231220123

Oggi farò arrabbiare alcuni di voi, lo so. Non importa, perché ogni volta che mi accingo a scrivere il mio articolo, mi riprometto, per prima cosa, di essere onesta. Di dire le cose che penso, pena persino un po’ di risentimento da parte di chi legge. In fondo, se scrivere serve a qualcosa -in un mondo in cui la gente legge quattro parole al giorno, purché siano abbastanza grandi da non affaticare la vista-, è senz’altro a esprimere un pensiero sincero.

C’è questo mondo moderno in cui viviamo, nel quale ci troviamo a disporre di una tecnologia cresciuta in maniera esponenziale; talmente, da lasciarci quasi ignari del suo riprodursi in apparecchiature sempre più sofisticate, che utilizziamo, a tutte le età, quasi come fossimo talmente evoluti da comprenderne lo sviluppo.

C’è un aprirsi di frontiere –oggi sta diventando un chiudersi, ma questo è un altro discorso- che ci porta a contatto con realtà di cui non sappiamo nulla. Di nuovo, raramente ci interroghiamo su qualcosa, semplicemente continuiamo a barcamenarci, schivando gli ostacoli e facendoci poche idee su ciò che veramente accade.

 

Abbiamo le zone ecologiche, lo smaltimento e il riciclaggio di nuova generazione, ma la spazzatura, persino nelle città d’arte, o in posti elitari e turistici della riviera, per qualche strana ragione, si accalca ovunque.

Abbiamo famiglie smantellate, che crescono con fratelli e fratellastri, si adeguano ai nuovi ritmi del nucleo moderno, ma non sappiamo accogliere questa modernità se non per chi riteniamo abile al ruolo di genitore.

Siamo avanti in questo mondo, che, forse, cerca la denuclearizzazione, impauriti dall’eventualità di una guerra, ma anche, costantemente vittime del nostro odio, sul quale quasi mai ci interroghiamo e lo riversiamo addosso a chi riteniamo causa di questo senso di soggezione; di questa nostra incapacità di essere un po’ felici, e godere della vita che abbiamo. Godere del solo fatto di vedere, parlare, camminare. Tutto questo dovrebbe essere moltissimo, ma noi non lo vediamo, almeno sino a che qualcuno non si ammali e inizi davvero a capire cosa siano le difficoltà.

Abbiamo un libero arbitrio, la possibilità di scelte incredibili sino a qualche decennio fa. Soprattutto, noi donne abbiamo possibilità nuove che non riusciamo a vedere, neppure se in mano, in meno di dieci anni, abbiamo apparecchiature che ci consentono cose inverosimili. Perché la modernità della tecnologia non dà contezza di ciò che ci attraversa, e questo, secondo me, è il suo più grande limite.

Continuiamo ad avere orologi biologici, a sentire quel campanellino del tempo residuo, che spesso viaggia più veloce, e con maggior convinzione, del desiderio di maternità. Che oggi latita tra le donne, anche quelle che, questi figli, li hanno voluti, ma di essi si sentono solamente le schiave, detentrici di un’abnegazione forzata che pare ancora quella degli anni ’50.

Sto guardando una bellissima serie tv, di quelle che scuotono l’equilibrio, evidenziando le pecche della società attuale. E in essa riconosco quello stesso tallone di Achille che anima da sempre il mondo, tenendo le donne sotto scacco per scarsa sicurezza, senso di inadeguatezza, carenza di autostima: la maternità a ogni costo.

La serie si intitola Handmaid’s Tale. È costruita in una realtà distopica -che potrebbe ricordare il periodo nazista- dove la Terra, essendo malata, rende le donne sterili. Già, le donne, perché esattamente come nel passato, pensare che l’uomo sia sterile è commettere peccato. Quella ammaccata è sempre la donna, ovviamente. Tutte le donne fertili vengono rese schiave, ma protette da una sorta di gabbia del terrore, affiancate alle famiglie privilegiate per dare loro dei figli.

Ora, come diceva la mitica nonna Terre, riferendosi a qualcosa che accadeva nei film, e che noi ragazzine prendevamo eccessivamente sul serio: “è un cine!”. Però, a ben vedere, pure nella realtà, in questo affanno alla maternità, in questo privilegio, che pare quasi ultraterreno, di procreare, non è mai implicita la scelta più automatica: quella di non farlo. Certo, potrete scegliere di non procreare, ovviamente, ma non pensate di essere viste come donne normali. In molti si interrogheranno: se, guardandovi, vi considereranno troppo bellocce per non essere state in grado di trovare uno straccio di uomo che vi ingravidasse, penseranno che siate delle poverine con problemi di sterilità.

Intendiamoci, nonostante io figli non ne abbia, e non per una privazione divina ma perché, scientemente, ho scelto di non farne, adoro i bambini. Li adoro in quello stesso modo in cui si amano gli esseri incolpevoli, come gli animali per esempio, o anche quelle anime pulite che per qualche ragione, magari pure patologica, hanno mantenuto il candore iniziale.
Ma, guardando sempre molto avanti nel tempo, un po’ per prudenza e un po’ per eccessiva immaginazione, ho avuto chiaro molto presto che, pure Totò Riina, era, a suo tempo, un bambino caro a mamma sua. Quindi, se il vostro intento è quello di salvare il mondo, potreste rimanere parecchio delusi!

Il mio discorso non vuole svilire nulla di questo fantastico mondo dell’infanzia e, men che meno, l’attrattiva verso la sfera neonatale che così tanto accentra su di sé la convinzione di essere donne.
Ma, in questo grande dono celeste della possibilità di essere gestanti della vita futura di qualcuno, è contenuto anche quello di scegliere di non esserlo.

E invece no, il mondo si genuflette davanti al bambino, come fosse ancora quello che dormiva nella paglia, scaldato dal fiato del bue e dell’asinello. I governi intimano la necessità di un aumento demografico (però questionano sulla possibilità di riconoscere la cittadinanza ai nati in Italia da famiglie straniere) come se la civiltà non fosse quella di scegliere se sia il caso di riprodursi, ma di mandare avanti la specie, a qualunque costo.

In tutto questo, vedo un regredire costante, davanti a cotanta modernità, di questi ruoli così tanto preservati dalla convinzione comune; queste donne ancora sole nel crescere gli uomini di casa, marito compreso, salvo poi lamentarsene come fosse un castigo divino.
E allora mi domando: quand’è che sceglieremo sulla base di ciò che siamo, invece che definirci allineandoci alla volontà comune? Quando l’individualità, invece che un gioco di edonismo e vanità, sarà considerata il privilegio di scegliere sulla base di noi stessi? Quando smetteremo di sentire i campanelli biologici e lasceremo che, il desiderio di maternità, arrivi naturalmente, senza accanimenti, o che non arrivi affatto, accettandone l’assenza non come un castigo, o una vergogna, solamente come possibilità di essere altro: noi stesse, magari.

Patrizia Ciribè