Si parte, per sentieri non battuti, creando il proprio viaggio da soli o in buona compagnia  secondo i propri desideri e le proprie emozioni del momento. La magia del viaggio, la condivisione di luoghi e sensazioni e magari qualche nuovo spunto per chi ha questa “malattia” e non riesce a curarla.

Macedonia ( F.y.r.o.m ) – ex Jugoslavia – Matka Canyon

Macedonia ( F.y.r.o.m ) – ex Jugoslavia – Matka Canyon

La Macedonia è uno di quei luoghi che ti entra nel cuore per la sua bellezza, la sua splendida natura, la semplicità , la multietnicità, il buon cibo e per il fatto che ancora dopo diversi anni i tuoi amici laggiù non sono cambiati e l’ atmosfera amichevole ed aperta è rimasta quella di tanti anni fa.

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Quest’ anno sono tornato nella capitale Skopje, per la quarta volta, grazie al volo diretto di Wizz Air che finalmente collega il piccolo stato balcanico con l’ Italia e alcune altre città europee, ci sarebbe molto da dire ma in questo articolo vorrei soffermarmi sullo splendido Matka Canyon a soli 15 km dalla capitale.

La zona naturalistica raggiungibile, oltre che con mezzi propri,anche con il bus 60 dal centro, in poco più di mezz’ ora, consente di passare una giornata estremamente rilassante a contatto con la natura.

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Un ristorante, un bar affacciato sul fiume, un punto di pesca sportiva, un noleggio Kayak, un giro in barca di un’ ora che consente di effettuare anche una escursione nelle splendide grotte, sono un ottimo modo di passare il tempo, anche per chi non ha voglia di camminare sui lunghi sentieri che costeggiano il fiume e il canyon.

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Completano il tutto la bellissima Chiesa ortodossa di  Sant’ Andrea risalente al 1389, piena di affreschi e di icone interessanti.

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Consiglio a tutti i viaggiatori curiosi, di intraprendere un viaggio in Macedonia, cosa estremamente semplice anche con i mezzi locali, in prevalenza bus e ammirare oltre al Matka, il vecchio bazaar ottomano a Skopje, il meraviglioso lago di Ohrid con splendide chiese, monasteri, castelli, il tutto incastonato tra le montagne e la città di BItola.

L’ economicità di alberghi, cibi, servizi rende il viaggio ancora più appetibile per chi non ha a disposizione grossi budget, l’ inglese è conosciuto in maniera capillare e la gente ospitale ed aperta sono un valore aggiunto per un luogo dove non vedo l’ ora di tornare nuovamente per scoprire qualche altra gemma che la Macedonia riserva a chi ha l’ accortezza di intraprendere il viaggio.

 

Una domenica nelle Langhe

Una domenica nelle Langhe

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Dopo tanta esterofilia, oggi la rubrica “I viaggi di Luca ” vi porta “solamente” a due passi da Savona, bastano meno di due ore di automobile per raggiungere un luogo incantevole di cui non conoscevo, fino a poco tempo fa, l’ esistenza, Pavarolo.

Dei luoghi più famosi delle Langhe credo sappiate tutto, qui ci troviamo nelle Alte Langhe, a due passi da Torino e Chieri ( verso Asti), nel luogo che fu scelto dal pittore piemontese Felice Casorati come residenza estiva ed atelier ( 1930), sia per astrarsi dalla caotica Torino, sia per lavorare nel silenzio e nella bellezza delle dolci colline colme di vitigni di Pavarolo.
La moglie del pittore l’ inglese Daphne Mabel Maugham e Felice Casorati, uno dei massimi esponenti del ‘900 pittorico italiano, si innamorarono, subito, del luogo.
La moglie anch’essa pittrice, chiese quasi per gioco di comprare quella casa bianca, una vecchia cascina che dava sui vigneti di Freisa, il marito la prese in parola e adorando il paesino la accontentò.
Sotto la casa fu ricavato uno studio con splendida vista sulla valle.

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La residenza a Pavarolo influenzò non poco l’ evoluzione della pittura di Casorati, oltre a fornirgli, proprio tra gli abitanti del paesino, le modelle che servivano ai suoi quadri.

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Felice Casorati, Daphne a Pavarolo, 1934
GAM-Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino

 
Quest’ estate sarà possibile, in diverse occasioni, quasi sempre al Sabato e alla Domenica, visitare l’ atelier e casa Casorati,  nei quali è possibile approfondire la figura del pittore e della moglie, con l’ ausilio di video, quadri e piccole mostre.

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Ragazza in collina (Ragazza di Pavarolo) – 1929
GAM-Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino

 
Vi consiglio prima di programmare una visita di consultare i relativi siti e di telefonare comunque, per prenotazioni e informazioni aggiornate.

http://www.comune.pavarolo.to.it/it-it/home

http://casorati.net/pavarolo/

Oltre alla bellezza dei paesaggi, all’arte e alla cultura non poteva mancare l’ ottima cucina piemontese e i vini delle Langhe, si può scegliere tra i due ristoranti di Pavarolo, molto alla buona e senza fronzoli.
Io ho provato il Ristorante dell’Allegria da Maria ( frequentato ai tempi anche da Casorati ), con piatto tipico il fritto misto piemontese ( a base di carne ), ma esiste anche il Ristorante del Castello, ambedue hanno buonissime recensioni e medie su Tripadvisor.

La piccola Pavarolo è sormontata da un Castello privato di origine medievale, preceduto da una pregevole torre campanaria, ambedue in mattoni.

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Il Castello è stato più volte rimaneggiato nel corso del tempo e da struttura difensiva, divenne in tempi più recenti dimora estiva di pregio, recentemente vi è stato trovato una parte di soffitto in legno con antichissimi stemmi e figurine di epoca medievale, tra i pochi del genere in Piemonte.
Domenica scorsa ho avuto il privilegio. con pochi altri fortunati, di visitarlo internamente in compagnia del Generale che ne è proprietario, purtroppo tali visite sono estremamente rare nel corso dell’ anno, anche se si stanno studiando convenzioni con la Regione per garantirne un’ apertura più costante.

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Un’ ottima idea per passare una domenica, non lontano da casa, qui non manca niente, pace, tranquillità, arte, cultura, cibo, vino, panorami idilliaci e a quanto pare “l’ aria” di Pavarolo fa anche molto bene alla salute, visto la media molto alta di centenari che vivono in paese.

 

Uzbekistan

Uzbekistan

Preparazione del viaggio

Ci sono viaggi improvvisati, altri ben studiati a tavolino, viaggi solo per vedere qualcuno o qualcosa: un amore, un concerto, una mostra, viaggi di puro divertimento o relax, per una festa o un carnevale, poi ci sono viaggi di carta quelli che si fanno sui libri e in qualche modo ti aprono una strada sognata da tanto tempo.

Tempo fa, trovai su ebay un libro abbastanza raro ai giorni nostri, “Moravia un mese in Urss”.Una guida preziosa per iniziare ad assaporare quello che sarà.Il libro, anche se può apparire datato, 1958, ci mostra un Moravia non solo nella veste di uno dei più grandi scrittori italiani del’ 900 ma altri aspetti di un Alberto Moravia viaggiatore, giornalista capace di scrivere pagine di viaggio indimenticabili e sottovalutate, sia a scuola, sia da un’ Italia ingrata che dimentica la sua cultura.

Moravia ha infatti viaggiato in tantissimi luoghi, Gran Bretagna, Messico e Stati Uniti, Cina, Grecia, Brasile, Iran, Giappone, India ( con Pasolini ) e tantissime volte nell’Africa sahariana.

Rileggo avidamente le pagine dedicate a Tashkent e Samarcanda ” Il nome stesso di Asia centrale evocava nella mia mente l’immagine di una ragione semidesertica, con città sonnolente fabbricate di fango secco, sole a picco, diroccate moschee ornate di maioliche azzurre , polvere, asini e mendicanti”.

Invece Tashkent gli apparirà molto diversa, sebbene sia un grande agglomerato urbano da 1 milione di abitanti ovvero come una città letteralmente sepolta nel verde e nella vegetazione ” Viali alberati, freschi e ombrosi, simili a gallerie scavate nel fogliame, piazze che parevano boschi, parchi fronzuti e giardini fioriti ovunque “, e qui so di cosa sta parlando è la stessa impressione che mi ha fatto Almaty, l’ ex capitale kazaka, non certo tra le più belle città del mondo ma moderna, tranquilla, verde, sonnolenta come possono essere solo certi posti asiatici, ma con un mix russo slavo che fonde Europa ed Asia in maniera per me inedita e piena di sorprese con un coacervo di origini , tradizioni e lingue diverse.

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Ma viaggiare in Uzbekistan è fare chilometri e chilometri nell’immensa pianura che non finisce mai, nella steppa arida e piatta che va dal mar Caspio alla Cina, è sentirsi davvero lontanissimi da Mosca e dall’Europa stessa, questa è la sensazione di un viaggio orizzontale.

Continuo a leggere, Samarcanda è posta su un altipiano a 700 metri, all’inizio del quale ci sono due monti uguali che lasciano come un pertugio che ricorda una porta, per questo fu detta la porta di Tamerlano, passaggio obbligato che ripercorreremo per entrare ed uscire anche noi dalla città.

Tamerlano non stava mai fermo andava e veniva da quella porta preparando guerre alla conquista di tutto quello che si immaginava esserci dal medio oriente, alla Persia, al Caucaso fino all’India, alla ricerca di nuovi pascoli, vagabondando in totale assenza di confini naturali, senza mari, monti, fiumi attaccando i nemici come orde nomadi barbariche di cavallette.

” Passai per la porta di Tamerlano verso sera : il cielo era già pervaso dalla luce verde, limpida e funebre che precede la notte, i due monti a guardia del varco erano neri come l’ inchiostro di cina, il fiume scorreva tra i due monti come acque specchianti, color dell’ acciaio , qua e là ancora arrossate dalla luce del tramonto, si ha un bel volersi sottrarsi alla suggestione dei nomi… “

Note al ritorno dal viaggio in Uzbekistan

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“ Vado a letto depresso alla semplice idea che, essendo venuto a vedere Samarcanda, non avrò ora innanzi più modo di sognarla “

Tiziano Terzani – Buona notte signor Lenin

A volte anche a me capita come a Terzani, le città sognate o immaginate, quelle città di cui si è sempre sentito parlare, meglio se lontane ed esotiche, quelle di cui si hanno in testa poche immagini catalizzatrici o si cerca di non inquinare con troppe informazioni prima della partenza, a volte deludono.

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Sappiamo benissimo che spesso ciò che si sogna o immagina abbia una realtà ed una potenza spesso maggiore della realtà stessa ma  il tempo cambia e modifica le cose, la storia, la guerra, i terremoti, i governi, Terzani da grande viaggiatore qual’era centra ancora una volta il punto.

Samarcanda come tante altre città che rientrano in questa casistica, sebbene per carità vada vista e analizzata, non ha più il soffio di vita di una volta, è un po’ come una conchiglia vuota, i suoi monumenti sono stati ricostruiti spesso ad uso e consumo dei turisti, il magico Registan e tutte le altre vantate bellezze sono come isole in una città prima sovietica ora uzbeka, moderna e anonima.

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Le madrase, scuole coraniche, sono vuote o trasformate in negozi per turisti che vendono sempre le stesse cose, il bazar che stava nel polveroso piazzale del Registan o davanti la moschea Bibi Khanun inesistente e anestetizzato ad uso turistico, la concitazione dei mercati asiatici e delle mille meraviglie in vendita un ricordo del passato, ma si trovano altrove, fuori da rotte turistiche, le cupole e le facciate ricostruite sono troppo lucide, nuove, perfette per destare emozione o stupore, del vecchio splendore di Samarcanda non restano che ombre e fantasmi o qualche sbiadita fotografia.

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Questa è la vita, le città pagano pegno al tempo, andate però lo stesso a vedere l’ Uzbekistan e smessa di sognare Samarcanda ci saranno centinaia di città da sognare ancora e da raccontare.

Bielorussia: Chagall e Vitebsk

Bielorussia: Chagall e Vitebsk 

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A Vitebsk tutto vola : un vecchio ebreo col giaccone nero, una capanna aerostatica, un cavallo fuggito dalle stalle di Giotto.

Volano le vacche, gli sposi, i giorni e un violinista sul tetto.
Cosa suona nella notte in mezzo alla pianura di neve?
Con quale musica culla il villaggio e spegne icone e fantasmi?
Non permettete che cada il violino, testimone di nozze e di funerali.

Non permettete che taccia.
È forse un violino zingaro inventato dal diavolo?
È forse un violino per guidare i viaggiatori delle grandi steppe?

Violino rotto della tragica Russia?

Nessuno sa cosa porta dentro il suo sacco, il suo rozzo sacco, il vecchio ebreo dal giaccone. Forse nasconde un libro che racconta la lotta di Giacobbe con l’angelo?
Se è un violino, meglio che cada nelle mani di Chagall.
Allora tutto vola,i tetti rossi, i candelieri, le mani cerate del rabbino, la luce intermittente della sinagoga.

(Juan Manuel Roca,Un violino per Chagall)

Eccomi a Vitebsk, Bielorussia, la città nelle cui vicinanze nacque il grande pittore Marc Chagall e dal cui ricordo non si separò mai per tutta la vita. Dalla finestra dell’Hotel Vitebsk guardo la città ed ha un non so cosa di familiare, di accogliente, come se la conoscessi da sempre.

Sarà la mia familiarità con i quadri di Chagall, sarà la suggestione, ma le sue tele entrano nell’inconscio delle persone sensibili e colorano la realtà di simboli potenti. Sarà la dimensione ridotta della città, sarà il sole di giugno che risveglia dal torpore del lungo inverno russo, ma Vitebsk mi appare proprio bella.

Chagall è un figlio della grande madre Russia, sarebbe inconcepibile parlarne senza menzionare le fiabe e la spiritualità di un paese che è un ponte tra Oriente e Occidente.

Chagall è figlio di un mondo contadino, un paesino fatto di case di legno a due passi da Vitebsk, come ce ne sono migliaia sparsi nella grande foresta bielorussa.

Un mondo scomparso in cui la famiglia ha una importanza fondamentale, come la quotidianità, ma a differenza di quest’ultima è permeata dalla presenza di Dio.

La religione ebraica è un altro aspetto basilare nell’evoluzione dell’artista, che ha sempre visto nella Bibbia il suo elemento ispiratore: talmud, rabbini e sinagoghe sono il suo pane quotidiano.

Un mondo duro ma fiabesco, in cui la musica, come nella tradizione slava, assume un aspetto centrale nella vita del villaggio e accompagna l’individuo nelle varie tappe della sua esistenza, inframmezzata dalle ricorrenze annuali delle feste del villaggio.

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Questa non vuol essere un autobiografia del pittore: ne esiste una perfetta scritta da lui stesso e che consiglio a tutti (La mia vita – Editore SE ), per approfondire quello di cui ho parlato e tanto altro.

Vuol essere, invece, un omaggio ad una piccola città di provincia, distante da ogni atmosfera turistica, dalla confusione e dalla fretta del vivere d’oggi.

La casa dove abitò (ora Museo Chagall) e il museo (situato in cima alla via pedonale principale), contenente alcuni disegni dell’artista, sono due chicche per ogni amante di Chagall: soprattutto la prima è, sicuramente, da vedere.

Vitebsk è una città giovane, divertente, in cui lo straniero è ancora visto come eccezione e accolto con curiosità, in cui si cammina tranquilli senza bisogno di macchine o mezzi, a piedi e tutto è a portata di mano.

Raggiungo la foresta ai margini della città, dopo una crociera sul fiume, in un’atmosfera di pace e tranquillità, quella Dvina che arriva a Polock, la città più antica della Bielorussa e protagonista del medioevo russo, quando Mosca non esisteva ancora. Quella Dvina che diventa Daugava in Lettonia e che, infatti, da il nome alla città di Daugapils per poi sfociare presso Riga, sul Baltico.

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Su questo fiume, che scorre dal Baltico alla Bielorussia, i vichinghi Variaghi erano dediti a commerci e razzie, arrivando fino al Caspio e al Bosforo. I variaghi, noti per il loro valore e coraggio, nel corso del tempo si mischiarono etnicamente con gli slavi. Il corpo, composto da elementi mercenari (inizialmente soprattutto scandinavi, ma poi essenzialmente anglosassoni) fu istituito nel gennaio del 989 d.C. Più tardi difese con successo Costantinopoli durante l’assedio dei crociati, in qualità di guardia personale dell’imperatore.

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Ecco il grande fiume, archetipo mitico, lungo il quale nascono le grandi tradizioni russe pagane come la Kupala, diventata poi la festa di San Giovanni Battista o del solstizio d’estate. La notte tra il 6 e il 7 luglio è caratterizzata dai fuochi accesi e dall’acqua con cui ci si bagna, è la notte delle danze intorno al fuoco, delle corone di fiori e delle antiche tradizioni pagane e cristiane che si fondono ed ancora sopravvivono.

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Ascolto le fiabe e le antiche storie sugli spiriti della foresta come se leggessi un libro contenente l’anima russa. Capisco come da tutto questo substrato non poteva che nascere, in tempi non dozzinali come questi e in questa terra, un Marc Chagall.

Insomma a Vitebsk si vola e tutto vola come gli sposi o i fidanzati nei quadri dell’artista e come i personaggi dei film di Emir Kusturica, grande estimatore di Chagall, che riprese da quest’ultimo il motivo del volo riproducendolo in alcune sue opere cinematografiche.

Ma lasciamo parlare Chagall stesso: “Dovevo solo aprire la finestra della mia stanza e l’azzurro del cielo, l’amore e i fiori entravano con lei. Vestita solo di bianco e di nero, per molto tempo sembrò fluttuare tra i miei colori, sovrana dei miei pensieri.”

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Marc Chagall, Sulla città, 1918 Olio su tela di 56 x 45 cm. Galleria Tretyakov – Moscow

La luce sovente si accende solo fuori dal clamore delle metropoli, dalla fretta della rincorsa quotidiana o turistica del fare e vedere il più possibile: a Vitebsk, come sul lago di Ohrid in Macedonia, alle porte di ferro sul Danubio serbo, come nel belvedere del castello di Loarre in Spagna, come in tanti altri piccoli gioielli che non si trovano se non si cercano.

Ecco perché viaggio: per cercare attimi in cui capisci davvero il posto in cui sei grazie, talvolta, a preziosi interlocutori che te li introducono, ad amicizie casuali o ad intuizioni. Mi piace provare la piacevole sensazione dello spiazzamento, il trovarmi in un posto in cui non dovrei essere, o che non pensavo esistesse e questi attimi contribuiscono a riprogrammare le emozioni che provi.

Ci sono città e luoghi incantevoli in Russia, come a San Pietroburgo l’Hermitage o a Mosca la Piazza Rossa, ma l’essenza di questo paese è la campagna: dalle foreste di betulle alle distese erbose, fino alle steppe. Luoghi dove spazio e tempo si fermano, come altrove succede con oceani e deserti (citazione del mio amico Max che condivido appieno).

Lasciamo Vitebsk diretti a Polock (più o meno centro geodetico dell’Europa), risalendo il fiume in treno, per vedere Santa Sofia e il monastero di Santa Eufrosina, patrona della Bielorussia e vissuta nell’anno 1100 d.C.

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Anche questo viaggio sta finendo tra ricordi e malinconie. E’ stato un viaggio azzeccato nelle sue scoperte, nella sua unicità, nella sua varietà di sensazioni.

La Vienna Balcanica del secondo millennio

La Vienna Balcanica del secondo millennio

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Il cancelliere Metternich disse una volta che i Balcani iniziano a Rennweg, una larga strada che corre a sud poco fuori Vienna, città che per la sua posizione unica è sempre stata punto di incontro tra l’ ovest ed est.

Sarà come dice il letterato Pregrag Matvejević «A Lubiana se li chiami balcanici si offendono. Vai a Zagabria e chiedi dei Balcani ti indicano la Pannonia e Belgrado.Da Belgrado l’indicazione è ancora verso sud, verso il Kosovo e l’Albania. Di balcanico nei Balcani sembra esserci solo il tentativo di non esserlo.».

Oggi parte dello spirito balcanico si è trasferito a Vienna, nel ventre dell’ occidente, tra espatriati e studenti, in locali come il Marshal.

Il Marshal pub, come lessi sulla rivista “ Internazionale  “, ogni riferimento al Maresciallo Tito non è puramente casuale, a prima vista può sembrare un qualsiasi bar viennese.

Tavoloni rustici e grezzi, si trova nel sedicesimo distretto cittadino, zona che dopo le guerre jugoslave è sempre stata ad alta concentrazione di immigrati serbi, bosniaci e anche macedoni e croati.

Canzoni jugoslave, musica dal vivo fatta da musicisti serbi e bosniaci, foto di Belgrado o Mostar, cimeli, rakia ( grappa ), questo locale è punto di incontro degli espatriati che parlano nella loro lingua.

A quanto pare non è ancora diventato uno di quei classici posti di attrazione turistica, anche se qualche turista ogni tanto fa capolino.

Quindi varrebbe la pena provarlo, questo è l’ indirizzo

Marša Nas Pub
16., Herbststraße 32
Tue.-Thu. 17:00 – 00:00
Fri., Sat., Sun., 17:00 – 02:00

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A guardare bene esistono altri posti come questo, Ottakringer Strasse è detta anche Balkan street e come dice il curatore dell’ articolo Adelheid Wolfl “ A Vienna i Balcani sono di casa: la città li ha assimilati senza nemmeno accorgersene”.

Discoteche di turbo folk balcanico o di musica dal vivo quali l’ Ost klub, sulla Schwarzenbergplatz, il Vuk Club, lo Chic o il Diamond, in cui vibrano dj set o gruppi balcanici,  sembrano aver rivitalizzato la scena musicale cittadina, infondendo nuova linfa.

Stesso discorso per i ristoranti nel Sul Gürtel, la cintura di boulevard che circonda il centro della città, troviamo il Novi Beogrado il Lepa Brena (dal nome di una famosa cantante serba ) dove si possono trovare grigliate di carne e altre specialità.

Ristoranti croati sono famosi per il pesce, per lo più frequentati da ex jugoslavi, insomma anche a Vienna si possono trovare per sentirsi a casa delle mini riproduzioni di Belgrado, Skopje, Podgorica , Zagabria, Sarajevo.

In generale questo chiudersi in piccole comunità e luoghi di ritrovo non è molto positivo ma a tratti inevitabile, croati, serbi, bosniaci e macedoni non si sentono molto accettati in Austria.

Anche se non ci sono episodi eclatanti di cattivi rapporti o intolleranza, i pregiudizi rimangono,  rare sono anche le amicizie, le  storie sentimentali o i matrimoni con austriaci.

In città ci sono anche secondo stime del 2006 più di 8000 studenti provenienti dai paesi dell ‘ex jugoslavia, dalla Bulgaria e dalla Turchia.

“In un certo senso il destino della capitale austriaca era segnato. Dopo il crollo del muro di Berlino e la disgregazione della Jugoslavia, era inevitabile che la nuova geografia europea le regalasse un’identità diversa. Vienna si è risvegliata dal suo sogno di bella addormentata ed è tornata a far parte dell’Europa orientale, come era stato per secoli, fino alla fine della seconda guerra mondiale e alla divisione dell’Europa in blocchi contrapposti.Da questa piccola rivoluzione ha guadagnato molto, soprattutto in vivacità.” ( Adelheid Wolfl )

“I Balcani rappresentano la libertà, proprio quello di cui gli austriaci hanno sempre avuto bisogno”, spiega Dejan Kaludjerovic, un artista di Belgrado che vive e lavora a Vienna: “Qui le emozioni vengono represse, mentre nei Balcani sono mostrate e vissute apertamente”.

Le due facce di Matala, Creta, Bouzouki e chitarre

Le due facce di Matala, Creta, Bouzouki e chitarre

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Un vecchio numero di Rolling stone conteneva un’ intervista, datata 1971, a Joni Mitchell, leggendolo si può avere un’ idea di com’era in quegli anni la selvaggia baia di Matala ( Creta ).

Due speroni di roccia racchiudevano pochi edifici e capanne di pescatori, due ristoranti / caffè e tre rivendite di alimentari, di cui una sola quella più attiva si era dotata di un frigorifero.

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Una comunità  internazionale aveva preso possesso e in parte ampliato le caverne e le grotte di era minoica,  usate poi anche dai romani.

Questi beatnik canadesi, americani, tedeschi, termine preferibile a hippies, vivevano fin dagli anni 50 in queste grotte, praticavano il nudismo e avevano al collo collane di denti umani e pochi altri oggetti, ci si nutriva di bacon, torte di mele, yogurt e raki.

Una “società”  particolare,  almeno all’inizio.  tollerata dai greci,  fino a quando venne sgomberata dalla polizia, a breve sarebbero giunti gli anni duri dei Colonnelli e della dittatura.

Stiamo parlando degli anni 68/69 tra Woodstock e l’Isola di Wight, un mondo che sembra lontano e fossilizzato nel tempo.

Carey, il protagonista della canzone omonima del bellissimo album Blue, era un amico della Mitchell, dai capelli rossi fiammeggianti,  viveva spacciandosi per cuoco a Matala, era un po’ pazzo, come tutti, ma si meriterà una canzone che lo farà entrare nella storia.

Ma nelle notti stellate di Matala, con il vento che veniva dall’Africa, sempre per citare la cantautrice, che rimase vario tempo a Matala, si suonava anche rock’n’ roll e non poteva essere altrimenti, si dice che John Lennon e Bob Dylan siano stati anch’essi a Matala, cosa non improbabile ma che sa di leggenda.

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La vera fama di Matala o la sua rovina, sempre se vogliamo vederla da un ottica non consumistica, furono i media e la copertina dell’ importante rivista americana Life nel 1968 che fece accorrere in massa giovani sull’isola.

Ultimamente è nato un Festival musicale e teatrale che ha visto alcuni dei vecchi hippies e nuovi adepti ritornare per concerti e revival in quello che era un luogo sacro e dovere di ogni buon figlio dei fiori visitare.

Anni diversi, senza Aids, eroina,  spread e forse ancora qualche speranza.

Poche settimane fa ho fatto un salto anch’io a Matala visitato le celebri grotte e fatto il bagno nella baia, il paesino sebbene frequentato non è stato devastato dal turismo di massa.

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Parecchi turisti tedeschi, spagnoli e russi, della vecchia Matala e dello spirito dei sixties non è rimasto nemmeno l’ ombra, decine e decine di alberghetti, ristoranti, locali, negozi, souvenir, market, ma il tutto ha conservato un atmosfera ancora vivibile ed umanizzata.

Un furgoncino Volkwswagen coloratissimo e la famosa scritta “Welcome to Matala George. Today is lifeTomorrow never comes”, ricordano i tempi che furono.

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Nella piazzetta di Matala si può sentire musica greca nelle taverne, al suono del bouzouki, il mandolino allungato, gustando una metaxa ( il super alcolico cognac greco ) o un souvlaki o un gyros pita, per poi trasferirsi nell’ultimo locale della baia.

La splendida barista in dread mesce birre e cocktail, una band locale passa dai Cream ai Rolling Stones, per fortuna il ruvido rock’n’roll risuona ancora sotto la luna di Matala e la notte è ancora una cupola stellata, suonala ancora “Nikolaos”, ecco ora Sweet Home Alabama dei Lynyrd Skynyrd.

( Matala – Creta – 2012 )

La villa Maser – Barbaro ( Treviso )

La villa Maser – Barbaro ( Treviso )

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L’ Italia ha la peculiarità di aver annoverato geni assoluti quali l’ architetto Andrea Palladio (1508-80).

La villa di Maser in provincia di Treviso, a nord-ovest circa 30 chilometri). è uno di quei luoghi incantati che gli italiani in genere conoscono poco ed ennesimo esempio del genio del Palladio.

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Il luogo è patrimonio dell’ umanità Unesco.Il paesaggio è incantevole, la villa situata in un leggero declivio digrada dolcemente verso la strada principale, con il suo giardino all’italiana, le sue statue e la sua fontana proprio sotto il cancello principale ora chiuso.

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Visitare la villa, non sono ammesse fotografie interne, essendo privata ed ancora parzialmente abitata, è un ottimo modo di passare una splendida giornata magari appena si affaccerà la primavera, e un dovere assoluto per tutti gli amanti della bellezza.
La villa al centro della tenuta agricola circondata da vigneti è dotata di un wine shop in cui si possono degustare i vini locali prodotti, comprare souvenir o concedersi un pranzo leggero o un attimo di ristoro e relax.
Da non perdere in zona una assaggio delle prelibate e gustose ciliege di Maser.

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Valore aggiunto sono le splendide 6 sale affrescate dallo pittore veneto Paolo Veronese, qui Veronese che dovette subire anche un processo dall’ inquisizione veneziana che alla fine lo perdonò, da sfogo a tutta la sua immaginazione e fantasia, che già gli porto dei guai nella Serenissima per una alquanto geniale ma particolare “Ultima cena”, poi ribattezzata Cena a casa di Zevi ( Galleria Accademia – Venezia ).
Il genio del Veronese, ( 1560-61), accosta a temi classici ( Sala dell’ Olimpo ) e conviviali, autentiche invenzioni per celebrare l’ umanismo della ricca famiglia Barbaro di Venezia.
Stupisce come il pittore riesca a modellare lo spazio reale usando trucchi e espedienti come finte nicchie, finte porte, personaggi che appaiano quasi fossero reali e che dilatano i dipinti e i paesaggi in un’ armonia superba.
Esempi sono quello della padrona di casa Giustiniana Giustiniani che appare con una serva, un cagnolino e un pappagallo ad accogliere i visitatori dalla cima di una baluastra che sembra vera, trompe-l’oeil una bimba (o una serva-bambina) che sbuca da una porta, il cacciatore che entra dal fondo del corridoio (sembra sia una autoritratto del Veronese stesso).

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Completano questa magnificenza uno straordinario Ninfeo con gli stucchi di Alessandro Vittoria che si è occupato della decorazione del parco esterno.

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Le ville venete create dal Palladio sono tutte molto simili ma esempio sommo di armonia e bellezza, tra tutte quella di Maser è senz’altro unica ed imperdibile, anche per la straordinaria posizione naturalistica.

La campagna fiorentina: le ville dei Medici

La campagna fiorentina: le ville dei Medici

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Sto assaporando dell’ottimo pecorino in foglie di fico, prodotto da un’azienda agricola della provincia di Pesaro e Urbino, gentile dono, con altre prelibatezze, di una cugina dottoressa che abita da quelle parti.

Questi sono ancora i sapori veri, forti e naturali che rendono l’Italia degna della sua storia e della sua tradizione di eccellenza, in fatto di arte culinaria, in tutto il mondo.

Ripenso alle mie visite alle Ville Medicee in una quasi calda giornata post feste natalizie, con il cielo blu e il sole che scalda lievemente la pelle.

Due ville splendide: La Pietraia a nord di Firenze, non lontana dalla villa di Careggi(chiusa e in ristrutturazione), e la villa di Poggio a Caiano, situata verso Prato ad una ventina di minuti di distanza una dall’altra.

Sono solo due delle decine di ville e parchi medicei della zona di Firenze e dintorni, doverosamente inserite, in blocco, come Patrimonio dell’Umanità Unesco.

In ambedue i casi trovo delle dissonanze e la conferma dell’Italia che non mi piace.

Mi spiego meglio: nonostante il periodo di festa, non per tutti ma per parecchie persone, trovo le due ville tristemente vuote.

Se da un lato egoisticamente sono il solo e tranquillo fruitore di queste due perle e tengo impegnati i custodi che si annoiano e le aprono solo per me, dall’altro restano le domande su come e in che modo vengono pubblicizzate e sfruttate le nostre risorse.

Non ci sono stranieri in giro. Possibile? Con tutti quelli che girano a Firenze, mi chiedo se sia un problema legato ai collegamenti: possibilissimo, senza bus navetta appositi arrivare alle Ville Medicee, per chi viaggia senza macchina e con i mezzi pubblici, è senz’altro un avventura che porta via quasi tutta la giornata.

Neanche ombra o quasi di italiani o fiorentini, tutti in vacanza all’estero?

In barba alla crisi, a casa o a fare shopping in centro o nei centri commerciali?

Ricordo che la visita alle Ville è completamente gratuita: ovvero non c’è da cacciare nemmeno un euro, ma anche questo non basta.

Finita la polemica, vi dico perché vale la pena vederle.

Innanzitutto perché i rinascimentali Medici non collocavano le ville a caso, ma dopo studi e sopralluoghi le collocavano, con l’ausilio dei migliori architetti, artisti ed artigiani, in posti in cui si fondevano mirabilmente con il paesaggio circostante.

La Pietraia, che prende il nome dal territorio sassoso e pieno di pietre che dovette essere sbancato per realizzarla, è una delle ville più belle: dotata di un giardino all’italiana, poi all’inglese, e posta in una posizione panoramica straordinaria, che domina la città di Firenze.

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Proprietà di Cosimo I de’ Medici dal 1544, ha nei Fasti medicei: capolavoro di Baldassarre Franceschini detto Il Volterrano, che ancora oggi decora il cortile (1637-1646), una delle sue punte di diamante, semplicemente strabiliante.

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Le altre stanze non sono da meno: mobilie originali dei periodi successivi fino ai Savoia (dei quali fu una delle residenze), con suppellettili, affreschi, cappelle, sale da gioco, collezioni, ricchi stucchi e soffitti, sale della musica, arazzi. Insomma di tutto e di più.

Soddisfatto della visita vado a Poggio a Caiano.

Nell’attesa che giunga l’ora dell’orario della visita (circa ogni ora d’inverno), faccio amicizia con uno splendido e socievole gatto che si gode il sole sulle scalinate scenografiche.

La villa di Poggio a Caiano è meravigliosa, commissionata da Lorenzo il Magnificoal celebre Giuliano da Sangallo verso il 1480, sarà una sorta di modello per ogni genere di ville del futuro. Si allontana dalla tipologia dei castelli, visto il periodo storico di pace in cui fu costruita, e diviene più residenza classica e connubio di tutte le arti.

Nel corso del tempo passò agli Asburgo, poi ai Francesi e ai Savoia.

Da notare lo splendido fregio esterno, in terracotta invetriata e tricromia (bianco, blu e verde), e tra le curiosità la piattaforma sorretta da archi su cui posa l’edificio, che rimanda invece a modelli classici come il tempio di Giove Axur a Terracina.

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Gli appartamenti sono sontuosi, il teatro di corte particolare, spicca lo splendido salone di Leone X: terminato intorno al 1513.

Una visita davvero appagante e splendida in attesa in futuro di visitare altre perle Medicee.

L’ Italia che mi piace l’ Osteria Bortolino a Viadana ( Mn)

L’ Italia che mi piace: l’ Osteria Bortolino a Viadana ( Mn)

Questa puntata non poteva non iniziare in una osteria a Viadana, nella bassa del Po, con un murales dedicato a Jack Kerouac.
Su questo rettilineo, il faccione di Jack, affrescato sull’ostello Bortolino, sfida il panorama invernale nebbioso e spettrale tipico di questi posti.
E’ necessaria una sosta ristoratrice al caldo : mangiando tortelli di zucca e polenta, annaffiata da un pastoso lambrusco.
Seguendo la striscia d’ asfalto fino un cavalcavia di cemento che fa molto Brooklyn o come dicono qui : Viadangeles ( gioco di parole tra Viadana e Los Angeles ), si giunge sulla sponda del Po, il fiume che preserva e contiene al suo passaggio la memoria di un Italia diversa: contadina, forse arretrata e abituata alla durezza e alla fatica, ma sicuramente più sincera e votata a preservare la natura, gli ecosistemi e le tradizioni locali.

Quest’ anno ho potuto assaporare in vari viaggi,compreso l’ultimo nel Delta del Po, nei lidi Ravennati e di Comacchio, queste atmosfere rarefatte e ferme nel tempo, tra il maestoso film “900″ di Bertolucci e i romanzi di Giorgio Bassani.

Genti di fiumi e di lagune, casotti della pesca, aironi, anguille, idrovore, chiaviche e bonifiche del territorio, ponti di chiatte, trabocchi per la pesca, casali abbandonati o crollati, fattorie d’ altri tempi, castelli e abbazie persi nella nebbia: un’ Italia alternativa, fuori dal tempo, che fa poca notizia, fatta di termini desueti ma che esiste e permane, fortunatamente, e che vale la pena di essere assaporata e riscoperta.

Ma torniamo a Kerouac e alla sua importanza.
Come molti prima di me hanno notato( leggetevi ad esempio gli scritti del grande Pier Vittorio Tondelli), Kerouac ci ha insegnato a muoverci, a scoprire anche il nostro paese e a costo di essere tacciati di americanismo, a muovere il culo dal divano e a metterci in movimento sia nella provincia più sperduta, come nella grande città tentacolare.
Il sapore della campagna, dell’ osteria, la febbre della linea bianca di mezzeria, della macchina che brucia benzina e morde l’ asfalto e che porta a nuovi paesaggi, scoperte, incontri casuali di persone o storie.
Jack ha importato la mitologia americana nella sonnolenta provincia italiana, dalla Lombardia fino alla via Emilia, questi territori come gli artisti emiliani raccontano, si prestano alla “ fuga ”, alla ricerca che può anche iniziare da qui e perdersi chissà dove verso altri percorsi.

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L’ Italia che mi piace è quella dell’ Osteria Bortolino che ha innestato un murales di Kerouac dove aveva un senso, “ risistemando una zona abbandonata, lasciata all’incuria più totale: sterpaglie ortiche e spazzatura di ogni genere, luogo degradato frequentato solo da drogati. Sia il ristorante che l’ostello erano semi crollati abitati unicamente da bisce e topi ”.

Roberto Naldini

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L’ Italia insomma, legata alle radici ma cosmopolita e piena di immaginazione.
Pensare che questa realizzazione abbia creato polemiche nel viadanese, come afferma il proprietario dell’osteria, mette tristezza.
Non è tutto rose e fiori in provincia.
La provincia, di quelli che non viaggiano ne fisicamente ne mentalmente, è anche questa, forse la nebbia ottunde anche le menti e le percezioni sfociando in ristrettezza mentale, immutabilità, ignoranza.
Resta comunque il profondo significato della parola  “libertà” che l’ arte e la letteratura lasciano a chi sa coglierla.

“ Probabilmente se avessimo dipinto un filare di pioppi o uno scorcio del Po nessuno avrebbe gridato allo scandalo, perfetto inserimento paesaggistico. Ma ciò che sta bene si chiama decorazione, non opera d’arte.
Il mio Jack Kerouac è un’opera d’arte perchè l’ha fatta un artista di fama internazionale (Flavio Campagna Kampah).

http://www.kampah.com/gallery-view/walls-xlarges/

In un’opera d’arte l’artista esprime ciò che sente e ciò che vuole, non ciò che sta bene (e in ogni caso ciò che sta bene è sempre soggettivo).
Un artista crea un’opera quando è ispirato non quando arriva il permesso della commissione paesaggistica.”

Roberto Naldini

Brindiamo a Jack Kerouac e a idee come questa che possono creare lavoro, migliorare il territorio, mantenere viva la tradizione culinaria locale ( aderendo a Slow Food una associazione internazionale non profit impegnata a ridare valore al cibo, nel rispetto di chi produce, in armonia con ambiente ed ecosistemi ) e preservando la memoria dello scrittore della “ strada ”,  amato e ricordato da milioni e milioni di adepti in tutto il mondo.

Festa mobile – Parigi – Fine Ottobre

Festa mobile – Parigi – Fine Ottobre

“Si finiva sempre per tornarci, a Parigi, chiunque fossimo, comunque essa fosse cambiata o quali che fossero le difficoltà, o la facilità  con la quale si poteva raggiungerla. Parigi ne valeva sempre la pena e qualsiasi dono tu le portassi ne ricevevi qualcosa in cambio”.

” Parigi è una festa mobile ”

Ernest Hemingway

Quando si è del tutto liberi dalle pressioni turistiche e dagli orari di visita delle bellezze che non si è mai visto e non si possono perdere, solo allora si ha modo di diventare un cittadino di una città che già conosci e il viaggio diventa tutta un’altra cosa.

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Si ha tempo per tornare nei posti che ami, tempo per soffermarsi sui particolari, per approfondire percorsi o semplicemente perdere tempo in cafè, negozi, parchi, viali o brasserie.

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Svegliarsi a Montmatre è un dolce risveglio, cielo plumbeo, cafè au lait e croissants, una passeggiata sulla Senna ( Quae de Grand Augustine ), un posto che adoro.

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Un immancabile visita nella storica libreria ” inglese ” Shakespeare and Company, libreria di atmosfere antiche e da sempre punto di riferimento per gli espatriatri anglofoni.

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Montparnasse e i suoi storici caffè, splendidi ed esosi, tracce di Hemingway, Rue de Moffetard e Place de Contrascarpe altri posti magici.

Moules frites e biere a la pression e stasera l’atteso concerto dei Dream Syndicate, rinata band californiana, in attesa del clou di domani.

La piu grande band di tutti i tempi.Ladies and gentlemans: The Rolling Stones.

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Parigi è sempre stata e sempre sarà una città musicale, capitale della musica internazionale con tappe prestigiose, vista anche la qualità e la varietà delle strutture, per tour di artisti internazionali famosissimi, ma non solo, patria di adozione per numerosi artisti espatriati specie dall’America che hanno trovato in Francia un humus culturale e una attenzione di pubblico e addetti ai lavori impossibile in qualsiasi altro posto della ” vecchia” Europa.

Fondere il bronzo, plasmare la materia, il museo Rodin è uno di quei posti in cui la bellezza esplode, in cui pathos e drammaticità dell’ esistenza si fondono, uniti però alla pace e tranquillità di un parco meraviglioso che induce alla serenità e alla riflessione positiva.

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Se avete nostalgia di Parigi o volete gustare le atmosfere e le suggestioni del mio viaggio, oltre ad assaporare la Parigi odierna troverete anche quella degli anni ‘ 20,  guardatevi o riguardatevi lo splendido Midnight in Paris ( 2011)  scritto e diretto da Woody Allen.

Andare via da Parigi è sempre difficile se non si pensa che sarà solo un arrivederci!.

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