02_En-visite-Alberto-Savinio-1930- Alberto Savinio, “In visita” (1930 – olio su tela)

«Non è che siano cattivi. Non conoscono la vita», da “Suite francese” di Irène Némirovsky.

Oggi voglio partire da qui, da questa frase che trovo così vera, così tanto esplicativa della natura di ogni prevaricazione umana.

Vorrei esaminare quella sorta di stratificazione, non solamente legata a una differenza sociale ma soprattutto a un concetto di inconsapevole fortuna e incoscienza. Perché la fortuna ha questa brutta caratteristica di capitare senza al contempo dare uno schiaffo in faccia a chi la riceve, in un modo quasi sempre silenzioso e incapace di farsi notare.

È per questo che, molti dei riceventi la buona sorte, pensano sia qualcosa di naturale, un diritto dovuto che, se ad altri non è stato dato, è perché non lo meritavano altrettanto. Insieme alla fortuna di nascere in un posto invece che in un altro; di avere persone che ti rendano facile la vita; risorse familiari che ti permettano di muoverti con agilità in una direzione professionale, non arriva mai anche un secchio di acqua gelata che scuota quei sensi sopiti e abituati ad avere ogni cosa.

Molti di voi mi potrebbero chiedere cosa mi importi di questo meccanismo che, a ben vedere, è tipico della vita. Voglio dire, tutti noi sappiamo che le differenze quasi sempre nascono a monte, proprio laddove l’acqua esce e prende una direzione invece che un’altra. Quindi si, sono consapevole di questo, e pure di porvi una questione di lana caprina, ma procedo comunque, soprattutto trovandomi spesso davanti all’inconsapevolezza di troppe persone.

Credo, forse ingenuamente (di certo banalmente), che un conto sia avere cose che si sono guadagnate con il proprio sudore, e un altro sia riceverle come un’investitura. Ma, soprattutto, ciò che fa la differenza persino nelle posizioni più privilegiate, sia proprio l’incapacità di accorgersi della loro natura fortuita.

Ho sempre pensato che, per una sorta di strano equilibrio, il padre divino di tanti figli, fra i quali molti di loro inetti e stupidi, abbia stabilito un equilibrio per cui, di tante pene universali, molte siano state gettate sulle spalle dei più capaci; forti; in grado di sobbarcarsi le difficoltà. Ai figli scemi, quelli protetti dal genitore divino (potete chiamarlo Dio, se avete fede, o in qualunque altro modo), invece, è stato dato un percorso facile.

Il problema nasce quando la via facile, quella lastricata di possibilità, non è segnalata. Voglio dire: se una curva è brutta qualcuno avrà di certo messo un cartello cinquanta metri prima, ma, se è bella dritta, nessuno dirà nulla, e, un’autista su tre, nemmeno si accorgerà di averla percorsa.

Chi vive costantemente in curva dovrà imparare da sé come affrontarne le asperità; avrà maturato un intuito e strumenti per schivarle o affrontarle. Ma, coloro i quali avranno l’appoggio di qualche risolutore, penseranno alla fine di avercela fatta da soli. Non solo, persino penseranno di aver affrontato grandi difficoltà.

Questa è una cosa che mi fa accapponare la pelle: non posso farci nulla ma, davanti a questo genere di ignoranza, quella che riguarda la propria competenza, mi indigno.

Perché mi indigno? Perché credo che il contatto con la realtà sia l’unica cosa determinante per il mantenimento di un equilibrio sociale e, tutto questo rivendicare diritti da parte di chi, di fatto, ne ha già moltissimi, ricevuti gratuitamente, è parte del problema del nostro mondo.

L’idea comune di fortuna è legata solamente a eventi straordinari, fenomeni isolati che capitino a qualcuno in maniera estemporanea. Ma io non credo molto a quella fortuna; o meglio, ci credo nella misura in cui si manifesti, ma, certamente, le si adduce un senso eccessivamente realistico, che, di fatto, non ha. La fortuna reale è quella che determina una sorte sulla base di un indirizzo di nascita: mentre il colpo di fortuna è qualcosa di eclatante, che per forza colpisce con il suo manifestarsi, la vera fortuna, quella che condiziona un’esistenza intera, finisce per essere scontata e dovuta.

Da questo genere di buona sorte, infatti, nascono lo snobismo, l’ingratitudine, l’arroganza, la presunzione, e tutte quelle caratteristiche che hanno generato spesso categorie di persone che, della boria, hanno fatto il proprio stile di vita.

Mi capita di frequente di trovarmi davanti il privilegiato e constatare quanto questi sia al contempo ignaro d’essere attore di un’immeritata condizione. Non solo, anche di farsi beffe e schernire l’altrui indigenza, come fosse un disvalore proprio della persona e non dell’iniquità sociale. Mi succede, data la mia professione, di parlare di case e individuare in questo elemento, così tanto essenziale, la pretesa di un riscatto sociale: come se il piccolo borghese pensasse d’essersi evoluto acquistando quattro muri in un posto invece che in un altro e il ricco possidente considerasse la propria evoluzione come un fatto acclarato, conseguente dal proprio patrimonio familiare.

Questi non sono valori propri della persona, ma solo inerenti uno stato sociale che, di fatto, da un punto di vista morale, non significa niente. E neppure significa niente in considerazione di uno spessore personale che non cresce se non foraggiato da un comprensione totale della vita.

Mi viene in mente Lev Tolstoj. Come tutti saprete, è stato uno dei romanzieri e filosofi più importanti dell’Ottocento. Forse non tutti sanno che era un uomo di nobili origini, proprietario terriero, con alle proprie dipendenze una schiera di servi della gleba. Erano tempi in cui quello stato era simbolico di una comune normalità, così come oggi  lo sono altre assurdità che vengono recepite ordinarie sulla base dell’ignoranza epocale. Ma era, quest’uomo, talmente consapevole della propria posizione privilegiata; della casualità di una fortuita condizione sociale; così in contatto con un senso preistorico della vita, che visse un costante contrasto interiore sul quale fondò le lotte per l’emancipazione di una categoria all’epoca priva di diritti. Si calò in quella loro vita grama, persino davanti agli sguardi stupiti di quella stessa gente che voleva aiutare verso un riscatto. E se è eclatante il suo impegno sociale, il suo prodigarsi per i meno fortunati, lo è forse meno, come vistosità, ma non certo, per me, come valore, la sua immensa consapevolezza.

Certo, direte, una mente tanto illuminata non avrebbe potuto che avere tutta quella contezza, ma non crediamo mai che essa sia scontata, infatti, la maggior parte della gente, per quanto intelligente e mediamente colta, è quasi sempre inconsapevole sia rispetto alla propria fortuna, che all’altrui sofferenza.

Per questo ho esordito con questa citazione: “Non è che siano cattivi. Non conoscono la vita”, perché l’ignoranza sulla vita magari può non essere sinonimo di cattiveria. Di certo, merita quella sorta di condiscendenza che, generalmente, si riserva ai bambini, o agli stupidi.

Patrizia Ciribè

N.d.R. L’immagine dei miei articoli, quasi sempre un dipinto, ha un nesso profondo, talvolta impercettibile, con il loro contenuto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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