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Ho parlato spesso, nei miei articoli, della cultura dell’odio. La cultura dell’odio nasce dall’incultura, dalla mancanza di dedizione per qualcosa di consistente.

L’attrazione verso un tipo di informazione veloce, spizzicata, fatta di citazioni tratte da libri mai letti e titoli acquisiti come fossero verità, è sinonimo di una forma diffusa di arroganza che è quella di pensare di conoscere qualcosa di cui in realtà non si sa nulla.

Avevo già parlato, per esempio, di quella frase, di Dostoevskij, “La bellezza salverà il mondo”  tratta dal libro “I fratelli Karamazov” che in una pubblicità veniva spacciata come affermazione, come pensiero personale del grande scrittore. Chi la citava, non avendo, evidentemente, letto il libro, non sapeva che quella frase era una piccola parte di una riflessione complessa su Dio. Infatti, non era un’affermazione, bensì una domanda sulla sua esistenza e sulla sua capacità di salvare gli uomini da loro stessi.

Ma il fatto è che, alle persone, per essere convinte di sapere, basta pochissimo: le immagini di un matrimonio per sapere se gli sposi sono felici; una frase citata, con la foto dell’autore, per conoscere la sua bibliografia e, più grandemente, il suo pensiero; il titolo di un articolo per comprenderne il contenuto; le disavventure di un personaggio per essere edotti sulla sua vita.

Questo meccanismo di fasulla erudizione, sia su argomenti di spessore che su altri più frivoli, porta la gente a una forma di presunzione che, se per certi aspetti, ispira pure compassione, per altri è molto pericolosa.

Per esempio, in occasione dei matrimoni Reali, o di quelli di personaggi più o meno noti, si notano sull’web strani campanilismi tronfi di un’ostentata conoscenza, basata sui rotocalchi. Migliaia di persone si accapigliano per sostenere le ragioni di uno o dell’altro, suffragate dall’espressione di pareri ai limiti della follia. Pareri che si fondano su ciò che si è letto in giro, su impressioni che, enfatizzate, diventano certezze, e infine conoscenza di quei personaggi come fossero amici o parenti.

Le fazioni si scontrano su questo o quel componente della famiglia Reale, parteggiando per l’uno o per l’altro sulla base di convincimenti assurdi, basati sul nulla. Stessa cosa nelle separazioni di coppie famose, si materializzano chilometri di post che esprimono solidarietà all’uno o all’altra, come se, quelle ragioni ostentate, fossero fondate su una conoscenza profonda di quelle persone e della loro vita.

Sino a qui, per quanto, certamente, in tutto questo si racchiuda l’emblema di una carenza di contenuti che caratterizza la nostra epoca -nonché una preoccupante frustrazione personale-, questi fenomeni di “culto del nulla” sono tutto sommato innocui.

Il vero problema è ciò che accade quando la presunzione di conoscenza di un fatto, o dei personaggi coinvolti, diventa un metodo per esprimere quella frustrazione in un odio estremo, distruttivo. Mi viene in mente la recente morte di Anthony Bourdain, compagno dell’attrice Asia Argento.

L’uomo, personaggio popolare e chef di successo, si è suicidato. Sull’web si è scatenato un linciaggio che, come bersaglio, ha scelto la compagna di lui: Asia Argento per l’appunto.

Ora, io di questa storia non so nulla, non sono un’appassionata di gossip e mi interessano personaggi perlopiù sconosciuti. Di certo, però, quando mi imbatto in commenti così laceranti, che approfittano delle debolezze di qualcuno, mi interrogo sia sulla natura di tutto quell’odio che sulla mancanza d’etica di chi lo esprime.

Ricordo anche il linciaggio di quella mamma che dimenticò la bambina in auto, causandone la morte e ogni genere di accanimento che, invece di essere comprensione delle umane miserie e debolezze, diventò esaltazione di una rudimentale pochezza.

Come in ogni società cattolica è sempre più spesso la donna a essere presa di mira e qui vige un retaggio che difficilmente ci scolleremo di dosso. Di fatto, la donna che denuncia dà sempre più fastidio e forse, nel caso di Asia Argento, il suo coinvolgimento nel caso Weinstein, la forza netta con cui ha reso pubbliche quelle molestie, ha minato ancor di più un’immagine, di per sé, già controversa.

Non so dire perché la forza sia vista come una colpa e perché certe fragilità, del tutto umane, diventino il viatico per la distruzione pubblica di qualcuno. Di certo, so che l’odio denota sempre una piccola mentalità che si fonda, senza tema di smentita, su un’informazione superficiale e su una presunta, personale onniscienza.

La gente legge robe di sfumature di grigio e rosso e poi cita Tolstoj, il tutto decontestualizzando frasi che, da sole, servono solamente come auto compiacimento; come esternazione di qualcosa che si è convinti di sapere, esattamente alla stregua di emozioni altrui che non si conoscono ma che ci si arroga il diritto di descrivere come fossero le proprie.

E il mondo va avanti a slogan, a frasi di rito, dietro una finta conoscenza fatta di scarne nozioni, che esprimono qualcosa di cui, in realtà, non si sa nulla.

Perché leggere le trecento pagine di un classico quando su internet se ne trovano le citazioni? Perché esimersi dal colpevolizzare una donna, quando su internet abbiamo immagini di lei tossica, ammaccata, disastrata?

Così ragionano i cultori dell’odio e delle citazioni sterili. Gente che, aimè, poi vota e si riproduce.

Patrizia Ciribè

 

 

 

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