empatia

In questi giorni si è parlato molto dello scandalo di Bibbiano. Se n’è parlato soprattutto in modo strumentale, per porre l’accento sulle questioni politiche che, come sempre nei casi di mala gestione sociale, si celano nelle pieghe di certi meccanismi malati.

Certamente ci sono delle responsabilità pesanti a carico di chi, anche solamente, sapeva e ha taciuto. Direi che in situazioni come questa, che sono causa di gravi danni a famiglie e bambini, i responsabili siano tutti quelli che quel sistema lo sorreggevano, pure se non sapevano per ignoranza e per superficialità.

Ma attendendo, com’è giusto, l’esito delle indagini, mi soffermo su tutto quello che questo agglomerato di abusi e pesantissimi reati ha scaturito in termini di reazioni generali.

Sono naturali lo sgomento, il diniego, l’orrore che si impadroniscono delle persone, di uno stato di delicatezza personale che rende possibile l’immedesimazione.

L’immedesimazione è alla base della solidarietà: non ci può essere comprensione, e quindi l’identificarsi coi problemi altrui, se manca la capacità di trasferirsi mentalmente in situazioni a noi estranee.

Quando è forte il senso di immedesimazione, quando diventa persino un fenomeno sociale, direi che è quasi sempre buon segno. Segno di umanità, di misericordia, di altruismo.

Quindi, questa levata di scudi innanzi al reiterarsi di casi di abuso su minori, e tutto il resto di imputazioni che ne sono conseguite, è certamente da considerarsi, non solamente legittima, anche comprensibile.

Ciò che stona in tutto questo non è solamente che di fondo ci siano anche motivazioni non proprio onorevoli, una strumentalizzazione becera che è ormai il pane che nutre i social e distorce l’informazione. È soprattutto lampante come il motore che muove il diniego collettivo, che è sempre auspicabile in una società civile, è la possibilità di provare empatia.

Quando le persone provano empatia, sono persino capaci di andare oltre loro stesse, di superare quei limiti che l’egocentrismo moderno ha portato nella comune mentalità.

Perché cammini per strada fra gente che non si accorge di nulla, costantemente senti di persone che vengono malmenate in pubblico senza che qualcuno intervenga; insultate persino se incinte o troppo fragili per difendersi e mai che qualcuno alzi il suo scudo, nemmeno uno piccolo e timido.

Quindi, quando le persone, tante, provano empatia, pur essendo un segnale certamente positivo non posso che domandarmi come mai si verifichi in maniera isolata, legata a un fenomeno solamente.

Allora torno ad analizzare le motivazioni che portano le persone a simpatizzare con determinate situazioni, dato che il fatto che le vittime siano minori, e che vi siano individui ai quali siano state indotte inesorabili ingiustizie, non è sempre motivo di indignazione.

La motivazione principale è quella cui ho accennato sopra, ovvero l’immedesimazione.

Per immedesimarsi, per simpatizzare e provare solidarietà, è sempre necessaria la similitudine, una composizione personale analoga che ci consenta di comprendere la sofferenza altrui; di comprendere l’altro tanto da temere che la sua sorte possa riguardarci.

Quest’analogia è necessaria per solidarizzare, perché ci spinge verso la paura di quella medesima situazione e, subito dopo, verso la sensazione che ciò che è capitato loro ci riguardi.

Alla fine di ogni tortuoso ragionamento, siamo estremamente semplici da comprendere e nulla ci spinge a difendere qualcuno quanto il fatto di sentirci fragili ed esposti allo stesso modo; in quel momento, noi e loro siamo la stessa cosa, incarniamo la stessa paura e pure la stessa possibile sorte.

In generale, la capacità di provare empatia è molto limitata. Quando sento la frase “Ora che sono madre/padre capisco” mi rendo conto di quanto poco si riesca a immaginare l’orrore che la gente vive senza trovarsi nel medesimo ruolo.

Spesso i neogenitori sono quasi stupiti di quanto assorba la loro vita l’essere divenuti tali, questo perché l’immaginazione è poca e con essa lo è anche la voglia di capire l’altro, questo sino a che ciò che questi vive non sia ciò che viviamo noi.

E improvvisamente si accende una luce sull’ignoto come se immaginarsi la perdita di un figlio, di un genitore, di un caro in generale fosse impossibile senza passarci in prima persona.

Come se la miseria, la mancanza di una terra pacifica su cui vivere, fossero condizioni lontane da ogni comprensione; condizioni che impediscono di sentirsi simili a tal punto da provare empatia.

Così tutta quella solidarietà diventa un’arma per difendersi dall’accusa di non essere umani e solidali; con quella solidarietà si vorrebbe determinare una gerarchia di situazioni passibili di comprensione e non puramente l’espressione del proprio personale dispiacere.

Così penso che in questa mancanza di immedesimazione, che alza un muro di indifferenza sulla gente che vive un’odissea per salvarsi la pelle, c’è la più grande vergogna: l’incapacità istintiva di sentirsi simili a quelle persone.

 

Patrizia Ciribè