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Mi sono imbattuta in un articolo che racconta la curiosa attività promossa dal signor Salvino Sagone. Trascurando l’origine dell’iniziativa, premetto solamente che questa pratica si basa sull’ascolto di storie d’amore. I narratori sono i passanti; chiunque voglia affidare, a uno sconosciuto, la propria storia d’amore.

Questa attività viene svolta da quest’uomo con animo da artista, girando per i festival sulla poesia. L’unico strumento sono due sedie, poste in uno spazio pubblico e di passaggio, dove da un lato si siede l’ascoltatore e dall’altro il narratore.

Salvino Sagone, in questa pratica, è come un confessionale laico che accoglie le confidenze di chi vuole raccontarsi. “La gente ha così bisogno di interlocutori che si lascia coinvolgere in questa avventura”, dice.

La sua considerazione è molto curiosa soprattutto perché, laddove esista un’esigenza, dovrebbe contrapporsi la consapevolezza di una carenza che riguarda tutti.

Ma, al contrario, quello della carenza di ascolto, non sembra rappresentare un problema, né un comune denominatore per una generale malinconia.

Alcuni di noi notano questa lacuna e le attribuiscono, forse, sin troppa importanza; altri non si accorgono di nulla, presi come sono a parlare a duemila allora evitando quasi di respirare affinché nessuno, dall’altra parte, riesca a intervenire.

Ma la nostalgia delle storie, quelle vere, quelle che sono basate sulla memoria dei sentimenti, è qualcosa che io sento fortemente, che percepisco proprio in questo vuoto di magia lasciato dall’assenza di una narrativa popolare.

È commovente, in un mondo che urla solamente, l’iniziativa dell’ascolto. È come trovarsi in una metropoli e veder passare un treno a vapore; come passeggiare su una spiaggia e imbattersi in un bambino che fa volare un aquilone; come camminare in una strada pedonale e mettere un piede sul disegno sbiadito di un pampano.

L’ascolto è caduto in disuso. Tutti vogliono parlare, ma nessuno ascolta. Spesso mi dico che la lettura è così disusata proprio per questo motivo: se devo immaginarmi qualcuno che passi qualche ora leggendo, senza poter replicare, interrompere, sovrastare, faccio fatica.

E non è solamente difficile che qualcuno non voglia dire la sua, anche su temi di cui non sa assolutamente nulla. È pure raro che quel qualcuno, tacendo, ascolti veramente. Magari, faticando e fremendo, tace qualche momento, ma in quel tacere, l’ascolto è quasi sempre un assente.

Le conversazioni mi lasciano sempre quel senso di incompiutezza, la fastidiosa sensazione di non avere avuto né tempo, né ascolto. E ciò che ne scaturisce, ciò che viene ricordato malamente, ne è dimostrazione.

Ma l’ascoltare una storia, la storia d’amore di uno sconosciuto, di questi tempi, è un atto estremo.

Magari le storie d’amore, soprattutto in un paese come quello dove vivo, vengono persino ascoltate; ma per essere interessanti devono contenere nomi noti, intrallazzi e particolari piccanti.

Chi si metterebbe ad ascoltare la storia d’amore di uno sconosciuto che, passando per caso, abbia voglia di raccontarla? Quasi nessuno.

 

Con la mia prima attività, quella di mediatrice immobiliare, di storie me ne sono state raccontate tante; solitamente è la gente anziana che ha più forte la necessità di essere ascoltata.

Nella mia mente, ho sempre pensato che un tempo, forse, si conversasse diversamente; che l’anziano sia come il superstite di un’epoca in cui le storie non solo venivano raccontate, ma anche ascoltate. Di un’epoca lenta, dove le persone sapessero sorseggiare, stanziare, osservare, tacere, ascoltare.

O forse nulla di tutto questo è vero, semplicemente l’uomo racconta più volentieri cose di sé di quanto ami ascoltarne, questo a meno che chi racconta, come dicevo sopra, non stia spettegolando su qualcuno.

Ho fatto spesso esperimenti sociali su Facebook: post inerenti alla storia di qualcuno, come quella di Bill Cunninghum, fotografo del New York Times, deceduto da qualche anno, che ha inventato il reportage sulla moda e i suoi retroscena; che ha promosso e immortalato, insieme alle più grandi firme e personalità, anche l’estro del cittadino comune.

Una storia di verità e segreti personali nascosti dietro a una necessità sociale ancora pressante; quella di un’epoca in cui molti omosessuali, come lui, vivevano dietro apparenti verità o nella quasi totale misantropia.

Era una storia molto interessante, di usi, costumi, malinconia, solitudine, evoluzione e tradizione. Ricordo di aver raccolto qualche “mi piace”, quelli dei soliti contatti, di quelle stesse persone che cliccano sull’articolo per leggerlo e non commentano mai senza averlo fatto.

Dopo pochi giorni, ho scritto un post sul caldo, sul tempo, sul mare. Insomma, qualcosa di ordinario e pigro. Li ho contati: settantaquattro mi piace e sessantasei commenti.

Beh, questo è avvilente. E non lo è tanto per gli oltre sessanta commenti che, durante una giornata di lavoro, sono un simpatico modo per svagarsi. Lo è per l’assenza di interesse per le storie, per le considerazioni sulla vita, per ciò che un racconto personale può insegnarci anche di noi stessi.

Ebbene, io sono appassionata di storie. Mi piace ascoltarle, leggerle e scriverle. Se è così anche per voi, non perdetevi il pezzo di martedì prossimo: tornano le interviste d’autrice, con una storia di passioni artistiche, lavorative e personali.

 

Patrizia Ciribè