32950817_10156304813724242_7415556659142983680_n “Stradario genovese” di Domenico Ravenna (edito Gammarò edizioni)

In un pomeriggio di sole, intervallato da nuvole che corrono veloci, strane ramate di pioggia e caldo a momenti alterni, al Palazzo Ducale di Genova, ho assistito alla presentazione di un libro di poesie.

Non sono poi così tanti i poeti genovesi, e anche meno sono quelli che hanno scritto proprio di Genova, ricercando nella sua struttura così arroccata e quasi tesa a nascondere il cuore di ogni cosa, il motivo di un decantare. È emblematico che, uno dei poeti che hanno espresso al meglio tante delle caratteristiche dello spirito assai essenziale, e pure un po’ schivo e parsimonioso nell’esternare il proprio sentimento, di questa città, non fosse ligure ma livornese.

Chi non ricorda i bellissimi versi di Giorgio Caproni, nella sua Litania:

“Genova mia città intera. Geranio. Polveriera. Genova di ferro e aria, mia lavagna, arenaria.

Genova città pulita. Brezza e luce in salita. Genova verticale, vertigine, aria scale.

Genova nera e bianca. Cacumine. Distanza. Genova dove non vivo, mio nome, sostantivo.

Genova mio rimario. Puerizia. Sillabario. Genova mia tradita, rimorso di tutta la vita.”

Ho estrapolato da questo lungo poema -che non a caso si intitola Litania– alcuni versi, tesi a raccontarci l’anima della città in un tributo alla parola Genova, che si ripete come quel mugugno tipico della parlata genovese. La Genova di questi versi era una città molto diversa da quella di oggi; la fotografia che emerge dal poema di Caproni, per quanto descrittiva di un carattere stringato e molto animato, restituisce un mondo che, in parte, si è allontanato dal nostro di oggi.

Per questo mi piace contrapporre a quei versi, quelli di un poeta di questo tempo.

Ieri, dicevo, ho assistito alla presentazione di un libro di poesie su Genova. L’autore, a me caro per amicizia, e per la sua figura di ottimo relatore in molte delle presentazioni dei miei libri, è genovese.

Della sua città, ci parla percorrendone strade e ricordi. Soprattutto, con quello spirito di agile osservatore, ce ne restituisce un ritratto odierno davvero efficace.

Prima di regalarvi un po’ dei suoi versi vorrei introdurre l’uomo, che è poi ciò che fa il poeta.

Si tratta di Domenico Ravenna, giornalista per lungo tempo, votato alla poesia forse per sofferenza, quella di dover reprimere la vocazione umanistica, e la predisposizione all’uso della parola nel suo senso più denso e artistico.

Ravenna scrive di economia per quasi tutta la sua vita e, come capita spesso a noi autori per vocazione, che ci sostentiamo d’altre cose non legate alla letteratura, i serbatoi, in cui riversiamo e conserviamo la nostra parte creativa, d’un tratto traboccano, dando vita a creature letterarie.

Abbiamo dunque un poeta genovese e iconico di questa città che, se per tanti versi muore un po’ ogni giorno di noncuranza e dimenticanza, vive e resiste in un coriaceo ricordo di ciò che era un tempo. Ravenna incarna un antico sentimento di genovesità che per chi, come me, a Genova vi è nata è facilmente identificabile nel connubio di dignità, acume e saggia ironia. Ma c’è sempre un motivo che conduce ogni poeta, scrittore, cantautore genovese che è quella specie di malinconia che dondola avanti e indietro, tra passato e presente; tra cuore e concretezza; tra tristezza e vigore.

Domenico Ravenna è un uomo di cultura, mosso da una conoscenza profonda della nostra lingua che usa sapientemente, sia nella dialettica che nei versi esteriormente scarni, in realtà pregni d’un ossimoro che chiamerei dolce violenza. C’è una base stabile sulla quale il poeta si muove, che lo conduce con grande coerenza dalle poesie del suo passato nella Val di Vara a quelle di oggi, nella sua Genova dei ricordi e del suo vivere attuale. È quella della tristezza per i legami familiari, dissolti nell’inevitabile ciclo vitale, che oggi si fonde a quella di un’età che avanza e ch’egli percepisce come un tramonto.

NOI VECCHI

Noi, vecchi,

i giorni lunghi nel pulviscolo

di stanze misurate al passo di un bastone

in cima a troppe scale

che separano da figli oggi distanti

ma qui presenti

nei giochi dell’infanzia,

nel riso e nel pianto.

Gente senza volto e traccia

Che passa sotto queste finestre

E poi scompare.

Eppure Domenico Ravenna è tutto fuorché vecchio. Certo, non è più giovane nel senso letterale del termine, ma, come dicevo in un altro mio articolo, la giovinezza è un fatto legato a molti fattori. “Ci vogliono molti anni per diventare giovani” diceva Picasso –che già ho citato in queste sue parole- e ci vogliono una grande sensibilità ed empatia con la propria città per percepire un decadere che non è proprio della persona ma lo è di una cultura, di un luogo.

Domenico Ravenna incarna le membra di un vecchio stanco che guarda il mondo passare e non lo riconosce. Talmente è grande la coesione con quel retaggio, talmente è preistorico il legame con la città di cui è parte che, come una trasfusione, il sangue antico di quell’agglomerato di palazzi, e sassi, e strade, e mare, gli scorre nelle vene, alla stregua di quello dei suoi avi.

C’è in questo una grande poeticità e una capacità di fondersi con il proprio territorio, con quel passato sociale che diventa un tutt’uno con quello familiare.

FIERA

Nel giorno atteso della fiera

San Fruttuoso ritorna una contrada

E le sue strade piazze di mercato.

Scorgerò, in disparte tra la gente,

l’ombra di mio padre.

Giovane la sua età e, io, bambino.

Non sfumare, ti prego, lungo un muro

Ma camminiamo un po’ insieme

Fino al banco dello zucchero filato.

Non ho conosciuto il papà di Domenico Ravenna, ma ho conosciuto la sua mamma. Era una donna gioiosa con una personalità spiccata e un’allegria contagiosa.

Mi sento affine a lui in quel suo essere legato ai genitori, alle radici, elementi che, in ognuno dei suoi lavori, fanno da struttura ossea.

Nelle sue perdite familiari, oltreché in questa città che, cambiando, un poco muore,  è come se tutto un po’ sfiorisse, sfuocasse gli occhi con i perduti affetti e ormai vane speranze. E, il modo con cui queste connessioni descrivono la vita di un luogo così denso di realtà differenti e complesse, è tipico di un’artista vero.

Ma prima di rischiare di attribuire a Ravenna solamente un cordoglio legato alla perdita, troviamo tra le pagine di questa raccolta -intitolata “Stradario genovese”– il Domenico ragazzo e lo spirito giovane di un gesto romantico:

FIORE

Il mio dono sarà un fiore delicato.

L’ho visto spuntare una sera,

era un giorno sul finire dell’estate,

dal muro di cinta di una villa di Quarto.

Un fiore malizioso. Da rigirare fra le mani.

E per te l’ho rubato.

Sono molti gli scorci che potrete trovare in questa raccolta, che è come un ritratto dettagliato dipinto da un figlio per il padre e, al contempo, da un padre per suo figlio.

Patrizia Ciribè