1C3CAB24-E56B-4AD6-8429-44EF152105CF (Selfie con ponte crollato)

A una settimana dal crollo del ponte Morandi di Genova, direi che abbiamo visto e sentito di tutto.

Come era prevedibile, questo genere di tragedie servono sempre a qualcuno per un po’ di propaganda elettorale gratuita e a qualcun altro per cercare il pelo nell’uovo di quella campagna, ed esternare la propria faziosità.

Prima, in ordine, arrivano i proclami di solidarietà, di senso del possesso per la città sede della tragedia, e poi è tutto un additare e strumentalizzare ogni cosa.

Il problema della politica è che non ha quasi mai un po’ di dignità; non ha né buongusto, né umiltà. Nessuno di quelli seduti su qualche poltrona, o aspiranti a sedersi da qualche parte, può rinunciare alla possibilità di utilizzare una tragedia per il proprio tornaconto.

Ma la cosa più destabilizzante è che la campagna elettorale, ormai, coinvolge attivamente anche gli elettori, tutta quella schiera di teste che giornalmente perseverano nell’ostentare una conoscenza che non hanno e la volontà di affermare il proprio pensiero (sia chiaro, non escludo, da questo atteggiamento, nessuna delle attuali appartenenze politiche). E lo fanno con ogni mezzo, senza rispetto né per le vittime, né per i loro cari.

È la vuotezza dei falsi proclami, dell’ostentazione di un dolore che non può essere paragonato a quello di chi, certe cose, le ha vissute. Ma, anche qui, nasce una sorta di arroganza, la convinzione, cioè, che il lutto riguardi tutti e non solamente chi, in quel crollo, ha perso i propri cari.

L’ho sperimentato su me stessa quanto poco le persone se ne stiano davanti a cose che non conoscono. Quanto abbiano sempre cose da dire, proclami da fare, anche entrando nel merito di un tumore che non hanno mai avuto. Hanno avuto una ciste e si paragonano a chi ha avuto un carcinoma. La verità è che raramente la massa ci sta a rimanere indietro, persino se si parla di tragedie; persino davanti a una malattia.

Ebbene, io non mi sento di dire che ero su quel ponte; che sono in lutto anch’io; che è come se un po’ fossi morta quel giorno. Non me la sento per rispetto a chi è morto davvero e a chi è rimasto a piangere qualcuno. Eppure, Genova è la mia città natia, mia madre è genovese, i miei nonni lo erano. Tutti noi abbiamo percorso quel ponte una quantità infinita di volte.

Ma credo ci voglia un po’ di umiltà, anche nel sostenere il dolore di qualcuno; la capacità di farsi da parte e ammettere che, se non hai perso la vita e se nessuno di quelli che ami è morto, allora non sei parte attiva di quel lutto.

Dobbiamo imparare a solidarizzare senza egocentrismo; senza pretendere di essere al centro di qualcosa che non possiamo conoscere. Imparare a lasciare spazio ai protagonisti di un dolore, a partecipare a un lutto senza appropriarcene.

Ho letto un po’ di tutto in questi giorni: “Se non sei genovese non puoi capire”; “Siamo morti un po’ anche noi su quel ponte” e vari altri proclami che trovo aberranti. Mi domando perché sia così difficile fare un passo indietro, evitare di paragonare il proprio, legittimo scoramento con un dolore vero, lacerante, quello, cioè, di chi non ha visto i propri cari tornare a casa.

Sembra un modo per solidarizzare ma è solamente una forma di egocentrismo che ormai dilaga un po’ ovunque, persino in situazioni di morte e malattia altrui. “Quante, patetiche manie di protagonismo proliferano fra la gente”. È una frase che mi gira in testa da giorni, accompagnata da un’avversione costante verso tutta questa abominevole retorica.

Ma la gente non limita lo scatenarsi incivile del proprio ego. Oltre a tutto ciò, si prodiga in cerca di vecchie affermazioni di schieramenti politici avversi; si improvvisa tecnico, avvocato, patetico poeta dell’assurdo. E girano poemi strappalacrime pregni di una frustrazione che si trasforma in rabbia generalizzata, priva di qualunque fondamento, utilizzata per inutili guerre sui social.

Quello che mi chiedo sempre quando scrivo è se sono sincera. Ciò che sta alla base di un pensiero onesto è, innegabilmente, la propria onestà, la consapevolezza di non utilizzare quello scritto asservendolo ad altro. Mi chiedo poi se potrei limitare quelle parole all’essenziale, a ciò che conosco veramente, a ciò che ho toccato con mano.

Ed è per questo che c’è chi scrive per onestà e chi lo fa impropriamente e per esibizione: perché l’esibizione, così come l’abuso di un mezzo, non si ferma davanti a una porta chiusa su ciò che non sa. L’esibizione apre quella porta e continua a parlare del nulla; continua, perché non ha rispetto per un mezzo sacro che, per gestire, è necessario saper utilizzare.

Per questo detesto la retorica di certi scritti, la scorretta dietrologia, l’incapacità di fermarsi davanti a quel che non si conosce: perché ciò che attrae la massa è proprio l’ampollosa esternazione di emozioni sentimentali che non contengono l’essenza di un sentimento vero. Perché, per provare un sentimento, per essere parte di qualcosa, è necessario sapere. Ma si sa quanto il sapere abbia perso la sua attrattiva davanti alla facile ostentazione della vanità. Una vanità che calpesta il dolore vero e pretende di appropriarsi di ciò che non le compete.

Ho letto fiumi di parole, di frasi sterili, patetiche. Ho visto la condivisione di immagini puerili che pretendono di racchiudere cordoglio in una misera vignetta che vorrebbe essere solidale. La pochezza di una sintesi vuota, priva di sostanza, scevra di intelligenza e spessore.

In questi giorni ho desiderato che i social non esistessero, che si potesse tornare a quando la gente aveva mezzi limitati per esternare la propria pochezza. Perché, se da sempre credo che non sia colpa del mezzo il fatto che chi lo usa non ne sia in grado, credo altresì che i danni causati dall’utilizzo irresponsabile e stupido di qualcosa, possa solamente nuocere alla coscienza comune.

Già, perché ora la gente è convinta che la solidarietà si esprima attraverso la condivisione pubblica del proprio potenziale; che i propri pensieri, persino se limitati dall’incapacità di riflessioni adeguate, abbiano un peso e una qualche necessità di essere espressi.

Non c’è stato un solo momento di rispetto, di vero rispetto. Nonostante il clamore, le esternazioni rumorose e scomposte, nessuno è stato in grado di rispettare il vero dolore; l’unico dolore: quello degli affetti di chi è morto.
Non esiste dolore comune, città che non molla, che si rialza, che non si piega. La verità è che gli unici piegati e distrutti sono quelli che hanno perso qualcuno sopra a quel ponte. Sono loro a ritrovarsi soli con il proprio dolore, nelle case con le stanze vuote, senza i figli, i nipoti, gli amici. Sono quest’ultimi che non torneranno più e non c’è, in questo, possibilità né di rialzarsi, né di ripartire.

Ma è talmente strepitante questo delirio di onnipotenza popolare da convincere gli spettatori di avere un ruolo attivo e predominante. Un ruolo che abbia diritto di esprimersi attraverso una magniloquenza becera e priva di contenuto.

Quando le persone soffrono -non la moltitudine, ma determinate persone-, bisogna solamente fare un passo indietro; partecipare a quello scoramento silenziosamente, senza pretendere né di esternare, né di sentenziare. Ci sono eventi nella vita che riguardano unicamente chi li ha vissuti. Ciò che sarebbe auspicabile è un’intelligenza comune, una coscienza umile e dignitosa.

E, torno a dire, quando mancano le parole adatte, quando manca la profondità per provare veri sentimenti, e non enfatiche prostrazioni nate dall’autosuggestione, è meglio tacere. Perché non so se sia peggio l’indifferenza di alcuni o la pochezza di un messaggio che, davanti a un’immane tragedia come questa, non può che suonare idiota.

Genova si risolleverà. I parenti e gli affetti delle vittime, no. Iniziamo a rispettare questa differenza.

Patrizia Ciribè