An illustration of a couple online on computer

Ieri guardavo una serie tv americana e mi sono imbattuta nella classica scena in cui lui riceve una promozione e lei lo incensa davanti a tutti, prendendo a pretesto la classica grigliata con gli amici per fare un discorso.

Quanto piace, agli americani dei film, fare discorsi in pubblico è impressionante. Non so se questo accada anche nella realtà, cioè se, alla festa di compleanno del bimbetto di cinque anni, il papà zittisca tutti per perdersi in panegirici imbarazzanti, partendo dagli albori del suo concepimento. Quel che è certo è che questa immagine cui attingiamo da anni ha condizionato molto del nostro modo di vivere.

Secondo me, pur con la nostra latinità, noi italiani, anticamente, eravamo un popolo più riservato, meno incline alla spettacolarizzazione di ogni cosa. Poi, abbiamo imparato l’arte dell’esibizionismo e forse, d’un tratto, ci siamo domandati: ”Perché fare una proposta di matrimonio senza che lo sappiano anche gli altri? Perché non sfruttare quel momento per guadagnare quei cinque minuti di pubblica gloria cui abbiamo diritto? Perché se diciamo al nostro compagno di amarlo non devono saperlo anche le altre persone?”

Da lì in poi, è stata l’ecatombe di ogni senso di riservatezza, anche di quello più legato alla sfera sentimentale. Mi capita frequentemente, sui social, di imbattermi in vere e proprie dichiarazioni d’amore tra coniugi o fidanzati. Io che sono un po’ pudica in questo genere di sentimenti, tanto che a mio marito, sui social, non faccio neppure gli auguri per il compleanno, resto sempre un po’ in imbarazzo.

Per esempio, leggendo due persone che, in teoria, dovrebbero vivere nella stessa casa e si dichiarano amore eterno su Facebook, proprio non riesco a non ridere immaginandoli mentre, in stanze diverse, si dedicano pubbliche e appassionate sviolinate; mentre smanettano sulla tastiera di un cellulare e, invece di sussurrarsi cose all’orecchio, le scrivono affinché tutti possano leggerle.

A volte, tutto mi riporta con la mente a Beautiful, la famosa soap opera che credo sia ormai quasi più vecchia della Regina d’Inghilterra. Molta della responsabilità di questo circo melenso cui assistiamo ogni giorno, nasce da lì. Da lì, dove gli amori si accendono e si spengono in qualche puntata e, nel frattempo, si esibiscono in una pretenziosa esclusività che dura quanto un caffè ristretto.

E allora mi domando se non sia proprio questo clamore a simulare quello che manca. Se il tentativo non sia quello di colmare il vuoto di sentimenti che finiscono per spegnersi in un momento, nonostante tutto il rumore fatto, le migliaia di euro spese in sontuosi matrimoni e le frasi scritte da una stanza all’altra invece di stare vicini in privato.

“Io ti amo più della mia vita”, e l’altro risponde “E io di più”; e i “vita mia” si sprecano come l’acqua d’estate e i “per sempre” non hanno più il giusto spazio per risaltare. E assistiamo a tutto questo fenomeno di spettacolarizzazione del più becero sentimentalismo anche nella replica di ciò che per decenni abbiamo visto in televisione o al cinema.

Questo prodotto arrivava sempre dal Nuovo Mondo dove la cinematografia ci ha insegnato che se non fai un discorso; se non pronunci dei voti nuziali pubblici; se non ti inginocchi per terra con un anello in mano; se non dichiari amore eterno davanti a tutti, allora sei invisibile.

Ho visto persone autoconvincersi della veridicità dei propri sentimenti attraverso la spettacolarizzazione degli stessi. Girare filmini delle proprie nozze come fossero cortometraggi da esibire in un povero cinema. Tutto ciò come se l’esibizione di quelle mezze nudità facesse di loro una coppia.

Poi, però, disturba il clamore di certe necessarie manifestazioni, quelle che servono per le lotte sociali; quelle che mettono in crisi il pretestuoso pudore che foraggia il pregiudizio. Infastidisce la lotta pubblica, il rumore del disagio sociale che osteggia il fluire mediocre dell’inconsistenza attuale.

Sì, dunque, agli schiamazzi, se servono per illusionismi e grottesche esibizioni di sentimenti ed emozioni, ma se il rumore proviene da un disagio o dalla morte della civiltà, allora non piace a nessuno.

Non importa quanto il mondo evolva, rimarrà sempre attuale e versatile la frase -tratta dal romanzo “Povera gente”- di Dostoevskij (anche come metafora): “Alla gente ricca non piace che i poveri si lamentino ad alta voce della magra sorte: molestano, sono importuni. Sì, la povertà è sempre importuna: i gemiti degli affamati, certo, disturbano il sonno del ricco!”

Patrizia Ciribè