52940763_2128281140540526_7943719340266749952_n Fotografia gentilmente concessa da Monica Spoti

Mai, come da quando ho iniziato ad avvicinarmi alla mezza età, mi sono resa conto di come gli elementi che compongono la nostra vita siano ciclici.

Tutto, in realtà, è metafora della vita, del tempo, di un giorno. Tutto nasce e muore e, per chi vive, tutto si rimanifesta l’indomani.

Al di là del cambiamento atmosferico, ciò che vediamo fuori da una finestra, per esempio, pare sempre la stessa cosa, tanto da convincerci dell’inerzia circostante. E così finiamo per credere di abitare scenografie immobili, dove gli unici ad avere un fruttuoso fermento siamo noi.

È triste, se ci pensiamo; triste che, di tutto ciò che sta al di fuori di noi stessi, riusciamo a percepire solamente un eco, talvolta nemmeno quello.

Il ciclo giornaliero ci insegna come il ritorno di ogni cosa abbia, non solo un motivo, anche la necessità di trovarci differenti da ciò che eravamo.

Se ci rendessimo conto di questo, se ci accorgessimo che il giorno si rimanifesta con un intento preciso, sapremmo anche che ogni cosa, prima o poi, ritorna e che lo fa silenziosamente.

Quello che cambia è la capacità che abbiamo di accorgerci della sua presenza e della nuova possibilità; di accoglierla attraverso una maggiore e migliore conoscenza della vita.

Così è nei rapporti che talvolta non trovano compimento, né soddisfazione: l’incapacità di recepirli ne modifica il percorso.

Quest’incapacità dipende dal fatto che il nostro ciclo è lungo, non per tutti uguale, e spesso refrattario al cambiamento.

Forse, inconsciamente, ispirandoci al giorno che nasce e muore sembrando sempre lo stesso, pensiamo di essere destinati a rimanere come siamo.

Forse, guardandoci indietro, preferiamo non notare grandi cambiamenti, illudendoci che restare uguali a noi stessi, anche interiormente, finisca per renderci eterni.

Ma è proprio quando impariamo a spostare l’angolazione dei nostri punti di vista, che in noi avvengono i cambiamenti più prolifici, quelli che ci riconducono innanzi agli elementi ciclici.

Solitamente, quando la vita ci mette di fronte a delle prove difficili, abbiamo la nostra chance per trovare una di queste nuove angolazioni. Potremmo rimanere fermi, affrontare le cose con la stessa pigrizia e paura ma, se siamo capaci, invece, di vincere noi stessi, miglioreranno anche le nostre intuizioni.

Miglioreranno nella capacità di recepire, di valutare e anche in quella di accogliere.

Mi è capitato spesso, negli ultimi anni, di ritrovare persone con le quali i rapporti non si erano mai compiuti, né esauriti. Per i motivi di cui ho parlato sopra, semplicemente, i tempi non erano maturi, noi non lo eravamo abbastanza da trovare una speciale connessione.

Sempre per lo stesso motivo, ci si intestardisce nel tentativo di trovare qualcosa dove proprio non c’è, dove non solo manca affinità ma pure la possibilità di un semplice dialogo.

La vita, la natura, ci insegna che bisogna imparare a cambiare punto di osservazione, la propria pelle, il proprio spirito, tanto da accogliere quello che prima avevamo ignorato e lasciare andare quello che proprio non c’entra nulla con la nostra esistenza.

È questo che ho capito, valutando certi ritorni e certe interruzioni drastiche. Ho imparato a lasciare andare e a riscoprire; a farlo con gratitudine e serenità. Gratitudine per ciò che ritorna rinnovato, e serenità per ciò che non fa parte di me e che è bene abbandonare.

Mi viene in mente una signora che conobbi e che era solita perdere tutto: le chiavi, il portafogli, il rossetto, gli occhiali. Mi raccontò di come avesse passato la vita a cercare ciò che aveva perduto e di come ritrovasse sempre e soltanto quello che non le serviva.

Mi disse: ”Non sono mai riuscita a cambiare, nemmeno nella mia dimenticanza. Ho capito, ora che sono anziana, che alcune cose non le vuoi veramente e altre pensi di non meritarle. È un po’ come con le persone: talvolta ti accanisci a tenere quelle che la vita ti imponei. Poi, perdi quelle che ti servivano davvero per essere felice”.

Patrizia Ciribè