gallery_fun-miss-havishams-on-the-tube-drama-3 (Invasione di mrs Havisham -C. Dickens- a Londra)

È periodo di matrimoni sul pianeta Terra. Gli amori trovano il loro coronamento nella liturgia, anche per quelle persone che non mettono un piede in Chiesa da quella volta in cui presero la Cresima.

Quasi nessuno sceglie il matrimonio civile, considerato troppo semplice, breve, forse non abbastanza vincolante. Eppure, sono proprio gli articoli del Codice Civile a sancire il vincolo matrimoniale.

Ma non sottilizziamo. Nonostante, in generale, la gente sia spesso incapace di assumersi un impegno, anche il più piccolo, è invece pronta a giurare davanti a Dio cose indicibili.

Per esempio, ho sentito donne, nella vita abituate a camminare sopra la testa di chiunque, promettere di assoggettarsi al marito e riverirlo per l’eternità; uomini, totalmente incapaci di assumersi la minima responsabilità oltre ai due mesi di tempo, giurare eterno amore e fedeltà. E il tutto senza nemmeno ridere, ma anzi contriti in un’espressione solenne e commossa, talmente credibile da meritare l’Oscar.

Lasciamo poi perdere il velo bianco, simbolo di purezza, e, al contempo, i bambini, già in età scolare, che portano le fedi dei loro genitori sino all’altare.

Insomma, io con queste “robe di Chiesa” non ci trovo mai il verso: i divorziati sono banditi, scomunicati, ma quelli che si presentano con i figli già belli e confezionati, invece, sono accolti e benedetti.

Sono storie che sfuggono alla mia comprensione quindi, come disse mio padre da bambino, quando sua madre cercava continuamente di convincerlo a farsi prete: ”Basta chiacchierare di preti!”.

Intorno al matrimonio, e non solamente quello religioso, ruotano tutta una serie di usanze tribali che non posso che definire raccapriccianti.

Per esempio, vogliamo parlare del lancio del bouquet? Allora: persino alla soglia del Duemilaventi, in questo rito arcaico, tutte le donne che non sono sposate si raccolgono intorno alla sposa per contendersi quegli stramaledetti fiori.

La scena è la metafora di un antico retaggio che andiamo ad analizzare: la sposa, fortunata per essere riuscita ad accaparrarsi uno straccio di uomo con cui mettere su famiglia, lancia alle poveracce che ancora sono sole -oppure accompagnate a qualcuno che cercano invano di convincere a inginocchiarsi davanti a una folla festante per chiederle in moglie (questo è un altro agghiacciante rito tribale che ho già affrontato nel mio articolo “Il matrimonio moderno come modo per scongiurare l’anonimato” http://www.isavona.com/2017/10/03/il-matrimonio-moderno-come-modo-per-scongiurare-lanonimato/)- il suo mazzo di fiori. La più motivata -che neppure il ricevitore più bravo della Major League riuscirebbe a eguagliare-, ovvero quella che riuscirà ad accaparrarsi il sospirato bouquet della sposa, si sposerà entro l’anno.

Una donna sana di mente si sottrarrebbe a tutto questo, pure si vergognerebbe a lottare per strappare quel trofeo-della-scongiurata-zitellaggine dalle mani delle contendenti. Saprebbe che, soprattutto nel mondo attuale in cui a trent’anni la maggior parte delle ragazze l’hanno regalata a ogni uomo possibile, quel bouquet, in realtà, porta una sfiga tremenda! Infatti, quando il recalcitrante fidanzato guarderà la donna che dovrebbe sposare, mentre lotta come neppure Ringhio Gattuso a centrocampo, la mollerà alla prima occasione.

Ma, le donne che si assoggettano a questo genere di barbarie, non si raccontano mai il reale motivo della rottura. Prendono a pretesto ogni genere di diavoleria, ma nessuna di loro dirà la verità: “Guarda, mi ha vista mente tiravo una ginocchiata a sua cugina, per strapparle i fiori dalle mani, e si è preso paura”.

Però, l’usanza tribale, di quelle riguardanti il matrimonio, che credo sia la più avvilente è l’addio al nubilato.

Una volta, ovviamente, non esisteva. Era l’uomo che usciva con gli amici, si sbronzava, approfittava del meretricio offerto dai partecipanti e se ne tornava a casa pronto per immolarsi a quella specie di sacrificio umano che era il matrimonio.

In pratica, sposarsi rappresentava per la donna la botta di culo più eclatante della sua vita e per l’uomo un atto doveroso, alla stregua del richiamo alle armi; una di quelle cose dalle quali vorresti esimerti ma che, per essere accettato dalla società, non puoi svicolare.

Si spera che l’evoluzione porti sempre la gente a livelli più alti di consapevolezza; a ricercare le motivazioni di certe scelte non nei cliché sociali ma in sentimenti onesti mossi da quell’abnegazione naturale e spontanea che si chiama amore.

Col tempo, evolvendo la società, divenendo il matrimonio qualcosa di facoltativo, qualcosa di cui si può tranquillamente fare a meno senza incappare in giudizi vessanti, sarebbe stato naturale che il rito dell’addio al celibato venisse meno. E non solo per una presa di coscienza, in merito alla possibilità di scegliere o meno questo vincolo, pure perché la fedeltà non dovrebbe riguardare solamente il matrimonio ma tutta quella parte di vita comune che comincia agli albori di un rapporto.

In un mondo in cui è possibile stare soli senza essere additati, non ha senso legarsi a qualcuno senza rispettare quella monogamia che, tacitamente o meno, ci si promette sin dal principio. Questo, a meno che i due adulti della coppia non scelgano comunemente di impostare il loro rapporto su premesse differenti, comunque accettabili se rese note reciprocamente.

Ma invece no, nonostante il consolidamento di quella cosa denominata “libero arbitrio”, non cade in disuso l’addio al celibato: nasce l’addio al nubilato!

Come sempre, non sono le cose peggiori a lasciare il passo a quelle migliori ma il contrario. Non sono gli uomini a nobilitare se stessi attraverso la perdita di antiquati usi, ma le donne a scimmiottarli.

Così, siedi la sera a un tavolo con gli amici e vedi cortei di ragazze capitanate dalle designate spose. Generalmente, queste ultime, hanno in testa un velo e un’aureola fatta di piccoli falli di gomma. Cercano in ogni modo di divertirsi, di festeggiare degnamente l’addio a quel nubilato che sino a poche ore prima detestavano, preparandosi a immolarsi sull’altare del matrimonio.

Magari, sono io a detestare questo genere di strane aggregazioni di sole donne o soli uomini, così come odio tutte quelle aggregazioni che hanno come scopo qualcosa di ipocrita. Ma credo che, in fondo, provare a comportarsi sposando unicamente cose che abbiano quel po’ di profondità data da pensieri non vincolati a ogni sorta di cliché, darebbe aria nuova anche ai discorsi fra la gente.

Discorsi in cui la bontà è rappresentata da comportamenti che dovrebbero essere considerati nella norma; in cui le scelte diventano motivo di lamentela cinque minuti dopo averle fatte; in cui i matrimoni sono la festa dell’ostentazione più becera e quasi nulla c’entrano con il senso e lo spessore di una vita comune tra due sposi.

Vedi queste file di ragazze che in ogni modo cercano attenzioni tra la gente, trasformando qualcosa di privato, interiore, personale in una pagliacciata tristissima, come quei circhi poveri dove non va più nessuno.

E io, sempre, mi domando: perché, donne, non vi sottraete a tutto questo? Perché non cercate qualcosa che vi rispecchi, che dia un taglio agli stereotipi e riveli qualcosa di voi e ciò che provate?

Perché, intendiamoci, se quel che provate è questo, lo trovo davvero molto deprimente e non so se sia per quei cosetti rosa di gomma che vi si muovono sopra la testa o per ciò che dovrebbero rappresentare!

Patrizia Ciribè

 

 

 

 

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