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Oggi vi parlo di “Barricate” l’ultimo libro di Catena Cancilleri. Edito Nulla Die.

Intanto, Catena Cancilleri è una scrittrice siciliana che vive a Parma per motivi di lavoro. È un’educatrice, laureata in Filosofia. Come autrice è alla sua terza fatica letteraria che giunge dopo il saggio “Andrea Camilleri; Il romanzo storico in Italia: a proposito de “il Re di Girgenti” e la silloge di racconti brevi Di famigghia. Quest’ultimo edito Nulla Die.

Ho conosciuto personalmente Catena. È una donna accogliente, minuta, intelligente, che incarna appieno la tipica erudizione sicana. Da subito, ho intuito la contezza delle sue origini, quelle di una terra controversa, piena di storia, bellezza, violenza e contraddizioni.

Immediatamente, la sua saggezza di donna consapevole della propria appartenenza territoriale, è un elemento chiaro, che definisce molta della personalità che emana.

Viviamo in un momento di grande ignoranza rispetto alla nostra storia, e anche di grande indifferenza rispetto a ciò che ci compone come individui all’interno della società. E c’è una speciale sensazione nell’interloquire con qualcuno che il suo bagaglio geografico lo traina con sé, lo apre e lo racconta, insieme al proprio dolore, che è il medesimo dei suoi onesti conterranei.

La sensazione di una radicata costanza, di quella marea che si alza e si abbassa senza soluzione di continuità; di un lascito che sempre arriva dai grandi esempi più noti e si dirama sottovoce, nelle anime di donne forti, materne in quel senso universale non legato solamente ai figli, ma alla terra. Tutta.

Seguo la vita di questa scrittrice, la dedizione per la sua professione, quella per la letteratura e per la giustizia. E in questo momento in cui tornano gli attacchi ai diritti delle donne, e il tentativo di minare quell’innata forza femminile, con grande onore, anche questa settimana, mi dedico a una donna di indubbio spessore.

Partiamo dal titolo del suo “Barricate”. Le barricate si alzano a un certo punto quando Don Pino Puglisi dice no alla mafia nella sua Chiesa, a Palermo.

La storia di Don Pino Puglisi è una di quelle drammatiche che hanno annegato nel sangue le speranze di una popolazione vessata dalla mafia.

A quest’uomo pulito, animato dalla volontà di osteggiare atteggiamenti che, con prepotenza e violenza, si ripetevano da tempo immemore, sono dedicate molte parole di questo libro. Parole pregne di dolore per un padre buono e coraggioso, un padre che voleva riscattare la sua gente.

Queste parole di Catena Cancilleri sono dense di un affetto ancestrale, quello che si prova per quelle persone che, umilmente, immolano la loro vita per una causa comune, che pare impossibile da vincere.

“Ormai le barricate sono alzate! Quel prete, quel maledetto prete, aveva innalzato un muro impossibile da scardinare. Le barricate erano alzate e loro, anche se a denti stretti, non potevano continuare a osservare quel prete inermi.”

Nel libro, e in questa parte dedicata a Don Pino Puglisi, si parla del quartiere di Brancaccio a Palermo:

“Non potevano accettare che un parrino, un parrino maledetto, insinuasse il concetto della rivalsa in un quartiere storicamente appartenente alla Mafia.”

Don Pino Puglisi è una delle tante vittime della mafia:

“Era il 15 settembre 1993, il giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno. Era bastato un click, un solo colpo alla nuca, e Brancaccio era tornata a loro…”

È importante sottolineare l’aspetto pedagogico di questo libro, che tecnicamente percorre le orme del precedente Di famigghia. L’intento dell’autrice, che, come detto, di professione fa l’educatrice, è quello di raccontare la verità sulla mafia anche ai più piccoli.

I dettagli dei vari momenti storici legati a Cosa Nostra, la sua evoluzione nel narcotraffico e il suo insinuarsi nelle istituzioni, sono elementi che vengono narrati in modo chiaro, netto, inequivocabile.

Avendo parlato con Catena di persona, posso dire che l’incedere della sua scrittura ha in sé la cadenza della sua terra. È un moto scandito e certo, che non lascia spazio a fraintendimenti ma che si lascia leggere e comprendere persino da un mondo ancora ingenuo e fresco come quello dei bambini.

Come si spiega a un bambino il mondo? Come si spiega che la magia dei giochi, a un certo punto, si troverà ad affacciarsi su realtà distruttive di quel senso di umanità che parrebbe loro scontato?

Anche in questo, apprezzo l’autrice e la sua volontà di insegnare quella parte di storia che, tragicamente, contraddistingue il nostro Paese. Tutto.

C’è la mafia e c’è l’atteggiamento mafioso. Sono due aspetti connessi, e certamente sono uno la conseguenza dell’altro. Catena Cancilleri mette in evidenza proprio questo aspetto, quella forma mentis che dà il via a tutto il resto e che un po’ ci definisce come popolo. E se spesso assistiamo, soprattutto in questo periodo, a insegnamenti di odio e pregiudizio, un’educatrice che ha scelto la via della giustizia, e dell’educazione alla giustizia, è un grande conforto per il futuro.

D’un tratto, nel libro, si parla di donne di mafia. D’un tratto, Cosa Nostra, indebolita dagli arresti di capi illustri, si trova a dover ripiegare sulle donne di questi capi illustri:

“Era un’altra mafia quella che si profilava agli inquirenti. Pensavano di doversi “scontrare” con degli uomini e invece, invece erano delle donne quelle che gestivano i nuovi mercati criminali.”

È incredibile come, le competenze, anche nell’ambito del malaffare, a un certo punto, debbano evolversi, incocciando nella necessità di emancipare “quel gentil sesso a cui tutto si poteva dire, tranne che fosse veramente gentile”.

Anche questo aspetto importante delle “quote rosa”, all’interno di Cosa Nostra, viene reso da Catena in modo chiaro, soprattutto in linea con una didattica che vuole essere sincera e paritaria, pure nella divisione di colpe.

Il libro parte da Buscetta, passa per Riina, per Provenzano; affronta la Strage di viale Lazio, a Palermo. Ripercorre gli anni successivi all’omicidio del Prefetto Alberto dalla Chiesa, sino al Maxi-processo di Palermo dove, dopo l’omicidio del Giudice Chinnici, entrano in scena Falcone e Borsellino.

Leggo il racconto intitolato “Discorsi” e la commozione sale, per quell’enorme, ennesima ferita che distrugge la speranza: la Strage di Capaci:

“Non era la mafia ad averli traditi, ma lo Stato! Uno Stato corrotto e colluso! La Basilica di San Domenico, nel cuore della Palermo vecchia, era gremita di gente. Quello spazio spettava solo alla gente onesta che, assieme a loro, per l’ultima volta, avrebbe stretto in un caldo abbraccio quel padre, quel generale, quell’uomo di Stato.” 

Catena ci racconta anche storie nelle storie, per esempio quella di Franca Viola, prima donna in Italia che rifiutò il “matrimonio riparatore”. Franca Viola aveva diciassette anni quando, in accordo con i genitori, decise di denunciare il suo rapitore e stupratore, capo mafioso, invece che accettare di sposarlo.

Il nostro codice penale conteneva l’Art. 544 che diceva: «Per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530, il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali».

Dopo 16 lunghissimi anni, l’articolo 544 del codice penale sarà abrogato con la legge 442 del 5 agosto 1981; solo nel 1996, per merito del coraggio di questa giovane donna, lo stupro venne riconosciuto in Italia non più come delitto alla morale ma finalmente come reato contro la persona.

Insomma, molti aspetti della mafia vengono affrontati da Catena nella sua silloge di racconti “Barricate”, insieme ad avvenimenti tragici frutto di un sistema mafioso che ha più volte messo in ginocchio la sua terra, e che più volte si è colluso con le istituzioni.

Un libro che insegna e che tiene vivi ricordi dolorosi. Soprattutto in questo momento dove la memoria pare perdere, a livello sociale e politico, ogni significato, l’esistenza di autori che aiutino a ricordare è una grande ricchezza.

Complimenti a Catena Cancilleri e a Nulla Die edizioni per la pubblicazione di un libro necessario.

 

Patrizia Ciribè