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Ho sempre pensato che vi sia un atto di malcelato egoismo nel concepire un figlio. Sono impopolare, lo so.

È come legare qualcuno a se stessi senza chiedere se lo voglia. Come decidere di essere talmente perfetti da dover generare una prosecuzione di quella provenienza genetica, pensando che potrebbe fare la differenza.

Come decidere che il mondo sia d’improvviso responsabile di quella creatura e non il contrario. Come se la responsabilità fosse solo verso di essa, e non per il mondo che la ospiterà.

So che questo pensiero potrà essere inviso. E, ancora di più, che lo è quella specie di avversione che provo davanti a quel patto di ostinata pretesa sopra ogni altra cosa e persona.

Sempre di più penso che ci sia un atto di inciviltà e prepotenza nel concetto di maternità del mondo occidentale, di quella convinzione, cioè, che quella vita valga di più. E pure se arrivo a capire che sia naturale quell’istinto di prevaricazione nei confronti della progenie altrui (perché di prevaricazione si tratta), che è proprio di molte madri; pure se è fisiologico quello sgomitare aspro, impartito come una lezione di vita, la tristezza che provo davanti a questo atto, che spesso mi pare di prepotenza, è infinita.

L’appannamento iniziale è comprensibile e anche la ferrea motivazione, ignorante di ogni prospettiva futura, lo è. Ma l’abisso nel quale si gettano le basi, quasi sempre in una totale incompiutezza personale, è troppo buio e profondo per prevedere anche un po’ di consapevolezza.

E di queste sensazioni, così tanto estreme, ho continuamente conferma, soprattutto in questo momento storico dove i figli sono bambini solamente se appartengono al proprio piccolo mondo circostante. E, talvolta –bullizzati, denigrati, usati come confronto in una misera competizione-, non lo sono neppure loro.

Allora, forse, varrebbe la pensa di interrogarsi quando si è madri e, vedere bambini che galleggiano in un mare di indifferenza, non solo non sortisce alcuna emozione, ma pure se la sortisce non è mai di disperazione, ma solo di fastidio.

Infinitamente mi turba quell’egoistico equilibrio fatto di convinzioni che, invece di sgretolarsi sotto al peso dell’ingiustizia sociale, si rafforzano e spingono quelle stesse madri all’odio per i propri simili.

E mi sono sempre chiesta come si possa essere madre e provare fastidio per l’umanità. E mi sono risposta che neppure la maternità è una cura per la disumanità. E mi sono risposta che se la maternità non guarisce neppure chi l’ha intrapresa come unica strada, allora non c’è antidoto per l’indifferenza.

E mi sono risposta che se provo tutto questo è perché nel generare vita non vi è alcuna risposta e, ancor più grave, non vi è nessuna misericordia.

E neppure in quella cultura cristiana di cui, così strenuamente, si difendono i simboli; in quel ventre materno che dovrebbe simboleggiare non l’amore per il figlio ma quello per una progenie universale, neppure lì, dove si dovrebbero trovare gli insegnamenti e quel sentimento così tanto millantato come unico e irripetibile, esiste la sublimazione dell’essere umano che, pure nel miracolo della nascita, raramente evolve in qualcosa di meglio.

Stamani ho visto la fotografia di un bambino piccolo, avrà avuto due anni. Il visetto arricciato in un’espressione disperata, disorientata e sola. Le manine aggrappate agli scogli. Le lacrime come gocce inutili, inascoltate, cadevano dagli occhi lacerati dalla realtà.

C’era in quell’immagine tutto il senso dell’uomo, l’incomprensione per questo miracolo che è la vita. E c’era anche di più, l’urlo dei figli di madri invisibili e senza importanza. Madri di figli prevaricati da quello stesso concetto di maternità che annega ogni sentimento umano in un disumano nulla.

E anche per me -che mi domando sempre cosa pensino di tramandare, le persone, se tutto questo può accadere davanti all’indifferenza generale- giunge l’amara conferma che la maternità, in questo mondo, ammala di egoismo, di protagonismo, di competitività e cecità.

Che nel desiderio del figlio vi è quasi sempre solamente un’aspirazione infantile, banale, circoscritta alla necessità di un cucciolo e mai allargata a un disegno ampio, che trasformi quel piccolo sentimento in amore universale.

La verità è che quando i figli non sono i vostri, allora non sono bambini. E ancor meno sono figli quando sono adulti e non hanno la giusta provenienza.

Patrizia Ciribè