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È notizia ormai vecchia di qualche giorno che Baglioni, direttore artistico della sessantanovesima edizione del Festival di Sanremo, nel corso di una conferenza stampa, ha fatto dichiarazioni sulla situazione dei migranti in Italia.

Dal suo intervento ho estrapolato questa frase che racchiude un po’ il senso di quanto da lui  affermato e che, a mio avviso, dimostra la buona fede di un pensiero che non risparmia nessuno: né le vecchie gestioni politiche né quella attuale:

“Il nostro Paese è terribilmente incattivito e rancoroso. Lo è verso nei confronti di qualsiasi altro non sia piacevole, non sia fortunato, non sia amico nostro. Qualsiasi altro è un essere pericoloso, guardiamo con sospetto anche la nostra ombra. Ma adesso è una grana grossa, se fosse stata affrontata molti anni fa, forse non saremmo a questo punto.” 

Di questo episodio è lampante la tendenza di una parte di opinione pubblica a suffragare l’imbavagliamento del pensiero altrui, lo è sia se quel pensiero diventa impopolare sia se viene accettato da una parte della gente.

Non so dire se questo meccanismo oscurantista, che domina la mentalità di una buona parte di italiani, sia direttamente proporzionale con il gradimento della parte opposta o se rispecchi solamente la volontà di arginare un problema cercando di osteggiare il pensiero altrui. Sta di fatto che queste dichiarazioni hanno sortito reazioni che, in questo 2019 appena scoccato, hanno dell’incredibile.

Ha dell’incredibile il fatto che un uomo pubblico, un artista di livello internazionale, un uomo dall’immagine positiva, sia visto, dalla parte di italiani che in questa occasione lo hanno denigrato, come qualcuno che non possa esprimersi se non attraverso la musica.

Ha dell’incredibile che, sempre quella parte di persone che lo hanno crocifisso sull’web per aver espresso un’opinione su una problematica attuale, pretendano che un uomo della sua età, con la sua credibilità e capacità di giudizio, si astenga dal parlare di qualcosa che, in quanto cittadino, lo riguarda.

Ha dell’incredibile che il mezzo mediatico sia visto come qualcosa di restrittivo, in un’epoca che ha fatto della comunicazione la sua prima forma di espressione.

Io stessa ho letto sui social vari commenti di persone indignate che rivendicavano la necessità di limitare il contesto di un festival musicale a pensieri inerenti quest’ultimo. Come se la musica fosse qualcosa che viaggia su altri livelli e che esclude, dal suo veicolare, le problematiche sociali di un Paese.

E in questo atteggiamento mentale, così tanto manifestato da quella parte di opinione pubblica, si nasconde automaticamente il grande paradosso: la musica è una delle espressioni artistiche di una società, utilizzata attivamente da quella parte di umanità che ha velleità creative. Tutte le forme artistiche nascono come mezzo di espressione di ogni cosa, pure dell’indignazione verso aspetti che, per bigotteria mentale, si pretenderebbe di contenere all’interno di luoghi destinati.

La contraddizione che stagna in questo atteggiamento popolare, agevolato dall’attuale Governo, è talmente lampante che dovrebbe far riflettere. Invece no, fa proliferare quell’atteggiamento di chiusura; quell’autofustigazione, di matrice anche cattolica, che desidera reprimere e imbavagliare non tanto un pensiero contrario quanto la possibilità di esprimerlo!

Già, perché, al di là della validità delle affermazioni di Claudio Baglioni, quello che balza agli occhi è un comune desiderio di castrare l’umano pensiero. E la repressione del pensiero non è altro che il via libera che, parte della gente, dà a qualcuno affinché questi metta a tacere le opinioni scomode.

Il fatto che, per molti, sembri logico che un mezzo di informazione sia zona off limits per l’espressione di un libero pensiero; che quel pensiero, palesato pubblicizzando un evento musicale, debba limitarne i contenuti, pure se strettamente connessi alla forma artistica protagonista, è puerile. È puerile in quello stesso modo in cui lo sono ormai molti dei ragionamenti popolari.

Ma questa è l’aria che tira al momento in questo Paese dove l’ignoranza e l’astio vengono viste come condizioni di normalità, mentre il tentativo di spingere un pensiero oltre i limiti della mediocrità diventa prevaricazione e buonismo.

Patrizia Ciribè