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Eccoci qui, con un’estate tardiva e intervallata da varie perturbazioni, sulle spiagge italiane. Comincia l’immersione nei discorsi della gente e nelle loro strane abitudini.

Per chi, come me, vive al mare, e ama passare del tempo in spiaggia, ma allo stesso tempo è animato da uno spirito per certi versi eremitico, è possibile adottare degli stratagemmi.

Il mio preferito è munirmi di cuffiette e arrivare al mare insieme agli anziani, in quelle ore in cui la gente più molesta giace a letto, ancora incastrata nelle lenzuola.

Ma questo metodo di isolamento non garantisce di osteggiare gli spaccamaroni che, attenzione, sulla spiaggia danno sempre il meglio di loro.

Sono anni che lo dico, la dimensione della spiaggia è un po’ come quella della home di Facebook: puoi vedere di tutto, anche cose che mai avresti immaginato esistessero. La cosa peggiorativa della spiaggia, rispetto al social network, è che non si può levare il volume.

Mentre puoi scorrere la tua home senza sentire nulla –grazie al cielo- delle canzoni condivise, dei video più aberranti, di quelle terrificanti dirette che, sino a qualche tempo fa, erano diventate virulente, sulla spiaggia l’audio è sempre al massimo.

Il mare d’estate è come un mercato dove la gente, nella sua opulenza, magrezza, bellezza, bruttezza, e in barba a ogni buon senso, dà il meglio e il peggio di sé, senza esclusione di colpi.

E più le ore avanzano verso il momento del pranzo, più la spiaggia trasuda persone che, ogni volta che ti alzi per andare a fare una doccia o un tuffo in mare, fanno come i pani e i pesci e si moltiplicano a dismisura.

Anche le cuffiette hanno i loro limiti: persino se ti spari la musica a palla dentro la Tromba di Eustachio sentirai uno starnazzare scomposto e molesto arrivare dal sottofondo.

Ma la cosa che, più di tutte, condizionerà la giornata in spiaggia sarà la statistica: quante probabilità ci sono che, su una superficie di seimila mq., su cinquanta persone, sparse qua e là, le cinque più fastidiose capitino proprio vicino a te?

Calcolate pure questa probabilità, ma sappiate che, anche se il risultato fosse di una su un milione, la realtà è come un grande magnete che le attrarrà tutte e cinque nel vostro cerchio vitale, a circa un metro dal vostro lettino.

Oggi è stata una di quelle giornate. Vado così, per non farvi sentire soli mentre ripensate alla visione di bocche che mangiano ogni genere di cosa; ai lamenti di mariti alle mogli, di mogli ai mariti; di amiche e amici che si lamentano delle mogli e dei mariti, a raccontarvi dei fantastici cinque che hanno allietato la mia giornata.

I miei auricolari, a un certo punto, si scaricano. Malnata tecnologia moderna che più le cose sono senza fili, più diventano attraenti! Resto così, in attesa che si ricarichino, in compagnia del solo mio libro: amo leggere e ascoltare musica allo stesso tempo, soprattutto quando intorno a me regna il caos.

Rimango quindi con le orecchie nude, inermi rispetto ogni bruttezza acustica.

Toc, toc, toc, toc. Arriva questo battere di sasso sullo scoglio, come un picchiettare isterico, o di bambino capriccioso o di picchio dal becco di pietra. Ma non ci sono picchi in spiaggia, che io sappia (tantomeno con il becco di pietra), quindi propendo per la prima.

La mia Elsa (Morante) mi aiuta ad allontanare quel picchiettare ritmico, regolare, che, tant’è, rapisce qualcosa nel mio cervello, trasformandolo in potenziale violenza.

Il picchiettare si unisce a frasi scomposte, che sembrano quelle che potresti sentire nel reparto psichiatrico di un ospedale:

“Come mai a te non ho mai fatto il solletico? L’ho sempre fatto alla Gaia, al Dani, ma a te mai”.

L’altra, destinataria dell’assurda conversazione, ovviamente non risponde. Fa una specie di grugnito, appena da far capire di essere una femmina: un grugnito “di donna”, diciamo.

“Ecco perché –continua il folle, pur non ricevendo nessun interesse- perché facevi sempre quello che volevo io”.

Quell’io comincia a spadroneggiare nel monologo: “io so bene la grammatica perché alle elementari ero bravissimo; io facevo fare a tutti quello che volevo, e a quelli che non volevano farlo facevo il solletico; alle medie mi hanno detto che tutte le scuole superiori erano uguali, che avrei potuto scegliere quella che volevo, ma io ho scelto il linguistico”. E tuc, tuc, tuc, tuc continua lo spaccamaroni, mentre alla conversazione di lui si aggiunge una voce adulta.

L’uomo decanta l’auto appena acquistata –un suv della Honda (piccolo inciso: ormai la gente ha macchine talmente grandi che la casa e il garage, in quanto a metratura, se la giocano), attenzione, non a chilometri zero, ma appena immatricolato- per la quale ha risparmiato addirittura seimila euro.

“Seimila?”, chiede una voce di donna tra lo stupore e la meraviglia (costei non parlerà più nella nostra storia, farà come l’altra giovane ragazza che scompare dalle scene fingendosi morta).

Al che decido di guardare a chi appartengano codeste voci squillanti e fastidiose, mentre il tuc, tuc, tuc, tuc, continua regolare.

Seduto sullo scoglio c’è un ragazzetto brufoloso con il viso che somiglia a quello d’una cornacchia. La mano nervosa batte un sasso sullo scoglio mentre dice cose che non interessano a nessuno. Infatti, la ragazza di poc’anzi, stesa sul lettino, quella che prima ha grugnito, ora tace. Il padre di lui, che ha la stessa ossatura da volatile della malasorte del figlio, in un accento da lega nord tipico delle nostre spiagge di riviera, comincia a parlare di un paesino dove la gente è molto umana:

“La gente ha un’umanità in quel posto, come mi piace andare lì –probabilmente, penso, il turismo in Liguria riaccende sempre quella malinconia per la gentilezza che non posso che, in parte, comprendere. Sai -non so a chi stia parlando dato che nessuno lo ascolta-, lì, non ci sono gli stranieri, c’è solo gente brava, umana, gente come si deve. Lì, gli stranieri non ci arrivano nemmeno, lì, loro, li fanno camminare come treni!”

Il loro si riferisce alla gente brava di cui sopra. Ma a nessuno interessa né della brava gente, né degli stranieri e il tuc, tuc, tuc, tuc continua regolare come la lancetta di un orologio a parete, acuita dal silenzio della notte.

Ma attenzione, il ragazzino annuncia che andrà a fare il bagno.

“Evviva!”, esclamo ad alta voce, rilassandomi nuovamente sul mio lettino.

Tutto tace intorno a me, finalmente. Anche il padre s’è chetato, forse pensa all’auto nuova, alla brava gente che “gli stranieri col cavolo che entrano”. Tant’è che per un breve, ma intenso, spazio di tempo, tutto si placa.

Ma il silenzio viene infranto da tre nuove voci, di femmine rumorose.

Guardo i miei auricolari e la luce del caricatore è, aimè, sempre rossa.

Intanto le tre ragazze si sdraiano davanti a me. Sono giovani e graziose, e sul corpo hanno una chilometrica circonvallazione di tatuaggi e unghie laccate.

Iniziano a starnazzare cose tipo:

“Raga, si annuvola tutto, belin raga, portiamo sfiga, ogni volta che arriviamo in spiaggia piove!”

Al che penso che, belin davei, sarebbe meglio starsene a casa invece che disperdere la propria iattura in giro per il mondo. Ma comunque, cari i miei lettori, in caso ve lo steste chiedendo, a un certo punto piove.

“Belin, raga, portiamo davvero sfiga!”

D’un tratto, sotto questa nuvola di fantozziana memoria, arriva un tizio –che nei cinque non avevo calcolato- dice cose in uno slang che vorrei tanto riproporvi ma non ne ricordo neanche una. Viaggio sempre con un blocchetto (ho la sindrome di G. G. Marquez -ma senza il suo genio- e mi appunto le cose che scivoleranno via dalla memoria, come fa l’acqua dal vaso bucato) ma aimè non oggi. Ma comunque parla dei seni delle sue tre amiche, facendo loro osservazioni che non capisco se siano complimenti o offese: è uno slang troppo serrato, l’accento è quello del posto, ma francamente sono troppo anziana per cogliere certe sfumature.

Il tizio è un ragazzo che, al pari delle altre tre, ha circa venticinque anni. Sta in piedi vestito, con le fattezze di un grasso pupazzo e quel viso comico tipico di chi è destinato solamente a far ridere le amiche carine. Le intrattiene parlando d’una terza, comune conoscenza che “non ha più tette, tanto è diventata secca, e poi ha dei capelli assurdi!”.

“Già, capelli assurdi”, dice una delle tre. Ma il punto focale della conversazione sono “i seni della secca”. Già, perché una delle ragazze, su Facebook, ha visto un suo selfie, e la tizia pareva avere “due bocce!”. “Ma va -dice lui- abbiamo preso un caffè insieme ieri e di bocce non ne aveva, a parte un brufolo sul naso che stava per esplodere”. Esplode la risata, l’amico, tronfio e soddisfatto, ha fatto ridere le amiche. Vorrei dirgli che tanto non gliela daranno comunque, nemmeno fra un milione di anni. Ma è giusto che impari da solo a chi destinare le proprie attenzioni, magari, per la legge dei grandi numeri, alla “secca senza tette” derisa poc’anzi.

Guardo la custodia dei mie auricolari e la lucina è blu. Sono salva. E il sole torna a splendere.

 

Patrizia Ciribè