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Chi non ha avuto un amico mitomane? Chi, nell’adolescenza, non ha conosciuto quel coetaneo che le sparava grosse, e si sperticava in panegirici sconclusionati per convincere il prossimo della grandezza delle proprie gesta? Penso che tutti ne abbiamo avuto uno: conoscente, amico, vicino di casa. Per un po’, le sue sparate, ci hanno persino convinto di essere vere; che la nostra vita, tra le mura di una comune normalità, fosse quanto mai banale rispetto alla sua.

Credo che, questa inclinazione a ingigantire le proprie gesta, millantandole a tal punto da finire per crederci, proliferasse proprio in quell’età in cui, allargare gli orizzonti della realtà, sconfinando nel desiderio di avventure, era una delle più grandi debolezze.

Ricordo che, quando eravamo bambini, mio fratello aveva un amico -suo coetaneo- mitomane. Era talmente bravo a raccontare bugie, talmente convincente, da persuadere chiunque di noi della veridicità dei suoi aneddoti. I nostri genitori non vedevano di buon occhio questa frequentazione e non perché ci impedissero di sognare, o di aspirare a grandi avventure, ma perché, nella semplicità della loro vita di giovane coppia, ritenevano, questo mare di fandonie, qualcosa che ci avrebbe allontanati dalla bellezza della  verità.

Credo ci sia qualcosa di davvero grandioso nell’insegnare la dignità della verità, la bellezza di quelle doti naturali e della possibilità di esprimerle senza costruire castelli o prendere scorciatoie.

Il problema con la normalità, con l’umanità e con la vita comune è che in pochi ne colgono il valore e, se un tempo, l’amico mitomane era un caso sporadico, oggi ne siamo circondati.

Questo perché la gente fa sempre più fatica ad ammettere i propri limiti e, invece di raccontare i fatti in modo onesto, senza mistificazioni di sorta, prende la scorciatoia dell’imbellettatura.

Siamo circondati da fenomeni; da genitori di fenomeni; da bambini prodigio spinti sulle griglie di una grande competizione: la vita.

Un tempo, eravamo bambini normali, nessuno ci definiva super intelligenti, più belli, più bravi, più dotati. Eravamo tutti alla stregua di quei quattro marmocchi che giocavano al Pampano nel vicolo sotto casa. Se qualcuno pretendeva di emergere, o si trattava, per l’appunto, del mitomane, oppure del cocco della maestra.

Ma gli splendidi anni Ottanta hanno forgiato una generazione di millantatori, i quali, a loro volta, hanno generato bambini prodigio che, già piccolissimi, aspirano alla supremazia, alla prevaricazione, al bullismo.

Quando una bugia prende piede in una famiglia e, sotto agli occhi di tutti, diventa parte del ménage familiare -assorbita dal contesto con naturalezza- la verità perde il suo peso.

Quella “spinta” che ha portato vantaggi permanenti, celata e travestita da merito, diventa un modus operandi. E, si sa, quanto, per una mente deviata, sia gratificante collezionare delitti; così è per il mitomane che, dopo aver coinvolto la famiglia in quella menzogna, allargherà sempre più il cerchio delle proprie aspirazioni e con esso quello delle menzogne che sarà disposto a raccontare.

Ma perché è diventata così comune la tendenza alla mitomania?

Le bugie che siamo disposti a raccontarci per convivere il più serenamente possibile con ciò che siamo, vengono spesso enfatizzate da chi vive di apparenza. Perché un conto è coltivare la propria autostima e quella dei figli, un conto è pretendere che, quel valore che attribuiamo a noi stessi, diventi qualcosa di assoluto e credibile per tutti.

In questo mondo, dove le apparenze sono il pane quotidiano della maggioranza, ci troviamo spesso davanti a mitomani consolidati che spacciano per vere cose impossibili da credere; che finiscono per credere a quelle cose, rendendosi sempre più infelici e frustrati. Già, perché persino il mitomane è destinato a ricordare sporadicamente il seme di quella bugia!

La voce fuori dal coro è quella di chi rifiuta di assecondare questo gioco malato, ma ho sperimentato di persona quanta considerazione porti fingere di credere a qualcosa che sai benissimo non essere vera.

È un po’ come una sorta di misericordia che si accorda a chi necessiti di credere a ciò che dice; a chi, per esempio, sia certo della propria equità, persino davanti a evidenti e oggettive disparità. A chi confezioni il resoconto di un fatto e venga a esporlo con una strana luce negli occhi, quella di chi ti implora di credergli. E chi sono io -mi sono detta più volte- per rigettare le tue convinzioni? Se vanno bene per te che ci devi convivere, figurati a me che danno potranno mai fare!

Ma il punto è che latita fra la gente quella sorta di meravigliosa consapevolezza – “contezza” la chiama Marcello Fois, il più grande scrittore italiano vivente (questo, per me che non sono nessuno, ma che, qualche libro, negli anni, l’ho senz’altro letto). È  come una soglia che varchi a un certo punto della vita, quando realizzi che la verità -il dolore al fianco; la mano santa che ti si poggia sulla guancia struccata, su un seno che è stato malato- è l’unica cosa che valga davvero la vita.

Ché, la vita, se la guardi sentendoti umano, miserabile quel tanto che basta e unico in quegli sprazzi di bellezza, è l’unica cosa davvero sensata. L’unica che, con le sue scomode verità, possa davvero insegnarti chi sei quando, nudo di tutti gli espedienti, i ripieghi, le scappatoie, sarai persino capace di volerti bene.

Patrizia Ciribè

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