atena Testa di Atena in marmo – copia d’epoca romana della perduta scultura bronzea di Fidia.

Negli ultimi anni, ogni Governo ha depredato l’ambito scolastico di qualcosa di essenziale.

Non ne faccio dunque una questione di schieramento politico, parlando di come lo scenario che si prospetta sia quello di un popolo guidato da un sistema politico che promuove l’ignoranza. Il problema è prettamente umano, di una coscienza povera e incline a interrogarsi sempre meno.

L’insegnamento della storia dell’arte nelle scuole è stato ridotto all’osso, allo spettro di ciò che era un tempo. Ciò, per una persona che, come me, è cresciuta a pane e storia dell’arte, è inaccettabile. Lo è soprattutto perché se dovessi privarmi di ciò che lo studio dell’arte ha portato nella mia vita, dovrei stralciare dalla mia personalità molto di quel che la compone.

Ma andiamo per gradi in merito all’impoverimento di ciò che componeva l’insieme delle materie di insegnamento. Andiamo a quando, questa tendenza di limare le materie legate alla memoria, si è consolidata fortemente: alla recente eliminazione del tema scritto di storia dagli esami di maturità.

Il tempismo è stranamente perfetto, soprattutto visto il momento che stiamo attraversando. Un momento pregno di nostalgie allarmanti, in cui la memoria dovrebbe essere l’elemento didattico più nutrito e stimolato.

Viene da domandarsi se l’orribile stralcio nasca dalla necessità di bloccare la divulgazione di fatti che portarono il mondo alla deriva. Fatti che oggi, subdolamente, con la medesima strumentalizzazione di allora, si stanno nuovamente concretizzando.

Certamente, dimenticare certi orrori, lasciare che scoloriscano nelle menti delle vecchie generazioni, per poi scomparire in quelle future, non può che giovare a chi, di questa campagna discriminatoria, fa il proprio messaggio.

La storia ci insegna non solamente i fatti ma pure le ripercussioni; ci insegna non solamente il vecchio ma pure il ciclico rimanifestarsi dell’odio, della violenza, della miseria e del sopruso.

La storia ci insegna che il carnefice è l’unico essere umano che sopravvive allo sterminio, soprattutto se quello sterminio lo ha promosso e legittimato.

Quello che resta senza la memoria dei fatti, senza il dolore e la cronaca di una distruzione, è il silenzio.

Proprio sul silenzio prolifera non solo l’ignoranza ma pure l’odio che di essa si ciba per circondarsi di consensi che, per divenire tali, hanno bisogno di essere inconsapevoli.

Qualche settimana fa ho partecipato all’inaugurazione del Museo ebraico di Genova, un’esposizione importante di tutta la propaganda fascista che ha condotto all’Olocausto. La cosa che più d’ogni altra -persino più dell’orrore che mi era noto grazie alla Storia-, mi ha colpito è stata l’attualità di quel messaggio.

Era il periodo della nascita dei primi strumenti di divulgazione propagandistica, uno di quei manifesti proponeva l’immagine di un uomo di colore nell’atto di violentare una donna bianca. La scritta sul manifesto era la seguente:”DIFENDILA! Potrebbe essere tua madre, tua moglie, tua sorella, tua figlia”.

Anche l’ordine in cui sono elencati questi gradi di parentela varrebbe una riflessione, ma tendo sin troppo a divagare, ormai lo sapete, dunque mi concentro sul messaggio.

Se trovassimo questo manifesto appeso, in giro per le strade, oggi, nel 2018, non ci stupiremmo. Una parte di noi si indignerebbe, protesterebbe, ma non potremmo che arrenderci a ciò che sta succedendo, ovvero a questa nuova propaganda razzista che ha invaso il nostro Paese e buona parte del mondo.

L’unica cosa che resta, a fare da scudo a questa insana dottrina, speculativa nel suo senso più insito, è la memoria. Non so se basterà, non so se sarà sufficiente che, buona parte di noi, sia edotta di tutto l’orrore perpetrato nell’indifferenza e nel consenso generale, mentre gente che viveva nella comunità semplicemente spariva, veniva deportata e poi uccisa. Certamente, senza ricordare il passato, è più facile che gli orrori, diffusi inizialmente sotto forma di tutela sociale, si ripropongano indisturbati.

La voce che verrebbe meno è quella del ricordo, dell’eredità di uno scempio disumano. Scempio che deve continuare a raccontarsi, mantenersi concreto, reale e non cedere all’intento di negarne persino l’esistenza.

E non è “solo” questo: l’assenza di memoria cancella gli orrori del fanatismo religioso, dell’inerme condizione di chi non conosce né i pregressi, né le loro conseguenze .

Non è un caso, secondo me, che una delle culture più osteggiate e perseguitate sia proprio quella ebraica che, nella memoria, ha investito tutto, mantenendo intatta la sua identità, quell’eterna conservazione del suo costante peregrinare.

Non è un caso che, per chi trovi l’unico stimolo nel presente, l’inclinazione a ricordare appaia sempre così noiosa.

E quanta compiacenza e arroganza c’è nel relegare la storia dell’arte alla stregua di quelle materie riempitive, quelle considerate prive di  interesse attuale. Soprattutto in un paese come il nostro che, nell’arte, ha una delle più grandi fonti di ricchezza.

Forse l’intento è quello di fingersi ciò che non si è: un Paese nuovo, giovane, pregno di quella superficialità che oggi è contenuta nella parola progresso.

Forse, semplicemente, è sempre più povero l’intelletto di quelli che sono chiamati a decidere sull’istruzione.

Ma se questo scempio nella cultura scolastica ha raggiunto il suo apice con la novità della soppressione della prova scritta di storia agli esami di maturità, la strada che ha trovato era già stata spianata da tempo. Da tempo, ogni ambito dell’istruzione viene maltrattato, a cominciare dal collegio dei docenti, sottopagato, precario, offeso persino.

Non so cosa convinca il politico di turno di essere in grado di stabilire misure di questa importanza, non so cosa spinga qualcuno, nel suo ruolo istituzionale, a pensare di essere talmente al di sopra della memoria di un Paese da abolirne una parte essenziale.

Quel che è certo è che l’ignoranza si semina su menti pigre, indifferenti, inette e prive di interessi intellettuali.

Patrizia Ciribè