Mappamondo

Partendo da un atteggiamento molto in voga nell’ultimo periodo, che ha amplificato la sua voce attraverso le politiche di Governo, vorrei affrontare oggi queste due mentalità opposte.

Entrambi i concetti partono dall’esaltazione di un pensiero per certi versi riduttivo; un concetto che vuole, attraverso l’esacerbata celebrazione di un’identità, denigrare il contesto a essa esterno.

Poiché non ho mai creduto nell’allineamento a qualcosa di definibile attraverso canoni e dogmi, ma anzi ho sempre pensato che il modo migliore per delineare un pensiero libero sia evitare di uniformarsi, entrambi questi atteggiamenti, per quanto mi riguarda, sono l’esaltazione di un limite.

Se il nazionalismo esalta il concetto di Nazione, determinando una sorta di chiusura arroccata su sentimenti sciovinisti, l’esterofilia simpatizza esageratamente con ciò che non appartiene al proprio contesto.

Quanto al nazionalismo, non voglio farne una questione politica che spingerebbe, inevitabilmente, il ragionamento sino alla Rivoluzione francese, per approdare a quel tipo di nazionalismo volto a esaltare l’identità nazionale e la politica di potenza, e che contribuì allo scoppio del primo conflitto mondiale.

Vorrei analizzare entrambi questi atteggiamenti che, pur essendo in qualche modo opposti, si assomigliano in quella forma di chiusura verso ciò che non li contempla.

Se per esterofilia si intende quell’esagerata attrazione verso tutto ciò che si pensa e su come si conduce la vita all’estero, con il nazionalismo si esalta un’identità direi patriottica del proprio pensiero.

E sebbene estero e Nazione permangano su territori ovviamente differenti, il vuoto che si crea al di fuori di entrambi i concetti è una forma di chiusura; la negazione di un apprezzamento globale che non dovrebbe conoscere confini.

Mi è capitato recentemente, per lavoro, di conoscere persone che in ogni conversazione abbia scambiato con loro -che operano anche negli Stati Uniti pur essendo italiani- non hanno mai dimenticato di denigrare l’Italia e gli italiani, esaltando quel concetto astratto di “estero”.

In questa denigrazione del nostro Paese c’era sempre una forma di rigetto, un dissociarsi da comportamenti etichettati come “italiani”, volto all’autocelebrazione della propria, presunta differenza.

Inutile, forse, specificare come quei comportamenti siano stati i medesimi coi quali queste persone si sono, al fine, distinte. Inutile per il mio ragionamento che, se in questa conferma trova anche quella dell’assurdità di certe chiusure che pretendono di apparire aperture, trova anche il consolidamento alla teoria del complesso.

C’è sempre un complesso di fondo quando ci si chiude e c’è anche quando, con l’illusione di aprirsi a idee esterne, nasce un pregiudizio.

Ciò che determina il pregiudizio è sempre un pensiero limitato; ciò che determina la pretesa di comprendere e abbracciare solamente ciò che non ci appartiene culturalmente è il complesso di inferiorità.

In ogni atteggiamento mentale che sia contraddistinto dal rigetto di qualcosa, e dall’esaltazione di un concetto denigratorio, giace non solo arroganza, soprattutto ignoranza.

Io credo che non ci possa essere libertà di pensiero né quando ci si chiude a qualcosa, né quando, con l’illusione di innalzarsi, si offendono le proprie radici.

Quello che l’uomo tenta di fare sempre, anche quando millanta la propria apertura mentale rigettando ciò che lo compone per nascita, è innalzare dei muri.

Quello che l’uomo nega, trincerandosi dietro prese di posizione che crescono sulla denigrazione di qualcosa, è il flusso continuo dell’umanità.

In ogni forma di snobismo, che magari pare un’innocua posa, cresce un complesso di inferiorità.

Persino davanti a persone che si dipingono come realizzate, e lo fanno denigrando costantemente i propri avi e ammirando ciò che di fatto non li compone, non posso che individuare una mancanza di autostima.

E pure davanti al fanatismo di chi enfatizza la sua appartenenza geografica io vedo quel complesso di inferiorità che è sempre latente quando una voce parte dall’arroganza.

Non posso che citare questo bellissimo pensiero di Hermann Hesse che racchiude il mio sentimento verso ogni mentalità fondata sull’intento di dividere:

“Nonostante il tenero amore che nutro per il mio Paese, non ho mai saputo essere un grande patriota né un nazionalista. E ben presto è nata in me una diffidenza verso i confini e un amore profondo, spesso appassionato, per quei beni umani che per loro natura stanno al di là dei confini. Col passare degli anni mi sono sentito ineluttabilmente spinto ad apprezzare maggiormente ciò che unisce uomini e nazioni piuttosto che ciò che li divide.”

Patrizia Ciribè