.

Tiziana Tonon si laurea all’Università degli Studi di Genova in Lettere Moderne con indirizzo etno-antropologico; completa i suoi studi con un corso in Letteratura e migrazioni in Italia; consegue la Certificazione di Competenza in Lingua Portoghese per Stranieri, del Ministero dell’Educazione Brasiliano; e, tra le varie formazioni riceve, dal Comune di Buccinasco, l’Attestato di benemerenza di genere. Per chi non lo sapesse, “è un riconoscimento che viene conferito a persone, amministrazioni, enti, istituzioni o organizzazioni del Servizio Nazionale che dimostrano di aver partecipato con merito a operazioni di protezione civile e che, con la propria attività, hanno contribuito a elevare l’immagine del Sistema nazionale, dando prova di significative capacità propositive e gestionali o singolari doti di altruismo e abnegazione”.

In un momento in cui torna la necessità di alzare la voce in merito alla rivendicazione e al consolidamento dei diritti civili di genere, sono orgogliosa di ospitare nella mia rubrica una delle molte donne animate da un forte spirito di indipendenza, che hanno posto la propria intelligenza e cultura anche al servizio dell’accrescimento comune e pubblico.

Tiziana Tonon, di professione traduttrice, oltre a una lunga esperienza nel suo complesso e affascinante settore, ha messo la sua competenza -in arti quali la danza e il teatro- al servizio della comunità in cui vive ormai da molti anni, insegnando, coreografando e organizzando spettacoli anche di impronta sociale.

Ma, per farvi conoscere questa donna così eterogenea e rappresentativa dell’avanguardistico mondo femminile, di quelle incredibili competenze che animano spesso l’Universo delle donne,  passo all’intervista vera e propria. Ma non prima di sottolineare quanto la forza e la costanza, il lavoro e l’impegno, servano sempre come viatico per l’affermazione personale e culturale di ogni individuo.

Buon lettura!

Come letto nell’introduzione, Tiziana Tonon è una donna molto eclettica, incline all’approfondimento di svariate discipline divenute vere e proprie passioni. Mi chiedevo: quando eri una bambina, cosa avresti voluto fare da grande?

Facile! Da piccola volevo fare la ballerina. Senza dubbi.

Tra i percorsi accademici della tua vita c’è quello sviluppato nel mondo della danza e della recitazione; questo lungo tragitto ha un’interessante attinenza con quella che oggi rappresenta la tua prima occupazione. Com’è affluita la danza nei tuoi studi legati al Brasile -e alla sua cultura-, un Paese che, nel corpo e nel ballo, delinea alcune delle sue più note caratteristiche?

Innanzitutto, va detto che ho intrapreso gli studi di etno-antropologia e, in seguito, di portoghese e tecniche della traduzione semplicemente perché avevo inserito nel piano di studi un corso complementare in cui si offriva un seminario di danze del Candomblé, una religione afro-brasiliana. Che non c’è stato, sostituito da un seminario teorico. Dopo un mese di lezioni, però, ero totalmente innamorata e avevo deciso che la mia tesi sarebbe stata su quell’argomento (e, quindi, che avrei dovuto imparare il portoghese). Poi, c’è tutta la questione dell’essere interprete del pensiero o della vita di un altro, del mettere a disposizione il proprio corpo, la propria voce (parlata o scritta) per esprimerne, il più correttamente possibile, il messaggio. È una forma di accudimento e dedizione, molto materna, anche, se vogliamo. Ed è qui che, credo, danza, teatro e traduzione si intrecciano con maggiore evidenza.

Parliamo in modo più specifico della tua professione di traduttrice. Leggendo le molte esperienze che costellano la tua vita professionale e artistica, sono evidenti il colore e la speciale contaminazione etnica della tua personalità. Il tuo percorso accademico è improntato di un’affezione profonda e mai banale per ciò che fai. Come nasce la tua esperienza di traduttrice e come hai sviscerato la lingua che traduci primariamente, attraverso l’approfondimento dei Paesi di appartenenza?

La mia prima lingua di lavoro è il portoghese che, come ti dicevo prima, ho iniziato a studiare per l’esigenza di capire la bibliografia per la mia tesi di laurea (allora non esisteva nulla in italiano e la mia relatrice non conosceva il portoghese). Ho iniziato a frequentare i corsi alla Facoltà di Lingue, ho trovato delle insegnanti meravigliose come Amina di Munno, che è una grande traduttrice, una grande maestra e una grande amica, con cui ho avuto l’opportunità di conoscere la letteratura portoghese e brasiliana e di approfondire lo studio della traduzione. Inoltre, grazie a una borsa di ricerca, sono andata a Salvador da Bahia per svolgere la ricerca sul campo per la mia tesi.

La gioia legata a una professione interessante come la tua ha sempre, inevitabilmente, la sua nemesi; ce la racconti?

Mah, forse il fatto che si lavora prevalentemente da casa, il che da un lato è meraviglioso e comodissimo, ma d’altra parte comporta una certa asocialità e il fatto che spesso il tuo lavoro sia sottovalutato da chi ti circonda (perché tanto sei nel tuo salotto e in pigiama, che fatica puoi fare?). Un altro aspetto un pochino inquietante è il non sapere mai come sarà la vita fra due settimane, perché i lavori tendono a spuntare, per magia, il venerdì sera, intorno alle 19. Tutti insieme. O alla vigilia di un qualsiasi periodo festivo (che, infatti, di norma trascorro lavorando, cosa che comunque non mi dispiace affatto).

Tra le lingue che traduci c’è anche l’inglese. Tu sei una persona con un percorso di studi classici e con una conoscenza profonda della filologia classica; ci racconti quali sono le principali differenze, anche da un punto di vista antropologico, tra le lingue di derivazione latina e quelle anglosassoni? C’è qualcosa che latita nelle une ed eccede nelle altre, e viceversa?

Come mi è capitato di mettere a fuoco proprio qualche giorno fa (parlando dell’improvvisazione), io sono una persona che non ama gli spazi troppo vasti né l’eccessiva libertà di movimento: mi danno un senso di dispersione e di panico. Preferisco avere confini ben definiti e, entro quelli, sperimentare tutte le possibili varianti interpretative. Beh, con le lingue è lo stesso. Mi trovo più a mio agio con quelle neolatine: il portoghese, il francese, lo spagnolo, il nostro italiano. Le loro regole precise, le loro eccezioni ferree mi rassicurano e mi danno maggiore ispirazione. Non è così con l’inglese, che mi spaventa sempre un po’ per la sua mancanza di barriere, di appigli certi e che affronto, in qualche modo, come un “male necessario”, posto che, soprattutto per le traduzioni tecniche, è una lingua di lavoro assolutamente indispensabile.

Tra le tue esperienze professionali c’è anche quella della traduzione di sottotitolazioni per programmi tv; quando ti affacci a mondi attinenti al tuo lavoro, e che magari hanno risvolti più creativi e peculiari, hai mai la tentazione di percorrere solamente quelli? Se ci sono, quali sono le esperienze che avresti voluto approfondire e proseguire con esclusività, nel mondo della traduzione?

No, in realtà mi piace molto occuparmi dello sbobinamento e della trascrizione per sottotitolazione, ma mi piace che sia un intervallo tra una traduzione e un’altra. Quello che mi piacerebbe riuscire a fare è intensificare le traduzioni editoriali, magari con qualche collaborazione fissa sarebbe l’ideale, per quanto concerne la narrativa, naturalmente, ma anche e soprattutto nell’ambito dell’antropologia, della sociologia e della psicologia.

Parliamo dell’insegnamento. Hai insegnato portoghese e anche danza, in varie sfumature. Ti piace insegnare?

Adoro insegnare.

 Cosa ti piace dell’insegnamento e cosa c’è in te dell’insegnante?

Penso, senza false modestie, di essere una buona insegnante, proprio per il discorso dell’accudimento che facevamo prima. Mi appaga profondamente vedere che i miei studenti imparano, migliorano e, possibilmente, lo fanno divertendosi o comunque con soddisfazione

Tra le tue attività artistiche c’è la recitazione. Ci racconti cosa significa recitare e cosa implica da un punto di vista emozionale?

Recitare significa rinunciare a qualsiasi forma di maschera e mettersi totalmente a nudo, per essere in grado di vivere onestamente, e quindi onestamente trasmettere, le emozioni di qualcuno che non sei tu, qualcuno che magari è diversissimo da quello che tu sei. Emotivamente è molto impegnativo, a volte forse anche troppo.

Tiziana Tonon è anche una mamma. Quali sono, se ci sono, le cose che levi a te stessa per essere madre? Cosa cerchi di trasferire da te a loro per crescerli come vorresti?

La sola cosa che mi viene in mente è che viaggio molto meno di quanto vorrei fare. Per il resto, sebbene non fosse affatto nei miei progetti di vita, essere madre è una grandissima ricchezza e credo mi abbia fatto solo bene dal punto di vista del carattere. Inoltre sono fortunata, perché i miei figli mi hanno sempre sostenuta nelle mie bizzarre scelte di attività e nei miei orari sconclusionati. Gli altri bambini vengono accompagnati dalla mamma all’allenamento, in piscina, a basket… Ecco, noi anche, eh… ma sono state molte di più le volte in cui loro hanno accompagnato me a fare danza, a fare teatro, alle infinite prove di questo e quello. Oltre ai lunghissimi periodi in cui sono occupata in qualche progetto di traduzione particolarmente impegnativo e loro mi vedono, praticamente, solo di schiena. Sono molto pazienti.

Quanto a ciò che vorrei trasferire loro… Cerco di fare in modo che coltivino la fiducia in se stessi -che io non ho mai avuto se non di recente- e spero davvero di riuscire a trasmettere il messaggio che sono liberi di fare le proprie scelte sapendo che in me troveranno sempre e comunque un appoggio.

In tema di attualità, vorresti dire qualcosa sui recenti attacchi alla 194 e ai diritti acquisiti dalle donne?

Posso dirti che sono profondamente preoccupata per la piega che stanno prendendo le cose, in tutto il mondo. È sicuramente sintomo di grave disagio, con tutte le sfumature di significato che vogliamo attribuire al termine. Però ci sono ancora (soprattutto tra gli attuali trentenni) irriducibili sostenitori della bellezza, dell’umanità e della civiltà. Confido nel loro riscatto.

 C’è, nella tua occupazione di traduttrice e nell’ambito delle tue attività artistiche, un progetto che ancora non sei riuscita a realizzare?

Eccome! Tantissimi… altrimenti, che senso avrebbe svegliarsi?

 

Ringraziando Tiziana Tonon per essere stata con noi nella Pat zone, lascio in calce alcuni link per ulteriori approfondimenti, anche professionali.

Patrizia Ciribè

Improvvisazione, sì o no…

www.tizianatonon.it (Il sito web verrà rinnovato a breve)

 

Nazionalismo ed esterofilia: quei complessi dell’identità.

Mappamondo

Partendo da un atteggiamento molto in voga nell’ultimo periodo, che ha amplificato la sua voce attraverso le politiche di Governo, vorrei affrontare oggi queste due mentalità opposte.

Entrambi i concetti partono dall’esaltazione di un pensiero per certi versi riduttivo; un concetto che vuole, attraverso l’esacerbata celebrazione di un’identità, denigrare il contesto a essa esterno.

Poiché non ho mai creduto nell’allineamento a qualcosa di definibile attraverso canoni e dogmi, ma anzi ho sempre pensato che il modo migliore per delineare un pensiero libero sia evitare di uniformarsi, entrambi questi atteggiamenti, per quanto mi riguarda, sono l’esaltazione di un limite.

Se il nazionalismo esalta il concetto di Nazione, determinando una sorta di chiusura arroccata su sentimenti sciovinisti, l’esterofilia simpatizza esageratamente con ciò che non appartiene al proprio contesto.

Quanto al nazionalismo, non voglio farne una questione politica che spingerebbe, inevitabilmente, il ragionamento sino alla Rivoluzione francese, per approdare a quel tipo di nazionalismo volto a esaltare l’identità nazionale e la politica di potenza, e che contribuì allo scoppio del primo conflitto mondiale.

Vorrei analizzare entrambi questi atteggiamenti che, pur essendo in qualche modo opposti, si assomigliano in quella forma di chiusura verso ciò che non li contempla.

Se per esterofilia si intende quell’esagerata attrazione verso tutto ciò che si pensa e su come si conduce la vita all’estero, con il nazionalismo si esalta un’identità direi patriottica del proprio pensiero.

E sebbene estero e Nazione permangano su territori ovviamente differenti, il vuoto che si crea al di fuori di entrambi i concetti è una forma di chiusura; la negazione di un apprezzamento globale che non dovrebbe conoscere confini.

Mi è capitato recentemente, per lavoro, di conoscere persone che in ogni conversazione abbia scambiato con loro -che operano anche negli Stati Uniti pur essendo italiani- non hanno mai dimenticato di denigrare l’Italia e gli italiani, esaltando quel concetto astratto di “estero”.

In questa denigrazione del nostro Paese c’era sempre una forma di rigetto, un dissociarsi da comportamenti etichettati come “italiani”, volto all’autocelebrazione della propria, presunta differenza.

Inutile, forse, specificare come quei comportamenti siano stati i medesimi coi quali queste persone si sono, al fine, distinte. Inutile per il mio ragionamento che, se in questa conferma trova anche quella dell’assurdità di certe chiusure che pretendono di apparire aperture, trova anche il consolidamento alla teoria del complesso.

C’è sempre un complesso di fondo quando ci si chiude e c’è anche quando, con l’illusione di aprirsi a idee esterne, nasce un pregiudizio.

Ciò che determina il pregiudizio è sempre un pensiero limitato; ciò che determina la pretesa di comprendere e abbracciare solamente ciò che non ci appartiene culturalmente è il complesso di inferiorità.

In ogni atteggiamento mentale che sia contraddistinto dal rigetto di qualcosa, e dall’esaltazione di un concetto denigratorio, giace non solo arroganza, soprattutto ignoranza.

Io credo che non ci possa essere libertà di pensiero né quando ci si chiude a qualcosa, né quando, con l’illusione di innalzarsi, si offendono le proprie radici.

Quello che l’uomo tenta di fare sempre, anche quando millanta la propria apertura mentale rigettando ciò che lo compone per nascita, è innalzare dei muri.

Quello che l’uomo nega, trincerandosi dietro prese di posizione che crescono sulla denigrazione di qualcosa, è il flusso continuo dell’umanità.

In ogni forma di snobismo, che magari pare un’innocua posa, cresce un complesso di inferiorità.

Persino davanti a persone che si dipingono come realizzate, e lo fanno denigrando costantemente i propri avi e ammirando ciò che di fatto non li compone, non posso che individuare una mancanza di autostima.

E pure davanti al fanatismo di chi enfatizza la sua appartenenza geografica io vedo quel complesso di inferiorità che è sempre latente quando una voce parte dall’arroganza.

Non posso che citare questo bellissimo pensiero di Hermann Hesse che racchiude il mio sentimento verso ogni mentalità fondata sull’intento di dividere:

“Nonostante il tenero amore che nutro per il mio Paese, non ho mai saputo essere un grande patriota né un nazionalista. E ben presto è nata in me una diffidenza verso i confini e un amore profondo, spesso appassionato, per quei beni umani che per loro natura stanno al di là dei confini. Col passare degli anni mi sono sentito ineluttabilmente spinto ad apprezzare maggiormente ciò che unisce uomini e nazioni piuttosto che ciò che li divide.”

Patrizia Ciribè

 

 

 

 

 

 

Lo stereotipo sociale del “Non ho il tempo per leggere”

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Oggi affronto la spinosa questione di quelli che non leggono perché non hanno il tempo per farlo.

Il mio intento, sia chiaro, è unicamente quello di trovare insieme a loro un modo utile per arginare il problema.

Intanto, escludo tutti quelli che con onestà affermano che la lettura non rientra tra le loro passioni. Non a tutti devono piacere le medesime cose; con la morte nel cuore, ammetto che possa –spero in una galassia lontana- esistere qualcuno a cui non piace leggere.

Anzi, apprezzo chi con coraggio fa questa affermazione, perché non racconta –e si racconta- stupidaggini, tipo che non ha tempo per farlo.

Allora, non avete il tempo per leggere. Generalmente, rientrate nella categoria di quelli che amano sniffare la carta, che i libri sono quelli tradizionali, che i supporti digitali sono l’anticristo della letteratura.

Ecco qua la prima incongruenza e il primo punto che si può correggere per aiutarvi a recuperare il tempo, che dite di non avere, per leggere.

Se siete donne andrete in giro, nel quotidiano, con una borsa; se siete uomini, magari avrete un borsello, una valigetta.

Un supporto digitale pesa circa tre etti; il libro più piccolo che ho attualmente sul mio tavolino del salotto ne pesa il doppio.

Il mio supporto digitale contiene centinaia di libri e viene con me in giro per tutto il giorno.

Ma ora parliamo del suo utilizzo. Cosa fate quando siete in coda? Quando aspettate di pagare la bolletta; di ritirare la pratica in Comune; di farvi fare la ricetta dal medico; di prendere l’autobus, e tutte quelle cose che riempiono la vostra vita mentre non siete impegnati in qualcosa di obbligatorio?

Cosa fate quando siete in pausa durante il pranzo; mentre andate/tornate da qualche parte con il treno; mentre siete al mare; mentre aspettate di fare qualunque cosa e perdete ore del vostro tempo?

Io leggo. Apro il mio Kindle (con una croce e dell’aglio tra le mani, ché non si sa mai) e leggo. Quando non avevo il Kindle, e lessi per esempio “Guerra e pace”, ricordo che giravo con le fotocopie in borsa.

Ma torniamo a voi amanti della carta, dell’odore che ha (un momento, amo anch’io queste cose e infatti ho la casa piena di libri che leggo quando sono a casa, seduta sul mio divano), della sensazione antica che vi trasmette quando girate le pagine. Mi domandavo: ma quand’è che girate quelle pagine? Mai. Perché –come dite sempre- non avete tempo.

Però intessete rapporti virtuali con il mondo; avete Instagram che pullula di foto e grida vendetta più di quello di qualunque vip o sedicente tale.

Su WhatsApp scambiate miliardi di messaggi al giorno; conoscete i problemi di tutti; le loro micosi; lordosi; nevrosi, e intrattenete lunghe sessioni di psicoanalisi con ogni contatto abbia qualche problema che vi faccia sentire indispensabili.

Riuscite a spettegolare persino con gente che neppure conoscete; fate “cappottini per l’inverno” a qualunque inimicizia vi siate creati e pure alle amicizie (o definite tali).

Facebook lo usate come fosse una cabina telefonica degli anni Ottanta, e voi aveste continue emergenze: di voi sappiamo cosa state mangiando; indossando; bevendo; facendo; quanti gradi ci siano nel punto in cui siete; se i vostri bambini abbiano fatto qualche geniale affermazione e se, nel frattempo, la Ferragni o la Middleton siano nuovamente incinte.

Poi, quando il selfie non è abbastanza, aggiungete i nasetti e le orecchie degli animaletti al vostro viso; approfittate di ogni vetrina o specchio che incontrate per scattarvi una foto; per farci sapere che siete andate dal parrucchiere; che avete fatto la manicure (quella, per girare le pagine di carta dei libri, è essenziale); che avete recapitato i figli a scuola (perché, ovviamente, li avete fotografati!).

Ma io vi vedo, mascherine, mentre, con il mio Kindle tra le mani, aspetto il turno da qualche parte, e voi digitate parole sui vostri smartphone come se non ci fosse un domani.

Vi guardo e penso: ”Eccone un altro che sta scrivendo di quanto sia bello sniffare la carta!”.

Ma la bacheca deve anche essere colta, oltreché bella! Dunque, di tanto in tanto, condividete frasi di qualche morto del quale conoscete a malapena la provenienza geografica, perché per leggere i suoi libri, ovviamente, non avete il tempo!

Ieri ero nella sala d’aspetto di un ambulatorio. C’erano circa cinquanta persone: non ce n’era una con un libro -o un supporto digitale di lettura- tra le mani. Erano certamente tutti appassionati di pagine di carta e io avevo con me il mio anticristo ricaricabile. Di fatto, nessuno leggeva a parte me. Ma neppure un giornale, eh!

Qualche giorno fa ero alla posta. C’erano anche qui una quindicina di persone in attesa. Giovani e meno giovani, quasi tutti con il cellulare tra le mani. Non c’era una persona che, non dico sfogliasse le pagine di un libro, che almeno le sniffasse!

Volevo quasi alzarmi in piedi e chiedere ad alta voce:” Sniffatori di libri, dove siete?”

Il fatto è che se la lettura vi appassionasse, sapreste dove inserirla; avreste l’esigenza di inserirla da qualche parte, esattamente come fate con i tremila messaggi che giornalmente vi scambiate con figure mitologiche che prima o poi scompariranno dalle vostre vite.

Siete sempre sul pezzo, avete la visione di tutti i “mi piace” che la gente mette a questa o quella persona, ma il tempo per leggere, aimè, non l’avete.

Non solo, nemmeno avete quello per realizzare le vostre più alte aspirazioni, che sono sepolte in fondo a un cassetto. E alle quali avete dovuto rinunciare –e insieme a esse anche alla possibilità di portare la vostra grandezza nel mondo- a causa di forze oscure che vi hanno sempre osteggiato  e, ovviamente, perché non avete il tempo.

Vi lascio con questa citazione dello scrittore Jackson Brown Jr, che credo racchiuda la verità sul tempo che ognuno ha a disposizione:

“Non dire che non hai abbastanza tempo. Hai esattamente lo stesso numero di ore in una giornata che è stato dato a Michelangelo, Pasteur, Madre Teresa, Leonardo da Vinci, Thomas Jefferson e Albert Einstein”.

Patrizia Ciribè

 

 

Quel disatteso, costante attentato alla democrazia

Mose-Frida-Kahlo Mosè o Nucleo solare, 1945 – Frida Khalo

“Intorno a noi si vedono delle cose che nella mia mente suonano come già sentite. Come un’eco lontana di qualche cosa che si sta avvicinando. C’è una violenza, adesso, nelle persone che da tempo non rilevavo intorno a me. Io sono stata una richiedente asilo. Asilo che mi è stato rifiutato, con le conseguenze: Auschwitz. Io sono stata una con i documenti falsi, clandestina sulle montagne. Quindi conosco quelle storie personalmente, conosco come si sta, come si è, come si cerca di farsi accettare là dove si spera di trovare la salvezza. Quindi come faccio a non notare quell’indifferenza quando un barcone si rivolta e muoiono 200 persone nel Mediterraneo? Persone di cui non si saprà mai il nome”.

Oggi parto da queste parole. Mi sono imbattuta in esse per caso e leggendole ho provato dolore.

Sono parole di Liliana Segre, senatrice a vita e reduce dell’Olocausto.

Non bisogna dare per scontato il fatto che ogni civiltà maturi lo stesso senso di accoglienza e umanità. Mi è anzi capitato di conoscere una persona che al collo portava la Stella di David e commentava con molta chiusura le recenti ondate migratorie.

Come sempre, in ogni ambito della vita, ci sono menti illuminate, persone che viaggiano su livelli alti di comprensione della vita -e quando ci si imbatte in loro, bisogna assolutamente cercare di imparare qualcosa- e altre che non hanno quella profondità.

Ma quello che sempre più cerco di imparare guardando la vita degli altri, studiandone i moti interiori, è di lasciare spazio a un antico sentimento, misto di consenso e comprensione, che credo fermamente viva nell’uomo così come la violenza e l’indifferenza.

Credo che tutto questo ci componga per retaggio e anche per reiterazione ciclica e generazionale. Quindi il mio intento è sempre quello di coltivare ciò che ritengo universalmente giusto, come il sentimento della misericordia umana.

Quando uso il termine “misericordia” automaticamente ritorno a quel po’ di educazione cattolica che ho nel mio bagaglio personale, e non posso che collegarne il suo significato ai molteplici insegnamenti che la religione vorrebbe impartire.

Il passo è breve: subito penso a quelle persone che conosco e che frequentano con convinzione la chiesa. A quelle che hanno una fede cieca che spesso ho desiderato avere io stessa, poiché la mia, invece, è malandata e, come per tante altre cose, sempre costellata di dubbi.

Mi rammarico di constatare che sono più frequentemente quelle stesse persone a disattendere qualunque senso di misericordia.

Le ho viste pregare durante i funerali, i matrimoni o quelle rare funzioni cui ho partecipato. Le ho viste inginocchiarsi a terra; prendere l’eucarestia; consegnare i propri cari, agghindati di veli e odorosi di incenso, a dio. Li ho visti scambiarsi il segno di pace con un convincimento quasi teatrale. Convincimento che, insieme a tutto il resto, subissa quasi sempre ogni antica malinconia cristiana.

Poi le ho viste uscire ed essere solamente gente. Gente piena di rancore, di sentimenti di rivalsa e di convinzioni pregne di razzismo. Le ho viste essere né più né meno come tutti quegli esseri umani che vivono la propria vita pensando che le proprie, piccole cose valgano quanto la vita di altra gente.

È questo che mi ha procurato dolore, il fatto cioè che non vi siano priorità universali, valori così talmente intoccabili da oscurare tutte quelle piccolezze di cui è fatta la nostra vita.

Preparano i loro figli alla vita, li infiocchettano di sacramenti che, alla fine, non significano niente. Convogliano ogni energia nel raggiungimento di piccoli obiettivi che paiono oscurare quell’unico valore umano che dovrebbe essere la vita.

E allora mi sono domandata, pur conoscendo la risposta, come mai la frequentazione religiosa valga così poco; come mai secoli trascorsi a dispensare insegnamenti, che dovrebbero avere di base proprio l’accoglienza per i più deboli, non siano valsi a nulla.

E la risposta non è nella religione. Ma nell’uomo.

La religione è quel pretesto con il quale ci si vorrebbe sentire migliori, liberati con la confessione da quell’acredine che si estende al di fuori dal proprio piccolo mondo. Da tutti quei sentimenti pregni di pochezza e inciviltà.

Ed è forse una cattiva notizia quella che dovrebbero dare in chiesa: che né la confessione, né l’eucarestia liberano dall’odio le persone.

Capisco che sarebbe comodo, liberatorio anche, potersi ripulire ogni volta dai limiti di un’anima sciatta. Ma non è così: nessuno può nulla sulla nostra anima, sui nostri piccoli sentimenti. Nessuno a parte noi stessi.

E se un dio ci fosse da qualche parte, se quella voce che costantemente sussurra quello che si dovrebbe essere per aspirare a un po’ di umanità, appartenesse a un essere soprannaturale, certamente tutto quello spettacolino di genuflessioni, strette di mano, e braccia allargate, in questo mondo malato di egoismo e indifferenza, gli suonerebbe fasullo. Perché fasullo, è.

Quello che sa fare l’uomo è dividere. Dividere le differenze; dividere le classi sociali; dividere le persone in meritevoli ed emarginabili.

E in questo ritorno al razzismo, in questa legittimazione alla discriminazione c’è sempre il desiderio di eliminare quello che viene percepito come debolezza, ma che è invece la forza di una società.

La forza della società sta nel suo essere disposta ad accogliere quelle differenze che rendono l’uomo straordinario. In questa pericolosa tendenza a voler confutare la teoria dell’unica razza, perché di questo si tratta, si torna a una pericolosa ignoranza.

Forse siamo ancora un paese libero se il senatore Pillon può affermare, senza tema di ritorsioni, che obbligherà le donne a partorire; che renderà il matrimonio indissolubile.

Il problema della democrazia è proprio questo: che può essere messa talmente in discussione da implodere lentamente, senza quasi che ci se ne renda conto.

Senza rendercene conto, il Comune di Genova, in stato di allerta dopo la morte di quarantatré persone nel crollo del Ponte Morandi, ha istituito il registro delle famiglie tradizionali.

Ecco cos’è la democrazia: un valore che può essere quotidianamente rosicchiato senza che gente libera, e convinta di non dover dare nessun contributo per restare tale, se ne avveda.

Una frase come quella di Pillon suona quasi buffa. Ho provato a dirla in presenza di altre persone e tutte hanno riso. Hanno riso come per sottovalutare la portata di questi ideali. E intanto lui presenta una riforma che ri-vittimizza la donna; che di fatto impedisce a tutte quelle che si sono dedicate unicamente alla famiglia di separarsi dal marito. Marito che potrebbe essere violento.

Ed è strano come la visualizzazione delle conseguenze di certi progetti mentali porti sempre là, dove i deboli non hanno voce.

E quando una società divide, tende ad abbassare il volume delle rivendicazioni d’uguaglianza, sembrerà a voi tranquilloni uno dei classici falsi proclami. Invece no, invece si chiama attentato alla democrazia.

Quando potete discriminare le persone, o tentare di farlo, ad alta voce, non si tratta di libertà ma di attentato alla democrazia.

Patrizia Ciribè

NB: Se vi fa piacere commentare, leggete attentamente l’articolo: sono responsabile di ciò che scrivo, non di ciò che capite dopo aver letto il titolo e la Meta Descrizione..

 

 

 

Dagli Us Open alla battaglia per i diritti delle donne

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Torno a parlare di discriminazione di genere e lo faccio prendendo spunto dallo sfogo di Serena Williams, campionessa di tennis, durante la finale degli Us Open.

In breve: la tennista, accusata di coaching (che nel tennis è vietato) durante la finale degli Us Open, dopo aver ricevuto una penalizzazione, insulta l’arbitro. La sfuriata le costa un game.

Ora, ammettendo che la penalizzazione per coaching possa essere giusta (se il coaching c’è stato), e dando per scontato il fatto che l’insulto all’arbitro, causando un’ulteriore penalizzazione, possa scaturire le misure prese da quest’ultimo, bisogna ammettere che tali misure sono assai rare.

Se seguite un pochino il tennis, avrete senz’altro assistito a scene madri, con annessa distruzione di racchetta, sfuriate di vario tipo, atteggiamenti discutibili da parte di qualche tennista uomo.

Non solo, le perdite di tempo, durante il servizio, di cui molti campioni maschi si avvalgono impunemente, non fosse che per dar libero sfogo a riti propiziatori di ogni genere, sono cosa assodata.

Tutti questi comportamenti, oltre un certo limite consentito, sarebbero passibili di penalizzazione, cosa che talvolta arriva puntuale ma più come una tiratina d’orecchi che non come effettivo svantaggio per l’atleta implicato. È un po’ come quando nel calcio l’arbitro evita di dare il doppio cartellino giallo per non avere poi l’obbligo di espellere quel dato giocatore.

Già, perché come lo sport spesso ci insegna -e in questo il tennis è certamente improntato di una correttezza e pulizia che altrove latitano-, colui che si trova a fare da giudice in una gara è anche investito della responsabilità di non guastarne le sorti, soprattutto se si tratta della finale di uno dei tornei più importanti.

La persona investita di questa responsabilità, frequentemente, chiude un occhio o rende più elastico quel terreno fatto di nervosismo, tensione e sofferenza.

Se tutte le volte in cui certi atteggiamenti hanno sforato il limite consentito fossero stati puniti come da regolamento, se ne sarebbe certamente sentito parlare.

Invece, davanti alle mattane dei tennisti uomini più irosi, o davanti alle manie di campioni d’alta fascia che hanno causato pause più lunghe del consentito, certe misure non sono mai state prese.

Ma la Williams non ci sta. Una campionessa di quel calibro, senza per questo voler mancare di rispetto all’avversaria, denuncia ciò che è davanti agli occhi di tutti: l’arbitro applica il regolamento in un modo differente e lo fa perché innanzi a sé ha una donna.

Ora, queste accuse sono sempre difficili da provare, si basano su sentori, su strani equilibri e retaggi. C’è poi il fatto che a una donna, nell’immaginario comune, sia sempre meno consentito uscire dai ranghi e anche che eleganza, sempre per la donna, significhi accettare ogni cosa di buon grado.

Ma io apprezzo con tutta me stessa una campionessa che ha vinto ogni cosa e che, persino davanti ai fischi di uno stadio gremito, rinuncia a quella sottomissione (che molti chiamano eleganza) per denunciare non tanto l’errore (che spesso è opinabile) ma la differenza di trattamento.

C’è sempre poca propensione a lottare per l’affermazione di un diritto comune. C’è l’incapacità di comprendere quanto, certe battaglie personali, siano, in realtà, identificabili con un bene di categoria.

Troppo spesso ci si siede su ciò che è stato acquisito e si perdono di vista quei difetti sociali che dettano abitudini errate, che finiscono per rientrare in un sistema iniquo.

Lo dico spesso, e non posso fare a meno di sottolinearlo anche in questo articolo, quanto le donne siano spesso foriere di pensieri che sono frutto di un retaggio maschilista. Le sento apostrofare comportamenti femminili con epiteti lesivi (es: quella si veste come una z…la) che l’uomo comunemente usa per denigrare la dignità di ogni donna lo abbia fatto arrabbiare.

Le donne, in generale, ormai lo sappiamo, raramente solidarizzano tra loro. Sono poche quelle che, approfittando di una posizione di rilievo, estendono quel privilegio per combattere battaglie comuni.

Serena Williams è una grande campionessa; ha vinto tutto; ha fatto un figlio; ha messo da parte una montagna di denari e credo sia anche vicina alla fine della sua carriera. Ha raggiunto sia traguardi umani che sovraumani, non è dunque una di quelle atlete che non sanno perdere, anzi, è sempre stata tra le rare tenniste che solidarizzano e simpatizzano con le altre colleghe.

Il fatto che questo episodio sia stato preso come spunto per evidenziare meccanismi inconfutabili, e sempre trascurati, di discriminazione, trovo sia encomiabile.

Se ogni donna, trovandosi nella possibilità di dare una voce alle disuguaglianze, lo facesse, anche la nostra mentalità evolverebbe e con essa il riconoscimento della nostra identità.

È presto per sedersi sugli allori, cominciamo noi stesse cambiando una mentalità che ancora, troppo spesso, ci immobilizza. Che ancora, troppo spesso, ci convince che la battaglia di una di noi non sia la battaglia di tutte quante.

Patrizia Ciribè

 

 

 

 

Matrimoni e figli social, la nuova frontiera dei rapporti affettivi

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Prendiamo atto di un cambiamento generazionale nella gestione dei rapporti affettivi primari, al pari di ogni altra relazione personale che contraddistingua l’ambito sociale della gente.

Ne prendiamo atto perché esprimere un giudizio vessante, per quanto sia opinabile il modo con cui certi legami vengono ormai messi a nudo nei modi più disparati, sarebbe semplicistico.

Il tutto è iniziato con un’innocua celebrazione e condivisione della propria quotidianità. Il mezzo social si è reso disponibile come elemento alternativo alla solita telefonata, ai messaggi, all’invio di fotografie o video tra privati.

È stato, probabilmente, il passo successivo ai forum: ambienti virtuali, solitamente monotematici, in cui si espongono le proprie opinioni, i gusti, le esperienze, nel merito di un preciso argomento.

Se faccio un passo indietro potrei identificare nell’off topic una delle cause scatenanti il desiderio di esibire se stessi. Come tutti saprete, all’interno di un forum, l’off topic rappresenta una sorta di ammonizione e viene rivendicata dai gestori del forum nei casi in cui gli utenti vadano fuori tema.

In effetti, andare fuori tema rappresenta spesso quella sorta di confidenza che si acquisisce dopo un periodo di tempo in cui, agevolmente, si stanzia in qualche luogo. Il desiderio, cioè, di svariare dal contesto, indugiando su un terreno più personale.

L’avvento dei social, cui antesignano per me fu My space, ha regalato la possibilità di aprire, a molti dei contatti acquisiti in un determinato contesto monotematico, il proprio mondo personale, rendendolo virtualmente frequentabile.

In questi anni, abbiamo intessuto rapporti virtuali che sono spesso sfociati in amicizie vere e proprie. Alcuni si sono addirittura sposati dopo essersi conosciuti sull’web, altri hanno trovato il modo di esprimere se stessi andando oltre una sorta di timidezza che era per loro difficile vincere nella vita reale.

Ci siamo anche illusi che certi rapporti potessero, senza una conoscenza personale, consolidarsi, guadagnando un valore molto simile a quello delle “amicizie reali”.

Per certi versi abbiamo rispolverato quella forma, divenuta obsoleta, di corrispondenza che una volta era rappresentata dallo scambio di lettere. Infatti, io credo fermamente non sia tutto da buttare in questo circo virtuale; per quanto mi riguarda, almeno, ho potuto spesso dar libero sfogo alla mia annosa passione per la scrittura, attraverso fiumi di mail e di pensieri che, prima delle mie pubblicazioni, restavano nel privato dei miei scritti.

Ma una cosa, secondo me, non avevamo messo in conto: l’enorme limite che è dato dall’impossibilità di tradurre in emozioni reali quei surrogati di relazioni che, esattamente come le parole, volano via.

Se questo ha scoraggiato generazioni come la mia, ormai vicine al mezzo secolo di vita, evidenziando, a un certo punto, i bug del sistema virtuale e ridimensionando quei rapporti che non si sono mai evoluti in nulla che prevedesse una personale conoscenza, non ha fatto altrettanto con le nuove generazioni.

Quest’ultime, infatti, quasi nella loro totalità, invece di utilizzare il mezzo per mantenere quei rapporti, seppur superficialmente, o facilitare uno scambio con quelli reali, hanno cominciato a individuare in questo mezzo la vita.

La rivendicazione della propria ribalta è ormai un leitmotiv nella vita di molti. Assistiamo quotidianamente a coppie che si scambiano auguri di anniversario su Facebook pur abitando nella stessa casa; a vere e proprie cronache di rapporti sentimentali, che vengono descritti in tutte le loro tappe e commentati come se non fossero appartenenti a qualcuno.

Assistiamo alla crescita dei bambini, all’esposizione mediatica di minori non solamente con il desiderio naturale di condividere la propria felicità, ma pure con quello teatrale di creare un personaggio, attribuendo loro pensieri e intenzioni che i nostri genitori mai avrebbero pensato potessimo avere quando eravamo solo dei bambini.

Assistiamo alla messa in scena di emozioni che, dopo pochi anni, si sfracellano come le macchine in un incidente. Eppure li avevamo visti e celebrati più virtualmente che nella vita reale. Avevano fatto un rumore talmente assordante, che il silenzio successivo, quello scaturito dalla debacle di quelle unioni, tutto sommato è passato quasi inosservato.

Come se la vita non stesse più nella verità di quello che davvero compone un rapporto ma nell’esaltazione di quel rapporto medesimo, pure se poi tracimerà emozioni sgradevoli.

E quel suo frantumarsi al suolo della vita vera è talmente insignificante che quel nuovo volto che compare sul profilo, la nuova coppia che sostituisce quella vecchia, mette tutto a tacere, persino il ragionevole disorientamento che dovrebbe sopraggiungere.

Ho visto gente che si amava e giurava su Facebook amore eterno, riamare eternamente qualcun altro. Oddio, io sono una talmente pessima fisionomista che talvolta neppure mi sono accorta di tali cambiamenti!

Ma comunque sono talmente numerosi quelli ormai convinti che certe regie folli della vita privata, palesate con annunci a caratteri cubitali, regalino veridicità alle stesse, che qualcuno, naturalmente, ne trae profitto.

Abbiamo assistito a questa esposizione mediatica prima del figlio e poi della coppia oggi denominata Ferragnez. La farsa è stata talmente suffragata dai media e dai consensi, o dissensi, della gente che neppure ci facciamo la vera domanda.

La vera domanda non è quanto guadagnino costoro e neppure se siano reali i sentimenti che li legano.

La vera domanda è: in quale dimensione vivranno i quasi cibernetici figli di questo parto mediatico?

Tra vent’anni, se sarò ancora viva, avrò interesse per quello che il baby Ferragnez sarà diventato e con lui tutti quei bambini pompati da questa macchina composta da enfatizzazioni vuote di qualunque reale riscontro.

Sono curiosa di sapere il destino di queste intelligenze artificiali, nate nell’artifizio e cresciute a suon di ostentazioni, prima che i loro sentimenti e le loro passioni potessero concretizzarsi realmente, in quella cosa obsoleta chiamata esperienza reale.

Patrizia Ciribè

 

 

 

 

 

 

Perché è così difficile ammettere che le brutture appartengano alla razza umana?

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Ormai è diventato inevitabile far udire la propria voce attraverso slogan ed etichette. Sono rari i soggetti che dicono qualcosa di originale, personale, risultato di un ragionamento svincolato dalle solite frasi standard. E, come se non bastasse, ogni ragione o torto di qualcuno è diventato il modo per fare di ogni argomento il pretesto per tifare, esattamente come allo stadio.

Il dolore è diventato uno strumento di propaganda, un modo per palesare le proprie convinzioni. Gli stupri, in primis, sono divenuti la materia prima preferita dai coltivatori d’odio. Non si guarda neppure più se qualcuno sia colpevole o solamente indagato, le due cose, ormai, sono considerate la stessa.

Quindi, lo stupratore, o presunto tale, non rappresenta più quel mondo maschile e retrogrado, violento e perverso di cui la donna, da sempre, è vittima, ma la dimostrazione di un concetto d’odio che è ormai necessario per avvallare le convinzioni comuni.

Non si sente mai una forma di solidarietà per la vittima, ma certamente un clima d’odio per quel colpevole che, qualora incarni il nemico attuale, lo straniero di colore, conferma una disumanità che, in qualche modo, gli è ormai stata attribuita.

Eppure, viviamo in un Paese dove le vittime femminili di stupri e omicidi, da parte di carnefici italiani, non fanno neppure più notizia; però, se lo stupro viene imputato allo straniero di colore, è la riprova che questi, nella sua generale appartenenza etnica, non possa essere considerato umano.

Come se la razza non fosse una solamente, quella umana, e come se questo non fosse di per sé sufficiente per dipingere parte di questa come violenta, perversa, oppressiva.

Eppure, da che mondo e mondo, l’uomo ha vessato la donna nei modi peggiori possibili. Risale solamente al 1981, grazie al caso di Franca Viola, l’abolizione, dal nostro ordinamento giuridico, della legge sul matrimonio riparatore, che condonava ogni sopruso commesso ai danni di una donna in caso di matrimonio con la stessa.

Pensate un po’, l’uomo rapiva una donna, la segregava, la violentava, poi la riportava ai genitori e, sposandola, cancellava ogni abuso compiuto. Erano maschi bianchi, nostri connazionali, cittadini accettati dalla legge italiana e considerati comunque appartenenti alla razza umana.

Possiamo andare indietro nei secoli e le donne hanno sempre subito dagli uomini ogni genere di vessazione. E continuano a subirla anche oggi, quando decidono di lasciare un uomo perché violento o quando, semplicemente, non lo vogliono più e, legittimamente, decidono di scaricarlo. Ma no, c’è ancora quell’uomo che non ci sta. Generalmente, il vile, stermina la famiglia e poi si uccide.

Mi sono sempre domandata perché non possano, certe persone, uccidersi prima di privare della vita qualcun altro. Ebbene, la risposta sta nell’esasperazione di quell’ancestrale seme di violenza che, ancora oggi, alberga in certi individui maschi.

Il bisogno di predominare, di prevaricare, di controllare la vita di una donna, umiliandola, stuprandola, uccidendola, è inutile che ci giriamo intorno: è tutto maschile. Non africano, maschile. Di certi maschi. Magari fa più piacere credere che la provenienza etnica, una differente cultura, possano influenzare un istinto. La verità è che questa forma mentis è tipica di quegli uomini che non si sono mai liberati del più antico dei sentimenti: il desiderio di supremazia sulla donna.

È incredibile come, per avvallare il proprio credo politico, persino quegli uomini che un tempo, in uno stupro, erano pronti ad analizzare la responsabilità di quella donna incauta che girava in minigonna, di sera, da sola, oggi siano i primi a denunciare quella violenza, senza dimenticare di ribadire la provenienza etnica del violentatore. Questo, ovviamente, se il boia non è un individuo socialmente accettato e dalla pelle bianca.

In quel caso, tutto il risentimento precedente decade, per lasciare spazio a quel garantismo legale che ha sempre, certamente un senso.

Nel caso Yara Gambirasio -la ragazzina della provincia di Bergamo, violata e uccisa nel 2010- l’uomo di origini marocchine, regolare operaio con lavoro in Italia e permesso di soggiorno, Mohammed Fikri, vide la sua vita andare in frantumi, con un accanimento mediatico durato quattro anni. Le motivazioni suffragate dall’opinione pubblica, come sempre impegnata nella flagellazione senza né prove, né condanna, riguardavano quasi sempre la sua etnia.

Il vero colpevole venne assicurato alla giustizia nel 2014 e condannato all’ergastolo in via definitiva tre anni dopo. L’uomo è un bianco, italiano di nome Massimo Bossetti.

È interessante, avendo seguito un pochino il caso e i commenti dell’opinione pubblica, verificare come la sua italianità o, come abbiamo imparato a dire dai film americani, la sua appartenenza caucasica, non siano mai state considerate aggravanti. Eppure, il nostro è un Paese dove stupri, omicidi efferati, abusi reiterati sono ormai all’ordine del giorno e, nella maggioranza dei casi, i carnefici sono maschi bianchi.

Talvolta, sono persino ragazzini, figli di famiglie per bene; adolescenti che bevono, si drogano, aggrediscono una vittima e la violentato a turno, magari filmandola con i loro smartphone di nuova generazione.

Mi rivolgo alle donne che stanno leggendo: quante volte, in una tavolata, parlando di reati quali uno stupro, in presenza di maschi, avete dovuto sentire le loro illazioni rispetto alla validità di un sì detto troppo tardi; oppure di un abbigliamento discinto; di un atteggiamento provocante che avrebbe potuto creare fraintendimenti?

Quante volte avete udito questi maschi, uomini comuni, vostri amici, gettare la croce su una poveretta, lasciata a rimettere insieme i brandelli della sua vita nell’angolo buio di una strada, cercando nella condotta libera di questa donna un motivo per quella violenza?

Per anni abbiamo sopportato questa mentalità, la convinzione, cioè, che possano esservi delle attenuanti a uno stupro, giustificazioni per un reato che, da sempre, è considerato minore dagli uomini.

Improvvisamente, però, quegli uomini oggi gridano “allo stupro”. Improvvisamente lo stupro diventa il loro primo pensiero. Un reato che sino a poco prima rientrava a malapena nell’offesa alla dignità, oggi è l’espediente per la coltivazione d’odio così tanto in auge al momento.

Ed è interessante realizzare che l’uomo italiano è tra i primi turisti sessuali nel mondo; è tra i maschi che più difficilmente accettano di essere mollati da una donna; è spesso nelle pagine di cronaca nera proprio per quel suo essere maschio, violentatore, violatore, prevaricatore.

Le popolazioni africane, che hanno subito quattro secoli di schiavitù; i cui discendenti hanno trovato in voci onorevoli come quella di Martin Luther King la possibilità di vedere riconosciuti i propri diritti civili, dovrebbero capitolare proprio qui, in Italia.

Tutto questo ha purtroppo un senso, lo ha storicamente, lo ha geneticamente, soprattutto per un popolo che è stato sotto il fascismo per oltre vent’anni. E cos’è il fascismo se non la coercitiva pretesa di eliminare la diversità dalla vita sociale?

Non voglio neppure cadere in banalità quali il colore della pelle, do per scontato il fatto che l’italiano sia meglio di così.

Ma la diversità è invisa a questo popolo. È un elemento che, quando va bene, è stato tollerato. La tolleranza non rappresenta mai un vero senso di civiltà.

La tolleranza è la falsità perbenista di un popolo ignorante. Non è umanità, non è accettazione disinvolta e naturale di ciò che distingue gli individui. È un sentimento di sopportazione che rimane sopito e che, in momenti come questo, storicamente ciclici, con i bene placido degli indifferenti, si trasforma in odio.

Patrizia Ciribè

 

 

 

Lutto nazionale: la vera essenza della mentalità popolare

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A una settimana dal crollo del ponte Morandi di Genova, direi che abbiamo visto e sentito di tutto.

Come era prevedibile, questo genere di tragedie servono sempre a qualcuno per un po’ di propaganda elettorale gratuita e a qualcun altro per cercare il pelo nell’uovo di quella campagna, ed esternare la propria faziosità.

Prima, in ordine, arrivano i proclami di solidarietà, di senso del possesso per la città sede della tragedia, e poi è tutto un additare e strumentalizzare ogni cosa.

Il problema della politica è che non ha quasi mai un po’ di dignità; non ha né buongusto, né umiltà. Nessuno di quelli seduti su qualche poltrona, o aspiranti a sedersi da qualche parte, può rinunciare alla possibilità di utilizzare una tragedia per il proprio tornaconto.

Ma la cosa più destabilizzante è che la campagna elettorale, ormai, coinvolge attivamente anche gli elettori, tutta quella schiera di teste che giornalmente perseverano nell’ostentare una conoscenza che non hanno e la volontà di affermare il proprio pensiero (sia chiaro, non escludo, da questo atteggiamento, nessuna delle attuali appartenenze politiche). E lo fanno con ogni mezzo, senza rispetto né per le vittime, né per i loro cari.

È la vuotezza dei falsi proclami, dell’ostentazione di un dolore che non può essere paragonato a quello di chi, certe cose, le ha vissute. Ma, anche qui, nasce una sorta di arroganza, la convinzione, cioè, che il lutto riguardi tutti e non solamente chi, in quel crollo, ha perso i propri cari.

L’ho sperimentato su me stessa quanto poco le persone se ne stiano davanti a cose che non conoscono. Quanto abbiano sempre cose da dire, proclami da fare, anche entrando nel merito di un tumore che non hanno mai avuto. Hanno avuto una ciste e si paragonano a chi ha avuto un carcinoma. La verità è che raramente la massa ci sta a rimanere indietro, persino se si parla di tragedie; persino davanti a una malattia.

Ebbene, io non mi sento di dire che ero su quel ponte; che sono in lutto anch’io; che è come se un po’ fossi morta quel giorno. Non me la sento per rispetto a chi è morto davvero e a chi è rimasto a piangere qualcuno. Eppure, Genova è la mia città natia, mia madre è genovese, i miei nonni lo erano. Tutti noi abbiamo percorso quel ponte una quantità infinita di volte.

Ma credo ci voglia un po’ di umiltà, anche nel sostenere il dolore di qualcuno; la capacità di farsi da parte e ammettere che, se non hai perso la vita e se nessuno di quelli che ami è morto, allora non sei parte attiva di quel lutto.

Dobbiamo imparare a solidarizzare senza egocentrismo; senza pretendere di essere al centro di qualcosa che non possiamo conoscere. Imparare a lasciare spazio ai protagonisti di un dolore, a partecipare a un lutto senza appropriarcene.

Ho letto un po’ di tutto in questi giorni: “Se non sei genovese non puoi capire”; “Siamo morti un po’ anche noi su quel ponte” e vari altri proclami che trovo aberranti. Mi domando perché sia così difficile fare un passo indietro, evitare di paragonare il proprio, legittimo scoramento con un dolore vero, lacerante, quello, cioè, di chi non ha visto i propri cari tornare a casa.

Sembra un modo per solidarizzare ma è solamente una forma di egocentrismo che ormai dilaga un po’ ovunque, persino in situazioni di morte e malattia altrui. “Quante, patetiche manie di protagonismo proliferano fra la gente”. È una frase che mi gira in testa da giorni, accompagnata da un’avversione costante verso tutta questa abominevole retorica.

Ma la gente non limita lo scatenarsi incivile del proprio ego. Oltre a tutto ciò, si prodiga in cerca di vecchie affermazioni di schieramenti politici avversi; si improvvisa tecnico, avvocato, patetico poeta dell’assurdo. E girano poemi strappalacrime pregni di una frustrazione che si trasforma in rabbia generalizzata, priva di qualunque fondamento, utilizzata per inutili guerre sui social.

Quello che mi chiedo sempre quando scrivo è se sono sincera. Ciò che sta alla base di un pensiero onesto è, innegabilmente, la propria onestà, la consapevolezza di non utilizzare quello scritto asservendolo ad altro. Mi chiedo poi se potrei limitare quelle parole all’essenziale, a ciò che conosco veramente, a ciò che ho toccato con mano.

Ed è per questo che c’è chi scrive per onestà e chi lo fa impropriamente e per esibizione: perché l’esibizione, così come l’abuso di un mezzo, non si ferma davanti a una porta chiusa su ciò che non sa. L’esibizione apre quella porta e continua a parlare del nulla; continua, perché non ha rispetto per un mezzo sacro che, per gestire, è necessario saper utilizzare.

Per questo detesto la retorica di certi scritti, la scorretta dietrologia, l’incapacità di fermarsi davanti a quel che non si conosce: perché ciò che attrae la massa è proprio l’ampollosa esternazione di emozioni sentimentali che non contengono l’essenza di un sentimento vero. Perché, per provare un sentimento, per essere parte di qualcosa, è necessario sapere. Ma si sa quanto il sapere abbia perso la sua attrattiva davanti alla facile ostentazione della vanità. Una vanità che calpesta il dolore vero e pretende di appropriarsi di ciò che non le compete.

Ho letto fiumi di parole, di frasi sterili, patetiche. Ho visto la condivisione di immagini puerili che pretendono di racchiudere cordoglio in una misera vignetta che vorrebbe essere solidale. La pochezza di una sintesi vuota, priva di sostanza, scevra di intelligenza e spessore.

In questi giorni ho desiderato che i social non esistessero, che si potesse tornare a quando la gente aveva mezzi limitati per esternare la propria pochezza. Perché, se da sempre credo che non sia colpa del mezzo il fatto che chi lo usa non ne sia in grado, credo altresì che i danni causati dall’utilizzo irresponsabile e stupido di qualcosa, possa solamente nuocere alla coscienza comune.

Già, perché ora la gente è convinta che la solidarietà si esprima attraverso la condivisione pubblica del proprio potenziale; che i propri pensieri, persino se limitati dall’incapacità di riflessioni adeguate, abbiano un peso e una qualche necessità di essere espressi.

Non c’è stato un solo momento di rispetto, di vero rispetto. Nonostante il clamore, le esternazioni rumorose e scomposte, nessuno è stato in grado di rispettare il vero dolore; l’unico dolore: quello degli affetti di chi è morto.
Non esiste dolore comune, città che non molla, che si rialza, che non si piega. La verità è che gli unici piegati e distrutti sono quelli che hanno perso qualcuno sopra a quel ponte. Sono loro a ritrovarsi soli con il proprio dolore, nelle case con le stanze vuote, senza i figli, i nipoti, gli amici. Sono quest’ultimi che non torneranno più e non c’è, in questo, possibilità né di rialzarsi, né di ripartire.

Ma è talmente strepitante questo delirio di onnipotenza popolare da convincere gli spettatori di avere un ruolo attivo e predominante. Un ruolo che abbia diritto di esprimersi attraverso una magniloquenza becera e priva di contenuto.

Quando le persone soffrono -non la moltitudine, ma determinate persone-, bisogna solamente fare un passo indietro; partecipare a quello scoramento silenziosamente, senza pretendere né di esternare, né di sentenziare. Ci sono eventi nella vita che riguardano unicamente chi li ha vissuti. Ciò che sarebbe auspicabile è un’intelligenza comune, una coscienza umile e dignitosa.

E, torno a dire, quando mancano le parole adatte, quando manca la profondità per provare veri sentimenti, e non enfatiche prostrazioni nate dall’autosuggestione, è meglio tacere. Perché non so se sia peggio l’indifferenza di alcuni o la pochezza di un messaggio che, davanti a un’immane tragedia come questa, non può che suonare idiota.

Genova si risolleverà. I parenti e gli affetti delle vittime, no. Iniziamo a rispettare questa differenza.

Patrizia Ciribè

La morte della coppia in una strana fusione: la famiglia coniugale

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«Mamma, stasera mangiamo i ravioli?»

Nulla di strano in questa domanda, se non fosse che a pronunciarla non è uno dei figli urlanti della donna, ma suo marito.

«Si, papà, stasera ravioli e per domani ho preso gli gnocchi», risponde lei, chetando i due marmocchi che le girano attorno.

È estate, dunque, in coda al banco formaggi del supermercato, queste frasi mi suonano folli. E non solamente per via dello strano modo -“ammazza libido”- col quale i due adulti si appellano reciprocamente; anche per via di un regime alimentare che, con 35° e il 90% di umidità, mi pare a dir poco folle.

La coppia continua questo dialogo, fondato su nuovi ruoli che hanno assunto, forse dimenticandosi di essere una coppia.

Anche mia madre, quand’ero una bambina e le domandavo qualcosa, era solita rispondere «chiedilo a papà», e lo stesso faceva mio padre. Quella di rimbalzarsi le decisioni è una prerogativa genitoriale direi irrinunciabile. Ma non li ho mai sentiti parlare fra loro come fossero tutt’uno con noi figli.

Forse, se lo avessero fatto, avrei creduto che fossimo, ognuno, il quarto esatto di un nucleo egalitario; che non esistesse una loro vita al di là di là di quella che condividevamo come famiglia.

Vivaddio, è sempre stato molto chiaro per noi figli che, al di fuori del nostro ménage familiare, ce ne fosse un altro, composto da due persone, privato e inviolabile da parte nostra.

Ma tornando alla “nostra” famiglia coniugale: la mamma cede alle richieste di uno dei figli che, mentre la donna parla di ravioli e gnocchi con il marito, le tira l’abito agguantato dall’orlo, piagnucolando richieste inverosimili.

Faccio un piccolo inciso: forse i fanatici della famiglia tradizionale, invece che prodigarsi per difendere la presenza di due adulti di sesso differente, dovrebbero farlo affinché si preservi la coppia all’interno della famiglia; una vera coppia formata da due adulti –non importa di che sesso- che si ricordino di essere tali. Infatti, l’unica certezza che ho, da acerrima nemica di qualunque livellamento personale, è che ogni nucleo, grande o piccolo che sia, debba difendere le differenze e le necessità individuali dei suoi componenti.

Ma nuovamente tornando alla scena corrente: per me, voi donne con figli e lavori, siete delle figure mitologiche: vi guardo destreggiarvi, mentre fate la spesa e rispondete a ogni domanda vi venga posta, e chetare ogni alterco tra i figli persino dopo una giornata in ufficio.

Vi osservo mentre siete in coda alla cassa, immaginando che stiate andando a preparare la cena. In fondo, la famiglia italiana non cambia: è ancora quella degli anni Cinquanta, con la sola variante che le donne, oggi, lavorano anche fuori casa.

E mi viene in mente quella proposta che, di tanto in tanto, riaffiora tra i governi che si alternano: la pensione alle casalinghe.

Così il mio pensiero viaggia e mi domando che tipo di pensione dovrebbe percepire una donna che si destreggia tra casa, lavoro e figli e che non può permettersi aiuti domestici. E concludo che, se le casalinghe devono avere una pensione, le donne che lavorano anche fuori casa dovrebbero godere di sontuosi vitalizi.

Si, rifletto -mentre guardo la donna che prende il figlio in braccio e risponde al marito che pare un terzo bambino-, “una bella pensione d’oro alla signora che schiocca un bacio sulle labbra del figlio”. E penso quanto, ancora oggi, mio padre si schermisca mentre gli accarezzo la barba.

Torno così a osservare certi meccanismi che mi suonano strani, e un po’ invasivi di un territorio di antichi pudori, di sfere private e inviolabili per noi figli.

Penso, mentre la coda avanza lentamente, ai baci sulla bocca dei miei genitori, al loro mondo fatto di una complicità meravigliosa che, sanamente, ci escludeva.

Mai ho saputo quanti soldi avessero, credo di non aver neppure capito, sino a una certa età, che fossero pochi. Avevo quel che avevo, come la maggior parte dei miei coetanei. Di certo sapevo che c’era in casa mia uno schieramento composto da due persone, sempre solidali e coi loro segreti.

Oggi, anche per lavoro, mi trovo davanti famiglie in cui i figli, ancora bambini, vengono messi al corrente di tutto, anche dei patrimoni familiari. I baci sulla bocca non sono più un’esclusiva tra i genitori e neppure lo sono le parole “ti amo”.

Poi mi imbatto in due coniugi che tra loro si chiamano “mamma” e “papà” e, scusate, mi assale un’amara tristezza: dov’è finita l’intimità tra un uomo e una donna? Dov’è quel rapporto esclusivo fatto di una gestualità e di un gergo adulti? Davvero, essere genitori oggi, significa creare una sorta di democrazia familiare; un nucleo dove tutti si amino allo stesso modo e dove l’esclusività di un rapporto adulto venga distrutta da una sorta di strano livellamento?

Mi è difficile comprendere dove vadano a finire i confini di una sfera personale che non solo necessita dei propri misteri, ma anche di un sacro e inviolabile gergo!

Perché, rinunciare alla coppia all’interno della famiglia, come se questa fosse una piccola società fondata sulla democrazia, è come rinunciare a essere adulti.

“Mamma, e se domani facessimo le braciole sulla griglia?”

Dopo quest’ultima domanda, smetto di pensare. Rido fra me e me mentre mi auguro, per la loro felicità coniugale, che questo gioco di ruolo abbia, seppur improbabili, risvolti piccanti!

Sono o non sono un’inguaribile ottimista?

Patrizia Ciribè