main “Umanità”, di Nino Mandrici.

Da qualche anno, rifletto molto sul razzismo, su cosa spinge le persone ad alzare muri, a considerarsi dalla parte giusta della barricata. Purtroppo, non ho grandi risposte, solo sensazioni che ricevo guardando come ragionano certe persone.

Stamattina, sulla pagina Facebook di un noto quotidiano, c’era la notizia che una coppia gay è stata respinta all’ingresso di un locale di Roma. Al fastidio che questa notizia mi ha provocato si sono aggiunti i commenti lasciati sotto all’articolo. Ve ne cito alcuni, tanto per dare l’idea dell’arretratezza che regna nelle menti della gente:

Se questi non avessero ostentato la loro omosessualità sarebbero entrati senza problemi. Hanno voluto fare il circo e giustamente, anche per una questione di decoro, il titolare lì ha fatti accomodare fuori

Scusate è quando non ti fanno entrare nei locali gay nessuno dice niente.. Ma per cortesia fate notizia seriamente

Un locale solo per coppie uomo e donna, sapete leggere o commentate dal titolo? Solito articolo per buttarla sul razzismo, sull’omofobia.. ecc ecc…

Questi sono solo alcuni dei numerosi commenti lasciati dai vari omofobi che popolano questo pianeta, gente convinta che quando si subisce una prevaricazione, violenza, discriminazione, la colpa sia della condizione di chi la subisce e non del limite culturale di chi la compie. Gente che darebbe la colpa a chiunque pur di avvallare quella paura radicata di accettare che tutti abbiamo lo stesso diritto di essere. Semplicemente essere.

Ogni volta, mi dico che non è possibile esistano persone capaci di certi ragionamenti. E mi dico anche che se continuiamo a esistere, nonostante latiti così tanto l’intelligenza, è solo per quell’istinto di prevaricazione radicato nell’uomo, simile al desiderio di sopravvivenza ma che, in realtà, è qualcosa di molto più insidioso.

L’uomo prevarica, lo sappiamo. L’uomo divide, anche all’interno delle stesse categorie, l’uomo cerca sempre di emarginare qualcuno. La donna questo lo sa bene, dato che nera, bianca, ebrea che fosse, ha sempre dovuto fare i conti con il suo genere sessuale. E lo sanno anche gli appartenenti a gruppi etnici definiti minoranze come, al loro interno, ci siano divisioni e si creino distinzioni.

Leggendo un po’ di letteratura ebraica, per esempio, potrete constatare come persino all’interno del popolo che è stato perseguitato sempre, a partire dai babilonesi, le divisioni e rivendicazioni siano moltissime. E come persino all’interno delle medesime religioni, a un certo punto, qualcuno abbia deciso di definirsi ortodosso, ovvero portatore di verità assoluta. E lo sa questa grande maggioranza bianca, che è composta da così tante sottocategorie da non trovare unità neppure all’interno delle stesse.

E allora mi domando, oltre alla paura che il termine libertà genera nelle piccole menti, che proprio si rifiutano di accettare la comune esistenza di qualunque differenza: qual è il motivo primario che impedisce all’uomo di aprirsi al diritto universale di esistere singolarmente per come si è fatti?

Non parlo delle rivendicazioni che dietro celano interessi economici e politici. Parlo proprio di mentalità, di un istinto ancestrale che spinge la razza uomo a dividersi e offendere il comune senso di esistenza. Quel qualcosa che si è talmente radicato da impedire alle persone di esprimersi senza cattivi retaggi. Perché, tristemente, constato che oggi, per generazioni come la mia, che ho quasi quarantanove anni, sarebbe necessaria una scuola di educazione all’antirazzismo, un istituto che insegnasse come esprimersi senza offendere il diritto di tutti di esistere e di non essere discriminati. Anche nel linguaggio.

Recentemente, è uscito il mio nuovo romanzo che ha, tra gli elementi che compongono la trama, le storie d’amore e di vita di un uomo omosessuale.

Parlando con qualcuno delle varie impressioni, parlando con gente della mia età o anagraficamente più anziana, mi sono imbattuta in un’imbarazzante difficoltà lessicale, nell’incapacità di esprimersi, magari anche con buone intenzioni, senza offendere una categoria.

Loro sono anche più sensibili”, mi è stato detto l’altro giorno, frase che mi ricorda quella che mi disse un mio conoscente a proposito dell’attuale flusso migratorio “Non è colpa loro se sono nati africani”. Frasi dette con una specie di buona intenzione, un goffo tentativo di avvallare uno strano principio di tolleranza, ma con un retaggio di discriminazione talmente pesante da non riuscire proprio a liberare il proprio linguaggio da quella assurda convinzione di “essere meglio”.

Ho sempre pensato che l’uomo fugga la propria autonomia e che da millenni si associ, si costituisca in gruppi e pensieri a senso unico perché incapace di autogestirsi. Per questo fuggo, da sempre, ogni sorta di affiliazione e l’unica tessera che ho fatto nella mia vita, a parte quella della biblioteca, è quella per andare a vedere il Genoa. Perché solamente in un pensiero autonomo, svincolato dalla necessità di sposare una comune idea, si può coltivare la civilizzazione radicale della mentalità.

Solo se non si hanno pretese di verità assoluta, come quelle impartite dalla religione, dalla politica, dalla società borghese e provinciale che abbraccia il mondo, si potranno imparare i fondamenti della natura umana, che non è buona o cattiva in relazione alla singola consistenza fisica e spirituale ma lo è solamente in relazione a un concetto generale di umanità.

Vi lascio con una perla di Nanni Moretti: «Chi parla male, pensa male», dal film Palombella rossa.

Patrizia Ciribè