IMG_2428 Andrea Fustinoni e Fabio D’Amato

Ho avuto fortuna, ogni tanto capita, e sono riuscita a ottenere un incontro con due delle stimabili e stimate persone che possiedono e dirigono il bellissimo Grand Hotel Miramare di Santa Margherita Ligure.

Quando ho chiesto questo incontro, l’ho fatto per una serie di motivi, sapendo che avrei potuto contare sulla disponibilità di Andrea Fustinoni, che conoscevo già personalmente. Da autrice, ho una passione per le belle storie, per le discendenze, per le persone che sanno vivere con franchezza e poesia.

Di questa coppia non sapevo moltissimo, ma quel che sapevo aveva tutte le caratteristiche per carpire la mia attenzione. Andrea e Fabio oltre a gestire -insieme alla sorella di Andrea e ai loro collaboratori- uno dei più begli alberghi della Riviera, che appartiene alla famiglia Fustinoni sin dai suoi albori; oltre a essere due appassionati d’arte, due collezionisti che seguono gli artisti, più o meno emergenti, del panorama artistico contemporaneo, sono anche due uomini affascinanti ed eleganti che aprono le porte della loro struttura a molti degli eventi culturali che hanno luogo sul territorio.

Mi hanno invitata a casa loro, un posto fervente di libri e opere d’arte dalla significativa bellezza, estetica e concettuale. Oltre alle finestre affacciate sul Porto, su alberi dalle chiome sempreverdi e su quelli delle vele ormeggiate,  mi si aprono gli abbracci accoglienti dei due padroni di casa, seguiti dai loro due cagnolini.

Come detto, conoscevo già Andrea, mentre Fabio solamente di vista. Anche lui è stata una bella scoperta, quella di una persona gentile d’animo e modi e dagli interessanti argomenti. Abbiamo fatto una chiacchierata di circa cinquanta minuti, tanto è durata la mia intervista. Come vedrete, toccheremo molti punti, passando dall’imprenditoria, al turismo, al collezionismo d’arte, sino a giungere a una ritratto più personale, legato anche alla loro lunga unione che, circa un anno fa, si è ufficializzata con il matrimonio.

Voglio lasciare spazio a loro, a tutte le cose interessanti che mi hanno raccontato, ma non prima di sottolineare quanto sia arricchente parlare con persone che non hanno barriere, che utilizzano le proprie risorse per aprire la mente e il cuore a tutte quelle differenze che caratterizzano, e impreziosiscono, l’umanità.

Ci sediamo in soggiorno, una grande stanza piena di luce e di un vociare estivo che arriva da fuori. Alla mia sinistra, c’è Fabio; davanti a me, Andrea. Nina e Tabù, scodinzolando, mi girano intorno, incuriositi dalla mia presenza e dalla borsa che ho lasciato aperta sul pavimento.

L’atmosfera è piena di una piacevole confidenza e di una reciproca curiosità, una curiosità buona e stimolante.

Attivo il registratore del mio cellulare, e inizio a porre le mie domande:

-Vorrei iniziare con il tracciare un vostro ritratto generico che racchiuda gli elementi che vi caratterizzano come uomini, imprenditori, collezionisti d’arte: raccontatemi qualcosa di voi.

A: “Vengo da una famiglia di origine milanese che nel 1945 fece i primi investimenti qui nel territorio. Fortunatamente, sono nato un po’ dopo di quell’anno (ridiamo), ho vissuto la prima infanzia a Milano, poi, dalle elementari, sono cresciuto qui, a Santa Margherita Ligure. Sono molto legato a questo posto, che è di una bellezza strabiliante, ma mi sento in parte milanese.

Pur avendo inizialmente, a livello professionale, fatto scelte diverse, sono poi entrato nell’azienda di famiglia. Sono entrato a tempo pieno quando è mancato mio fratello Alberto. È stata una nuova sfida, perché in Italia il momento economico generale era molto difficile. L’albergo aveva bisogno della ripresa di una sua identità e di un impegno che, fortunatamente, ha portato verso una strada di riqualificazione notevole. Di fronte a tutti gli stress e le inevitabili tensioni, devo dirti che l’Arte contemporanea è stata la mia ancora di salvezza. Mi ha permesso il dialogo con l’artista e con il collezionista, sull’arte contemporanea e sull’arte in generale. E questa è un’esperienza molto appagante. A breve, partiremo per andare a Basilea, all’Art Basel, (fiera del mercato internazionale dell’arte) a conferma del fatto che le nostre vacanze sono quasi sempre legate all’Arte. In Svizzera, abbiamo una casa di famiglia, quindi, questo viaggio, è anche un po’ per tornare alle origini”.

F: ”Sono nato a Torino. È una città molto bella, soprattutto dopo il 2006, anno delle Olimpiadi. Da allora, è migliorata moltissimo perché è stato fatto un grande investimento. Quando io sono nato, nel 1972, era la città della Fiat, una città molto grigia, anche un po’ sottotono. Invece, poi, ha saputo svoltare, sul terziario per esempio; c’è inoltre tantissimo turismo ed eventi legati alla cultura. A Torino ho i miei genitori e mio fratello. Quando, ventitré anni fa, ho conosciuto Andrea, dopo solo sei mesi, ho preso la residenza a Santa Margherita ligure”.

-Andrea, mi interessa molto la tua apertura e generosità nella concessione di spazi dell’albergo per eventi culturali. Mi riferisco in particolare alle presentazioni di libri (io stessa ho presentato i miei primi due romanzi proprio nella bellissima Veranda Marconi del Grand Hotel Miramare), ma, in generale, a tutte le espressioni artistiche; se dovessi tracciare un percorso di questa tua passione, da dove, e da quando, partiresti?

A: “Questa passione è nata quando c’è stato il mio primo impegno amministrativo per la città. Il primo l’ho ricoperto in minoranza, ma, in occasione del mio ruolo di assessore al Turismo, dal 1994/95, ci sono state una serie di esperienze stimolanti come L’Erba Persa, la riapertura della Villa Durazzo e molte altre che hanno dato il via al mio interesse per gli eventi culturali in genere. Al tempo stesso, ero il capo delegazione del FAI per Portofino e il Tigullio, in seguito divenni Presidente regionale. Fu normale per me continuare su quella strada e includere anche l’albergo come spazio cittadino per tutte le varie manifestazioni; anche per il concerto di Natale della banda di Santa Margherita. Vorremmo proprio che il Miramare fosse un po’ la casa di tutti”.

-Parlando della vostra attività di collezionisti, se doveste insegnare a qualcuno a capire lo spessore di un’opera, il suo valore artistico, attraverso una valutazione più emozionale che tecnica, come lo fareste?

A: ”Qui può rispondere meglio Fabio…”

F: ”Il nostro approccio è sempre estetico. Quello che porti a casa, alla fine, ti deve piacere.

A: ”Sì, e poi, spesso, al di là dell’approccio estetico, c’è anche un messaggio più diretto che percepisci soltanto con un’analisi più approfondita. Per esempio quest’opera (Andrea mi indica una grande fotografia che ritrae la scaletta di un aereo, posizionata sulla pista di un aeroporto e stipata da persone, più precisamente immigrati. Alla fine della scaletta, però, non c’è nessun aereo) ritrae migranti senza un aereo, un aereo che non ci sarà mai. Quello spazio su cui stanno tutti insieme diventa il loro centro di permanenza temporanea -che è il titolo dell’opera. Siamo rimasti affascinati da questa immagine forte, che ritrae una situazione attuale assurda ma purtroppo molto vera. Le opere che vedi hanno quasi sempre un doppio linguaggio. Come questo (Andrea mi indica una serie di fotografie posizionate tutte insieme su una parete) è un lavoro di un artista israeliano che vive a Londra, il quale ha fotografato varie tipologie di fiori in Palestina e in Israele, su una parte è intervenuto colorandole con la stessa tinta, per dare un senso di uniformità, sottolineando il messaggio che Israele e Palestina sono la stessa terra”.

F: ”Questo messaggio è amplificato anche dalla conoscenza con l’artista. Conoscendo la vita dell’artista, puoi capire meglio l’opera. Noi abbiamo la fortuna di interagire con molti artisti le cui opere sono nella nostra collezione”.

A: ”Ha ragione Fabio: molti artisti sono diventati amici cari, hanno partecipato alla nostra unione. Alla fine, è una grande famiglia allargata. E ci sono spesso occasioni di incontro, di confronto che vanno al di là del singolo”.

-Stessa domanda al contrario, quindi insegnare a qualcuno, da parte di chi è già edotto del campo artistico e del collezionismo di opere, come fare una scelta da un punto di vista tecnico.

A: “L’errore più grande è quello di comprare arte per fare investimenti. A parte che è un discorso difficilissimo, perché, in realtà, gran parte degli artisti che compriamo adesso sono destinati a scomparire in una ventina d’anni. Lo si vede anche nella storia dell’arte moderna: molti che erano, fino a poco tempo fa, artisti brillanti poi, improvvisamente, si sono eclissati. Quindi, prima di tutto, quello che compri deve piacerti. Infatti, anche gli artisti che sono scomparsi hanno fatto un lavoro talmente bello che fa sempre piacere averlo e conservarlo. Il secondo aspetto è che quando guardi, in generale, un’opera, non devi avere barriere; se non la capisci, non devi erigere un muro ma invece tornarci sopra sino a che le domande non avranno una risposta”.

F: ”Senza banalizzarle, però. Senza dire “La stessa cosa potrei farla anch’io”, commento infelice che alcuni fanno. Come il famoso taglio della tela di Fontana: chi fa affermazioni simili non pensa che lui ha fatto certe scelte artistiche in tempi non sospetti, inoltre ha avuto un’idea con un profondo significato”.

-Quali sono i vostri progetti inerenti alle opere che possedete e quelle che acquisterete in futuro: avete in mente mostre permanenti, prestiti a qualche galleria o altre esposizioni?

A: ”Innanzi tutto, noi prestiamo tutto quello che ci viene richiesto. (Andrea indica qualche opera che si trova posizionata nella stanza) questo per esempio è andato al castello di Rivoli; questo a Bergen in Norvegia; quella ceramica è andata a Londra. Quando ce lo chiedono, ben volentieri prestiamo i lavori. Oltretutto, la casa non è un museo, quindi quello che non è qui va in albergo, e viene condiviso con i nostri ospiti, quelli che hanno la nostra stessa passione.

L’idea che stiamo maturando è quella di arrivare un domani a dare in comodato le nostre opere a una o più istituzioni museali, a seconda del loro grado di interesse”.

-Visto che amate molto le opere fotografiche, avete mai provato l’approccio alla fotografia da un punto di vista diretto, come fotografi?

F: ”No, però, indirettamente, l’abbiamo fatto in quel lavoro che vedi, commissionandolo all’artista (Fabio mi indica una grande fotografia, appesa alla parete, che ritrae un’altra delle opere appese. L’opera che è soggetto dell’altra consiste in un quadro contenente i ritratti fotografici, affiancati, di due bimbi)”.

A: ”Questi (Andrea indica i due bambini ritratti nell’opera) sono due artisti molto importanti che si chiamano Michael Elmgreen (Danese) e Ingar Dragset (Norvegese). Loro hanno appena concluso una mostra a Londra. Sono due artisti che, in quanto tali ed essendo entrambi gay, hanno fatto scelte diverse da quelle che probabilmente le loro madri si aspettavano. L’opera, infatti, si intitola “Sorry mama” e mostra quello che erano e che non sono diventati. È molto bello questo dialogo che continua, questa immagine che vedi ma che ritrae tutta un’altra storia”.

F: ”Lo scatto a “Sorry mamaè stato fatto da Leigh Ledare, un’artista americano. Noi avevamo comprato questo lavoro (Fabio mi indica un’altra opera che ritrae una donna semisdraiata in abiti discinti. Sopra alla fotografia sono stati fatti alcuni disegni infantili). La storia di questo quadro è particolare, la donna nella foto, infatti, è sua madre. Lui scopre che lei fa la prostituta, decide di incontrarla e inizia a ritrarla. Questa donna viene fotografata dall’artista in tutte le sue espressioni, anche nella nudità. Ci aveva incuriosito l’accettazione del figlio verso una madre che si prostituisce, e il suo lavoro ci era piaciuto molto. Questo artista, attraverso una galleria, dava la possibilità al collezionista di commissionare uno scatto all’interno della propria collezione. Così abbiamo commissionato questo. È venuto ospite a casa nostra e, nonostante la sua storia piuttosto estrema, ci siamo trovati davanti una persona eccezionale, di una delicatezza unica. Ha visto lo spazio, ci ha pensato, è rimasto anche in casa nostra da solo, e abbiamo potuto guardare il lavoro solamente quando è arrivato”.

A: ”Tra l’altro, nella foto in cui ritrae la madre, come vedi, ci sono alcuni scarabocchi sopra. È il frutto di un esperimento che l’artista ha fatto, composto di cinque fotografie della madre; cinque edizioni. Ha dato ognuno di questi lavori alle coppie di amici con figli tra i due e i cinque anni. Quello è l’arco di tempo in cui i bambini non hanno ancora la concezione della sessualità. Ogni bambino, come se la fotografia fosse una superfice neutra, una specie di lavagna, ha fatto i suoi disegni. Ogni lavoro porta il nome e la firma di quel bambino. Il nostro si intitola Walth. È un lavoro interessante che racconta molte cose”.

-Siete imprenditori di successo, da molti anni, lo siete anche per familiarità: raccontatemi l’evoluzione della vostra attività, come ha condizionato la vostra vita e come entrambe sono cresciute insieme, sia nelle cose positive che in quelle negative.

A:”Io sono della generazione successiva a quella dei miei genitori, la mia è una storia familiare e questo è sempre stato molto importante per me. Infatti, aver chiesto a Fabio di venire a lavorare con me, dopo circa quattro anni di insistenza, fa parte proprio di questa visione. A lavorare con noi c’è anche mia sorella, ognuno ha i suoi compiti, e questo è indicativo perché la storia del nostro successo, come hai detto, è legata a una famiglia che ha fatto importanti investimenti credendo in questa attività. Queste scelte hanno sempre coinvolto anche la città di Santa Margherita, sin da quando mio padre, negli anni Settanta, decise di aprire un centro congressi nell’albergo, centro che portò lavoro anche ad altre strutture. Secondo me il Miramare ha giocato un ruolo importante per Santa Margherita e Santa Margherita ha giocato un ruolo importante per il Miramare”.

F: “Infatti, c’è un’assoluta connessione dell’albergo con il territorio”.

-E tu (rivolgendomi a Fabio) come ti trovi all’interno di questa realtà lavorativa?

F: ”All’interno di questa realtà ci sono da ormai ventitré anni, da quando conosco Andrea, quindi mi sento a casa quando sono in albergo; diventa un’estensione di casa, l’albergo. Inizialmente, avevo molte remore: non sono l’unico a pensare che un conto è la vita affettiva e un altro la commistione con quella lavorativa. Mi sentivo senza paracadute perché lasciavo il mio lavoro, per quello Andrea ha dovuto insistere. Ormai sono due anni che lavoriamo insieme, ma credo di averci pensato per almeno cinque. Invece, una volta che ho iniziato, ho capito che era la cosa giusta, perché va molto bene, mi piace quello che faccio e penso di farlo bene. Anche agli occhi dei nostri collaboratori credo di avere una luce positiva, perché per diciotto anni ho fatto la mia strada lavorativa. Abbiamo inoltre costruito una squadra di collaboratori validi. Chi non si allineava al nostro sentire, col nostro pensiero, non lo abbiamo mandato via noi, è andato via da sé, perché non si trovava in sintonia con la nostra mentalità. Poi è ovvio, se sei legato alla struttura affettivamente, hai anche un approccio diverso, quindi capisco l’importanza per Andrea di avere me al Miramare”.

-Andrea, raccontami qualche vecchio aneddoto legato al vostro splendido albergo, qualcosa che ti è stato raccontato sui periodi che vivevano fasti ormai trascorsi, magari legati a personaggi del cinema o della cultura.

A: ”Ho avuto la fortuna di non aver vissuto quel periodo, perché ero troppo piccolo. Dico fortuna perché quelli che lo hanno vissuto, forse, sono stati stregati da un momento magico, da un momento di voglia di divertirsi, un momento in cui l’imprenditorialità era al servizio di chi voleva passare le vacanze qui. Basta pensare alla pista azzurra, per esempio. Era una pista da sci artificiale, a Rapallo, fatta per le persone che volevano passare le vacanze invernali qui, senza rinunciare a sciare. O al volo aereo Southampton-Santa Margherita, Santa Margherita-Southampton.

C’era una voglia di recuperare la lunga pausa negativa causata dalla guerra e poi c’era la voglia di tornare a vivere e rimettersi in gioco. Sono stato contento di non aver vissuto quel periodo perché sembra che chi c’era sia stato stregato e forse incapace di vedere altre possibilità di fare turismo, anche evolvendosi.

Tornando alle stranezze dell’epoca, mi raccontavano per esempio di una famiglia libanese che chiese, e ottenne, di affittare un treno per recarsi a Roma. C’erano clienti che avevano lo yacht con il visone al posto della moquette; arrivavano con cofanetti pieni di gioielli incredibili. C’era un grande sfarzo, l’esibizione del bello e anche una forma di snobismo. Come Franco Carraro che andava a Portofino in vespa ma la faceva guidare dal suo autista, mentre lui si sedeva dietro. Era tutto un gioco e ognuno dava il suo contributo. Oggi le esigenze ci sono ma vengono anticipate dai segretari personali, con molta organizzazione. All’epoca erano richieste più estemporanee, anche dettate da una forma di maggior leggerezza”.

-Vi va di raccontarmi qualcosa di più personale? Vi ho portato come omaggio l’ultimo romanzo che ho scritto (mi ringraziano entrambi con molto calore). Il mio ultimo romanzo (Una foglia caduta in estate, ed. Nulla Die) è ambientato a Santa Margherita e parla di un uomo e del suo compagno, di un passato difficile legato alla sua giovinezza vissuta in un paese; della sua decisione, in seguito a un fatto tragico, di lasciare casa sua per andare a Milano. Mi piacerebbe sapere come è cambiato il mondo da quando eravate molto giovani ad adesso; quali sono, se ci sono, gli aspetti negativi che hanno contraddistinto il vostro percorso personale. 

A: ”Il mio periodo, che è diverso da quello di Fabio per età, visto che abbiamo quindici anni di differenza, non è stato facilissimo. Infatti, a un certo punto, gettai la spugna. Mentre stavo facendo giurisprudenza, abbandonai tutto e andai a Londra, perché capivo che, se fossi rimasto qua, sarei andato fuori di testa. C’era ancora una visione molto chiusa, fatta di aggressività e battute volgari per tutto ciò che non era allineato. Ma riguardava anche situazioni tipo una donna che lasciava il marito. Qualche mese fa (Andrea sorride pensando a questo aneddoto), ero a Piacenza al ristorante, a un certo punto, nel tavolo dietro al mio, ho sentito dire “la tale è scappata con…”. “È Scappata con” non lo sentivo da non so quanto! Ma all’epoca, “è scappata con” significava le macerie, una chiusura totale, la rottura con tutta una famiglia.

Comunque, a Londra, che era una città molto avanti, la prima cosa che ho fatto è stata quella di cercare la mia identità, il mio percorso. Ho iniziato a frequentare alcuni circoli di discussione, anche senza conoscere una parola di inglese. Dopo qualche mese di permanenza, ho avuto il coraggio di chiamare i miei, parlare per telefono e affrontare il problema. Questa per me è stata la salvezza. Sono tornato, una volta che la mia famiglia mi aveva accettato, con un’indifferenza verso quello che pensava la gente, che mi ha permesso di andare avanti con una sorta di menefreghismo. Tanto che negli anni Novanta mi chiesero di candidarmi per la prima volta e, nonostante sapessi benissimo che magari qualcuno faceva battute alle mie spalle, ho capito che alla fine era un problema loro, non mio. Adesso posso dirti che vedere riaffiorare un linguaggio violento, dover fare passi indietro su quelle che erano state conquiste in generale, mi porta ad affrontare il problema: chiedo spiegazioni, non sto zitto, apro subito il confronto, anche in modo deciso e tosto. Perché ognuno di noi deve nuovamente trovare il coraggio di difendere e tutelare ciò che è”.

F: ”Quello che dice Andrea è vero: nel momento in cui affronti il tema con la tua famiglia, e la tua famiglia ti accetta perché sei loro figlio e loro ti amano a prescindere, sei più impermeabile, perché alla fine quello che ti interessa sono i tuoi genitori, le persone che ami. Per quanto riguarda me, tra una settimana compio quarantasette anni, ho conosciuto Andrea che ne avevo ventiquattro e vivevo a Torino. Quando vivi in una città, essere gay trent’anni fa o esserlo oggi non cambia molto, perché in città puoi avere gli occhi su di te nel tuo quartiere. Una volta che esci dal tuo quartiere, sono tutti estranei e quindi ti muovi sicuramente con più libertà. Mi ricordo qualche episodio di bullismo a scuola, però questo penso sia legato all’esperienza di tutti. Devo dirti, purtroppo, che Santa Margherita, che è un posto molto bello, da questo punto di vista, è molto chiusa e provinciale. Sono consapevole che io e Andrea siamo fortunati, lui è un imprenditore stimato e, apparentemente, le persone ci rispettano. Talvolta, mi dico che ci rispettano forse perché abbiamo una posizione privilegiata. Ma comunque, se prima non mi ero mai posto il problema, nel 2016 mi sono trovato costretto a denunciare un vicino di casa che mi ha mosso delle ingiurie. Ci sono anche due cause penali parallele per falsa testimonianza, perché le due persone che avevano presenziato alle offese hanno testimoniato il falso. È una cosa brutta, perché puoi tollerare il bullismo in altri periodi della vita ma quando sei sereno, con la tua vita, la tua famiglia e il tuo affetto, onestamente è una cosa che non ti aspetti e che ti coglie anche impreparato. In questo procedimento, ho già dovuto subire una perizia psichiatrica, perché sei tu a dover dimostrare di aver subito un danno, non quella persona che magari per strada ti ha urlato finocchio. Ma io l’ho presa come la mia battaglia e la porterò a termine. Quindi certo, in un Paese è più difficile perché non puoi cambiare quartiere, e dopo una cosa del genere hai un rimando quotidiano a questa situazione. Ma ci si convive”.

-Vi siete sposati da poco tempo. Vi va di raccontarmi qualcosa in merito: l’impegno, la mentalità generale, l’approccio che percepite rispetto a scelte sociali ancora poco diffuse?

F: ”Quando il Secolo ci ha chiesto un’intervista, noi non volevamo una ribalta. Repubblica on line voleva addirittura venire con le telecamere, ma non abbiamo voluto perché era il nostro momento intimo, con le persone che volevamo con noi. Abbiamo poi rilasciato l’intervista al Secolo e l’abbiamo fatto esclusivamente come testimonianza, per dare lo spunto a qualcuno che ancora vive nell’ombra; per dire che, sì, non è facile, ma si può fare”.

-C’è qualcosa che vorreste dire al mondo, un messaggio che appendereste alle finestre, qualcosa che vi stia a cuore, soprattutto in un periodo contraddistinto da un forte senso di divisione come questo?

A: ”Guarda, personalmente sto sviluppando una sensibilità estrema verso il nostro ecosistema. Perché mi rendo conto che abbiamo lanciato un treno che se non si corregge ci travolgerà tutti. Quindi, se dovessi lanciare un messaggio, chiederei di fare una pausa, riflettere e, laddove possibile, modificare il nostro stile di vita. Francamente, vedere che ogni anno molte stazioni sciistiche chiudono, e non ultimo quello che è successo il ventinove ottobre (Andrea si riferisce alla tempesta che ha distrutto le coste liguri verso la fine del 2018), non è normale. Sono tutti segnali forti di qualcosa che si sta irreversibilmente degradando. Quindi, chiederei proprio di fermarsi e cercare di fare qualcosa”.

F: ”Concordo. Sarà banale ma con la spiaggia noi lo vediamo, ci siamo resi conto che c’è stato un cambiamento importante, che preoccupa. Anche perché l’uomo pensa sempre di essere l’unica specie sul pianeta, ma non è così. Ce ne sono tante altre e abbiamo il dovere di rispettarle”.

Patrizia Ciribè