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Sulla home di Facebook mi appaiono spesso link ad articoli su come rimanere giovani in dieci o dodici mosse che, quasi sempre, implicano l’intervento del chirurgo estetico. Alcuni di questi articoli sono condivisi dai miei contatti, altri sono sponsorizzati e dunque imposti dal social network. Ma, qualunque sia la natura del loro palesarsi, mi sono detta che, se la produzione è così elevata, implica l’interesse di qualcuno.

Il fatto che interessino, però, è proprio quello che mi lascia più perplessa, perché un conto è il tentativo di soggiogare le menti, spingendole verso una chimera di perfezione, e un altro è riuscire nell’intento.

Mi piacerebbe che la gente, soprattutto la categoria femminile, smitizzasse certi cliché, che riuscisse a inseguire un’idea di giovinezza legata a una speranza di pulizia e idealismo interiori. Invece, noto che, con più si desidera ringiovanire, con meno interessa farlo mentalmente.

Si desidera fermare il tempo, addirittura mistificarne le fattezze, ma non ci si cura di imparare a entrare in sintonia con i cambiamenti di questo mondo. E, questo strano concetto a senso unico, inquina ogni speranza di un’evoluzione che riguardi la mentalità, il cuore, la disponibilità.

Ma andiamo per gradi: nell’immaginario comune la giovinezza prolungata viene accostata a un’immaturità stonata. Questo, perché la mentalità crea mostri dai quali è difficile liberarsi, uno di questi è la retorica. Dunque, nel banale quotidiano, essere maturi significa allinearsi agli standard sociali; sedersi su una certa monotonia esistenziale e chiudere ogni canale di apprendimento che non sia finalizzato a guadagnare denaro.

Non solo, essere maturi significa porsi al di sopra di ogni naturale riflessione che implichi misericordia verso la malasorte altrui. A pochi è consentito non vedere le differenze tra le persone -quelle etniche, sociali, culturali, di genere- fra questi, gli unici a non sembrare stupidi, mentre restano aggrappati alla propria empatia, sono il prete, il cane, lo scemo del villaggio e il bambino gentile. Tutti gli altri, per dimostrare di essere cresciuti, devono innalzare le proprie esigenze, e quelle del proprio nucleo, al di sopra del resto del mondo.

Sembra strano, lo so, così, scritto nero su bianco, ma, pensare che mantenere uno spirito giovane significhi rimanere dei cazzoni a vita, è il concetto che, da sempre, costringe le masse a rattrappire il proprio cervello. E quella di cazzoni, nella convinzione comune, invece di essere considerata una condizione di irrecuperabile superficialità ed egoismo, dissimula idealismo, irrealtà ed eccessivo romanticismo.

L’altro giorno ero a una mostra di Picasso, al Palazzo Ducale di Genova. Mentre giravo tra le sale dell’esposizione, mi sono imbattuta in una frase appartenente proprio al pittore; indicativa, secondo me, di quanto espresso sino ad ora: ”Ci vogliono molti anni per diventare giovani”.

Va bene, l’artista non era certo un esempio di altruismo ed empatia, soprattutto pensando alla pazzia cui ha spinto ogni donna sia entrata nella sua vita; però, non dimentichiamoci che ogni artista consuma una dose elevata di umanità nelle proprie opere, quindi, senza farci influenzare dal suo eccessivo edonismo, analizziamo questa massima, che ritengo veramente sagace.

Ci vogliono tanto tempo, tanta esperienza, tanto spessore, tanta ricerca, per imparare a essere giovani. Perché l’essere giovani non ha a che fare con l’immaturità, o quantomeno non nella sua accezione negativa; l’essere giovani è una condizione di rinnovato entusiasmo, di una freschezza mentale che può arrivare unicamente con la sperimentazione umana e il rinnovamento.

Non si è giovani davvero quando si ha l’età per esserlo, anzi, è più facile che, proprio in quel periodo della vita in cui tutti ci raccontano quanti anni abbiamo davanti, ci si senta vecchi, finiti, bloccati.

Si è giovani quando, dopo avere un po’ vissuto, si ammetta il proprio cambiamento, si accettino i propri limiti con serenità, si alzi l’asticella delle proprie aspirazioni interiori, soprattutto quelle legate all’abbattimento dei cliché sociali.

Io l’ho sperimentato su me stessa quando, a un certo punto, ho lasciato i miei studi universitari perché sentivo di dover prendere una strada alla svelta; sentivo di non avere tempo, laddove il tempo rappresentava, per me, qualcosa di insormontabile, incomprensibile e insostenibile. Ho ritrovato poi, dopo tante batoste, dopo avere un po’ vissuto, dopo aver rigettato gran parte delle mie vecchie convinzioni, la mia meravigliosa giovinezza interiore.

Che è quella che ti fa ridere di te stessa quando hai bisogno degli occhiali per leggere il bugiardino, o quando vedi una ruga che non avevi, ma ricordi perfettamente da dove arriva e di quanti pianti e risate hai avuto bisogno per crearla dal nulla.

Ma spesso, purtroppo, questa condizione è osteggiata da un’arroganza che è innata nell’uomo; un’incapacità di sbagliare senza rimpianti, di gettare via tutto e ricominciare, solamente perché, farlo, significa scontrarsi con tutto un cumulo di vecchie certezze, che molti preferiscono trattenere piuttosto che crearne di nuove. E, allora, non potrai ridere della tua ruga, né della presbiopia, ma potrai solamente sentirti un vecchio che ha bisogno di una faccia nuova per ringiovanire.

Ma ricordiamoci che, la giovinezza, in barba all’età, è racchiusa negli unici segnalatori di vitalità che possediamo: gli occhi. Per questo ci sono giovani/vecchi e vecchi/giovani: perché, lasciata l’epoca dell’incoscienza e dell’inconsapevolezza, l’unica inesperienza evidente vive proprio nell’esperienza passata, nella capacità di rigettare tutte le risposte.

Ho un esempio memorabile di giovinezza sopravvissuta alla vecchiaia anagrafica: quella di Don Andrea Gallo. Per chi non lo sapesse era un prete comunista; un difensore dei deboli –gli “ultimi” li chiamava; un dissidente clericale e ultimo vero professante del Vangelo come codice di vita, e non come iconografia ipocrita del mondo ecclesiastico. La cosa sorprendente di quest’uomo era il suo idealismo stoico, sinonimo di una giovinezza coriacea, sposato a una saggezza pulita, volta davvero alla misericordia.

Lo incontrai un giorno, mi passò a fianco, mentre parlava con un gruppo di persone. Era un uomo esile, con tutti i segni di una vita scomoda e impegnativa, ma ciò che animava il suo volto era un indomabile ottimismo, quello tipico di chi, nonostante tutto, nonostante le battaglie, ma anzi, proprio in nome di esse, non si arrende e crede nel futuro.

Ecco, io credo che, arrendersi a chi ci martella con sponsorizzazioni di artifizi fondati sull’insicurezza personale, sull’incapacità di accettare il tempo con il suo metro naturale, equivalga a far entrare nella propria vita una vecchiaia irreversibile, l’unica davvero incurabile: quella dell’anima. Del resto, come diceva Bob Dylan, “Essere giovani vuol dire tenere aperto l’oblò della speranza, anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro”.

Patrizia Ciribè