Mose-Frida-Kahlo Mosè o Nucleo solare, 1945 – Frida Khalo

“Intorno a noi si vedono delle cose che nella mia mente suonano come già sentite. Come un’eco lontana di qualche cosa che si sta avvicinando. C’è una violenza, adesso, nelle persone che da tempo non rilevavo intorno a me. Io sono stata una richiedente asilo. Asilo che mi è stato rifiutato, con le conseguenze: Auschwitz. Io sono stata una con i documenti falsi, clandestina sulle montagne. Quindi conosco quelle storie personalmente, conosco come si sta, come si è, come si cerca di farsi accettare là dove si spera di trovare la salvezza. Quindi come faccio a non notare quell’indifferenza quando un barcone si rivolta e muoiono 200 persone nel Mediterraneo? Persone di cui non si saprà mai il nome”.

Oggi parto da queste parole. Mi sono imbattuta in esse per caso e leggendole ho provato dolore.

Sono parole di Liliana Segre, senatrice a vita e reduce dell’Olocausto.

Non bisogna dare per scontato il fatto che ogni civiltà maturi lo stesso senso di accoglienza e umanità. Mi è anzi capitato di conoscere una persona che al collo portava la Stella di David e commentava con molta chiusura le recenti ondate migratorie.

Come sempre, in ogni ambito della vita, ci sono menti illuminate, persone che viaggiano su livelli alti di comprensione della vita -e quando ci si imbatte in loro, bisogna assolutamente cercare di imparare qualcosa- e altre che non hanno quella profondità.

Ma quello che sempre più cerco di imparare guardando la vita degli altri, studiandone i moti interiori, è di lasciare spazio a un antico sentimento, misto di consenso e comprensione, che credo fermamente viva nell’uomo così come la violenza e l’indifferenza.

Credo che tutto questo ci componga per retaggio e anche per reiterazione ciclica e generazionale. Quindi il mio intento è sempre quello di coltivare ciò che ritengo universalmente giusto, come il sentimento della misericordia umana.

Quando uso il termine “misericordia” automaticamente ritorno a quel po’ di educazione cattolica che ho nel mio bagaglio personale, e non posso che collegarne il suo significato ai molteplici insegnamenti che la religione vorrebbe impartire.

Il passo è breve: subito penso a quelle persone che conosco e che frequentano con convinzione la chiesa. A quelle che hanno una fede cieca che spesso ho desiderato avere io stessa, poiché la mia, invece, è malandata e, come per tante altre cose, sempre costellata di dubbi.

Mi rammarico di constatare che sono più frequentemente quelle stesse persone a disattendere qualunque senso di misericordia.

Le ho viste pregare durante i funerali, i matrimoni o quelle rare funzioni cui ho partecipato. Le ho viste inginocchiarsi a terra; prendere l’eucarestia; consegnare i propri cari, agghindati di veli e odorosi di incenso, a dio. Li ho visti scambiarsi il segno di pace con un convincimento quasi teatrale. Convincimento che, insieme a tutto il resto, subissa quasi sempre ogni antica malinconia cristiana.

Poi le ho viste uscire ed essere solamente gente. Gente piena di rancore, di sentimenti di rivalsa e di convinzioni pregne di razzismo. Le ho viste essere né più né meno come tutti quegli esseri umani che vivono la propria vita pensando che le proprie, piccole cose valgano quanto la vita di altra gente.

È questo che mi ha procurato dolore, il fatto cioè che non vi siano priorità universali, valori così talmente intoccabili da oscurare tutte quelle piccolezze di cui è fatta la nostra vita.

Preparano i loro figli alla vita, li infiocchettano di sacramenti che, alla fine, non significano niente. Convogliano ogni energia nel raggiungimento di piccoli obiettivi che paiono oscurare quell’unico valore umano che dovrebbe essere la vita.

E allora mi sono domandata, pur conoscendo la risposta, come mai la frequentazione religiosa valga così poco; come mai secoli trascorsi a dispensare insegnamenti, che dovrebbero avere di base proprio l’accoglienza per i più deboli, non siano valsi a nulla.

E la risposta non è nella religione. Ma nell’uomo.

La religione è quel pretesto con il quale ci si vorrebbe sentire migliori, liberati con la confessione da quell’acredine che si estende al di fuori dal proprio piccolo mondo. Da tutti quei sentimenti pregni di pochezza e inciviltà.

Ed è forse una cattiva notizia quella che dovrebbero dare in chiesa: che né la confessione, né l’eucarestia liberano dall’odio le persone.

Capisco che sarebbe comodo, liberatorio anche, potersi ripulire ogni volta dai limiti di un’anima sciatta. Ma non è così: nessuno può nulla sulla nostra anima, sui nostri piccoli sentimenti. Nessuno a parte noi stessi.

E se un dio ci fosse da qualche parte, se quella voce che costantemente sussurra quello che si dovrebbe essere per aspirare a un po’ di umanità, appartenesse a un essere soprannaturale, certamente tutto quello spettacolino di genuflessioni, strette di mano, e braccia allargate, in questo mondo malato di egoismo e indifferenza, gli suonerebbe fasullo. Perché fasullo, è.

Quello che sa fare l’uomo è dividere. Dividere le differenze; dividere le classi sociali; dividere le persone in meritevoli ed emarginabili.

E in questo ritorno al razzismo, in questa legittimazione alla discriminazione c’è sempre il desiderio di eliminare quello che viene percepito come debolezza, ma che è invece la forza di una società.

La forza della società sta nel suo essere disposta ad accogliere quelle differenze che rendono l’uomo straordinario. In questa pericolosa tendenza a voler confutare la teoria dell’unica razza, perché di questo si tratta, si torna a una pericolosa ignoranza.

Forse siamo ancora un paese libero se il senatore Pillon può affermare, senza tema di ritorsioni, che obbligherà le donne a partorire; che renderà il matrimonio indissolubile.

Il problema della democrazia è proprio questo: che può essere messa talmente in discussione da implodere lentamente, senza quasi che ci se ne renda conto.

Senza rendercene conto, il Comune di Genova, in stato di allerta dopo la morte di quarantatré persone nel crollo del Ponte Morandi, ha istituito il registro delle famiglie tradizionali.

Ecco cos’è la democrazia: un valore che può essere quotidianamente rosicchiato senza che gente libera, e convinta di non dover dare nessun contributo per restare tale, se ne avveda.

Una frase come quella di Pillon suona quasi buffa. Ho provato a dirla in presenza di altre persone e tutte hanno riso. Hanno riso come per sottovalutare la portata di questi ideali. E intanto lui presenta una riforma che ri-vittimizza la donna; che di fatto impedisce a tutte quelle che si sono dedicate unicamente alla famiglia di separarsi dal marito. Marito che potrebbe essere violento.

Ed è strano come la visualizzazione delle conseguenze di certi progetti mentali porti sempre là, dove i deboli non hanno voce.

E quando una società divide, tende ad abbassare il volume delle rivendicazioni d’uguaglianza, sembrerà a voi tranquilloni uno dei classici falsi proclami. Invece no, invece si chiama attentato alla democrazia.

Quando potete discriminare le persone, o tentare di farlo, ad alta voce, non si tratta di libertà ma di attentato alla democrazia.

Patrizia Ciribè

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