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Ormai è diventato inevitabile far udire la propria voce attraverso slogan ed etichette. Sono rari i soggetti che dicono qualcosa di originale, personale, risultato di un ragionamento svincolato dalle solite frasi standard. E, come se non bastasse, ogni ragione o torto di qualcuno è diventato il modo per fare di ogni argomento il pretesto per tifare, esattamente come allo stadio.

Il dolore è diventato uno strumento di propaganda, un modo per palesare le proprie convinzioni. Gli stupri, in primis, sono divenuti la materia prima preferita dai coltivatori d’odio. Non si guarda neppure più se qualcuno sia colpevole o solamente indagato, le due cose, ormai, sono considerate la stessa.

Quindi, lo stupratore, o presunto tale, non rappresenta più quel mondo maschile e retrogrado, violento e perverso di cui la donna, da sempre, è vittima, ma la dimostrazione di un concetto d’odio che è ormai necessario per avvallare le convinzioni comuni.

Non si sente mai una forma di solidarietà per la vittima, ma certamente un clima d’odio per quel colpevole che, qualora incarni il nemico attuale, lo straniero di colore, conferma una disumanità che, in qualche modo, gli è ormai stata attribuita.

Eppure, viviamo in un Paese dove le vittime femminili di stupri e omicidi, da parte di carnefici italiani, non fanno neppure più notizia; però, se lo stupro viene imputato allo straniero di colore, è la riprova che questi, nella sua generale appartenenza etnica, non possa essere considerato umano.

Come se la razza non fosse una solamente, quella umana, e come se questo non fosse di per sé sufficiente per dipingere parte di questa come violenta, perversa, oppressiva.

Eppure, da che mondo e mondo, l’uomo ha vessato la donna nei modi peggiori possibili. Risale solamente al 1981, grazie al caso di Franca Viola, l’abolizione, dal nostro ordinamento giuridico, della legge sul matrimonio riparatore, che condonava ogni sopruso commesso ai danni di una donna in caso di matrimonio con la stessa.

Pensate un po’, l’uomo rapiva una donna, la segregava, la violentava, poi la riportava ai genitori e, sposandola, cancellava ogni abuso compiuto. Erano maschi bianchi, nostri connazionali, cittadini accettati dalla legge italiana e considerati comunque appartenenti alla razza umana.

Possiamo andare indietro nei secoli e le donne hanno sempre subito dagli uomini ogni genere di vessazione. E continuano a subirla anche oggi, quando decidono di lasciare un uomo perché violento o quando, semplicemente, non lo vogliono più e, legittimamente, decidono di scaricarlo. Ma no, c’è ancora quell’uomo che non ci sta. Generalmente, il vile, stermina la famiglia e poi si uccide.

Mi sono sempre domandata perché non possano, certe persone, uccidersi prima di privare della vita qualcun altro. Ebbene, la risposta sta nell’esasperazione di quell’ancestrale seme di violenza che, ancora oggi, alberga in certi individui maschi.

Il bisogno di predominare, di prevaricare, di controllare la vita di una donna, umiliandola, stuprandola, uccidendola, è inutile che ci giriamo intorno: è tutto maschile. Non africano, maschile. Di certi maschi. Magari fa più piacere credere che la provenienza etnica, una differente cultura, possano influenzare un istinto. La verità è che questa forma mentis è tipica di quegli uomini che non si sono mai liberati del più antico dei sentimenti: il desiderio di supremazia sulla donna.

È incredibile come, per avvallare il proprio credo politico, persino quegli uomini che un tempo, in uno stupro, erano pronti ad analizzare la responsabilità di quella donna incauta che girava in minigonna, di sera, da sola, oggi siano i primi a denunciare quella violenza, senza dimenticare di ribadire la provenienza etnica del violentatore. Questo, ovviamente, se il boia non è un individuo socialmente accettato e dalla pelle bianca.

In quel caso, tutto il risentimento precedente decade, per lasciare spazio a quel garantismo legale che ha sempre, certamente un senso.

Nel caso Yara Gambirasio -la ragazzina della provincia di Bergamo, violata e uccisa nel 2010- l’uomo di origini marocchine, regolare operaio con lavoro in Italia e permesso di soggiorno, Mohammed Fikri, vide la sua vita andare in frantumi, con un accanimento mediatico durato quattro anni. Le motivazioni suffragate dall’opinione pubblica, come sempre impegnata nella flagellazione senza né prove, né condanna, riguardavano quasi sempre la sua etnia.

Il vero colpevole venne assicurato alla giustizia nel 2014 e condannato all’ergastolo in via definitiva tre anni dopo. L’uomo è un bianco, italiano di nome Massimo Bossetti.

È interessante, avendo seguito un pochino il caso e i commenti dell’opinione pubblica, verificare come la sua italianità o, come abbiamo imparato a dire dai film americani, la sua appartenenza caucasica, non siano mai state considerate aggravanti. Eppure, il nostro è un Paese dove stupri, omicidi efferati, abusi reiterati sono ormai all’ordine del giorno e, nella maggioranza dei casi, i carnefici sono maschi bianchi.

Talvolta, sono persino ragazzini, figli di famiglie per bene; adolescenti che bevono, si drogano, aggrediscono una vittima e la violentato a turno, magari filmandola con i loro smartphone di nuova generazione.

Mi rivolgo alle donne che stanno leggendo: quante volte, in una tavolata, parlando di reati quali uno stupro, in presenza di maschi, avete dovuto sentire le loro illazioni rispetto alla validità di un sì detto troppo tardi; oppure di un abbigliamento discinto; di un atteggiamento provocante che avrebbe potuto creare fraintendimenti?

Quante volte avete udito questi maschi, uomini comuni, vostri amici, gettare la croce su una poveretta, lasciata a rimettere insieme i brandelli della sua vita nell’angolo buio di una strada, cercando nella condotta libera di questa donna un motivo per quella violenza?

Per anni abbiamo sopportato questa mentalità, la convinzione, cioè, che possano esservi delle attenuanti a uno stupro, giustificazioni per un reato che, da sempre, è considerato minore dagli uomini.

Improvvisamente, però, quegli uomini oggi gridano “allo stupro”. Improvvisamente lo stupro diventa il loro primo pensiero. Un reato che sino a poco prima rientrava a malapena nell’offesa alla dignità, oggi è l’espediente per la coltivazione d’odio così tanto in auge al momento.

Ed è interessante realizzare che l’uomo italiano è tra i primi turisti sessuali nel mondo; è tra i maschi che più difficilmente accettano di essere mollati da una donna; è spesso nelle pagine di cronaca nera proprio per quel suo essere maschio, violentatore, violatore, prevaricatore.

Le popolazioni africane, che hanno subito quattro secoli di schiavitù; i cui discendenti hanno trovato in voci onorevoli come quella di Martin Luther King la possibilità di vedere riconosciuti i propri diritti civili, dovrebbero capitolare proprio qui, in Italia.

Tutto questo ha purtroppo un senso, lo ha storicamente, lo ha geneticamente, soprattutto per un popolo che è stato sotto il fascismo per oltre vent’anni. E cos’è il fascismo se non la coercitiva pretesa di eliminare la diversità dalla vita sociale?

Non voglio neppure cadere in banalità quali il colore della pelle, do per scontato il fatto che l’italiano sia meglio di così.

Ma la diversità è invisa a questo popolo. È un elemento che, quando va bene, è stato tollerato. La tolleranza non rappresenta mai un vero senso di civiltà.

La tolleranza è la falsità perbenista di un popolo ignorante. Non è umanità, non è accettazione disinvolta e naturale di ciò che distingue gli individui. È un sentimento di sopportazione che rimane sopito e che, in momenti come questo, storicamente ciclici, con i bene placido degli indifferenti, si trasforma in odio.

Patrizia Ciribè