Rap-italiana

Dopo la strage di Corinaldo, dove cinque persone sono morte a causa del gesto idiota di un ragazzetto idiota, mi sono interrogata su questa cosa strana che va in voga negli ultimi anni; questo pseudo rap, ora misto trap, che i ragazzini ascoltano con tanta abnegazione.

Forse me lo domando perché se fossi il genitore di un adolescente sarebbe per me mortificante ammettere che qualcuno, che io stessa ho generato, invece che dedicarsi alla musica, cosa che nella mia vita ha sempre avuto un peso enorme, si riempia le orecchie di un inutile ciarlare.

Quindi non pongo l’accento su questa questione per dare eventuali responsabilità in merito a quanto è successo, ma più che altro all’assenza di senso di questa affluenza.
Anche io vado ai concerti, pure alla veneranda età di quarantotto anni, e so come si sta stipati in una sala che può facilmente trasformarsi in una trappola mortale, anche solo per il gesto idiota di un idiota.

Quello che non capisco sta a monte, tra la gente che è chiamata a generare questi prodotti commerciali, trasformando il panorama musicale in uno scimmiottare penoso di qualcosa che non appartiene alla realtà italiana.

Se non c’è profondità, nella musica come in qualunque altra pretesa di  espressione artistica; se non c’è onestà, il risultato è posticcio, vuoto, come vuoto è tutto questo parlare di droga e morte da parte di ragazzetti acerbi che fingono di vivere nel ghetto.

Perché, intendiamoci, nel ghetto, dove il rap è nato, si spara davvero, si muore davvero, si cresce in una realtà che ha ben poche vie d’uscita.

Quindi, quando vedo un ragazzetto brufoloso fare fortuna usando un lessico stonato, alla stregua dei bambini che scimmiottano gli adulti fumando, mi chiedo sempre chi sia quel genio che lo ha pubblicato.

Si, direte voi, la produzione musicale dipende dal gradimento del pubblico e in questo, forse, c’è una piccola verità. Il fatto è che tutto quello che è venuto fuori negli anni, sotto forma di talent show, personaggi confezionati ad arte, e posti come giudici per convincere il pubblico che certa roba è musica, è, in una parola, spazzatura.

Ci troviamo davanti, per esempio a X-Factor, a persone che si sono affermate nella musica senza saper cantare e fanno da mentori a ragazzi che hanno il sogno, non di essere degli artisti, ma di diventare famosi.
O a una ragazzina di sedici anni, ormai convinta di essere una specie di fenomeno, definita strana e particolare, solo perché ha messo insieme parole che qualunque dodicenne dei miei tempi scriveva sul suo diario.

Così, questi nomi assurdi, tipo Sfera ebbasta, vengono fuori come funghi, idolatrati da bambini con le mani ancora sporche di marmellata, che ascoltano e inneggiano uno che parla di morte. Di droga, di sesso e di morte.
Ma è musica! Rispondono quelli che da quel business ci guadagnano.

E io mi chiedo: ma di che musica stiamo parlando? Non ci appartiene il concetto, dato che il genere nasce e prolifera altrove, dove il suo senso è diverso ed è dipendente da un contesto in cui la morte è una conseguenza sociale: intendiamoci, il ragazzino di Sesto San Giovanni che fa il rapper ha lo stesso senso che potrebbe avere la Vanoni in un coro Gospel!
Dunque, anche il testo è vuoto, vuoto di verità, di reale drammaticità; di uno strutturale decadimento sociale che crei quella necessità verbale.
Quanto alla musica: la musica non c’è, gran parte di questa gente non suona uno strumento, non ha cultura musicale.

Chi conduce la musica in Italia, chi la divulga tra la gente, ormai, sono questi bambinetti che parlano di “ferri”, di donne, di morte, con lo stesso appeal e la credibilità delle bambine che indossano i tacchi della mamma!

Come quei poser*, agghindati da rocker, che fanno insopportabili panegirici, illustrando i grandi nomi del rock, ma poi scrivono e suonano canzoni che persino Gino Latilla avrebbe trovato melense.

Uno su tutti Manuel Agnelli, per non andare a riesumare Morgan che, partecipando a un talent show come giudice, nell’immaginario comune, si è meritato la nomea di esperto musicale!

La gente, in Italia, va a vedere Renga e si fa i selfie mentre fa le corna come fosse a un concerto metal. A questo siamo arrivati: a uno scimmiottare continuo di cose che non si conoscono, che non si ascoltano, ma che “fa figo” ostentare.

Così leggi sui social commenti sul “live” del talent show di turno, da persone che usano termini come “timbro”, “arte”, “talento”, ma che di musica non sanno nulla.
E in questo panorama di incultura generale, gli adolescenti ingrassano d’aria, di parole vuote, ciancicate sopra a due note sterili, chiamate musica.

Io non ne faccio un fatto morale: ogni epoca ha avuto i suoi dissidenti, che protestavano, sperimentavano, ostentavano nichilismo e depressione. Ne faccio una questione di contenuti, di verità, e, quando anche la decadenza di certe immagini è finzione, non resta che quello: la finzione, per l’appunto.

Quando il contenuto, che dovrebbe muovere quella rivoluzione, è fasullo, è posa e finzione, allora non si potrà che auspicare a una continua caduta persino dell’espressione artistica. Già, perché l’arte, per essere tale, necessita di essere fondata sulla verità, oltreché sulla competenza.

“Ai miei tempi” i Duran Duran, gli Spandau Ballet, i Talk Talk erano considerati commerciali, anche se erano musicisti, suonavano gli strumenti, componevano musica e testi. Se i Metallica se ne uscivano con un album come “Metallica”, subivano le critiche dei fan che li accusavano di essersi rammolliti.
Questo la dice lunga sul livello della musica di quegli anni e la dice lunga sul livello generale di questi, anni.

Quindi, a scanso di equivoci, il mio intento non è quello di moralizzare il rap italiano, o trap che dir si voglia, per il suo divulgare concetti violenti o diseducativi. Quello che io trovo ridicolo, di gran parte della musica italiana di questo momento, è la totale mancanza di veridicità dei concetti espressi e l’assenza di quella cosa che dovrebbe essere implicita: la musica.

Tutto questo parlare della musica “di oggi” e io mi domando: ma di cosa stiamo parlando? Non c’è musica, oggi. Ci sono solo piccole pesti che vanno a far danni, nel clamore di un intontimento generale sempre più volto al niente.

Patrizia Ciribè

*Persona che non appartiene ad un certo movimento ma perlopiù finge di farne parte, per esempio vestendosi secondo i canoni dati da quel movimento senza conoscerlo realmente.