Si parte, per sentieri non battuti, creando il proprio viaggio da soli o in buona compagnia  secondo i propri desideri e le proprie emozioni del momento. La magia del viaggio, la condivisione di luoghi e sensazioni e magari qualche nuovo spunto per chi ha questa “malattia” e non riesce a curarla.

La villa Maser – Barbaro ( Treviso )

La villa Maser – Barbaro ( Treviso )

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L’ Italia ha la peculiarità di aver annoverato geni assoluti quali l’ architetto Andrea Palladio (1508-80).

La villa di Maser in provincia di Treviso, a nord-ovest circa 30 chilometri). è uno di quei luoghi incantati che gli italiani in genere conoscono poco ed ennesimo esempio del genio del Palladio.

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Il luogo è patrimonio dell’ umanità Unesco.Il paesaggio è incantevole, la villa situata in un leggero declivio digrada dolcemente verso la strada principale, con il suo giardino all’italiana, le sue statue e la sua fontana proprio sotto il cancello principale ora chiuso.

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Visitare la villa, non sono ammesse fotografie interne, essendo privata ed ancora parzialmente abitata, è un ottimo modo di passare una splendida giornata magari appena si affaccerà la primavera, e un dovere assoluto per tutti gli amanti della bellezza.
La villa al centro della tenuta agricola circondata da vigneti è dotata di un wine shop in cui si possono degustare i vini locali prodotti, comprare souvenir o concedersi un pranzo leggero o un attimo di ristoro e relax.
Da non perdere in zona una assaggio delle prelibate e gustose ciliege di Maser.

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Valore aggiunto sono le splendide 6 sale affrescate dallo pittore veneto Paolo Veronese, qui Veronese che dovette subire anche un processo dall’ inquisizione veneziana che alla fine lo perdonò, da sfogo a tutta la sua immaginazione e fantasia, che già gli porto dei guai nella Serenissima per una alquanto geniale ma particolare “Ultima cena”, poi ribattezzata Cena a casa di Zevi ( Galleria Accademia – Venezia ).
Il genio del Veronese, ( 1560-61), accosta a temi classici ( Sala dell’ Olimpo ) e conviviali, autentiche invenzioni per celebrare l’ umanismo della ricca famiglia Barbaro di Venezia.
Stupisce come il pittore riesca a modellare lo spazio reale usando trucchi e espedienti come finte nicchie, finte porte, personaggi che appaiano quasi fossero reali e che dilatano i dipinti e i paesaggi in un’ armonia superba.
Esempi sono quello della padrona di casa Giustiniana Giustiniani che appare con una serva, un cagnolino e un pappagallo ad accogliere i visitatori dalla cima di una baluastra che sembra vera, trompe-l’oeil una bimba (o una serva-bambina) che sbuca da una porta, il cacciatore che entra dal fondo del corridoio (sembra sia una autoritratto del Veronese stesso).

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Completano questa magnificenza uno straordinario Ninfeo con gli stucchi di Alessandro Vittoria che si è occupato della decorazione del parco esterno.

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Le ville venete create dal Palladio sono tutte molto simili ma esempio sommo di armonia e bellezza, tra tutte quella di Maser è senz’altro unica ed imperdibile, anche per la straordinaria posizione naturalistica.

La campagna fiorentina: le ville dei Medici

La campagna fiorentina: le ville dei Medici

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Sto assaporando dell’ottimo pecorino in foglie di fico, prodotto da un’azienda agricola della provincia di Pesaro e Urbino, gentile dono, con altre prelibatezze, di una cugina dottoressa che abita da quelle parti.

Questi sono ancora i sapori veri, forti e naturali che rendono l’Italia degna della sua storia e della sua tradizione di eccellenza, in fatto di arte culinaria, in tutto il mondo.

Ripenso alle mie visite alle Ville Medicee in una quasi calda giornata post feste natalizie, con il cielo blu e il sole che scalda lievemente la pelle.

Due ville splendide: La Pietraia a nord di Firenze, non lontana dalla villa di Careggi(chiusa e in ristrutturazione), e la villa di Poggio a Caiano, situata verso Prato ad una ventina di minuti di distanza una dall’altra.

Sono solo due delle decine di ville e parchi medicei della zona di Firenze e dintorni, doverosamente inserite, in blocco, come Patrimonio dell’Umanità Unesco.

In ambedue i casi trovo delle dissonanze e la conferma dell’Italia che non mi piace.

Mi spiego meglio: nonostante il periodo di festa, non per tutti ma per parecchie persone, trovo le due ville tristemente vuote.

Se da un lato egoisticamente sono il solo e tranquillo fruitore di queste due perle e tengo impegnati i custodi che si annoiano e le aprono solo per me, dall’altro restano le domande su come e in che modo vengono pubblicizzate e sfruttate le nostre risorse.

Non ci sono stranieri in giro. Possibile? Con tutti quelli che girano a Firenze, mi chiedo se sia un problema legato ai collegamenti: possibilissimo, senza bus navetta appositi arrivare alle Ville Medicee, per chi viaggia senza macchina e con i mezzi pubblici, è senz’altro un avventura che porta via quasi tutta la giornata.

Neanche ombra o quasi di italiani o fiorentini, tutti in vacanza all’estero?

In barba alla crisi, a casa o a fare shopping in centro o nei centri commerciali?

Ricordo che la visita alle Ville è completamente gratuita: ovvero non c’è da cacciare nemmeno un euro, ma anche questo non basta.

Finita la polemica, vi dico perché vale la pena vederle.

Innanzitutto perché i rinascimentali Medici non collocavano le ville a caso, ma dopo studi e sopralluoghi le collocavano, con l’ausilio dei migliori architetti, artisti ed artigiani, in posti in cui si fondevano mirabilmente con il paesaggio circostante.

La Pietraia, che prende il nome dal territorio sassoso e pieno di pietre che dovette essere sbancato per realizzarla, è una delle ville più belle: dotata di un giardino all’italiana, poi all’inglese, e posta in una posizione panoramica straordinaria, che domina la città di Firenze.

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Proprietà di Cosimo I de’ Medici dal 1544, ha nei Fasti medicei: capolavoro di Baldassarre Franceschini detto Il Volterrano, che ancora oggi decora il cortile (1637-1646), una delle sue punte di diamante, semplicemente strabiliante.

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Le altre stanze non sono da meno: mobilie originali dei periodi successivi fino ai Savoia (dei quali fu una delle residenze), con suppellettili, affreschi, cappelle, sale da gioco, collezioni, ricchi stucchi e soffitti, sale della musica, arazzi. Insomma di tutto e di più.

Soddisfatto della visita vado a Poggio a Caiano.

Nell’attesa che giunga l’ora dell’orario della visita (circa ogni ora d’inverno), faccio amicizia con uno splendido e socievole gatto che si gode il sole sulle scalinate scenografiche.

La villa di Poggio a Caiano è meravigliosa, commissionata da Lorenzo il Magnificoal celebre Giuliano da Sangallo verso il 1480, sarà una sorta di modello per ogni genere di ville del futuro. Si allontana dalla tipologia dei castelli, visto il periodo storico di pace in cui fu costruita, e diviene più residenza classica e connubio di tutte le arti.

Nel corso del tempo passò agli Asburgo, poi ai Francesi e ai Savoia.

Da notare lo splendido fregio esterno, in terracotta invetriata e tricromia (bianco, blu e verde), e tra le curiosità la piattaforma sorretta da archi su cui posa l’edificio, che rimanda invece a modelli classici come il tempio di Giove Axur a Terracina.

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Gli appartamenti sono sontuosi, il teatro di corte particolare, spicca lo splendido salone di Leone X: terminato intorno al 1513.

Una visita davvero appagante e splendida in attesa in futuro di visitare altre perle Medicee.

L’ Italia che mi piace l’ Osteria Bortolino a Viadana ( Mn)

L’ Italia che mi piace: l’ Osteria Bortolino a Viadana ( Mn)

Questa puntata non poteva non iniziare in una osteria a Viadana, nella bassa del Po, con un murales dedicato a Jack Kerouac.
Su questo rettilineo, il faccione di Jack, affrescato sull’ostello Bortolino, sfida il panorama invernale nebbioso e spettrale tipico di questi posti.
E’ necessaria una sosta ristoratrice al caldo : mangiando tortelli di zucca e polenta, annaffiata da un pastoso lambrusco.
Seguendo la striscia d’ asfalto fino un cavalcavia di cemento che fa molto Brooklyn o come dicono qui : Viadangeles ( gioco di parole tra Viadana e Los Angeles ), si giunge sulla sponda del Po, il fiume che preserva e contiene al suo passaggio la memoria di un Italia diversa: contadina, forse arretrata e abituata alla durezza e alla fatica, ma sicuramente più sincera e votata a preservare la natura, gli ecosistemi e le tradizioni locali.

Quest’ anno ho potuto assaporare in vari viaggi,compreso l’ultimo nel Delta del Po, nei lidi Ravennati e di Comacchio, queste atmosfere rarefatte e ferme nel tempo, tra il maestoso film “900″ di Bertolucci e i romanzi di Giorgio Bassani.

Genti di fiumi e di lagune, casotti della pesca, aironi, anguille, idrovore, chiaviche e bonifiche del territorio, ponti di chiatte, trabocchi per la pesca, casali abbandonati o crollati, fattorie d’ altri tempi, castelli e abbazie persi nella nebbia: un’ Italia alternativa, fuori dal tempo, che fa poca notizia, fatta di termini desueti ma che esiste e permane, fortunatamente, e che vale la pena di essere assaporata e riscoperta.

Ma torniamo a Kerouac e alla sua importanza.
Come molti prima di me hanno notato( leggetevi ad esempio gli scritti del grande Pier Vittorio Tondelli), Kerouac ci ha insegnato a muoverci, a scoprire anche il nostro paese e a costo di essere tacciati di americanismo, a muovere il culo dal divano e a metterci in movimento sia nella provincia più sperduta, come nella grande città tentacolare.
Il sapore della campagna, dell’ osteria, la febbre della linea bianca di mezzeria, della macchina che brucia benzina e morde l’ asfalto e che porta a nuovi paesaggi, scoperte, incontri casuali di persone o storie.
Jack ha importato la mitologia americana nella sonnolenta provincia italiana, dalla Lombardia fino alla via Emilia, questi territori come gli artisti emiliani raccontano, si prestano alla “ fuga ”, alla ricerca che può anche iniziare da qui e perdersi chissà dove verso altri percorsi.

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L’ Italia che mi piace è quella dell’ Osteria Bortolino che ha innestato un murales di Kerouac dove aveva un senso, “ risistemando una zona abbandonata, lasciata all’incuria più totale: sterpaglie ortiche e spazzatura di ogni genere, luogo degradato frequentato solo da drogati. Sia il ristorante che l’ostello erano semi crollati abitati unicamente da bisce e topi ”.

Roberto Naldini

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L’ Italia insomma, legata alle radici ma cosmopolita e piena di immaginazione.
Pensare che questa realizzazione abbia creato polemiche nel viadanese, come afferma il proprietario dell’osteria, mette tristezza.
Non è tutto rose e fiori in provincia.
La provincia, di quelli che non viaggiano ne fisicamente ne mentalmente, è anche questa, forse la nebbia ottunde anche le menti e le percezioni sfociando in ristrettezza mentale, immutabilità, ignoranza.
Resta comunque il profondo significato della parola  “libertà” che l’ arte e la letteratura lasciano a chi sa coglierla.

“ Probabilmente se avessimo dipinto un filare di pioppi o uno scorcio del Po nessuno avrebbe gridato allo scandalo, perfetto inserimento paesaggistico. Ma ciò che sta bene si chiama decorazione, non opera d’arte.
Il mio Jack Kerouac è un’opera d’arte perchè l’ha fatta un artista di fama internazionale (Flavio Campagna Kampah).

http://www.kampah.com/gallery-view/walls-xlarges/

In un’opera d’arte l’artista esprime ciò che sente e ciò che vuole, non ciò che sta bene (e in ogni caso ciò che sta bene è sempre soggettivo).
Un artista crea un’opera quando è ispirato non quando arriva il permesso della commissione paesaggistica.”

Roberto Naldini

Brindiamo a Jack Kerouac e a idee come questa che possono creare lavoro, migliorare il territorio, mantenere viva la tradizione culinaria locale ( aderendo a Slow Food una associazione internazionale non profit impegnata a ridare valore al cibo, nel rispetto di chi produce, in armonia con ambiente ed ecosistemi ) e preservando la memoria dello scrittore della “ strada ”,  amato e ricordato da milioni e milioni di adepti in tutto il mondo.

Festa mobile – Parigi – Fine Ottobre

Festa mobile – Parigi – Fine Ottobre

“Si finiva sempre per tornarci, a Parigi, chiunque fossimo, comunque essa fosse cambiata o quali che fossero le difficoltà, o la facilità  con la quale si poteva raggiungerla. Parigi ne valeva sempre la pena e qualsiasi dono tu le portassi ne ricevevi qualcosa in cambio”.

” Parigi è una festa mobile ”

Ernest Hemingway

Quando si è del tutto liberi dalle pressioni turistiche e dagli orari di visita delle bellezze che non si è mai visto e non si possono perdere, solo allora si ha modo di diventare un cittadino di una città che già conosci e il viaggio diventa tutta un’altra cosa.

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Si ha tempo per tornare nei posti che ami, tempo per soffermarsi sui particolari, per approfondire percorsi o semplicemente perdere tempo in cafè, negozi, parchi, viali o brasserie.

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Svegliarsi a Montmatre è un dolce risveglio, cielo plumbeo, cafè au lait e croissants, una passeggiata sulla Senna ( Quae de Grand Augustine ), un posto che adoro.

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Un immancabile visita nella storica libreria ” inglese ” Shakespeare and Company, libreria di atmosfere antiche e da sempre punto di riferimento per gli espatriatri anglofoni.

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Montparnasse e i suoi storici caffè, splendidi ed esosi, tracce di Hemingway, Rue de Moffetard e Place de Contrascarpe altri posti magici.

Moules frites e biere a la pression e stasera l’atteso concerto dei Dream Syndicate, rinata band californiana, in attesa del clou di domani.

La piu grande band di tutti i tempi.Ladies and gentlemans: The Rolling Stones.

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Parigi è sempre stata e sempre sarà una città musicale, capitale della musica internazionale con tappe prestigiose, vista anche la qualità e la varietà delle strutture, per tour di artisti internazionali famosissimi, ma non solo, patria di adozione per numerosi artisti espatriati specie dall’America che hanno trovato in Francia un humus culturale e una attenzione di pubblico e addetti ai lavori impossibile in qualsiasi altro posto della ” vecchia” Europa.

Fondere il bronzo, plasmare la materia, il museo Rodin è uno di quei posti in cui la bellezza esplode, in cui pathos e drammaticità dell’ esistenza si fondono, uniti però alla pace e tranquillità di un parco meraviglioso che induce alla serenità e alla riflessione positiva.

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Se avete nostalgia di Parigi o volete gustare le atmosfere e le suggestioni del mio viaggio, oltre ad assaporare la Parigi odierna troverete anche quella degli anni ‘ 20,  guardatevi o riguardatevi lo splendido Midnight in Paris ( 2011)  scritto e diretto da Woody Allen.

Andare via da Parigi è sempre difficile se non si pensa che sarà solo un arrivederci!.

Il mio Nizza – Mosca, alla mia maniera, in varie tappe e anni (seconda parte)

Il mio Nizza – Mosca, alla mia maniera, in varie tappe e anni (seconda parte)

Minsk – Bielorussia

Il treno passa per villaggi, foreste, città minori, luoghi persi nel tempo, attraverso il nulla, piano piano, sferragliando si giunge a Minsk.

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Minsk fu devastata e rasa al suolo al 90 per cento durante la seconda guerra mondiale, da città quasi provinciale che era ora raggiunge quasi i 2 milioni di abitanti.

Rispetto ai primi progetti di lasciarla come unica città memoriale o cimitero vivente delle brutture umane, subentrò poi la voglia di edificarla nuovamente partendo da zero.

Con l’opera dei migliori e più affermati architetti sovietici dell’epoca è stata completamente ricostruita come modello di città sovietica ideale: colpisce la classicità degli edifici, i viali ampissimi, come quello Karl Marx con le 2 torri che dalla stazione conduce al centro (simile all’analoga via di Berlino est).

Ecco piazza dell’Indipendenza con gli edifici governativi tipici del realismo socialista, l’Università e la statua di Lenin che parla da una tribuna ancora omaggiata da fiori ai suoi piedi.

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Seguendo Prospekt Nezavisimosti si arriva prima in Oktyabrskaya Ploschad, con il museo della guerra patriottica e della tragedia ebrea, il parallelepipedo enorme del Palazzo della Repubblica in mezzo alla piazza e il palazzo della cultura, poi a Piazza della Vittoria con la colonna e la fiamma che ricorda il sacrificio della città nella seconda guerra mondiale e l’elenco delle città eroine della Russia.

Il fiume Svilasch ghiacciato, la parte ricostruita della “vecchia Minsk”, la moderna pista di pattinaggio su ghiaccio, la biblioteca nazionale illuminata con i colori della bandiera della Bielorussia (fiore all’occhiello del governo Lukashenko), le numerose chiese (come quella cattolica di colore rosso, costruita nel 1910 da un nobile polacco, e quelle ortodosse) e poche altre cose rendono Minsk una città che si vede in fretta.

Il classico turista non troverà nulla di particolare o antico a Minsk, che quindi gli sconsiglio vivamente, ma ne apprezzerà di certo la cura, l’illuminazione, la pulizia. Il viaggiatore più scafato, invece, completerà un percorso già fatto nell’est Europa sicuramente interessante, pieno di piccole e grandi scoperte.

Si riparte. I viaggi in treno si arricchiscono sempre di conoscenze fortuite e casuali, le più disparate come solo la Russia con la sua molteplicità può offrire: dalla vecchina curiosa, al veterano di guerra, al più lontano abitante delle repubbliche Caucasiche, fino alla bellezza mozzafiato di qualche viaggiatrice.

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Tutti o quasi tendono a parlare o almeno a provarci. I compagni di treno non sono solo seccature, ma un modo per passare il tempo, con una socialità che oramai in Europa si è persa. Vuoi la curiosità per gli stranieri, che raramente usano il treno per viaggiare nei confini della vecchia Unione Sovietica, vuoi una naturale predisposizione al dialogo: tutto ciò fa a pugni con il luogo comune che i russi siano tutti scontrosi, musoni, se non arroganti e nazionalisti.

Il viaggio in treno diventa anche un convivio di cibi e bevande: tutti fanno rifornimento per i lunghi viaggi e tendono a condividere, ad offrire ai compagni di scompartimento o di sigarette, nelle zone apposite, secondo una vecchia tradizione russa per aiutare i viaggiatori che non hanno avuto modo o tempo di fare le proprie compere.

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Come diceva Cesare Brandi, “nei treni russi si viaggia come in un astuccio. E l’enorme piana, questa sconfinata piana che è la Russia, alternava i boschi ai maggesi, i boschi al lavorativo, ma soprattutto boschi e prati. Sembrava di essere sempre allo stesso punto, di non essersi mai mossi.”

Quello che resta ora di questi viaggi sono le centinaia di fotografie scattate.

Ci sono poi altre fotografie quelle che non si è avuto la prontezza o la voglia di scattare, quelle resteranno per sempre solamente a livello di visioni incollate alla retina e saranno fuori dalla portata di tutti ma solo puro godimento personale nell’ambito del ricordo.

Una sorta di premio per aver partecipato all’esperienza del viaggio, per essere sceso in campo.

A pensarci bene a volte quello che non ti fa scattare fotografie è la consapevolezza che la realtà non è riproducibile: manca la spazialità, il freddo sulle mani, gli odori, manca il contesto.

Già si fa fatica su carta a riempire fogli di parole per cercare di rendere solo un millesimo di quel piacevolissimo brivido che da la realtà, figuriamoci la fotografia.

Talvolta è solo questione di pudore e rispetto: la vecchina, davanti alla metro, che vende al freddo mele, prelevate da un sacchetto di plastica, possiede una sua esistenza indipendente dal fatto che la fotografi o meno, come un animale allo zoo o come testimonianza di un mondo che da noi non esiste più, ma che alla fine è il nostro mondo quello di un Italia contadina quella dei nostri nonni.

Restano le parole a volte convinte, a volte smozzicate in russo, inglese, spagnolo, italiano, a seconda dell’interlocutore. Tutto così veloce come sempre, i nomi delle persone e le loro parole si sovrappongono e si ammonticchiano come scontrini nella bacheca della tua mente.

Le frasi si intrecciano e a volte non ricordi più chi ha detto cosa, rimpiangi di non aver detto quelle parole, che sul momento ti son rimaste incollate alla lingua, o di aver fatto quelle domande le cui risposte ora ti sono ben chiare.

A volte stramaledici il fatto di non sapere la lingua del posto che stai visitando, ti senti sperduto, indifeso, come un bambino: se talvolta la cosa è estremamente eccitante rendendoti particolarmente ricettivo, spesso e malvolentieri ti priva dei piaceri della comunicazione, ti preclude qualcosa.

Ma in fondo sei lo straniero atipico venuto a vedere con i tuoi occhi ciò che non sai ancora, a verificare le letture, le dicerie, a cercare di capire, e questa prima volta non potrà essere che così, se e quando tornerai sarà già un’ altra cosa.

Ecco il senso di questo viaggio da Nizza a Mosca: non fermandosi in Bielorussia si perderebbe parecchio, come in una sinfonia che finisce nell’immensa e storica Mosca si perderebbe l’overture Bielorussa.

Per tanti versi è un paese ancora sovietico per aspetto e mentalità, con tanti problemi, ma genuino e ancora di “frontiera”.

Il mio Nizza – Mosca, alla mia maniera, in varie tappe e anni (prima parte)

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Un viaggio lungo 3318 chilometri attraverso 9 paesi dell’Europa ferroviaria: da Nizza ( Francia ) a Mosca, in treno.

Non un treno come gli altri, ma un treno di lusso delle ferrovie russe RZD.

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Il treno circola dal 23 settembre 2010 ogni settimana, è composto da circa 10 vagoni, tra cui 2 vagoni ristorante, una carrozza letti di 2° classe, cinque carrozze letti di 1° classe e due carrozze letti di lusso.

I prezzi per l’intero percorso variano dai 306 €, per un posto in seconda classe, ai 1050 € per un posto nella carrozza lusso.

E’ comunque prevista la possibilità di effettuare il viaggio tra due città collegate da questo treno, basta che siano in due paesi diversi.

Ecco le informazioni di base per chi volesse compiere questo tragitto, senz’altro costoso e lungo (circa 50 ore), ma anche affascinante, come ha scritto qualche giorno fa Luigi Paini sul Domenicale del Sole24Ore.

Guardando la mappa del tragitto che il treno compie, mi sono reso conto che gran parte del viaggio,  sebbene non nel lusso di questi treni ma sfruttando treni italiani e internazionali, in tempi e viaggi diversi, l’ho fatto anch’io.

A dirla tutta mi manca solo l’ultima tappa la Orša (Bielorussia) – Mosca, via Smolensk ( circa 400 km ), ma a Mosca sono arrivato lo stesso per altri percorsi.

Se dovessi analizzare la tratta così come l’ho vissuta io potrei dire che, da Nizza a Genova, la ferrovia costeggia in gran parte del percorso il mare ed è senz’altro un bel vedere e viaggiare, soprattutto se non si conosce o non si è abituati alla bellezza della Costa Azzurra e della Liguria, incastonate tra mari e monti.

Proseguendo il viaggio e saltando la parte italiana che probabilmente conoscete e che non riserva particolari emozioni ne dal punto di vista umano ne paesaggistico, valicato il Brennero, si raggiunge Vienna, poi si scarta verso la Repubblica Ceca e si raggiunge Varsavia.

La tratta Varsavia – Minsk è senz’altro quella più interessante, a mio avviso un viaggio a se potrebbe iniziare arrivando in aereo a Varsavia e poi prendendo il treno notturno per Minsk, che prosegue poi per Mosca.

Ovviamente dovrete munirvi già in partenza del visto per la Bielorussia e per la Russia, in quanto, come penso saprete, tali visti non possono essere fatti in nessuna frontiera terrestre né negli aeroporti, e di apposita assicurazione sanitaria convenzionata con suddetti governi, per non incorrere in problemi burocratici, sanitari ed eventuali respingimenti in frontiera (certi nel caso del visto, discutibili per quanto concerne l’ assicurazione ).

Da Varsavia inizia il vero viaggio: lento, poco costoso e adeguabile a tutte le esigenze dalla terza classe della Platz card, una sorta di ostello viaggiante, composto di scompartimenti aperti che diventano letti per la notte, poco costosi ma con poca privacy e parecchia confusione.

Io e i miei amici abbiamo sempre viaggiato in coupè (la seconda classe), composta da un vagone di 4 letti/cuccette a castello con parecchio spazio e comodi posti per i bagagli.

Da rimarcare che quasi tutti i treni russi hanno spazi per fumare tra un vagone e l’ altro e una carrozza ristorante comoda e confortevole per bere e mangiare fino a tarda ora. Hanno, inoltre, un aspetto un po’ retrò con fiori finti, centrini di pizzo bianco e tendine, sempre di pizzo, sui vetri.

Quest’atmosfera da Orient Express, meno lussuoso, ma più alla mano mi ha sempre affascinato: leader indiscussa della carrozza a cui siete stati assegnati è la capotreno, che a volte ha anche un aiutante.

Il personale che vi accompagnerà dal controllo biglietti sul binario di partenza fino a destinazione è esclusivamente femminile, raramente parlano inglese e sono solitamente di mezz’età .

Sarà il vostro punto di riferimento se avrete bisogno di the (Chai), prelevato da enormi bollitori (samovar) e servito in bicchieri di plastica con porta bicchiere in metallo molto “sovietici” (veri e propri manufatti molto diversi tra loro e, pare anche, da collezione), patatine, snack o per informazioni varie sulle toilet, a volte chiuse. Lei stessa vi fornirà lenzuola confezionate e l’occorrente per la notte (solitamente compreso nel biglietto).

Dopo avervi dato queste informazioni, immaginatevi un viaggio lento in cui il tempo sembra non passare mai, al caldo di inverno (non si lesina sul riscaldamento per fortuna), tra paesaggi e temperature polari e neve all’esterno.

Il viaggio, la capotreno vi sveglierà se vi siete appisolati, verrà interrotto solo alla frontiera polacca/bielorussa con solerti controlli del personale di frontiera, è questo che porterà via tempo ma è una delle particolarità del viaggio.

Le ferrovie dell’Europa e della madre Russia hanno scartamenti diversi: ossia vi è differenza nella distanza tra i due binari (quelli russi sono più larghi) e sembra che questa sia stata studiata per evitare facili invasioni. Si effettua, quindi, la sostituzione dei carrelli dei vagoni ferroviari. Questa operazione può durare circa un’ora o più e consiste nel separare tutti i vagoni del convoglio, sollevarli singolarmente con l’ausilio di 4 potentissimi cric idraulici, mentre i passeggeri rimangono a bordo, osservandone l’esecuzione e avvertendo il proseguire delle operazioni, e la Polizia di Frontiera effettua il controllo passaporti.

Eccola Brest, sosta in frontiera: la biondissima e affascinante doganiera ci da il benvenuto in Bielorussia, timbra il visto e ci da il foglio d’entrata. Sono le 3 di notte, davanti a noi una cupa e tetra stazione in stile staliniano semi deserta e un atmosfera irreale.

Brest è una nodale via di comunicazione per arrivare a Mosca: da qui passarono armate napoleoniche e nazisti.

Una città con poche cose da vedere: alcune chiese, un centro pedonale tranquillo e curato, l’immancabile statua di Lenin e una grossa arteria, l’Ulica Sovietskaja con un grosso centro commerciale che anima la città. La cosa che la rende però famosa è la fortezza. Situata proprio al confine con la Polonia fu completata nel 1842, raggiungendo un perimetro di 30 km quadrati. Nel 1941 con l’operazione Barbarossa i nazisti iniziarono l’invasione dell’Unione Sovietica, la guarnigione della fortezza resistette eroicamente per più di un mese agli assalti e ai bombardamenti nazisti, cosa che le valse il riconoscimento di Eroina dell’Unione Sovietica. I segni dei bombardamenti della seconda guerra mondiale e dei colpi sparati sono ancora ben visibili nel suo perimetro, che ora funge da memoriale della seconda guerra mondiale: un museo, una chiesa, carri armati, un obelisco e un immensa statua di pietra che raffigura un uomo sono stati costruiti nel 1971 per ricordare l’ episodio storico.

Fiesta – Diari Spagnoli ( Luglio 2017 )

Fiesta – Diari Spagnoli ( Luglio 2017 )

Nel profondo della Navarra.

Dopo le lungaggini con l’ autonoleggio Sixt a Saragozza, per vicissitudini informatiche, parte l’ esplorazione. Niente male questa Tudela. Viva ma rilassante, belle luci, bella cattedrale, con le bene auguranti cicogne, bei locali. Bisogna sempre uscire dalle rotte già battute e applicare lo “spiazzamento”, ovvero andare dove non si “dovrebbe ” essere. Al caffè Avenida si mangia da Dio.

Il proprietario con cui faccio amicizia è bulgaro, l’avevo riconosciuto sentendolo parlare, tutto torna, è in Spagna da 15 anni, la cucina e il personale tutto spagnolo.Cerveza Cruzcampo, ottimo jamon e pulpo alla Gallega.Domani sarà tempo del deserto di Bardenas Reales, inutile dirlo in Spagna mi sento meglio che a casa , ovunque si va difficilmente si sbaglia.

Navarra e Aragona.

La giornata di ieri è stata a dir poco esaltante.Iniziata con gli splendidi panorami e gli sterrati del parco di Bardenas Reales, è continuata su statali secondarie, la 125, 127, 534,verso Pamplona.

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Tutto molto improvvisato, all’antica, senza navigatori o aggeggi tecnologici.
Questa è la vera Spagna, ancora rurale, secca, aspra, desertica, strade blu libere ed infinite, che ricordano non poco l’ Arizona. Da vedere assolutamente, come del resto la Castilla-Leon, Exstremadura e la Mancha di cui ho meravigliosi ricordi.Pueblos fantasma, con una sola spettacolare taberna aperta, dove rinfrescarsi con una cana, birretta alla spina ad un euro e venti , accompagnata da una tortilla di patate.Guardo l’ inizio della festa di San Firmino in diretta TV , in compagnia dei vecchi del paese. L’accensione del tradizionale cupinazo da il segnale dell’ inizio delle ” danze”.

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Parco di Bardenas Reales

Castelli, segnalo quello splendido di Sadaba, ma anche Xavier, cicogne e nidi, cattedrali perse nel tempo, pueblos con nomi altisonanti come Sos del rey catolico, Ejeas de Los Caballeros, etc rimandano indietro nel tempo al regno di Navarra ed Aragona.Poi viene il momento di San Firmino a Pamplona, con la sua energia ed entusiasmo pazzesco dei pamploneses y pamplonesas di ogni età e di tutti i tantissimi turisti internazionali attirati dall’evento.Una giornata che vale doppio o triplo.

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Pamplona – San Firmino

Tudela – Pamplona – Saragozza.

Ormai la statale 121 è diventata per me come l’Aurelia, senza però il traffico e lo stress di quest’ ultima.Ne conosco oramai ogni rettilineo, ogni curva, ogni pueblo dopo 3 giorni di andate e ritorni. Ultimo breve, malinconico, giro di giostra a San Fermin, prima di una toccata e fuga a Saragozza, per prendere l’aereo che domani mi riporterà a Milano. Saluti finali, sperando che sia un arrivederci, a Pamplona. Toccherà sfondarsi ora di paella, ostriche, vino tinto della Navarra ed altro, nella vivissima Saragozza, per acquietare la malinconia di certi addii. L’albergo è in via Hernan Cortes, the killer, una coincidenza riguardo ai miei piani, neanche troppo futuri, ma non anticipo niente per scaramanzia.In Navarra e a San Fermin c’è tutta l’ anima spagnola, nel bene e nel male, per qualche giorno ci si libera dei problemi, della routine e dalle seccature quotidiane e si sta bene.
A volte basta un sorriso, lasciarsi andare, vecchi, grandi, piccini nessuno qui cerca redenzione ma un po’ di lievità, condivisione e spensieratezza, fino ad arrivare all’eccesso: orgiastica devozione a ” baccanali” e alla tauromachia già presente nelle culture pagane ma anche in quella greca e romana. 

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”And I know she’s living there.And she loves me to this day
I still can’t remember how
Or when I lost my way.”

A luego !. Disfrutar de la vida

Magna Grecia

Magna Grecia, Calabria dal vivo ora

La mia vita si alterna tra presenze e assenze, sia di luoghi che di persone.Tra pieni e vuoti, anche se credo, con le debite proporzioni, sia così un po’ per tutti.
E’ sempre stato così, volente o nolente, è credo che salvo sconvolgimemti lo sarà sempre.
E’ così per chi sdegna, come diceva Pirandello, di irrigidirsi, di cristallizzarsi, di rapprendersi in una forma, o anche per tornare al tema del viaggio per chi continua ad essere curioso di quello che non ha mai visto, a due passi da casa, come in capo al mondo.

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Capo Spulico

Natura, storia, arte, musica, cibo, sogni, rapporti umani, tutto si intreccia mirabilmente quando il viaggio funziona, quando si ha il tempo di essere perfettamente sintonizzati con quello che si sta vivendo.
L’ Italia è un paese fantastico, tendiamo a dimenticarlo, sopraffatti dalle mille lacune e problemi oggettivi.
Un paese che conoscono in pochi, al di la dei luoghi comuni e di quello che è scontato.

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Stlo – Cattolica

Una miniera inesauribile di luoghi, suggestioni ed emozioni che ben pochi altri possono vantare, me ne sto accorgendo in questi ultimi anni, dediti, più di altri, a scandagliarne la bellezza, a scoprire quello che è nascosto sotto la superficie o semplicemente quello che avevo sottovalutato.

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Tropea – Vulcano

Più avanti vi racconterò tappa per tappa la ” mia ” Calabria ovvero cioè che ho visto, vissuto, scoperto.

Lago d’Aral – Uzbekistan

I viaggi di Luca

Lago d’Aral – Uzbekistan

Questa è Asia: a parte la non indifferente distanza chilometrica, i viaggi in Uzbekistan e Kazahkistan fanno percepire una distanza ancora maggiore soprattutto mentale.

Il viaggio in auto da Khiva a Moynaq inizia alle 7 del mattino.

In tre ore di viaggio, con autista privato, trovatoci dall’albergo per una cifra modesta, arriviamo a Nukus, città nuova di stampo sovietico e di non particolare interesse se non per il Museo Savickij. Nel frattempo siamo entrati nella Repubblica del Karakalpakstan.

Il museo contiene una importante collezione di arte russa e uzbeka, reperti archeologici ed etnici. La collezione creata dal pittore archeologo uzbeko risulta molto interessante specialmente perché ha salvato opere di artisti invise al regime sovietico.

Dopo il pranzo, in un ristorante per camionisti lungo la strada, in cui degustiamo un piatto di manti, i grossi ravioli uzbeki farciti di carne, si riparte: le strade iniziano ad essere piuttosto sconnesse e malandate, ci vorranno altre 3 ore per raggiungere la nostra meta.

In alcuni casi si passa su veri e propri sterrati di sabbia, accanto a noi si notano spesso i lavori di una moderna autostrada che in un futuro prossimo renderanno i trasporti via terra più agevoli.

Eccola finalmente la tanto attesa Moynaq, che nel bene e nel male vale il viaggio.

Alcuni pannelli sul “belvedere” mostrano quello che è successo negli ultimi 40 anni: esattamente sotto dove siamo noi c’era il lago.

L’Aral era il quarto lago più grande del mondo.

Non vengono spiegate da nessuna parte le cause del disastro ed è praticamente proibito e rimosso ogni discorso a riguardo sia da parte russa, visto che fino ad inizi anni 90 l’Uzbekistan faceva parte dell’Unione Sovietica, sia oggi da parte dell’indipendente Uzbekistan.

Di fronte e sotto a noi si trova un gigantesco canyon che non finisce mai ed uno degli spettacoli più lugubri e tristi che abbia visto durante i miei viaggi.

L’Aral forniva sussistenza e lavoro diretto e indiretto all’intera comunità di Moynaq: tra porto, pesca, industrie di conservazione e indotto a circa 20.000 persone.

La città oramai è deserta, perché la maggior parte della popolazione se ne è andata in cerca di lavoro e di una vita migliore.

Una fila di carcasse di barche arrugginite si stagliano sul fondo del lago, un “mare” di sabbia, sale e pesticidi: le uniche testimonianze di vita passata sono le migliaia di conchiglie che si trovano per terra.

Dall’alto i pescherecci sembrano carri armati bruciati e colpiti dopo una battaglia. Effettivamente una battaglia c’è stata: quella dell’uomo che per i suoi scopi economici ha modificato l’ambiente e ha distrutto quello che era la sua fonte primaria di ricchezza e di vita.

Per saperne di più sulla tragedia dell’Aral potete leggere il capitolo relativo di Imperiumdi Kapuscinski. Attualmente è possibile raggiungere, tramite escursioni molto costose in fuoristrada, quello che è rimasto dell’Aral (verso il confine con il Kazahkstan): restano due tronconi del lago e piccoli pozze, ovviamente non esistono strade ma si viaggia nel vecchio bacino del lago, su piste improvvisate.

Vi chiederete ora come è potuto succedere: la spiegazione è semplice. In era sovietica l’acqua dei due fiumi che alimentavano l’Aral, tra cui l’Amu Darya che abbiamo passato per giungere qui, è stata forzatamente prelevata in maniera irrazionale e dissennata, senza tubature e seria irrigazione, per alimentare principalmente la monocultura del cotone.

Nel corso del tempo i fiumi si sono ridotti di dimensione e l’Aral si è ritirato da Moynaq verso nord di più di 150 km.

I russi hanno creato un disastro ambientale sconosciuto ai più e senza possibilità di riparo: l’acqua salata evapora alle temperature uzbeke e secca terreni, oasi e colture mediterranee possibili nelle oasi. La monocoltura del cotone, senza tecnologia e razionalità, ha creato questo danno senza precedenti: ambientale, umano e faunistico.

Ultime impressioni sulla Grecia

Ultime impressioni sulla Grecia

Penisola del Mani spiagge incontaminate

Penisola del Mani spiagge incontaminate       (Pelopponeso)

Nel migliore dei mondi possibili la “Grecia” o grecità dovrebbe essere un modo di vivere, un modo di rapportarsi alla realtà e all’eternità.

Hanno tentato di portarcela via con le parole crisi e spread, con un Europa che non esiste ma che detta condizioni, regole, misure, che si occupa di centimetri e di balzelli, ma non ci sono riusciti.

Hanno tentato di farci credere che sia un mondo finito, morto, sepolto, fossilizzato in un museo o racchiuso in un libro di testo o in un filmino delle vacanze al mare sulle isole.

Noi viaggiando non l’ abbiamo abbandonata, ma riconquistata.

Questa volta le foto che ho fatto non mi hanno soddisfatto.

Troppa luce, troppo ristretto l’ obiettivo per racchiudere un mondo tridimensionale.

Troppa magia nell’aria.

Guardando le rocce e gli spuntoni delle Meteore, nere come la pece, guardando la notte stellata, nel villaggio di Kastraki, capisci come e perché la Grecia placò l’irrequietezza di Bruce Chatwin, le cui ceneri vennero disperse dalla moglie in una chiesetta nel selvaggio e turrito Mani.

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Meteore Santuari sulle rocce

 

Un “dito” del Pelopponeso, patria di adozione del viaggiatore Patrick Fermor.

Ti immagini seduto a parlare con quei due, a bere retsina, nella pace di Kardamili.

La Grecia ti placa, ti rasserena, ti rende libero e intero, come disse Henry Miller.

La sua luce abbagliante ti stordisce : le rocce fanno un tutt’uno con cielo e mare.

Ti abbeveri di miti: anche se a Delfi il Dio Apollo ormai tace e la sacerdotessa Pizia non vaneggia più stordita dai gas della terra, anche se a Micene le tombe sono vuote e i tesori degli Atrei sono racchiusi nei musei che importa.

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Delfi Via Sacra

 

Permangono tracce, indizi, capitelli e pietre gettate a terra da tempo, terremoti, eserciti.

Vorresti essere forte come le ciclopiche mura di Tirinto, vorresti saper dipingere icone sul legno come quell’artista che hai conosciuto a Salonicco: forse darebbe un significato alla tua esistenza o forse anche no.

Barcolli tra le rovine di Mystra, sotto il sole cocente, tra le rovine decorate di affreschi bizantini scoloriti e consunti dal tempo, barcolli pieno di Metaxa nelle strade golose e gioiose di Tessalonico.

Incontri Bisanzio, la dinastia dei Paleologi, la caduta di Costantinopoli, il sanguinario Ali Pasha Tepelene, i sultani Ottomani, fai un salto nel tempo sull’isola di Nissi a Joannina o un salto mistico al Monte Athos.

Tutto prende forma e si confonde da un momento all’altro, la Grecia è come un polipo che ti avvolge con le sue spire, basta che cali la notte, basta chiudere gli occhi anche di giorno, che sogno e realtà si confondono.

Veneziani, crociati, monaci, santi, guerrieri, minoici, filosofi, ti senti come Fedro gettato dalle rupi, ma rimbalzi alla ricerca della prossima tessera del mosaico che hai perduto.

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Arta – Cristo Pantocrate

 

Issato da una fune in una gabbia come i primi monaci sospesi nell’ aria per raggiungere la vetta, stretto in una fessura perfetta come il canale di Corinto, perso nel labirinto di Cnosso o seduto sul trono del Re Minosse.

Pan è vivo o è morto, non lo sai ancora, ma la Grecia ti riduce all’essenziale, ti libera delle zavorre, ti fa capire come tutto passa ma permane.

Le dame azzurre a Iraklion ti seducono come Calipso.

Obbligato a scegliere tra Penelope e Circe sai che sceglierai sempre la seconda, non tornerai a casa come Ulisse.

Vorresti mollare gli ormeggi, far crollare le tue mura e restare senza difesa come Festo o Cnosso.

La tua visione si fa cristallina, sebbene martirizzato dal tempo e dalla vita come i santi delle chiese medievali, da pieni e vuoti, dalla ricerca di qualcosa che forse non sai se nemmeno c’è e ci fa girare tutti in circolo come cavalli al circo.

La Grecia sgrossa l’inessenziale e il materialismo con una visione più semplice e chiara come l’acqua che ti portano sempre appena ti siedi ad un tavolino di un bar o di un ristorante.

Gatti ovunque, suoni di Bouzouki, lungo le mura di vedetta di castelli arroccati e dai mille scalini, vorresti tornare indietro ma non puoi, anche se sai che tutto è uno scherzo, vai avanti lo stesso a giocare.

In Grecia sai che tornerai se il fato non sarà avverso.

La Grecia: uno scrigno sempre aperto, che si nasconde dietro la montagna, ma esiste, come la città di Monenvasia.

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