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Ieri ho scritto un post sul mio profilo Facebook, una delle solite riflessioni su questioni personali.

Quando scrivo riflessioni personali, mi rendo conto che possono riscuotere due tipologie di reazioni: o passano del tutto inosservate, oppure chi le legge, ancor prima di aver compreso le mie intenzioni, cerca in esse il proprio punto di vista.

È assai raro che qualcuno legga semplicemente in modalità ascolto, che, esclusivamente, tenti di capire il punto di vista della persona, la quale, parlando di sé, evidentemente racconta qualcosa di suo.

Salvo la cerchia dei lettori, che sono ormai più un circolo privato che una comunità, tutti gli altri, quelli che magari leggono un libro o due l’anno, non conoscono la proprietà della narrazione.

Amos Oz, grande scrittore ebraico e vincitore del Nobel per la letteratura, divideva i lettori in due categorie: i lettori buoni e i lettori pettegoli.

Mentre i lettori buoni sono quelli che semplicemente leggono senza giudicare, solamente acquisendo ciò che l’autore racconta, quelli pettegoli sono quelli che, invece di cercare il concetto, moralizzano, o addirittura distorcono, le parole scritte nel testo.

Questo avviene anche nelle quattro righe che si scrivono sulla propria bacheca, che, attenzione, possono anche essere prese come pretesto per far scoppiare vere e proprie faide! (Ma questa è un’altra storia, che magari un giorno vi racconterò).

Il fatto è che l’ascolto, e la lettura, sono azioni disusate proprio per l’incapacità di porsi puliti da pregiudizi e neutrali.

Se chi legge è abituato a cercare l’omicida, a cercare un po’ di sesso, una ricetta di cucina, qualche divagazione violenta per intrattenersi come stesse guardando un giallo in tv, allora l’approccio è privo di quella neutralità, perché il lettore, o ascoltatore, è talmente abituato a cercare le informazioni di cui ha bisogno per intrattenersi, da disinteressarsi a qualsiasi altra chiave di lettura.

La lettura positiva implica sempre assenza di pregiudizio, necessita di un lettore libero dalla tendenza a esprimersi personalmente e in anticipo.

È questo, principalmente, secondo me, il motivo per cui la lettura, tranne per quelle tipologie di libri che si fondano sui pilastri dell’ovvietà, è diventata un intrattenimento di nicchia. Perché il pregiudizio è una componente sempre più forte, lo è anche quando, quello che si sta ascoltando o leggendo, appartiene a qualcun altro.

Tiziana Voarino, autrice di questo portale nonché amministratrice dello stesso, chiacchierando proprio su questo argomento, mi ha detto queste parole, che ritengo emblematiche del nostro argomento di oggi:

Il pensiero di se stessi prevale sempre. Perché non si considera mai l’altro. Perché traiamo le nostre conclusioni in base a noi e non a chi abbiamo di fronte”.

Questa mentalità diventa ostativa nel momento in cui chi legge o ascolta si trova davanti a qualcosa che non gli appartiene, ma, nonostante questo, pretende di sapere non il pensiero dell’autore, o interlocutore, ma i retroscena di ciò che ha espresso. Questo implica che il lettore immagini, senza saperlo, pensieri intimi, quanto inespressi, dell’autore. Che pretenda di sapere cosa è contenuto in essi e quali siano le sue intenzioni in merito.

Di base, c’è un desiderio di ascolto che prevarica l’ascolto dovuto; c’è, in chi ha difficoltà a esprimere la propria frustrazione, la volontà di trovare il modo di incanalarla nel punto di vista altrui, dandole una spinta, persino se ciò significa prevaricare le parole altrui.

Di base, c’è la tendenza a porsi sempre tra chi scrive -o parla-, e ciò che scrive -o dice-; la tendenza all’essere lettori pettegoli (o ascoltatori pettegoli) facendo da filtro alle reali intenzioni dell’autore. Questo perché, ormai, per chi legge o ascolta, spesso è più facile cercare negli altri, e nelle loro intenzioni, ciò che non va in loro stessi.

Quell’ego, che non si riesce a mettere in secondo piano neppure leggendo quattro righe altrui, è lo stesso che impedisce di conoscere le persone a fondo, di comprenderne le motivazioni e di mantenere e accrescere rapporti che perdurino nel tempo.

È lo stesso che impedisce di mettersi nei panni altrui, perché, se non conosco le intenzioni dell’altro, e gli attribuisco arbitrariamente un punto di vista che non ha espresso, come faccio ad assumerne il peso? Non posso.

Ed è lo stesso che determina il mercato dell’editoria letteraria a discapito di quella narrativa che, nel lettore, ricerca soprattutto un ascoltatore neutrale e volenteroso.

Come disse Italo Svevo: Tanti a questo mondo apprendono soltanto ascoltando se stessi, o almeno non sanno apprendere ascoltando gli altri.

Patrizia Ciribè