Patrizia Ciribè, autrice di romanzi, getta un occhio sulla società attuale con la rubrica La Pat zone.
Il suo amore per la letteratura classica; per i vecchi film; per tutto ciò che è vintage, sono elementi che agevolano la sottolineatura degli annosi contrasti tra ciò che è, e ciò che abbiamo lasciato indietro. La sua propensione a spogliare le miserie quotidiane da quel che, attualmente, patina il mondo, è il veicolo per viaggiare nelle zone represse dell’animo umano.

Sentimentalismi, soap opera e social network

An illustration of a couple online on computer

Ieri guardavo una serie tv americana e mi sono imbattuta nella classica scena in cui lui riceve una promozione e lei lo incensa davanti a tutti, prendendo a pretesto la classica grigliata con gli amici per fare un discorso.

Quanto piace, agli americani dei film, fare discorsi in pubblico è impressionante. Non so se questo accada anche nella realtà, cioè se, alla festa di compleanno del bimbetto di cinque anni, il papà zittisca tutti per perdersi in panegirici imbarazzanti, partendo dagli albori del suo concepimento. Quel che è certo è che questa immagine cui attingiamo da anni ha condizionato molto del nostro modo di vivere.

Secondo me, pur con la nostra latinità, noi italiani, anticamente, eravamo un popolo più riservato, meno incline alla spettacolarizzazione di ogni cosa. Poi, abbiamo imparato l’arte dell’esibizionismo e forse, d’un tratto, ci siamo domandati: ”Perché fare una proposta di matrimonio senza che lo sappiano anche gli altri? Perché non sfruttare quel momento per guadagnare quei cinque minuti di pubblica gloria cui abbiamo diritto? Perché se diciamo al nostro compagno di amarlo non devono saperlo anche le altre persone?”

Da lì in poi, è stata l’ecatombe di ogni senso di riservatezza, anche di quello più legato alla sfera sentimentale. Mi capita frequentemente, sui social, di imbattermi in vere e proprie dichiarazioni d’amore tra coniugi o fidanzati. Io che sono un po’ pudica in questo genere di sentimenti, tanto che a mio marito, sui social, non faccio neppure gli auguri per il compleanno, resto sempre un po’ in imbarazzo.

Per esempio, leggendo due persone che, in teoria, dovrebbero vivere nella stessa casa e si dichiarano amore eterno su Facebook, proprio non riesco a non ridere immaginandoli mentre, in stanze diverse, si dedicano pubbliche e appassionate sviolinate; mentre smanettano sulla tastiera di un cellulare e, invece di sussurrarsi cose all’orecchio, le scrivono affinché tutti possano leggerle.

A volte, tutto mi riporta con la mente a Beautiful, la famosa soap opera che credo sia ormai quasi più vecchia della Regina d’Inghilterra. Molta della responsabilità di questo circo melenso cui assistiamo ogni giorno, nasce da lì. Da lì, dove gli amori si accendono e si spengono in qualche puntata e, nel frattempo, si esibiscono in una pretenziosa esclusività che dura quanto un caffè ristretto.

E allora mi domando se non sia proprio questo clamore a simulare quello che manca. Se il tentativo non sia quello di colmare il vuoto di sentimenti che finiscono per spegnersi in un momento, nonostante tutto il rumore fatto, le migliaia di euro spese in sontuosi matrimoni e le frasi scritte da una stanza all’altra invece di stare vicini in privato.

“Io ti amo più della mia vita”, e l’altro risponde “E io di più”; e i “vita mia” si sprecano come l’acqua d’estate e i “per sempre” non hanno più il giusto spazio per risaltare. E assistiamo a tutto questo fenomeno di spettacolarizzazione del più becero sentimentalismo anche nella replica di ciò che per decenni abbiamo visto in televisione o al cinema.

Questo prodotto arrivava sempre dal Nuovo Mondo dove la cinematografia ci ha insegnato che se non fai un discorso; se non pronunci dei voti nuziali pubblici; se non ti inginocchi per terra con un anello in mano; se non dichiari amore eterno davanti a tutti, allora sei invisibile.

Ho visto persone autoconvincersi della veridicità dei propri sentimenti attraverso la spettacolarizzazione degli stessi. Girare filmini delle proprie nozze come fossero cortometraggi da esibire in un povero cinema. Tutto ciò come se l’esibizione di quelle mezze nudità facesse di loro una coppia.

Poi, però, disturba il clamore di certe necessarie manifestazioni, quelle che servono per le lotte sociali; quelle che mettono in crisi il pretestuoso pudore che foraggia il pregiudizio. Infastidisce la lotta pubblica, il rumore del disagio sociale che osteggia il fluire mediocre dell’inconsistenza attuale.

Sì, dunque, agli schiamazzi, se servono per illusionismi e grottesche esibizioni di sentimenti ed emozioni, ma se il rumore proviene da un disagio o dalla morte della civiltà, allora non piace a nessuno.

Non importa quanto il mondo evolva, rimarrà sempre attuale e versatile la frase -tratta dal romanzo “Povera gente”- di Dostoevskij (anche come metafora): “Alla gente ricca non piace che i poveri si lamentino ad alta voce della magra sorte: molestano, sono importuni. Sì, la povertà è sempre importuna: i gemiti degli affamati, certo, disturbano il sonno del ricco!”

Patrizia Ciribè

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Razzismo e problemi di linguaggio

main “Umanità”, di Nino Mandrici.

Da qualche anno, rifletto molto sul razzismo, su cosa spinge le persone ad alzare muri, a considerarsi dalla parte giusta della barricata. Purtroppo, non ho grandi risposte, solo sensazioni che ricevo guardando come ragionano certe persone.

Stamattina, sulla pagina Facebook di un noto quotidiano, c’era la notizia che una coppia gay è stata respinta all’ingresso di un locale di Roma. Al fastidio che questa notizia mi ha provocato si sono aggiunti i commenti lasciati sotto all’articolo. Ve ne cito alcuni, tanto per dare l’idea dell’arretratezza che regna nelle menti della gente:

Se questi non avessero ostentato la loro omosessualità sarebbero entrati senza problemi. Hanno voluto fare il circo e giustamente, anche per una questione di decoro, il titolare lì ha fatti accomodare fuori

Scusate è quando non ti fanno entrare nei locali gay nessuno dice niente.. Ma per cortesia fate notizia seriamente

Un locale solo per coppie uomo e donna, sapete leggere o commentate dal titolo? Solito articolo per buttarla sul razzismo, sull’omofobia.. ecc ecc…

Questi sono solo alcuni dei numerosi commenti lasciati dai vari omofobi che popolano questo pianeta, gente convinta che quando si subisce una prevaricazione, violenza, discriminazione, la colpa sia della condizione di chi la subisce e non del limite culturale di chi la compie. Gente che darebbe la colpa a chiunque pur di avvallare quella paura radicata di accettare che tutti abbiamo lo stesso diritto di essere. Semplicemente essere.

Ogni volta, mi dico che non è possibile esistano persone capaci di certi ragionamenti. E mi dico anche che se continuiamo a esistere, nonostante latiti così tanto l’intelligenza, è solo per quell’istinto di prevaricazione radicato nell’uomo, simile al desiderio di sopravvivenza ma che, in realtà, è qualcosa di molto più insidioso.

L’uomo prevarica, lo sappiamo. L’uomo divide, anche all’interno delle stesse categorie, l’uomo cerca sempre di emarginare qualcuno. La donna questo lo sa bene, dato che nera, bianca, ebrea che fosse, ha sempre dovuto fare i conti con il suo genere sessuale. E lo sanno anche gli appartenenti a gruppi etnici definiti minoranze come, al loro interno, ci siano divisioni e si creino distinzioni.

Leggendo un po’ di letteratura ebraica, per esempio, potrete constatare come persino all’interno del popolo che è stato perseguitato sempre, a partire dai babilonesi, le divisioni e rivendicazioni siano moltissime. E come persino all’interno delle medesime religioni, a un certo punto, qualcuno abbia deciso di definirsi ortodosso, ovvero portatore di verità assoluta. E lo sa questa grande maggioranza bianca, che è composta da così tante sottocategorie da non trovare unità neppure all’interno delle stesse.

E allora mi domando, oltre alla paura che il termine libertà genera nelle piccole menti, che proprio si rifiutano di accettare la comune esistenza di qualunque differenza: qual è il motivo primario che impedisce all’uomo di aprirsi al diritto universale di esistere singolarmente per come si è fatti?

Non parlo delle rivendicazioni che dietro celano interessi economici e politici. Parlo proprio di mentalità, di un istinto ancestrale che spinge la razza uomo a dividersi e offendere il comune senso di esistenza. Quel qualcosa che si è talmente radicato da impedire alle persone di esprimersi senza cattivi retaggi. Perché, tristemente, constato che oggi, per generazioni come la mia, che ho quasi quarantanove anni, sarebbe necessaria una scuola di educazione all’antirazzismo, un istituto che insegnasse come esprimersi senza offendere il diritto di tutti di esistere e di non essere discriminati. Anche nel linguaggio.

Recentemente, è uscito il mio nuovo romanzo che ha, tra gli elementi che compongono la trama, le storie d’amore e di vita di un uomo omosessuale.

Parlando con qualcuno delle varie impressioni, parlando con gente della mia età o anagraficamente più anziana, mi sono imbattuta in un’imbarazzante difficoltà lessicale, nell’incapacità di esprimersi, magari anche con buone intenzioni, senza offendere una categoria.

Loro sono anche più sensibili”, mi è stato detto l’altro giorno, frase che mi ricorda quella che mi disse un mio conoscente a proposito dell’attuale flusso migratorio “Non è colpa loro se sono nati africani”. Frasi dette con una specie di buona intenzione, un goffo tentativo di avvallare uno strano principio di tolleranza, ma con un retaggio di discriminazione talmente pesante da non riuscire proprio a liberare il proprio linguaggio da quella assurda convinzione di “essere meglio”.

Ho sempre pensato che l’uomo fugga la propria autonomia e che da millenni si associ, si costituisca in gruppi e pensieri a senso unico perché incapace di autogestirsi. Per questo fuggo, da sempre, ogni sorta di affiliazione e l’unica tessera che ho fatto nella mia vita, a parte quella della biblioteca, è quella per andare a vedere il Genoa. Perché solamente in un pensiero autonomo, svincolato dalla necessità di sposare una comune idea, si può coltivare la civilizzazione radicale della mentalità.

Solo se non si hanno pretese di verità assoluta, come quelle impartite dalla religione, dalla politica, dalla società borghese e provinciale che abbraccia il mondo, si potranno imparare i fondamenti della natura umana, che non è buona o cattiva in relazione alla singola consistenza fisica e spirituale ma lo è solamente in relazione a un concetto generale di umanità.

Vi lascio con una perla di Nanni Moretti: «Chi parla male, pensa male», dal film Palombella rossa.

Patrizia Ciribè

 

La disumanità resta sopita tra la gente, in attesa di riemergere.

TO GO WITH AFP STORY BY HANNAH MCNEISH This photo taken on March 12, 2014, shows the skulls of victims killed during the Rwandan genocide, laid out in the Nyamata Church in Nyamata, Rwanda. Nyamata and the surrounding area suffered some of the worst violence during the 1994 Genocide Against the Tutsi, with thousands of people killed in and around the church, which now stands as a memorial to the genocide. A survey showed that 26 percent of the Rwandan population suffers from post-traumatic stress disorder, yet the country lacks the adequate mental health facilities needed to address this issue. AFP PHOTO / PHIL MOORE (Photo credit should read PHIL MOORE/AFP/Getty Images)

È appena trascorso l’anniversario della liberazione del campo di Auschwitz e, come ogni anno in questo periodo, le riflessioni in merito alla Shoah sono moltissime. Sono favorite anche dal mezzo mediatico che, fortunatamente, ripropone molti servizi al riguardo.

Ieri, mi sono imbattuta proprio in uno di questi, su Sky Arte. L’argomento centrale di questo documentario è il processo ai ventidue nazisti accusati di sterminio di massa. Siamo a Francoforte, nel periodo prenatalizio del 1963.

Quello di Francoforte fu un processo senza precedenti che costrinse i tedeschi a confrontarsi con la storia dello sterminio degli ebrei d’Europa. Sebbene nel Processo di Norimberga su quaranta imputati ne vennero condannati trentanove, tra i quali ventuno condannati a morte e otto all’ergastolo, mentre in quello svoltosi a Francoforte le pene inflitte non soddisfecero minimamente le aspettative, questo processo servì per raccontare alla gente una verità oscurata da anni di rinascita e crescita economica.

Brevemente: il processo durò due anni e si tenne nella sala del consiglio del Municipio di Francoforte, tra il 1963 e il 1965. Il merito del processo contro Auschwitz è di Fritz Bauer, l’allora pubblico ministero. Tra i vari imputati vi era Richard Baer (che morì in carcere due anni prima del processo), ultimo comandante del campo di Auschwitz. Al di là delle condanne, direi assolutamente simboliche, di dieci degli imputati, l’importanza di questo processo fu nella sensibilizzazione non solo della magistratura tedesca ma anche della pubblica opinione. Infatti, per quasi vent’anni, lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti passò sotto a uno strano silenzio, non solo di omertà, soprattutto di ignoranza.

Tra le varie immagini del servizio di Sky Arte, non ultime quelle girate durante il sopralluogo ad Auschwitz dei componenti di accusa e difesa giudiziaria, vediamo sfilare le facce degli imputati, senza un’ombra di vergogna, mentre entrano in un’aula piena di gente ancora inconsapevole rispetto a quanto realmente accaduto diciotto anni prima.

Tralascio molte cose rispetto a un processo durato due anni che non ha reso giustizia, neppure lontanamente, alle vittime dell’Olocausto. Ma il soggetto delle mie riflessioni, come sempre, è la comune mentalità.

Ci sono delle significative parole di Bauer, l’allora pubblico ministero, parole che andrebbero incorniciate e appese in ogni strada e piazza del mondo. Non le ricordo precisamente ma il concetto è questo: “Quando la giustizia chiede cose che vanno oltre ogni senso di umanità, l’essere umano ha il dovere di fermarsi”.

Di tutta quanta questa storia, ciò che mi crea un grande senso di angoscia è la follia collettiva che l’ha nutrita, la cieca convinzione che ha sostenuto un genocidio.

La verità è che in momenti di conflitto bellico sono molte le concessioni e le licenze rispetto al comune senso di umanità. Non solo, proprio in quei periodi di flagellazione e sterminio, le persone agiscono attraverso una coscienza che era sopita, che nella normalità di una vita socialmente pacifica non ha avuto modo di manifestarsi.

Credo da sempre che siamo circondati da persone che in quelle circostanze avrebbero agito allo stesso modo e sono quelle che non resistono all’istinto egoista e prevaricatore della natura umana, e, qualora qualcuno li convinca di essere nel giusto, trovano il pretesto per manifestare odio.

Credo sia giusto interrogarsi su questo perché riuscire a esprimersi in modo perentorio, negando la necessità di umanizzazione (ormai, definita buonismo) è come legittimare azioni che potrebbero generare l’ennesima anomalia, esattamente come ci insegna la storia.

Va ricordato che i campi di sterminio erano la destinazione non solamente degli ebrei ma pure di quelle minoranze che, nella convinzione comune, disturbavano la normalità: oppositori politici, minoranze etniche, omosessuali, malati di mente e portatori di handicap.

Va ricordato che il tentativo di conservazione di un popolo, reso legittimo da una percezione distorta della realtà, non può che creare il pregiudizio. Il pregiudizio, in tempi difficili, è sempre padre di una giustificazione insana rispetto ad azioni che la civiltà dovrebbe continuare a ritenere inaccettabili.

Ma la base su cui, da sempre, proliferano certe azioni è la mentalità comune, quell’insita convinzione che, in tempo di pace, macera in un odio silenzioso per una parte dei propri simili. Non solo, macera nella convinzione di meritare di più.

Credo che tra i tanti sorrisi di persone che oggi inneggiano alle azioni di Salvini, i quali senza remore pretendono di etichettare persino chi intraprende viaggi della speranza con la sola volontà di trovare qualcosa di meglio per se stessa, ci siano le bestie di allora. Va ricordato che tutti quelli che hanno agito torturando e uccidendo persone colpevolizzate da un concetto di disturbo sociale, erano persone comuni, con una famiglia.

La signora Baer, moglie del defunto comandante del Campo di Auschwitz, era una donna come tante, una donna socialmente ben accetta e rispettata. Persino mentre minacciava di morte gli ebrei scelti dal campo di prigionia, che si occupavano di effettuare lavori in casa sua.

Quando pensiamo a queste persone come a qualcosa di mitologico, a figure macabre di una storia ai confini della realtà, riflettiamo sul fatto che non erano altro che gente comune che, a un certo punto, trovò modo di esprimere il proprio potenziale. Quel potenziale è ciò che anima quasi sempre il razzismo.

Tant’è vero che tutti quelli che hanno operato nel massacro degli ebrei, e che ne sono usciti indenni, non hanno mai domandato perdono ma hanno vissuto nella convinzione di essere nel giusto. Non solo, insieme a loro hanno vissuto mogli, figli, amici e conoscenti che hanno continuato a considerarli elementi validi della società. Esattamente come accade sempre, persino davanti all’uccisone di sei milioni di ebrei.

Non sono solamente i fatti eclatanti a identificare la storia, lo sono soprattutto le coscienze silenziose di quelli che, d’un tratto, dalle proprie, anonime esistenze, partecipano attivamente a quei fatti. E lo sono, allo stesso modo, coloro che giustificano la disumanità di chi, in certi momenti della storia del mondo, facendosi scudo di diritti che spetterebbero a chiunque su questa terra, agisce contro i suoi simili e il loro diritto alla vita.

Patrizia Ciribè

 

 

 

 

I figli degli altri non sono bambini.

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Ho sempre pensato che vi sia un atto di malcelato egoismo nel concepire un figlio. Sono impopolare, lo so.

È come legare qualcuno a se stessi senza chiedere se lo voglia. Come decidere di essere talmente perfetti da dover generare una prosecuzione di quella provenienza genetica, pensando che potrebbe fare la differenza.

Come decidere che il mondo sia d’improvviso responsabile di quella creatura e non il contrario. Come se la responsabilità fosse solo verso di essa, e non per il mondo che la ospiterà.

So che questo pensiero potrà essere inviso. E, ancora di più, che lo è quella specie di avversione che provo davanti a quel patto di ostinata pretesa sopra ogni altra cosa e persona.

Sempre di più penso che ci sia un atto di inciviltà e prepotenza nel concetto di maternità del mondo occidentale, di quella convinzione, cioè, che quella vita valga di più. E pure se arrivo a capire che sia naturale quell’istinto di prevaricazione nei confronti della progenie altrui (perché di prevaricazione si tratta), che è proprio di molte madri; pure se è fisiologico quello sgomitare aspro, impartito come una lezione di vita, la tristezza che provo davanti a questo atto, che spesso mi pare di prepotenza, è infinita.

L’appannamento iniziale è comprensibile e anche la ferrea motivazione, ignorante di ogni prospettiva futura, lo è. Ma l’abisso nel quale si gettano le basi, quasi sempre in una totale incompiutezza personale, è troppo buio e profondo per prevedere anche un po’ di consapevolezza.

E di queste sensazioni, così tanto estreme, ho continuamente conferma, soprattutto in questo momento storico dove i figli sono bambini solamente se appartengono al proprio piccolo mondo circostante. E, talvolta –bullizzati, denigrati, usati come confronto in una misera competizione-, non lo sono neppure loro.

Allora, forse, varrebbe la pensa di interrogarsi quando si è madri e, vedere bambini che galleggiano in un mare di indifferenza, non solo non sortisce alcuna emozione, ma pure se la sortisce non è mai di disperazione, ma solo di fastidio.

Infinitamente mi turba quell’egoistico equilibrio fatto di convinzioni che, invece di sgretolarsi sotto al peso dell’ingiustizia sociale, si rafforzano e spingono quelle stesse madri all’odio per i propri simili.

E mi sono sempre chiesta come si possa essere madre e provare fastidio per l’umanità. E mi sono risposta che neppure la maternità è una cura per la disumanità. E mi sono risposta che se la maternità non guarisce neppure chi l’ha intrapresa come unica strada, allora non c’è antidoto per l’indifferenza.

E mi sono risposta che se provo tutto questo è perché nel generare vita non vi è alcuna risposta e, ancor più grave, non vi è nessuna misericordia.

E neppure in quella cultura cristiana di cui, così strenuamente, si difendono i simboli; in quel ventre materno che dovrebbe simboleggiare non l’amore per il figlio ma quello per una progenie universale, neppure lì, dove si dovrebbero trovare gli insegnamenti e quel sentimento così tanto millantato come unico e irripetibile, esiste la sublimazione dell’essere umano che, pure nel miracolo della nascita, raramente evolve in qualcosa di meglio.

Stamani ho visto la fotografia di un bambino piccolo, avrà avuto due anni. Il visetto arricciato in un’espressione disperata, disorientata e sola. Le manine aggrappate agli scogli. Le lacrime come gocce inutili, inascoltate, cadevano dagli occhi lacerati dalla realtà.

C’era in quell’immagine tutto il senso dell’uomo, l’incomprensione per questo miracolo che è la vita. E c’era anche di più, l’urlo dei figli di madri invisibili e senza importanza. Madri di figli prevaricati da quello stesso concetto di maternità che annega ogni sentimento umano in un disumano nulla.

E anche per me -che mi domando sempre cosa pensino di tramandare, le persone, se tutto questo può accadere davanti all’indifferenza generale- giunge l’amara conferma che la maternità, in questo mondo, ammala di egoismo, di protagonismo, di competitività e cecità.

Che nel desiderio del figlio vi è quasi sempre solamente un’aspirazione infantile, banale, circoscritta alla necessità di un cucciolo e mai allargata a un disegno ampio, che trasformi quel piccolo sentimento in amore universale.

La verità è che quando i figli non sono i vostri, allora non sono bambini. E ancor meno sono figli quando sono adulti e non hanno la giusta provenienza.

Patrizia Ciribè

 

 

 

 

 

Baglioni e la possibilità di sfruttare il mezzo mediatico per sensibilizzare la gente

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È notizia ormai vecchia di qualche giorno che Baglioni, direttore artistico della sessantanovesima edizione del Festival di Sanremo, nel corso di una conferenza stampa, ha fatto dichiarazioni sulla situazione dei migranti in Italia.

Dal suo intervento ho estrapolato questa frase che racchiude un po’ il senso di quanto da lui  affermato e che, a mio avviso, dimostra la buona fede di un pensiero che non risparmia nessuno: né le vecchie gestioni politiche né quella attuale:

“Il nostro Paese è terribilmente incattivito e rancoroso. Lo è verso nei confronti di qualsiasi altro non sia piacevole, non sia fortunato, non sia amico nostro. Qualsiasi altro è un essere pericoloso, guardiamo con sospetto anche la nostra ombra. Ma adesso è una grana grossa, se fosse stata affrontata molti anni fa, forse non saremmo a questo punto.” 

Di questo episodio è lampante la tendenza di una parte di opinione pubblica a suffragare l’imbavagliamento del pensiero altrui, lo è sia se quel pensiero diventa impopolare sia se viene accettato da una parte della gente.

Non so dire se questo meccanismo oscurantista, che domina la mentalità di una buona parte di italiani, sia direttamente proporzionale con il gradimento della parte opposta o se rispecchi solamente la volontà di arginare un problema cercando di osteggiare il pensiero altrui. Sta di fatto che queste dichiarazioni hanno sortito reazioni che, in questo 2019 appena scoccato, hanno dell’incredibile.

Ha dell’incredibile il fatto che un uomo pubblico, un artista di livello internazionale, un uomo dall’immagine positiva, sia visto, dalla parte di italiani che in questa occasione lo hanno denigrato, come qualcuno che non possa esprimersi se non attraverso la musica.

Ha dell’incredibile che, sempre quella parte di persone che lo hanno crocifisso sull’web per aver espresso un’opinione su una problematica attuale, pretendano che un uomo della sua età, con la sua credibilità e capacità di giudizio, si astenga dal parlare di qualcosa che, in quanto cittadino, lo riguarda.

Ha dell’incredibile che il mezzo mediatico sia visto come qualcosa di restrittivo, in un’epoca che ha fatto della comunicazione la sua prima forma di espressione.

Io stessa ho letto sui social vari commenti di persone indignate che rivendicavano la necessità di limitare il contesto di un festival musicale a pensieri inerenti quest’ultimo. Come se la musica fosse qualcosa che viaggia su altri livelli e che esclude, dal suo veicolare, le problematiche sociali di un Paese.

E in questo atteggiamento mentale, così tanto manifestato da quella parte di opinione pubblica, si nasconde automaticamente il grande paradosso: la musica è una delle espressioni artistiche di una società, utilizzata attivamente da quella parte di umanità che ha velleità creative. Tutte le forme artistiche nascono come mezzo di espressione di ogni cosa, pure dell’indignazione verso aspetti che, per bigotteria mentale, si pretenderebbe di contenere all’interno di luoghi destinati.

La contraddizione che stagna in questo atteggiamento popolare, agevolato dall’attuale Governo, è talmente lampante che dovrebbe far riflettere. Invece no, fa proliferare quell’atteggiamento di chiusura; quell’autofustigazione, di matrice anche cattolica, che desidera reprimere e imbavagliare non tanto un pensiero contrario quanto la possibilità di esprimerlo!

Già, perché, al di là della validità delle affermazioni di Claudio Baglioni, quello che balza agli occhi è un comune desiderio di castrare l’umano pensiero. E la repressione del pensiero non è altro che il via libera che, parte della gente, dà a qualcuno affinché questi metta a tacere le opinioni scomode.

Il fatto che, per molti, sembri logico che un mezzo di informazione sia zona off limits per l’espressione di un libero pensiero; che quel pensiero, palesato pubblicizzando un evento musicale, debba limitarne i contenuti, pure se strettamente connessi alla forma artistica protagonista, è puerile. È puerile in quello stesso modo in cui lo sono ormai molti dei ragionamenti popolari.

Ma questa è l’aria che tira al momento in questo Paese dove l’ignoranza e l’astio vengono viste come condizioni di normalità, mentre il tentativo di spingere un pensiero oltre i limiti della mediocrità diventa prevaricazione e buonismo.

Patrizia Ciribè

 

 

 

 

 

 

 

Non si moralizza la musica. La musica, però!

Rap-italiana

Dopo la strage di Corinaldo, dove cinque persone sono morte a causa del gesto idiota di un ragazzetto idiota, mi sono interrogata su questa cosa strana che va in voga negli ultimi anni; questo pseudo rap, ora misto trap, che i ragazzini ascoltano con tanta abnegazione.

Forse me lo domando perché se fossi il genitore di un adolescente sarebbe per me mortificante ammettere che qualcuno, che io stessa ho generato, invece che dedicarsi alla musica, cosa che nella mia vita ha sempre avuto un peso enorme, si riempia le orecchie di un inutile ciarlare.

Quindi non pongo l’accento su questa questione per dare eventuali responsabilità in merito a quanto è successo, ma più che altro all’assenza di senso di questa affluenza.
Anche io vado ai concerti, pure alla veneranda età di quarantotto anni, e so come si sta stipati in una sala che può facilmente trasformarsi in una trappola mortale, anche solo per il gesto idiota di un idiota.

Quello che non capisco sta a monte, tra la gente che è chiamata a generare questi prodotti commerciali, trasformando il panorama musicale in uno scimmiottare penoso di qualcosa che non appartiene alla realtà italiana.

Se non c’è profondità, nella musica come in qualunque altra pretesa di  espressione artistica; se non c’è onestà, il risultato è posticcio, vuoto, come vuoto è tutto questo parlare di droga e morte da parte di ragazzetti acerbi che fingono di vivere nel ghetto.

Perché, intendiamoci, nel ghetto, dove il rap è nato, si spara davvero, si muore davvero, si cresce in una realtà che ha ben poche vie d’uscita.

Quindi, quando vedo un ragazzetto brufoloso fare fortuna usando un lessico stonato, alla stregua dei bambini che scimmiottano gli adulti fumando, mi chiedo sempre chi sia quel genio che lo ha pubblicato.

Si, direte voi, la produzione musicale dipende dal gradimento del pubblico e in questo, forse, c’è una piccola verità. Il fatto è che tutto quello che è venuto fuori negli anni, sotto forma di talent show, personaggi confezionati ad arte, e posti come giudici per convincere il pubblico che certa roba è musica, è, in una parola, spazzatura.

Ci troviamo davanti, per esempio a X-Factor, a persone che si sono affermate nella musica senza saper cantare e fanno da mentori a ragazzi che hanno il sogno, non di essere degli artisti, ma di diventare famosi.
O a una ragazzina di sedici anni, ormai convinta di essere una specie di fenomeno, definita strana e particolare, solo perché ha messo insieme parole che qualunque dodicenne dei miei tempi scriveva sul suo diario.

Così, questi nomi assurdi, tipo Sfera ebbasta, vengono fuori come funghi, idolatrati da bambini con le mani ancora sporche di marmellata, che ascoltano e inneggiano uno che parla di morte. Di droga, di sesso e di morte.
Ma è musica! Rispondono quelli che da quel business ci guadagnano.

E io mi chiedo: ma di che musica stiamo parlando? Non ci appartiene il concetto, dato che il genere nasce e prolifera altrove, dove il suo senso è diverso ed è dipendente da un contesto in cui la morte è una conseguenza sociale: intendiamoci, il ragazzino di Sesto San Giovanni che fa il rapper ha lo stesso senso che potrebbe avere la Vanoni in un coro Gospel!
Dunque, anche il testo è vuoto, vuoto di verità, di reale drammaticità; di uno strutturale decadimento sociale che crei quella necessità verbale.
Quanto alla musica: la musica non c’è, gran parte di questa gente non suona uno strumento, non ha cultura musicale.

Chi conduce la musica in Italia, chi la divulga tra la gente, ormai, sono questi bambinetti che parlano di “ferri”, di donne, di morte, con lo stesso appeal e la credibilità delle bambine che indossano i tacchi della mamma!

Come quei poser*, agghindati da rocker, che fanno insopportabili panegirici, illustrando i grandi nomi del rock, ma poi scrivono e suonano canzoni che persino Gino Latilla avrebbe trovato melense.

Uno su tutti Manuel Agnelli, per non andare a riesumare Morgan che, partecipando a un talent show come giudice, nell’immaginario comune, si è meritato la nomea di esperto musicale!

La gente, in Italia, va a vedere Renga e si fa i selfie mentre fa le corna come fosse a un concerto metal. A questo siamo arrivati: a uno scimmiottare continuo di cose che non si conoscono, che non si ascoltano, ma che “fa figo” ostentare.

Così leggi sui social commenti sul “live” del talent show di turno, da persone che usano termini come “timbro”, “arte”, “talento”, ma che di musica non sanno nulla.
E in questo panorama di incultura generale, gli adolescenti ingrassano d’aria, di parole vuote, ciancicate sopra a due note sterili, chiamate musica.

Io non ne faccio un fatto morale: ogni epoca ha avuto i suoi dissidenti, che protestavano, sperimentavano, ostentavano nichilismo e depressione. Ne faccio una questione di contenuti, di verità, e, quando anche la decadenza di certe immagini è finzione, non resta che quello: la finzione, per l’appunto.

Quando il contenuto, che dovrebbe muovere quella rivoluzione, è fasullo, è posa e finzione, allora non si potrà che auspicare a una continua caduta persino dell’espressione artistica. Già, perché l’arte, per essere tale, necessita di essere fondata sulla verità, oltreché sulla competenza.

“Ai miei tempi” i Duran Duran, gli Spandau Ballet, i Talk Talk erano considerati commerciali, anche se erano musicisti, suonavano gli strumenti, componevano musica e testi. Se i Metallica se ne uscivano con un album come “Metallica”, subivano le critiche dei fan che li accusavano di essersi rammolliti.
Questo la dice lunga sul livello della musica di quegli anni e la dice lunga sul livello generale di questi, anni.

Quindi, a scanso di equivoci, il mio intento non è quello di moralizzare il rap italiano, o trap che dir si voglia, per il suo divulgare concetti violenti o diseducativi. Quello che io trovo ridicolo, di gran parte della musica italiana di questo momento, è la totale mancanza di veridicità dei concetti espressi e l’assenza di quella cosa che dovrebbe essere implicita: la musica.

Tutto questo parlare della musica “di oggi” e io mi domando: ma di cosa stiamo parlando? Non c’è musica, oggi. Ci sono solo piccole pesti che vanno a far danni, nel clamore di un intontimento generale sempre più volto al niente.

Patrizia Ciribè

*Persona che non appartiene ad un certo movimento ma perlopiù finge di farne parte, per esempio vestendosi secondo i canoni dati da quel movimento senza conoscerlo realmente.

Ciclo interviste d’autrice: chiacchieriamo con Francesca Brandi, imprenditrice.

45364286_1443044172495511_6718078301262315520_n Francesca Brandi nel suo atelier “Qualcosa di blu”.

Oggi, per il ciclo “interviste d’autrice”, sono felice di presentarvi Francesca Brandi Targa, affermata imprenditrice di Trieste.

Come detto in altre interviste, vorrei mettere in luce l’Italia delle donne: artiste, professioniste, imprenditrici. Quelle donne che sono anche madri di cuccioli d’uomo o di animale; che sono single, accompagnate, sposate; che amano narrare di loro stesse, dei propri compagni o compagne.

Vorrei raccontare un po’ di quell’Italia creativa, combattiva, lavoratrice, e tutta al femminile.

Trovo importante, in un momento di crisi sociale, soprattutto inerente una strana aria discriminatoria, dare spazio alla competenza delle donne e ai vari ambiti in cui esse emergono e investono energie e risorse.

L’ambito in cui si muove Francesca è quello della moda, una moda particolare: quella dedicata alla sposa.

La moda -e gli abiti da sposa allo stesso modo- rappresenta una delle eccellenze italiane nel mondo.

Un ambito così specifico di un momento della vita in particolare racchiude, oltre al suo valore intrinseco, anche quello legato all’artigianato.

Siamo spesso portati a sottovalutare l’importanza dell’industria della moda, qualcosa che, oltre a dare lavoro a molta gente, oltre a rappresentare il nostro Paese nel mondo, ciclicamente dipinge, anche per i posteri, la cultura, le tendenze e il momento sociale di un paese.

Durante una delle mie indagini legate a un romanzo che sto scrivendo, ho scoperto una curiosità inerente l’abito da sposa. Se questo indumento, ormai da decenni, è centrale per quasi tutte le spose, nell’Ottocento, per le classi economicamente medio basse, rappresentava un elemento assai marginale. Le donne, per le loro nozze, usavano decorare “l’abito della festa” con qualche merletto tessuto per l’occasione.

Il velo rappresentava un vero e proprio privilegio, un accessorio proibitivo che, salvo rari casi, era proprio solamente di quelle spose di rango elevato.

Per questo, se analizzato nei decenni, l’abito da sposa, con le sue tipologie, con i cambiamenti e la liberazione da alcuni severi stereotipi, è parte di un linguaggio che narra il momento in cui è vissuto.

Unire la passione per qualcosa di così etereo alla durezza del mondo imprenditoriale necessita di una grande personalità: di un carattere certamente sognatore ma, al contempo, concreto e forte delle proprie aspirazioni.

La nostra ospite di oggi incarna a pieno questo dualismo che quotidianamente impiega nella gestione del suo atelier “Qualcosa di blu”.

“Qualcosa di blu”, in Friuli Venezia Giulia,  è lo spazio più grande dedicato alla sposa. Una dimensione che racchiude ogni tendenza e rispecchia lo spirito della sposa odierna.

Ma cominciamo dall’inizio, dalla passione di Francesca per gli abiti da sposa, passione nata con l’infanzia e consolidata negli anni.

«Sin da bambina ho sempre avuto la passione per gli abiti “da sogno”. Giocavo ore e ore con Barbie, chiusa nella mia cameretta. Organizzavo per lei balli, sfilate e…naturalmente matrimoni! A trent’anni le mie amiche hanno iniziato a sposarsi coinvolgendomi nei preparativi. Un giorno, una di loro mi ha detto “trovami tu il vestito perfetto, voglio che abbia un tocco di rosso”. Così sono capitata sul sito di un marchio italiano di abiti da sposa, le ho trovato l’abito perfetto e mi sono innamorata dello stile di Lucia Zanotti, all’epoca direttore artistico di Atelier Aimèe, che creava capolavori. Ho accompagnato la mia amica a Padova nel monomarca più vicino e da lì è nata l’idea di aprire un atelier a Trieste. In poco tempo, quello che sembrava solo un sogno si è concretizzato: mi sono licenziata dal lavoro e ho investito nel mio progetto, consapevole che quello era il fatidico momento dell’ora o mai più».

“Qualcosa di blu” è dunque il secondo atelier aperto da Francesca. Il primo amore parte da un monomarca che la nostra ospite di oggi aprì giovanissima, con coraggio, determinazione e un’indubbia capacità imprenditoriale che l’ha condotta ad alti livelli nel settore sposa.

In questo percorso c’è la forza di una donna che ha avuto la sua visione da giovanissima, unita alla costanza di cui parlo sempre, quella capacità di disciplinare la propria passione per realizzare qualcosa che ci rappresenti.

Durante la costruzione di sogni come questo, di progetti che partono da lontano, capita di imbattersi in sodalizi sentimentali che completano ogni soddisfazione. È nell’ambito lavorativo, infatti, che Francesca conosce suo marito Mauro. Ed è proprio lei a raccontarcelo:

«Grazie a questa avventura ho conosciuto mio marito che lavorava per l’Aimée SpA in Lombardia. Ci siamo innamorati, sposati e lui si è trasferito a Trieste. Dopo qualche anno abbiamo deciso di costruire qualcosa di nostro, che fosse indipendente dal franchising; così è nato Qualcosa di Blu, un atelier molto grande che in pochi anni si è imposto in Friuli Venezia Giulia come una solida realtà, sempre al passo con i tempi e con una gestione moderna che forse nel settore, nella nostra zona, mancava».

L’Italia delle donne comprende imprenditrici che sono al contempo sognatrici, creative e madri. Da sempre racconto di questa figura mitologica che per me è rappresentata da questa categoria di donne che, oltre ad aver inanellato successi personali e un’affermazione professionale propria, hanno anche la forza di crescere una prole, seguendola nell’approccio alla vita.

Francesca ci racconta dei suoi due bambini:

«Mio marito e io abbiamo due bambini: Margherita e Matteo. Sono riuscita a gestire figli e lavoro soprattutto grazie alla mia famiglia che non mi ha mai fatto mancare l’appoggio. Anche oggi che mia mamma non c’è più (è mancata due anni fa) mio padre mi aiuta tantissimo con i bambini permettendomi di portare avanti il lavoro».

Molte delle migliori idee imprenditoriali sono nate in momenti socialmente ed economicamente più positivi. In periodi in cui l’orizzonte appariva più florido, passibile di un atteggiamento costruttivo.

Oggi molto è cambiato nel mondo del lavoro. Ma la cosa che certamente non è mutevole è l’intento di quelle donne nate per costruire qualcosa di personale; nate per emanciparsi dai cliché di un mondo, quello dell’imprenditoria, ancora molto maschile.

La storia di Francesca è uno spaccato di quella dimensione femminile che ogni giorno crea, consolida e tramanda. Per questo mi piace raccontarne le dinamiche e dare uno spunto a quelle giovani ragazze che non si accontenteranno di un lavoro qualunque ma che, nel lavoro indipendente, cercheranno la propria strada.

Ci vuole sacrificio, coraggio, forza e determinazione per mantenere produttiva un’attività, soprattutto oggi. La storia di Francesca Brandi è quella di molte donne in gamba che operano nel nostro Paese, accrescendone il valore economico e creativo.

Patrizia Ciribè

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tendenze: Politica e impoverimento culturale nelle scuole.

atena Testa di Atena in marmo – copia d’epoca romana della perduta scultura bronzea di Fidia.

Negli ultimi anni, ogni Governo ha depredato l’ambito scolastico di qualcosa di essenziale.

Non ne faccio dunque una questione di schieramento politico, parlando di come lo scenario che si prospetta sia quello di un popolo guidato da un sistema politico che promuove l’ignoranza. Il problema è prettamente umano, di una coscienza povera e incline a interrogarsi sempre meno.

L’insegnamento della storia dell’arte nelle scuole è stato ridotto all’osso, allo spettro di ciò che era un tempo. Ciò, per una persona che, come me, è cresciuta a pane e storia dell’arte, è inaccettabile. Lo è soprattutto perché se dovessi privarmi di ciò che lo studio dell’arte ha portato nella mia vita, dovrei stralciare dalla mia personalità molto di quel che la compone.

Ma andiamo per gradi in merito all’impoverimento di ciò che componeva l’insieme delle materie di insegnamento. Andiamo a quando, questa tendenza di limare le materie legate alla memoria, si è consolidata fortemente: alla recente eliminazione del tema scritto di storia dagli esami di maturità.

Il tempismo è stranamente perfetto, soprattutto visto il momento che stiamo attraversando. Un momento pregno di nostalgie allarmanti, in cui la memoria dovrebbe essere l’elemento didattico più nutrito e stimolato.

Viene da domandarsi se l’orribile stralcio nasca dalla necessità di bloccare la divulgazione di fatti che portarono il mondo alla deriva. Fatti che oggi, subdolamente, con la medesima strumentalizzazione di allora, si stanno nuovamente concretizzando.

Certamente, dimenticare certi orrori, lasciare che scoloriscano nelle menti delle vecchie generazioni, per poi scomparire in quelle future, non può che giovare a chi, di questa campagna discriminatoria, fa il proprio messaggio.

La storia ci insegna non solamente i fatti ma pure le ripercussioni; ci insegna non solamente il vecchio ma pure il ciclico rimanifestarsi dell’odio, della violenza, della miseria e del sopruso.

La storia ci insegna che il carnefice è l’unico essere umano che sopravvive allo sterminio, soprattutto se quello sterminio lo ha promosso e legittimato.

Quello che resta senza la memoria dei fatti, senza il dolore e la cronaca di una distruzione, è il silenzio.

Proprio sul silenzio prolifera non solo l’ignoranza ma pure l’odio che di essa si ciba per circondarsi di consensi che, per divenire tali, hanno bisogno di essere inconsapevoli.

Qualche settimana fa ho partecipato all’inaugurazione del Museo ebraico di Genova, un’esposizione importante di tutta la propaganda fascista che ha condotto all’Olocausto. La cosa che più d’ogni altra -persino più dell’orrore che mi era noto grazie alla Storia-, mi ha colpito è stata l’attualità di quel messaggio.

Era il periodo della nascita dei primi strumenti di divulgazione propagandistica, uno di quei manifesti proponeva l’immagine di un uomo di colore nell’atto di violentare una donna bianca. La scritta sul manifesto era la seguente:”DIFENDILA! Potrebbe essere tua madre, tua moglie, tua sorella, tua figlia”.

Anche l’ordine in cui sono elencati questi gradi di parentela varrebbe una riflessione, ma tendo sin troppo a divagare, ormai lo sapete, dunque mi concentro sul messaggio.

Se trovassimo questo manifesto appeso, in giro per le strade, oggi, nel 2018, non ci stupiremmo. Una parte di noi si indignerebbe, protesterebbe, ma non potremmo che arrenderci a ciò che sta succedendo, ovvero a questa nuova propaganda razzista che ha invaso il nostro Paese e buona parte del mondo.

L’unica cosa che resta, a fare da scudo a questa insana dottrina, speculativa nel suo senso più insito, è la memoria. Non so se basterà, non so se sarà sufficiente che, buona parte di noi, sia edotta di tutto l’orrore perpetrato nell’indifferenza e nel consenso generale, mentre gente che viveva nella comunità semplicemente spariva, veniva deportata e poi uccisa. Certamente, senza ricordare il passato, è più facile che gli orrori, diffusi inizialmente sotto forma di tutela sociale, si ripropongano indisturbati.

La voce che verrebbe meno è quella del ricordo, dell’eredità di uno scempio disumano. Scempio che deve continuare a raccontarsi, mantenersi concreto, reale e non cedere all’intento di negarne persino l’esistenza.

E non è “solo” questo: l’assenza di memoria cancella gli orrori del fanatismo religioso, dell’inerme condizione di chi non conosce né i pregressi, né le loro conseguenze .

Non è un caso, secondo me, che una delle culture più osteggiate e perseguitate sia proprio quella ebraica che, nella memoria, ha investito tutto, mantenendo intatta la sua identità, quell’eterna conservazione del suo costante peregrinare.

Non è un caso che, per chi trovi l’unico stimolo nel presente, l’inclinazione a ricordare appaia sempre così noiosa.

E quanta compiacenza e arroganza c’è nel relegare la storia dell’arte alla stregua di quelle materie riempitive, quelle considerate prive di  interesse attuale. Soprattutto in un paese come il nostro che, nell’arte, ha una delle più grandi fonti di ricchezza.

Forse l’intento è quello di fingersi ciò che non si è: un Paese nuovo, giovane, pregno di quella superficialità che oggi è contenuta nella parola progresso.

Forse, semplicemente, è sempre più povero l’intelletto di quelli che sono chiamati a decidere sull’istruzione.

Ma se questo scempio nella cultura scolastica ha raggiunto il suo apice con la novità della soppressione della prova scritta di storia agli esami di maturità, la strada che ha trovato era già stata spianata da tempo. Da tempo, ogni ambito dell’istruzione viene maltrattato, a cominciare dal collegio dei docenti, sottopagato, precario, offeso persino.

Non so cosa convinca il politico di turno di essere in grado di stabilire misure di questa importanza, non so cosa spinga qualcuno, nel suo ruolo istituzionale, a pensare di essere talmente al di sopra della memoria di un Paese da abolirne una parte essenziale.

Quel che è certo è che l’ignoranza si semina su menti pigre, indifferenti, inette e prive di interessi intellettuali.

Patrizia Ciribè

 

 

 

 

Della distruzione: uragani e altre rimostranze naturali.

foto santa Fotografia gentilmente concessa da Daniele Carniglia – S. Margherita Ligure

A una settimana dal disastro che ha flagellato la Liguria, resta una fosca inquietudine.

Resta l’opprimente consapevolezza di un cambiamento generale che farà da scenario ad altre calamità. Calamità che ci trovano impreparati, fragili nelle nostre vite di commercio, tenute a galla con estrema fatica.

Mai come in questo momento, il disastro rispecchia l’umanità, questa sua implosione lenta e costante che sembra aver lacerato quasi ogni possibilità di crescita, sia economica che umana.

La Liguria è una terra strana: stretta, arroccata, tragica nella sua bellezza fatta di colori involontari, che contrastano di netto con una dimensione cupa, quasi incredula innanzi al futuro.

Non è facile capire tutto questo per chi non vive con costanza questa dimensione, in cui la collina fa da scudo a un mare grossomodo alleato. E tra il mare e la natura sempreverde, si viaggia su una ferma illusione, quella di restare uguali a noi stessi, quella di vincere e dirottare il cambiamento.

Per questo non c’è nulla che destabilizzi quanto la distruzione, perché oltre a distruggere, appunto, molti riferimenti, da essa scaturisce la necessità di un cambiamento. Di un miglioramento, anche.

Perché vivendo qui, tra mare e colline sempreverdi, in questa natura che non sfiorisce neppure quando altrove tutto è secco e denudato, si finisce per credere di poter rimanere appesi, pur con enormi difficoltà di crescita; pur con un’aridità emotiva che alla lunga convince di essere normalità.

E quando la terra è smossa, allagata non dalla pioggia ma dal mare, si realizza che neppure più quel gigante, che ci vive innanzi, è l’amico che ci dava da vivere. Si finisce per dimenticare che ci ha nutriti, cresciuti, e ha creato quella finta accoglienza turistica che, se solo potessimo, lasceremmo alle porte della nostra vita.

In questi giorni, successivi al disastro, giri per strada e senti quella delusione amara di chi pensava di avere un amico da spremere indisturbato. Un amico che, a un certo punto, si è rivoltato come il cane che morde la mano al padrone.

Ora, quella mano morsa, che sanguina futuro e illusioni, indugia atterrita davanti a quel mare, lo tasta con incredulità e risentimento.

Abbiamo avuto alluvioni e allagamenti. Abbiamo avuto morti nel 2011. Li voglio ricordare qui, indifesi nelle loro vite fatte di normalità e umane prospettive.

Il fatto è che siamo sempre così eternamente convinti di avere il controllo, da non cedere mai neppure davanti al crollo di città intere. Arrivando con la memoria sino a Pompei, che ci pare ormai come il racconto di qualcosa di mitologico, ci rendiamo conto che non abbiamo mai imparato l’umiltà; a smettere di guardare il futuro come fosse qualcosa di immobile e certo.

E alla fine l’uomo si sente sempre vittima, persino innanzi alla malattia altrui, che sempre viene affrontata con l’indifferenza e l’ignoranza di quelli che non sanno cosa significhi precarietà; che tra quattro mattoni pensano di avere salva l’esistenza e di essere eterni.

Ieri il Presidente dell’Ascom di Genova, intervistato da Sky, ha parlato della situazione delle aziende nella Zona Arancione adiacente al Ponte Morandi, crollato il 14 agosto scorso.

È incredibile come alcune persone abbiano davvero il polso delle situazioni e restino così umili e semplici nelle loro esternazioni sulla verità.

La situazione di quelle aziende è ora disperata, ma, la cosa che a nessuno importava, a nessuno di quelli che passavano da lì ogni giorno, anche solo per andare in Costa Azzurra o all’aeroporto, è che quelle aziende erano in una crisi nera. Una crisi che Genova vive ormai da molti anni, alimentata da amministrazioni capestro che si sono susseguite ciclicamente.

E in tema di decadimento economico e sociale, avevamo un fiore all’occhiello nella medicina: l’Ist. Ora non è rimasto quasi nulla, smantellato per esigenze economiche, in quei sanguinamenti di denari pubblici che vanno, ma non si sa bene dove.

Per non parlare della Riviera, di Santa Margherita Ligure per esempio, dove le attività lavorano ormai solamente per quei mesi d’estate in cui il paese si anima con il turismo.

Una cittadina fantasma da ottobre ad aprile che ha sanguinato abitanti, commercio, vita. E quando ti trovi con la tua attività massacrata da ogni adempimento possibile, flagellata dalla crisi economica, da un Governo –quello precedente- che nelle piccole imprese vedeva il nemico pubblico numero uno, ti rendi conto che la mannaia di un mare che spazza via anni di vite e illusorie pianificazioni, non è altro che la metafora della verità. Di un’umanità appesa, barcollante, arida, che ricorda d’essere umana solamente quando perde ogni cosa.

Che lo ricorda in quei cinque minuti in cui l’acqua gli ha sfiorato le punte dei piedi, ma lo dimentica subito dopo, quando è salva e sospira di sollievo davanti allo scampato pericolo.

E può tornare a ignorare quelle imbarcazioni dove la vita non vale nulla, dove neppure i bambini valgono nulla. Dove la vita ha un valore solamente quando è la nostra, allagata, martoriata, lacerata dalle difficoltà.

Ed è inutile che ci spertichiamo in falsi proclami, in esternazioni sentimentali di un cordoglio sterile, valido solamente all’uso. Perché la gente è inghiottita dalla terra ogni giorno, devastata dagli uragani, dalla guerra, da fughe verso la speranza che oggi vengono osteggiate da un voto infausto che ci ha resi, con il Governo attuale, disumani come popolo. Razzisti, aridi e ciechi.

Perciò, quando ci troviamo a piangere sulle nostre cose, che galleggiano nell’acqua, come fosse la fine di tutto, dovremmo pensare a quelle vite appese nell’indifferenza.

Ma pure la vita ha un peso sociale che, nella convinzione comune, in quell’insieme di abitudinari pensieri, traccia un sanguinoso confine oltre il quale l’esistenza non ha più valore e lo perde persino davanti alle cose.

Ma la verità è che la vita è appesa. Dunque, che porti rispetto, quella vita illusa, quando gode di buona salute. Quando non è bombardata, violentata, torturata. Ché tutto il resto è niente, è solo presunzione e arroganza travestita da falso dolore.

Un dolore simulato dal tragico scenario di una devastazione, ma che lascia invariati i cuori di tutti. Di quasi tutti.

Leggo, ascolto, sento voci disfatte dalla paura, ma ciò che continuo a non sentire è l’umanità, l’apertura, l’accoglienza. Sento solo il pianto d’occasione che è come quello di un corteo funebre, alternato a un insopportabile chiacchiericcio di paese.

Rarissime sono le persone che hanno la sensibilità e la lucidità di mantenere intatta la memoria. Sono quelle che, guardando indietro con sapienza, prediranno le sorti dell’umanità.

Vi lascio con una riflessione di Pier Paolo Pasolini, uno dei profeti del nostro tempo, sulla paura e sulla morte: “Ne ho avuta molta paura a vent’anni. Ma era giusto perché allora, attorno a me, venivano uccisi dei giovani, venivano trucidati. Adesso non l’ho più. Vivo un giorno per l’altro, senza quei miraggi che sono alibi”. 

 

Patrizia Ciribè

Ringrazio Daniele Carniglia per la bellissima immagine prestata al mio articolo. Se volete informazioni sui suoi scatti potete contattarmi su patriziaciribe@outlook.it

 

 

 

Vergognarsi delle cose sbagliate: l’uomo e le sue strane priorità

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Nell’esercizio della mia prima attività mi capita spesso di trovarmi a tu per tu con l’approccio della gente nei confronti del denaro.

Occupandomi di beni patrimoniali, l’aspetto che più emerge dai discorsi che ruotano intorno alla componente economica delle famiglie è quella sorta di condizionamento morale che sovverte ogni valore noto.

Esattamente come per gli avvocati, io che, tra le altre cose, sono una mediatrice immobiliare mi trovo spesso davanti a strane forme di pudore, che innescano meccanismi quali la menzogna, o più semplicemente il silenzio sulla verità.

Analizzando la sfera economica, come uno degli elementi base dell’esistenza umana, è palese quanto la sua priorità acquisisca sempre maggiori necessità, legate, oltre a un fatto pratico e di sussistenza, anche una sorta di credibilità sociale.

E non lo dico volendo attribuire a questo aspetto comune una connotazione negativa, ma analizzando un comportamento vecchio quasi come il mondo.

Ma ciò che il benessere diffuso ha portato, quell’insieme, cioè, di possibilità che sembrano sempre più irrisorie ma che se ci guardiamo indietro sono, al contrario, sempre più elevate, è l’incapacità di sentirci svincolati da ciò che possediamo.

Ciò che possediamo, nell’opinione comune, in qualche modo ci definisce. È brutto dirlo, e personalmente cerco sempre di slegare me stessa da un giudizio sulle entrate economiche, così tanto altalenanti in questo momento storico. Ma la verità è che quasi mai veniamo giudicati o considerati al di là delle nostre possibilità patrimoniali.

Addirittura, nell’uso comune, sentirete attribuire valore a qualcuno enumerando i suoi successi materiali e, quasi mai, le sue virtù.

Ma non vorrei tanto perdermi nella retorica di certi predicozzi sui valori morali, quanto sottolineare la futilità di certi pudori.

Mi capita che le persone mentano sui loro beni; che nascondano pecche, pure se risolvibili, nonostante sappiano che emergeranno nelle sedi opportune. E mi capita di trovarmi innanzi a queste omissioni che, in verità, spesso, non sono legate alla volontà di trarne vantaggio, ma alla vergogna.

Mi viene sempre in mente “L’uomo nell’astuccio” di Checov, la malattia del suo protagonista che si ammala e muore d’ansia e di vergogna; oppure “Guerra e pace” di Tolstoj e il personaggio di Natalia Rostova la quale, anche lei, si ammala e quasi muore per amore e vergogna.

Nessun autore potrebbe oggi concepire un personaggio che si ammali perché imbarazzato per qualcosa che non sia legato al denaro.

Essere così cosciente di aver offeso a tal punto qualcuno da morirne! Quale scrittore partorirebbe oggi un personaggio simile? Nessuno che non abbia istinti autodistruttivi.

Ma la cosa che più mi atterrisce di queste persone è il motivo di quella vergogna.

Magari sfoderano tranquillamente atteggiamenti pregni di pregiudizi, spocchia, pochezza dei quali non solo non si schermiscono ma della cui gravità neppure si rendono conto; però, l’onta legata ai denari dovuti, delle fragilità legate ai propri averi, è qualcosa che, nel loro metro di giudizio, pregiudica l’onore.

In questo momento in cui nessuno si vergogna di niente; in cui ognuno difende se stesso persino davanti agli atteggiamenti più meschini; in cui i genitori difendono i loro figli bulli; in cui apertamente, e senza tema di essere emarginati, è possibile allontanare una persona per il colore della sua pelle; in cui non ci si sente le persone peggiori del mondo neppure se si strumentalizza la malattia di qualcuno, e il suo dolore, per una rivalsa personale, la vergogna non può che essere legata a quella sfera della vita che non necessita né di etica, né di integrità.

Nelle ultime ore abbiamo assistito all’esibizione di Beppe Grillo al Teatro Massimo. Mentre lui dileggia persone affette da serie patologie, la gente ride a crepapelle. Quella stessa gente che sarà poi tornata alla sua vita, e, invece di vergognarsi per quella pochezza, avrà baciato i suoi figli sani mettendoli a letto.

In sintesi, l’uomo o si vergogna delle cose sbagliate o non si vergogna affatto. Questo implica la perdita di qualunque contatto con il significato di civiltà.

 

Patrizia Ciribè