TO GO WITH AFP STORY BY HANNAH MCNEISH This photo taken on March 12, 2014, shows the skulls of victims killed during the Rwandan genocide, laid out in the Nyamata Church in Nyamata, Rwanda. Nyamata and the surrounding area suffered some of the worst violence during the 1994 Genocide Against the Tutsi, with thousands of people killed in and around the church, which now stands as a memorial to the genocide. A survey showed that 26 percent of the Rwandan population suffers from post-traumatic stress disorder, yet the country lacks the adequate mental health facilities needed to address this issue. AFP PHOTO / PHIL MOORE (Photo credit should read PHIL MOORE/AFP/Getty Images)

È appena trascorso l’anniversario della liberazione del campo di Auschwitz e, come ogni anno in questo periodo, le riflessioni in merito alla Shoah sono moltissime. Sono favorite anche dal mezzo mediatico che, fortunatamente, ripropone molti servizi al riguardo.

Ieri, mi sono imbattuta proprio in uno di questi, su Sky Arte. L’argomento centrale di questo documentario è il processo ai ventidue nazisti accusati di sterminio di massa. Siamo a Francoforte, nel periodo prenatalizio del 1963.

Quello di Francoforte fu un processo senza precedenti che costrinse i tedeschi a confrontarsi con la storia dello sterminio degli ebrei d’Europa. Sebbene nel Processo di Norimberga su quaranta imputati ne vennero condannati trentanove, tra i quali ventuno condannati a morte e otto all’ergastolo, mentre in quello svoltosi a Francoforte le pene inflitte non soddisfecero minimamente le aspettative, questo processo servì per raccontare alla gente una verità oscurata da anni di rinascita e crescita economica.

Brevemente: il processo durò due anni e si tenne nella sala del consiglio del Municipio di Francoforte, tra il 1963 e il 1965. Il merito del processo contro Auschwitz è di Fritz Bauer, l’allora pubblico ministero. Tra i vari imputati vi era Richard Baer (che morì in carcere due anni prima del processo), ultimo comandante del campo di Auschwitz. Al di là delle condanne, direi assolutamente simboliche, di dieci degli imputati, l’importanza di questo processo fu nella sensibilizzazione non solo della magistratura tedesca ma anche della pubblica opinione. Infatti, per quasi vent’anni, lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti passò sotto a uno strano silenzio, non solo di omertà, soprattutto di ignoranza.

Tra le varie immagini del servizio di Sky Arte, non ultime quelle girate durante il sopralluogo ad Auschwitz dei componenti di accusa e difesa giudiziaria, vediamo sfilare le facce degli imputati, senza un’ombra di vergogna, mentre entrano in un’aula piena di gente ancora inconsapevole rispetto a quanto realmente accaduto diciotto anni prima.

Tralascio molte cose rispetto a un processo durato due anni che non ha reso giustizia, neppure lontanamente, alle vittime dell’Olocausto. Ma il soggetto delle mie riflessioni, come sempre, è la comune mentalità.

Ci sono delle significative parole di Bauer, l’allora pubblico ministero, parole che andrebbero incorniciate e appese in ogni strada e piazza del mondo. Non le ricordo precisamente ma il concetto è questo: “Quando la giustizia chiede cose che vanno oltre ogni senso di umanità, l’essere umano ha il dovere di fermarsi”.

Di tutta quanta questa storia, ciò che mi crea un grande senso di angoscia è la follia collettiva che l’ha nutrita, la cieca convinzione che ha sostenuto un genocidio.

La verità è che in momenti di conflitto bellico sono molte le concessioni e le licenze rispetto al comune senso di umanità. Non solo, proprio in quei periodi di flagellazione e sterminio, le persone agiscono attraverso una coscienza che era sopita, che nella normalità di una vita socialmente pacifica non ha avuto modo di manifestarsi.

Credo da sempre che siamo circondati da persone che in quelle circostanze avrebbero agito allo stesso modo e sono quelle che non resistono all’istinto egoista e prevaricatore della natura umana, e, qualora qualcuno li convinca di essere nel giusto, trovano il pretesto per manifestare odio.

Credo sia giusto interrogarsi su questo perché riuscire a esprimersi in modo perentorio, negando la necessità di umanizzazione (ormai, definita buonismo) è come legittimare azioni che potrebbero generare l’ennesima anomalia, esattamente come ci insegna la storia.

Va ricordato che i campi di sterminio erano la destinazione non solamente degli ebrei ma pure di quelle minoranze che, nella convinzione comune, disturbavano la normalità: oppositori politici, minoranze etniche, omosessuali, malati di mente e portatori di handicap.

Va ricordato che il tentativo di conservazione di un popolo, reso legittimo da una percezione distorta della realtà, non può che creare il pregiudizio. Il pregiudizio, in tempi difficili, è sempre padre di una giustificazione insana rispetto ad azioni che la civiltà dovrebbe continuare a ritenere inaccettabili.

Ma la base su cui, da sempre, proliferano certe azioni è la mentalità comune, quell’insita convinzione che, in tempo di pace, macera in un odio silenzioso per una parte dei propri simili. Non solo, macera nella convinzione di meritare di più.

Credo che tra i tanti sorrisi di persone che oggi inneggiano alle azioni di Salvini, i quali senza remore pretendono di etichettare persino chi intraprende viaggi della speranza con la sola volontà di trovare qualcosa di meglio per se stessa, ci siano le bestie di allora. Va ricordato che tutti quelli che hanno agito torturando e uccidendo persone colpevolizzate da un concetto di disturbo sociale, erano persone comuni, con una famiglia.

La signora Baer, moglie del defunto comandante del Campo di Auschwitz, era una donna come tante, una donna socialmente ben accetta e rispettata. Persino mentre minacciava di morte gli ebrei scelti dal campo di prigionia, che si occupavano di effettuare lavori in casa sua.

Quando pensiamo a queste persone come a qualcosa di mitologico, a figure macabre di una storia ai confini della realtà, riflettiamo sul fatto che non erano altro che gente comune che, a un certo punto, trovò modo di esprimere il proprio potenziale. Quel potenziale è ciò che anima quasi sempre il razzismo.

Tant’è vero che tutti quelli che hanno operato nel massacro degli ebrei, e che ne sono usciti indenni, non hanno mai domandato perdono ma hanno vissuto nella convinzione di essere nel giusto. Non solo, insieme a loro hanno vissuto mogli, figli, amici e conoscenti che hanno continuato a considerarli elementi validi della società. Esattamente come accade sempre, persino davanti all’uccisone di sei milioni di ebrei.

Non sono solamente i fatti eclatanti a identificare la storia, lo sono soprattutto le coscienze silenziose di quelli che, d’un tratto, dalle proprie, anonime esistenze, partecipano attivamente a quei fatti. E lo sono, allo stesso modo, coloro che giustificano la disumanità di chi, in certi momenti della storia del mondo, facendosi scudo di diritti che spetterebbero a chiunque su questa terra, agisce contro i suoi simili e il loro diritto alla vita.

Patrizia Ciribè