coppie-di-fatto-unioni-civiliNei giorni scorsi si è celebrata la Giornata Mondiale contro l’Omofobia. Ho letto molte cose in merito, i vari Social erano come un inno all’amore.

Penso sia importante celebrare giornate come questa, soprattutto celebrare e rivendicare i diritti di tutti. In questo, la cassa di risonanza fornita da Facebook, Instagram, Twitter e via di seguito è certamente positiva. Esattamente nella misura in cui è negativa nei casi di propagazione della politica d’odio molto in voga ultimamente.

Il problema, per me che su certi temi sono sempre un po’ puntigliosa, è il rischio di scadere nella retorica del sentimento; di trasformare la rivendicazione di un diritto insindacabile in un melenso pretesto.

Come se l’amore dovesse in qualche modo giustificare le scelte personali prosciogliendo chi le compie. Come se quella scelta necessitasse, anziché della sua legittimazione, di un’assoluzione.

Non fraintendetemi, io credo molto nell’amore. Ma prima di ogni altra cosa credo nella libertà personale.

È la libertà che deve garantire la possibilità di scegliere. È la libertà che deve garantire la possibilità di essere non solo se stessi, ma anche di scegliere chi essere.

Non è l’amore l’elemento essenziale, ma la libertà di amare. E anche quella di non amare.

Conosco molte coppie eterosessuali e non posso affermare che siano solamente composte da persone innamorate fra loro. Conosco coppie unite da comuni propositi, dall’abitudine, dalla nostalgia, non meno rispettate perché legate da qualcosa che con l’amore poco ha a che fare.

Conosco coppie unite dai comuni interessi, che hanno cresciuto figli, accumulato patrimoni e amanti. E mi domando perché a loro sia concesso il lusso di essere ufficialmente rispettate e riconosciute, mentre alle coppie omosessuali sia concesso “solamente” di amarsi.

“L’amore non si contesta”. Questo slogan è apparso su molte immagini che ritraggono coppie omosessuali. Così mi domando: E se fosse solo interesse, nostalgia, noia, abitudine, affetto, sesso, sarebbe passibile di contestazione?

Se dovessimo contestare tutte le unioni che con l’amore nulla c’entrano, la lista sarebbe molto lunga. Eppure nessuno mette in discussione la libertà che gli eterosessuali hanno di stare insieme con propositi differenti dall’amore.

Ma se parliamo di unioni gay, allora nasce la necessità di trasformare la rivendicazione di un diritto in qualcosa che agli occhi dell’opinione pubblica sia accettabile. Come se quelle unioni avessero bisogno di un nulla osta basato sulla misericordia generale.

Credo che il retaggio che dobbiamo levarci di dosso sia quello dell’arroganza; della pretesa, cioè, di stabilire cosa sia moralmente concepibile.

Bisogna smettere di credere che tutto sia lecito solamente per alcuni, mentre gli altri verranno tollerati e giustificati solo in presenza di qualcosa da compatire; qualcosa con cui chiunque possa simpatizzare, come un sentimento cieco e irrazionale. Come per i bambini, cui si perdona tutto in nome della loro incapacità ed esuberanza.

Vedo famiglie sfasciarsi, figli crescere in maniera alternativa rispetto a un tempo. Diciamocelo, la famiglia, così come la conoscevamo, anche solamente per un fatto statistico, ha fallito.

Però, in tanti sono qui a perorare la causa di eventuali figli di coppie gay, come se, essendo etero, potessero porsi come esempio di perfezione.

Nonostante io creda molto nell’amore, e mi sia spesa sempre nella ricerca di un alto sentimento, rispetto tutti, anche quelli che non si amano e stanno insieme per altri motivi.

E credo che questo diritto debba essere riconosciuto a chiunque, senza che l’omofobia, invece di scomparire, si travesta da tolleranza.

Ripetiamoci sempre: “Non ho diritto di concedere nulla a nessuno”. Già, perché se due uomini, o due donne, vogliono stare insieme per interesse, sesso, affetto, compagnia, sono nel loro pieno diritto.

Fate un po’ quello che volete, esattamente come fanno tutti, e fatelo senza sentirvi in dovere di sublimare emozioni cercando una qualche approvazione sociale.

Questa necessità di avere una scusa socialmente accettabile è qualcosa che riscontro anche quando si parla di aborto. In quei casi, sembra sempre doverosa una catarsi dolorosa, senza la quale pare impossibile legittimare qualcosa che, in verità, è un diritto legalmente acquisito.

Lessi una lettera aperta della scrittrice Dacia Maraini nella quale lei perorava il diritto all’aborto ponendo come attenuante il dolore a monte della scelta.

Benché la lettera fosse molto bella e piena di verità, ho trovato in essa qualcosa di stonato, come un’implicita richiesta di un perdono morale da parte della donna che ricorre all’aborto. Come se, insieme a quella scelta, fosse implicita e doverosa la sofferenza.

Io credo che un diritto non abbia bisogno né di giustificazioni né di assoluzioni. Un diritto necessita solo dell’incontestabilità sociale. Tutto il resto è moralismo.

Leviamoci di dosso ‘sta cosa del peccato originale, del senso di colpa, della fustigazione mentale e iniziamo ad accettare che gli altri facciano, nei limiti della legalità e del rispetto per gli altrui diritti, la vita che vogliono.

Patrizia Ciribè