social-media-marketing-image

Prendiamo atto di un cambiamento generazionale nella gestione dei rapporti affettivi primari, al pari di ogni altra relazione personale che contraddistingua l’ambito sociale della gente.

Ne prendiamo atto perché esprimere un giudizio vessante, per quanto sia opinabile il modo con cui certi legami vengono ormai messi a nudo nei modi più disparati, sarebbe semplicistico.

Il tutto è iniziato con un’innocua celebrazione e condivisione della propria quotidianità. Il mezzo social si è reso disponibile come elemento alternativo alla solita telefonata, ai messaggi, all’invio di fotografie o video tra privati.

È stato, probabilmente, il passo successivo ai forum: ambienti virtuali, solitamente monotematici, in cui si espongono le proprie opinioni, i gusti, le esperienze, nel merito di un preciso argomento.

Se faccio un passo indietro potrei identificare nell’off topic una delle cause scatenanti il desiderio di esibire se stessi. Come tutti saprete, all’interno di un forum, l’off topic rappresenta una sorta di ammonizione e viene rivendicata dai gestori del forum nei casi in cui gli utenti vadano fuori tema.

In effetti, andare fuori tema rappresenta spesso quella sorta di confidenza che si acquisisce dopo un periodo di tempo in cui, agevolmente, si stanzia in qualche luogo. Il desiderio, cioè, di svariare dal contesto, indugiando su un terreno più personale.

L’avvento dei social, cui antesignano per me fu My space, ha regalato la possibilità di aprire, a molti dei contatti acquisiti in un determinato contesto monotematico, il proprio mondo personale, rendendolo virtualmente frequentabile.

In questi anni, abbiamo intessuto rapporti virtuali che sono spesso sfociati in amicizie vere e proprie. Alcuni si sono addirittura sposati dopo essersi conosciuti sull’web, altri hanno trovato il modo di esprimere se stessi andando oltre una sorta di timidezza che era per loro difficile vincere nella vita reale.

Ci siamo anche illusi che certi rapporti potessero, senza una conoscenza personale, consolidarsi, guadagnando un valore molto simile a quello delle “amicizie reali”.

Per certi versi abbiamo rispolverato quella forma, divenuta obsoleta, di corrispondenza che una volta era rappresentata dallo scambio di lettere. Infatti, io credo fermamente non sia tutto da buttare in questo circo virtuale; per quanto mi riguarda, almeno, ho potuto spesso dar libero sfogo alla mia annosa passione per la scrittura, attraverso fiumi di mail e di pensieri che, prima delle mie pubblicazioni, restavano nel privato dei miei scritti.

Ma una cosa, secondo me, non avevamo messo in conto: l’enorme limite che è dato dall’impossibilità di tradurre in emozioni reali quei surrogati di relazioni che, esattamente come le parole, volano via.

Se questo ha scoraggiato generazioni come la mia, ormai vicine al mezzo secolo di vita, evidenziando, a un certo punto, i bug del sistema virtuale e ridimensionando quei rapporti che non si sono mai evoluti in nulla che prevedesse una personale conoscenza, non ha fatto altrettanto con le nuove generazioni.

Quest’ultime, infatti, quasi nella loro totalità, invece di utilizzare il mezzo per mantenere quei rapporti, seppur superficialmente, o facilitare uno scambio con quelli reali, hanno cominciato a individuare in questo mezzo la vita.

La rivendicazione della propria ribalta è ormai un leitmotiv nella vita di molti. Assistiamo quotidianamente a coppie che si scambiano auguri di anniversario su Facebook pur abitando nella stessa casa; a vere e proprie cronache di rapporti sentimentali, che vengono descritti in tutte le loro tappe e commentati come se non fossero appartenenti a qualcuno.

Assistiamo alla crescita dei bambini, all’esposizione mediatica di minori non solamente con il desiderio naturale di condividere la propria felicità, ma pure con quello teatrale di creare un personaggio, attribuendo loro pensieri e intenzioni che i nostri genitori mai avrebbero pensato potessimo avere quando eravamo solo dei bambini.

Assistiamo alla messa in scena di emozioni che, dopo pochi anni, si sfracellano come le macchine in un incidente. Eppure li avevamo visti e celebrati più virtualmente che nella vita reale. Avevano fatto un rumore talmente assordante, che il silenzio successivo, quello scaturito dalla debacle di quelle unioni, tutto sommato è passato quasi inosservato.

Come se la vita non stesse più nella verità di quello che davvero compone un rapporto ma nell’esaltazione di quel rapporto medesimo, pure se poi tracimerà emozioni sgradevoli.

E quel suo frantumarsi al suolo della vita vera è talmente insignificante che quel nuovo volto che compare sul profilo, la nuova coppia che sostituisce quella vecchia, mette tutto a tacere, persino il ragionevole disorientamento che dovrebbe sopraggiungere.

Ho visto gente che si amava e giurava su Facebook amore eterno, riamare eternamente qualcun altro. Oddio, io sono una talmente pessima fisionomista che talvolta neppure mi sono accorta di tali cambiamenti!

Ma comunque sono talmente numerosi quelli ormai convinti che certe regie folli della vita privata, palesate con annunci a caratteri cubitali, regalino veridicità alle stesse, che qualcuno, naturalmente, ne trae profitto.

Abbiamo assistito a questa esposizione mediatica prima del figlio e poi della coppia oggi denominata Ferragnez. La farsa è stata talmente suffragata dai media e dai consensi, o dissensi, della gente che neppure ci facciamo la vera domanda.

La vera domanda non è quanto guadagnino costoro e neppure se siano reali i sentimenti che li legano.

La vera domanda è: in quale dimensione vivranno i quasi cibernetici figli di questo parto mediatico?

Tra vent’anni, se sarò ancora viva, avrò interesse per quello che il baby Ferragnez sarà diventato e con lui tutti quei bambini pompati da questa macchina composta da enfatizzazioni vuote di qualunque reale riscontro.

Sono curiosa di sapere il destino di queste intelligenze artificiali, nate nell’artifizio e cresciute a suon di ostentazioni, prima che i loro sentimenti e le loro passioni potessero concretizzarsi realmente, in quella cosa obsoleta chiamata esperienza reale.

Patrizia Ciribè