munch-separazione-1896-oslo-munch-museet Munch, Separazione 1896

Spesso mi domando cosa sia veramente importante per le persone. Cosa spinga in avanti la vita e con essa la motivazione di ognuno. Perché quel che vedo appare dall’esterno cosa di poco conto, come una sorta di continua distrazione da se stessi, che, da fuori, non sembra neppure così divertente, né adiuvante.

Mi sembra che, in fondo, tutto quello di cui vive la gente sia una specie di strano sostentamento che non ha a che fare con nulla di preciso, ma più che altro corrobori strane convinzioni di onnipotenza.

Stamani mi imbatto in qualcosa che avevo scritto l’anno scorso, dopo aver letto un racconto di Cechov: uno di quelli irrinunciabili. Cechov era uno di quei sensazionali russi che avevano risposte anche a domande future. Ma aveva di diverso, dai grandi esistenzialisti, un meraviglioso senso dell’umorismo, figlio, in realtà, di una profonda tristezza sociale -non è un caso se Paolo Villaggio trasse il suo personaggio più noto, Ugo Fantozzi, proprio da letture come questa.

Credo fortemente che non ci possa essere una grande felicità –né un’accettabile conoscenza- senza una grande sofferenza generazionale; e, soprattutto, che non vi sia possibilità di entusiasmo per la vita senza dar peso alla tragedia dell’uomo.

Milan Kundera scriveva “La guerra può esistere solo nel mondo della tragedia: fin dall’inizio della storia l’uomo non ha conosciuto che il mondo tragico e non è capace di uscirne. L’età della tragedia può aver fine solo con una rivolta della frivolezza”.

Credo che si sia esagerato con la frivolezza. Conoscendo un pochino Milan Kundera, so che la frivolezza cui alludeva nulla ha a che fare con l’indifferenza che oggi sostiene la vita della maggioranza. Lo scrittore, infatti, ha viaggiato sempre nell’interiorità cercando la leggerezza dell’anima, in contrapposizione con uno stato di pesantezza esistenziale che è ormai obsoleto per la maggior parte della gente.

Spesso mi domando se ancora qualcuno soffra per amore; se, mentre qualcuno soffre per il padre di tutti i sentimenti romantici, qualcun altro capisca quel dolore.

Mi domando: di tutta quella sofferenza sentimentale che, nel corso dei decenni, ha riempito pagine di libri e pellicole di film, qualcosa è rimasto anche nella vita vera? Perché quel che vedo è un mondo dove tutti sembrano refrattari a qualunque dolore, desiderosi solamente di lasciarsi tutto dietro o, peggio, sotto, schiacciato dal peso di stupidi passi verso il niente universale.

L’anno scorso scrivevo: “Il racconto di Cechov “L’uomo nell’astuccio” è la dimostrazione di come, anche cent’anni fa, la presa di coscienza personale coincidesse, per alcuni, con la comparsa di uno stato d’ansia patologica che oggi chiamiamo “attacco di panico”. Di come, cent’anni fa, però, si potesse pensare di morire dal rimorso, dalla vergogna.

C’è qualcosa di elevato nel morire di vergogna, anche in un racconto; anche solamente per il fatto di averlo pensato e reso credibile. Pensare che, arrivando a un momento cruciale, nel quale l’uomo scopra di avere sempre sbagliato, egli muoia per il tormento, è dare senso alla tragedia. Il fatto di non possedere più tragedia nelle nostre vite, o di possederla al punto da ignorarla considerandola normale, è il male del nostro tempo. Dove si sopravvive a tutto e dove, nemmeno l’amore, è più un buon motivo per soffrire. Bisogna a ogni costo vivere e, per farlo, si finisce per guardare in una sola direzione, quella che ci consente di non pensare a nulla, se non a noi stessi.

Allora, in questo mare di tangibile indifferenza, mi domando: chi, oggi, si ammalerebbe per la vergogna? Chi sarebbe così devastato da un rimorso –per qualcosa che oggi considereremmo una banalità- da morirne?

La letteratura, quella delle più grandi narrazioni, è piena di uomini che sopravvivevano alla guerra ma che morivano di tristezza. Di donne che compivano vere e proprie odissee, ma si ammalavano d’amore tanto da morirne”.

Rileggendo le mie parole, vecchie di un anno, continuo a trovare in me quel senso di smarrimento per la perdita di quei grandi sentimenti. Sentimenti che sembrano ormai caduti in miseria, soppiantati dal bisogno, che contraddistingue il nostro tempo, di non soffrire, se non per quelle cose che, della vita, rappresentano la parte più becera.

Di quelle grandi sofferenze, vedovanze, attese, non c’è più traccia alcuna. E come può sopravvivere un senso di perdita senza l’ausilio di sentimenti basati sull’eternità?

E come può attraversarci un dolore, per cose che accadono al di là della nostra conoscenza, se la tragedia ha, nelle nostre vite, le ore contate; se l’unica necessità è quella di liberarsi dei residui di vita passata, di quel tempo fatto a brandelli, sfruttato solamente per dimenticare chi eravamo?

La tragedia umana è tutta lì, sulle panchine di un parco; tra vino nel cartone; mani sporche di una vita grama; sogni infranti, affogati negli occhi vitrei; rassegnazione e disperazione. Oppure in quello che ci siamo dimenticati di noi stessi, che eravamo nati per conoscere l’amore e la sofferenza, per sopravvivere alla tragedia e reinventare la vita.

Ma ricordiamocene, di tanto in tanto: è proprio quando la tragedia ha perso il suo peso, la sua importanza, che tornano, tra gli indifferenti, le più terribili minacce ai diritti civili. E mentre l’uomo volta pagina, e vuole solamente dimenticare, si affacciano nuovamente gli orrori del pregiudizio che, indisturbato, prolifera nei cuori dimentichi di cosa sia la sofferenza.

“Ne venne un suono crudo e terrificante, indescrivibile. Ma, in realtà, non era un suono. Nulla. Era il suono del silenzio assoluto. Un silenzio che gridava e gridava in tutto il teatro, costringendo il pubblico a chinare il capo come sotto una raffica di vento. E quel grido racchiuso nel silenzio, mi parve il medesimo grido di Cassandra, quando vaticina l’odore di sangue nella casa di Atreo. Era il medesimo grido selvaggio con cui la fantasia tragica ha marcato la prima volta il nostro senso della vita. Il medesimo lamento puro e selvaggio sull’inumanità dell’uomo e sull’inutilità degli sforzi dell’uomo. La parabola della tragedia, forse, è intatta.” (G. Steiner, Morte della tragedia, 2005)

 

Patrizia Ciribè
N.d.R. L’immagine dei miei articoli, quasi sempre un dipinto, ha un nesso profondo, talvolta impercettibile, con il loro contenuto.