foto santa Fotografia gentilmente concessa da Daniele Carniglia – S. Margherita Ligure

A una settimana dal disastro che ha flagellato la Liguria, resta una fosca inquietudine.

Resta l’opprimente consapevolezza di un cambiamento generale che farà da scenario ad altre calamità. Calamità che ci trovano impreparati, fragili nelle nostre vite di commercio, tenute a galla con estrema fatica.

Mai come in questo momento, il disastro rispecchia l’umanità, questa sua implosione lenta e costante che sembra aver lacerato quasi ogni possibilità di crescita, sia economica che umana.

La Liguria è una terra strana: stretta, arroccata, tragica nella sua bellezza fatta di colori involontari, che contrastano di netto con una dimensione cupa, quasi incredula innanzi al futuro.

Non è facile capire tutto questo per chi non vive con costanza questa dimensione, in cui la collina fa da scudo a un mare grossomodo alleato. E tra il mare e la natura sempreverde, si viaggia su una ferma illusione, quella di restare uguali a noi stessi, quella di vincere e dirottare il cambiamento.

Per questo non c’è nulla che destabilizzi quanto la distruzione, perché oltre a distruggere, appunto, molti riferimenti, da essa scaturisce la necessità di un cambiamento. Di un miglioramento, anche.

Perché vivendo qui, tra mare e colline sempreverdi, in questa natura che non sfiorisce neppure quando altrove tutto è secco e denudato, si finisce per credere di poter rimanere appesi, pur con enormi difficoltà di crescita; pur con un’aridità emotiva che alla lunga convince di essere normalità.

E quando la terra è smossa, allagata non dalla pioggia ma dal mare, si realizza che neppure più quel gigante, che ci vive innanzi, è l’amico che ci dava da vivere. Si finisce per dimenticare che ci ha nutriti, cresciuti, e ha creato quella finta accoglienza turistica che, se solo potessimo, lasceremmo alle porte della nostra vita.

In questi giorni, successivi al disastro, giri per strada e senti quella delusione amara di chi pensava di avere un amico da spremere indisturbato. Un amico che, a un certo punto, si è rivoltato come il cane che morde la mano al padrone.

Ora, quella mano morsa, che sanguina futuro e illusioni, indugia atterrita davanti a quel mare, lo tasta con incredulità e risentimento.

Abbiamo avuto alluvioni e allagamenti. Abbiamo avuto morti nel 2011. Li voglio ricordare qui, indifesi nelle loro vite fatte di normalità e umane prospettive.

Il fatto è che siamo sempre così eternamente convinti di avere il controllo, da non cedere mai neppure davanti al crollo di città intere. Arrivando con la memoria sino a Pompei, che ci pare ormai come il racconto di qualcosa di mitologico, ci rendiamo conto che non abbiamo mai imparato l’umiltà; a smettere di guardare il futuro come fosse qualcosa di immobile e certo.

E alla fine l’uomo si sente sempre vittima, persino innanzi alla malattia altrui, che sempre viene affrontata con l’indifferenza e l’ignoranza di quelli che non sanno cosa significhi precarietà; che tra quattro mattoni pensano di avere salva l’esistenza e di essere eterni.

Ieri il Presidente dell’Ascom di Genova, intervistato da Sky, ha parlato della situazione delle aziende nella Zona Arancione adiacente al Ponte Morandi, crollato il 14 agosto scorso.

È incredibile come alcune persone abbiano davvero il polso delle situazioni e restino così umili e semplici nelle loro esternazioni sulla verità.

La situazione di quelle aziende è ora disperata, ma, la cosa che a nessuno importava, a nessuno di quelli che passavano da lì ogni giorno, anche solo per andare in Costa Azzurra o all’aeroporto, è che quelle aziende erano in una crisi nera. Una crisi che Genova vive ormai da molti anni, alimentata da amministrazioni capestro che si sono susseguite ciclicamente.

E in tema di decadimento economico e sociale, avevamo un fiore all’occhiello nella medicina: l’Ist. Ora non è rimasto quasi nulla, smantellato per esigenze economiche, in quei sanguinamenti di denari pubblici che vanno, ma non si sa bene dove.

Per non parlare della Riviera, di Santa Margherita Ligure per esempio, dove le attività lavorano ormai solamente per quei mesi d’estate in cui il paese si anima con il turismo.

Una cittadina fantasma da ottobre ad aprile che ha sanguinato abitanti, commercio, vita. E quando ti trovi con la tua attività massacrata da ogni adempimento possibile, flagellata dalla crisi economica, da un Governo –quello precedente- che nelle piccole imprese vedeva il nemico pubblico numero uno, ti rendi conto che la mannaia di un mare che spazza via anni di vite e illusorie pianificazioni, non è altro che la metafora della verità. Di un’umanità appesa, barcollante, arida, che ricorda d’essere umana solamente quando perde ogni cosa.

Che lo ricorda in quei cinque minuti in cui l’acqua gli ha sfiorato le punte dei piedi, ma lo dimentica subito dopo, quando è salva e sospira di sollievo davanti allo scampato pericolo.

E può tornare a ignorare quelle imbarcazioni dove la vita non vale nulla, dove neppure i bambini valgono nulla. Dove la vita ha un valore solamente quando è la nostra, allagata, martoriata, lacerata dalle difficoltà.

Ed è inutile che ci spertichiamo in falsi proclami, in esternazioni sentimentali di un cordoglio sterile, valido solamente all’uso. Perché la gente è inghiottita dalla terra ogni giorno, devastata dagli uragani, dalla guerra, da fughe verso la speranza che oggi vengono osteggiate da un voto infausto che ci ha resi, con il Governo attuale, disumani come popolo. Razzisti, aridi e ciechi.

Perciò, quando ci troviamo a piangere sulle nostre cose, che galleggiano nell’acqua, come fosse la fine di tutto, dovremmo pensare a quelle vite appese nell’indifferenza.

Ma pure la vita ha un peso sociale che, nella convinzione comune, in quell’insieme di abitudinari pensieri, traccia un sanguinoso confine oltre il quale l’esistenza non ha più valore e lo perde persino davanti alle cose.

Ma la verità è che la vita è appesa. Dunque, che porti rispetto, quella vita illusa, quando gode di buona salute. Quando non è bombardata, violentata, torturata. Ché tutto il resto è niente, è solo presunzione e arroganza travestita da falso dolore.

Un dolore simulato dal tragico scenario di una devastazione, ma che lascia invariati i cuori di tutti. Di quasi tutti.

Leggo, ascolto, sento voci disfatte dalla paura, ma ciò che continuo a non sentire è l’umanità, l’apertura, l’accoglienza. Sento solo il pianto d’occasione che è come quello di un corteo funebre, alternato a un insopportabile chiacchiericcio di paese.

Rarissime sono le persone che hanno la sensibilità e la lucidità di mantenere intatta la memoria. Sono quelle che, guardando indietro con sapienza, prediranno le sorti dell’umanità.

Vi lascio con una riflessione di Pier Paolo Pasolini, uno dei profeti del nostro tempo, sulla paura e sulla morte: “Ne ho avuta molta paura a vent’anni. Ma era giusto perché allora, attorno a me, venivano uccisi dei giovani, venivano trucidati. Adesso non l’ho più. Vivo un giorno per l’altro, senza quei miraggi che sono alibi”. 

 

Patrizia Ciribè

Ringrazio Daniele Carniglia per la bellissima immagine prestata al mio articolo. Se volete informazioni sui suoi scatti potete contattarmi su patriziaciribe@outlook.it