45364286_1443044172495511_6718078301262315520_n Francesca Brandi nel suo atelier “Qualcosa di blu”.

Oggi, per il ciclo “interviste d’autrice”, sono felice di presentarvi Francesca Brandi Targa, affermata imprenditrice di Trieste.

Come detto in altre interviste, vorrei mettere in luce l’Italia delle donne: artiste, professioniste, imprenditrici. Quelle donne che sono anche madri di cuccioli d’uomo o di animale; che sono single, accompagnate, sposate; che amano narrare di loro stesse, dei propri compagni o compagne.

Vorrei raccontare un po’ di quell’Italia creativa, combattiva, lavoratrice, e tutta al femminile.

Trovo importante, in un momento di crisi sociale, soprattutto inerente una strana aria discriminatoria, dare spazio alla competenza delle donne e ai vari ambiti in cui esse emergono e investono energie e risorse.

L’ambito in cui si muove Francesca è quello della moda, una moda particolare: quella dedicata alla sposa.

La moda -e gli abiti da sposa allo stesso modo- rappresenta una delle eccellenze italiane nel mondo.

Un ambito così specifico di un momento della vita in particolare racchiude, oltre al suo valore intrinseco, anche quello legato all’artigianato.

Siamo spesso portati a sottovalutare l’importanza dell’industria della moda, qualcosa che, oltre a dare lavoro a molta gente, oltre a rappresentare il nostro Paese nel mondo, ciclicamente dipinge, anche per i posteri, la cultura, le tendenze e il momento sociale di un paese.

Durante una delle mie indagini legate a un romanzo che sto scrivendo, ho scoperto una curiosità inerente l’abito da sposa. Se questo indumento, ormai da decenni, è centrale per quasi tutte le spose, nell’Ottocento, per le classi economicamente medio basse, rappresentava un elemento assai marginale. Le donne, per le loro nozze, usavano decorare “l’abito della festa” con qualche merletto tessuto per l’occasione.

Il velo rappresentava un vero e proprio privilegio, un accessorio proibitivo che, salvo rari casi, era proprio solamente di quelle spose di rango elevato.

Per questo, se analizzato nei decenni, l’abito da sposa, con le sue tipologie, con i cambiamenti e la liberazione da alcuni severi stereotipi, è parte di un linguaggio che narra il momento in cui è vissuto.

Unire la passione per qualcosa di così etereo alla durezza del mondo imprenditoriale necessita di una grande personalità: di un carattere certamente sognatore ma, al contempo, concreto e forte delle proprie aspirazioni.

La nostra ospite di oggi incarna a pieno questo dualismo che quotidianamente impiega nella gestione del suo atelier “Qualcosa di blu”.

“Qualcosa di blu”, in Friuli Venezia Giulia,  è lo spazio più grande dedicato alla sposa. Una dimensione che racchiude ogni tendenza e rispecchia lo spirito della sposa odierna.

Ma cominciamo dall’inizio, dalla passione di Francesca per gli abiti da sposa, passione nata con l’infanzia e consolidata negli anni.

«Sin da bambina ho sempre avuto la passione per gli abiti “da sogno”. Giocavo ore e ore con Barbie, chiusa nella mia cameretta. Organizzavo per lei balli, sfilate e…naturalmente matrimoni! A trent’anni le mie amiche hanno iniziato a sposarsi coinvolgendomi nei preparativi. Un giorno, una di loro mi ha detto “trovami tu il vestito perfetto, voglio che abbia un tocco di rosso”. Così sono capitata sul sito di un marchio italiano di abiti da sposa, le ho trovato l’abito perfetto e mi sono innamorata dello stile di Lucia Zanotti, all’epoca direttore artistico di Atelier Aimèe, che creava capolavori. Ho accompagnato la mia amica a Padova nel monomarca più vicino e da lì è nata l’idea di aprire un atelier a Trieste. In poco tempo, quello che sembrava solo un sogno si è concretizzato: mi sono licenziata dal lavoro e ho investito nel mio progetto, consapevole che quello era il fatidico momento dell’ora o mai più».

“Qualcosa di blu” è dunque il secondo atelier aperto da Francesca. Il primo amore parte da un monomarca che la nostra ospite di oggi aprì giovanissima, con coraggio, determinazione e un’indubbia capacità imprenditoriale che l’ha condotta ad alti livelli nel settore sposa.

In questo percorso c’è la forza di una donna che ha avuto la sua visione da giovanissima, unita alla costanza di cui parlo sempre, quella capacità di disciplinare la propria passione per realizzare qualcosa che ci rappresenti.

Durante la costruzione di sogni come questo, di progetti che partono da lontano, capita di imbattersi in sodalizi sentimentali che completano ogni soddisfazione. È nell’ambito lavorativo, infatti, che Francesca conosce suo marito Mauro. Ed è proprio lei a raccontarcelo:

«Grazie a questa avventura ho conosciuto mio marito che lavorava per l’Aimée SpA in Lombardia. Ci siamo innamorati, sposati e lui si è trasferito a Trieste. Dopo qualche anno abbiamo deciso di costruire qualcosa di nostro, che fosse indipendente dal franchising; così è nato Qualcosa di Blu, un atelier molto grande che in pochi anni si è imposto in Friuli Venezia Giulia come una solida realtà, sempre al passo con i tempi e con una gestione moderna che forse nel settore, nella nostra zona, mancava».

L’Italia delle donne comprende imprenditrici che sono al contempo sognatrici, creative e madri. Da sempre racconto di questa figura mitologica che per me è rappresentata da questa categoria di donne che, oltre ad aver inanellato successi personali e un’affermazione professionale propria, hanno anche la forza di crescere una prole, seguendola nell’approccio alla vita.

Francesca ci racconta dei suoi due bambini:

«Mio marito e io abbiamo due bambini: Margherita e Matteo. Sono riuscita a gestire figli e lavoro soprattutto grazie alla mia famiglia che non mi ha mai fatto mancare l’appoggio. Anche oggi che mia mamma non c’è più (è mancata due anni fa) mio padre mi aiuta tantissimo con i bambini permettendomi di portare avanti il lavoro».

Molte delle migliori idee imprenditoriali sono nate in momenti socialmente ed economicamente più positivi. In periodi in cui l’orizzonte appariva più florido, passibile di un atteggiamento costruttivo.

Oggi molto è cambiato nel mondo del lavoro. Ma la cosa che certamente non è mutevole è l’intento di quelle donne nate per costruire qualcosa di personale; nate per emanciparsi dai cliché di un mondo, quello dell’imprenditoria, ancora molto maschile.

La storia di Francesca è uno spaccato di quella dimensione femminile che ogni giorno crea, consolida e tramanda. Per questo mi piace raccontarne le dinamiche e dare uno spunto a quelle giovani ragazze che non si accontenteranno di un lavoro qualunque ma che, nel lavoro indipendente, cercheranno la propria strada.

Ci vuole sacrificio, coraggio, forza e determinazione per mantenere produttiva un’attività, soprattutto oggi. La storia di Francesca Brandi è quella di molte donne in gamba che operano nel nostro Paese, accrescendone il valore economico e creativo.

Patrizia Ciribè