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Care lettrici e cari lettori, benvenuti nell’era dei bulli.

Qui, ormai, c’è poco da ridere, poco di cui stupirsi, poco per cui indignarsi.

Il bullismo entra a fare parte dei comportamenti leciti e lo fa attraverso le istituzioni.

Avranno un bel da fare, d’ora in poi, gli insegnanti che devono scoraggiare certi atteggiamenti. Non che prima fosse facile: il bullismo, prima ancora che nella scuola, si tramanda nelle famiglie, dove genitori bulli insegnano ai propri figli come essere migliori dei loro coetanei.

I genitori bulli portano i figli a scuola e parcheggiano sul marciapiedi i loro mezzi ingombranti; declassano, denigrano e creano una distorta competizione fatta di beni materiali e snobismo; urlano alle partite dei propri figli, insultando gli altri ragazzi.

Mi sono trovata spesso a osservare come certi genitori foraggino l’autostima della propria progenie: non lo fanno a suon d’affetto e accettazione, ma riempiendo la loro testa di una vana competizione.

Ingozzano l’ego dei figli come una volta la nonna faceva con i ravioli e le torte, ma lo fanno attraverso una visione distorta, quella di aver generato dei geni.

Ma se prima c’era una minaccia che viaggiava in palese contrasto con un comune senso di giustizia, e che si propagava approfittando più dell’indifferenza che della malafede, ora c’è questa nuova possibilità che aleggia, quella di vedere la più becera spavalderia come uno strumento di conquista e popolarità .

Ora, il bullismo è entrato di diritto nei comportamenti accettati da un terzo degli italiani. È stato istituzionalizzato e sdoganato, persino se palesemente rivolto contro ogni minoranza e ogni di debolezza (certo, altrimenti che bullismo sarebbe?).

Fare la voce grossa, sbeffeggiare qualunque carica, utilizzare qualunque strumento per intimidire e creare, di sé, un’immagine che si imponga con la prepotenza, non è più visto come prevaricante. Non almeno nel convincimento di una parte non indifferente di nostri connazionali.

C’è stato un periodo, per esempio nella tecnologia e nella cinematografia, in cui i nerd avevano vinto; bambinetti, spintonati e derisi dai loro compagni fighi, crescevano e, grazie a quella stessa intelligenza che li aveva resi apparentemente attaccabili, ottenevano una rivincita.

La cultura, l’impegno, l’approfondimento di interessi legati alla crescita personale erano gli strumenti coi quali era possibile trovare un rispetto nella vita.

Ma con il bullismo come ideologia, i bulli non sono più invisi, neppure se, petto in fuori, fanno cose gravi; neppure se incitano e fomentano un clima d’odio in un momento di grandi tensioni economiche sociali.

E restano popolari persino se entrano nella scuola, nel merito di ciò che viene insegnato; se cercano di imbavagliare la libertà di insegnamento.

E vorrei sapere, per una persona che ha studiato, votato la sua vita ai ragazzi guadagnando una miseria, cosa resti se viene tolta la possibilità di educare a una libera coscienza e a un pensare indipendente.

Non solo, restano popolari anche quando entrano in casa della gente per far rimuovere libere rimostranze, frasi scomode che invece dovrebbero trovare il suffragio della Costituzione.

La legalità è proprio quella che viene rosicchiata quotidianamente, opprimendo ciò che è già un diritto e legittimando la violenza.

Ma io resto della mia idea su, come diceva Pietro Nenni, chi è forte coi deboli e debole coi forti, ovvero che trovi gradimento nelle menti vuote.

Quando il messaggio viene inviato semplicemente, quando è privo di necessità intellettuali, e reso efficace proprio dalla sua mancanza di maturità e impegno, la risposta arriva da un pubblico sensibile alle spacconate.

Patrizia Ciribè