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Il “Ciclo interviste d’autrice” esordisce all’interno di questa rubrica con un’interessante chiacchierata, quella con Ludovico Paganelli, autore del romanzo d’esordio Il seme della violenza. Il libro, edito da Mondadori, uscirà in libreria il prossimo 17 aprile.
Onde evitare la sorte del noto giornalista Giovanni Minoli –e con tutte le più ovvie proporzioni del caso-, il quale, dopo aver promosso un servizio sulla società Luxe Vide di Matilde Bernabei, all’interno del suo programma “Faccia a faccia” su La7, è stato lungamente criticato per non aver specificato che la signora è sua moglie, metto le mani avanti e dichiaro che il nostro ospite di oggi è mio cognato!

Ma prima di partire con una serie di domande, e relative risposte, penso di fare cosa gradita ai lettori dando qualche cenno biografico dell’autore:
Ludovico Paganelli nasce a Milano il 13 maggio 1978. È laureato in Scienze Politiche, e lavora all’interno del Gruppo Banco BPM. Nel 2011 fonda “Viaggi & Tentazioni” (www.viaggietentazioni.it), periodico on line che ospita reportage di viaggi, oltre a recensioni di ristoranti, cantine vinicole e prestigiose strutture alberghiere.

L’intervista parte con una domanda di rito e segue con interessanti approfondimenti sul nostro ospite e sul suo romanzo d’esordio. Sarò certamente una delle sue prime lettrici, non solo per il nostro legame familiare, e per aver sperimentato io stessa quanta importanza abbia l’appoggio di amici e parenti nella condivisione di certi traguardi, ma anche perché le premesse per leggere un ottimo romanzo, di genere thriller, sono certa ci siano tutte.

– Da dove nasce la tua passione per la scrittura?
La passione per la scrittura affonda radici molto lontane nella mia vita perché, già all’epoca della scuola, gli insegnanti mi riconoscevano una certa predisposizione, una predisposizione che poi ho coltivato nel tempo arrivando ai tempi dell’università a collaborare con una giornalista del Corriere della Sera. È lei che mi ha insegnato il mestiere della scrittura, in particolare la scrittura giornalistica che ha una tecnica tutta sua. Con l’approccio alla scrittura giornalistica mi sono iscritto all’Ordine dei giornalisti, ed è lì che ho creato il mio giornale on line: “Viaggi e tentazioni”. Ho portato avanti nella vita questa passione sempre nell’ambito del giornalismo. Diverso discorso è stato quando mi sono approcciato al romanzo. In quell’ambito devo dirti che, nelle prime pagine, rileggendomi dopo qualche mese, ho notato che continuavo a utilizzare la tecnica della scrittura giornalistica, per questo, nel tempo, mi sono dovuto sforzare per usare delle espressioni più romanzate e narrative.
– Quali sono le influenze letterarie che ritieni determinanti per la tua formazione di autore?
Questa è una bella domanda perché io leggo moltissimo e leggo un po’ di tutto. La mia più grande passione fra i classici è il Conte di Montecristo; non posso ovviamente avere l’ambizione di dire che Dumas è il mio mentore, però questo per dire che la mia formazione letteraria, dal punto di vista di lettore, spazia dai più grandi classici a romanzi anche più leggeri che possiamo definire “da spiaggia”. Il genere giallo, tendenzialmente, viene visto come un genere leggero anche se talvolta affronta tematiche molto impegnative. Comunque, in linea di massima, quando mi rilasso o voglio trascorrere serenamente il mio tempo libero, tendo a scegliere le mie letture tra i romanzi gialli. Mi piacciono le ambientazioni di paesaggi che conosco; mi riferisco al Maigret della situazione, quindi ad Agata Cristie alla Francia, all’Inghilterra. In sostanza, un autore specifico da cui abbia tratto ispirazione non c’è. Quello che cerco di fare è di acquisire un genere mio.
– Però, ovviamente, le tue letture fanno parte di te, quindi un po’ ti condizioneranno anche involontariamente. Riconosci qualcosa, di quello che hai scritto, che ti possa ricordare qualcuno a cui magari sei legato; un libro in particolare o un autore in particolare?
Mi rifaccio davvero ai grandi classici: per esempio, nel mio romanzo ci sono molti riferimenti a Milano. Dire Milano vuol dire anche Alessandro Manzoni. Quest’autore, all’interno del mio romanzo, ha una brevissima citazione perché pochi sanno che in pieno centro storico di Milano c’è la casa dove lui visse e, pochi passi dalla quella casa, c’è la chiesa che lui frequentava abitualmente. Quindi, si, se ci penso, trovo molti riferimenti alla Milano manzoniana.
– Ogni autore ha un suo modo per raccontare una storia; qual è il tuo? La storia nasce e cresce spontaneamente mentre la scrivi o l’avevi già in testa, nella sua totalità, prima di iniziare a scriverla?
Nel mio caso la storia non l’avevo in testa sinceramente, è nata nel tempo. Avevo in testa la protagonista, Margot Blanchard. È una giovane donna che ha deciso di intraprendere la carriera di polizia e diventare commissario per adempiere a una promessa che aveva fatto a se stessa. Ho voluto partire dalla protagonista che ha una sua connotazione caratteriale; ha determinate caratteristiche ben delineate come la femminilità molto accentuata, che lei vive a pieno. Sono partito da lei e attorno ho creato la storia. Tutto il resto è stato partorito durante i lunghi viaggi in treno che facevo tra Milano e Santa Margherita Ligure. Per molto temo, per motivi familiari, ho fatto una vita da pendolare. Per impiegare al meglio quel tempo ho pensato molto all’evolversi della storia e, di giorno in giorno, la storia si è evoluta. Tante volte credevo di arrivare a un determinato punto poi mi sono ritrovato dalla parte opposta. Credo che sia stato veramente un bel lavoro essere partiti dal personaggio principale, che penso piacerà molto, soprattutto al pubblico femminile.
– A proposito di femminilità molto spiccata, questa è una domanda che ti faccio da autrice: in che modo hai conciliato, per esempio, le parti più scabrose e legate all’erotismo con una forma di pudore intrinseco che ognuno ha, soprattutto nelle prime fatiche letterarie. Come hai fatto a scalfire il momento in cui ti sei trovato a dover raccontare situazioni più intime?
Giusta domanda (ridacchiamo lievemente imbarazzati). Nell’approccio con determinate situazioni mi sono interrogato se fosse il caso di entrare nei dettagli – come dici tu- di determinate scene con descrizioni di erotismo, oppure se lasciar intendere al lettore con poche e semplici parole. Alla fine ho optato per una descrizione, magari anche un po’ più forte, di sessualità o violenza, perché ritengo siano necessarie per cogliere a pieno il personaggio di Margot, una donna che, per interagire, utilizza la sua sensibilità di provocatrice. C’è un termine francese che rende molto l’idea della sua personalità: allumeuse. È un aggettivo che significa proprio seduttrice, provocatrice, una donna che usa la sua bellezza per cercare di accattivarsi chi le sta di fronte e per cercare di vivere a pieno questa femminilità prorompente.
– Visto che abbiamo accennato al personaggio principale ne approfondirei un aspetto preponderante. Non vogliamo ovviamente rivelare nulla di essenziale rispetto alla trama, ma, come mi anticipasti tempo fa, so che la protagonista ha un passato di maltrattamenti. La domanda che vorrei farti è questa: come si approccia un uomo a un tema così intimo, e legato all’emotività femminile, come le molestie maschili su una donna?
Il tema della violenza sulle donne da sempre mi colpisce. Leggo il giornale tutti i giorni e tutti giorni, purtroppo, c’è un articolo o un trafiletto che parla di violenza sulle donne. Che sia sessuale, domestica, psicologica o anche – mi permetto- la violenza di impedire alla donna il diritto all’aborto. Qui, magari, posso urtare la sensibilità di qualcuno (Non la mia!): il nostro paese, purtroppo, ha una percentuale di obiettori di coscienza, nell’ambito della medicina, altissimo. Questo fa in modo che le liste di attesa, per le donne che desiderano abortire, siano lunghissime e, tante volte, a causa di queste lungaggini, si rischia di andare oltre il periodo consentito. Allora succede che si debba ricorrere all’aborto clandestino. Questa è una cosa inaccettabile ed è una passaggio che ho voluto affrontare all’interno del mio libro proprio per dire che, al giorno d’oggi, soprattutto nel nostro Paese, le donne sono troppo vittime della società, dei maschi, mariti, fidanzati.
Il complimento più bello che ho ricevuto, quando ho sottoposto all’attenzione della Mondadori il libro, è che sembra scritto con una sensibilità femminile. Questo è un complimento che mi ha fatto piacere perché significa che sono riuscito a cogliere determinate sfaccettature più difficili per un uomo. È proprio attraverso questa dote che ho voluto approfondire tematiche così delicate, infatti, gran parte della storia, si svolge attorno a questi argomenti così attuali. Cioè, alla fine il delitto c’è, (tranquillizziamo i lettori!) ma è proprio a causa di questo delitto che Margot, la protagonista, riscopre determinate ombre che pensava di aver dimenticato e, soprattutto, nascosto alla sua famiglia.
– L’ambientazione milanese cela qualche ricordo personale? Hai nascosto tra le pagine qualche cameo alla tua città e a personaggi del tuo passato?
Milano è un personaggio, nel libro. Milano è la mia città, è la città che amo. Io oggi, per motivi di famiglia, mi sono trasferito con molto piacere a Santa Margherita Ligure, che peraltro è una località che, per me, rappresenta molto più di una seconda casa. Intanto, ora ci vivo con la mia famiglia, che è la cosa più bella che ho, ma soprattutto frequento Santa Margherita Ligure da quando avevo quindici giorni di vita. Ma Milano è una protagonista del mio libro perché, al suo interno, vengono descritti alcuni angoli della città e anche curiosità che molti non conoscono. Ritengo inoltre sia utile promuovere la città che portiamo nel cuore, infatti i luoghi descritti sono quelli della mia vita. La stessa protagonista vive a poca distanza da dove io sono cresciuto, in un quartiere che adesso è stato tutto ricostruito e rivalorizzato, che è il quartiere della Vecchia Fiera. Lei abita proprio accanto al City life, l’enorme area riqualificata, e al grande parco che è ancora in corso di costruzione. Vengono descritte le zone del centro, quelle dove ho lavorato in passato. C’è qualche racconto che può interessare anche chi non conosce a pieno Milano. Spero, attraverso queste mie descrizioni, di poter incuriosire gente che magari non ama particolarmente questa città spingendole a ricredersi su alcuni pregiudizi che ritengo eccessivi. È vero che Milano è una città difficile da vivere ma è anche una città che offre tantissimo e che è in grado di regalare molte soddisfazioni.
– Com’è Ludovico Paganelli nella sua vita comune di marito, padre, figlio, lavoratore, amico: cosa, del tuo stile letterario, secondo te, ti rispecchia chiaramente per chi ti conosce personalmente? Dove, chi ti conosce, potrebbe dire: “te lo lì, Ludovico!”?
Chi mi conosce potrebbe dire “te lo lì Ludovico” anche nella stessa scelta di dare alla protagonista un’origine francese. Io amo molto la Francia, sono molto appassionato di tutto ciò che è francese, dai vini, dalla gastronomia, dai paesaggi. Per questo, ci sono all’interno del romanzo alcuni richiami -un po’ come è stato per Milano- ad aneddoti relativi alla Francia.
Margot ha origini parigine, non a caso Parigi è una città che sento mia… tante volte credo che in un’altra vita sia lì che ho vissuto. È una città dove mi trovo a mio agio e che giro quasi senza cartina alla mano… ci deve essere qualcosa di relativo al subconscio!
Ci sono nel libro anche molti richiami all’Alsazia, alla Provenza e al mondo dei vini in generale (tutte mie grandi passioni). Perché Margot è una donna che, oltre ad amare il suo lavoro e la famiglia, ama molto tutto ciò che ruota intorno all’enogastronomia. È una donna molto preparata, non è una somelier, ma è molto preparata nella conoscenza di tutto ciò che riguarda il vino. Ed è proprio a causa del vino che conosce il marito, in Alsazia.
Uno dei miei più cari amici, che ha letto il libro in anteprima, ha detto: “Guarda, si capisce che ci sono alcune cose di te per via della Francia, dei vini, di Milano, dei ristoranti. Ci sono tante sfaccettature che ti riguardano”. Tornando quindi alla tua domanda, da tutte queste piccole cose, chi mi conosce, potrà credo riconoscermi.
Nella mia vita privata cerco di fare del mio meglio, cerco di dedicare il maggior tempo possibile a mia figlia Elisa, che viene prima di tutto. Anche nel mio lavoro di scrittore cerco sempre di utilizzare momenti in cui lei o non c’è, o magari dorme. Non a caso, tante volte mi capita di prolungare il mio lavoro ben oltre la mezzanotte, proprio per non sottrarre tempo alla famiglia. Cerco poi di essere un buon marito, spero di esserlo (questo lo chiederemo a Paola!) e mi definisco anche un uomo di casa: amo cucinare, mi piace anche semplicemente andare a fare la spesa, d’altra parte, uno chef che si rispetti, sceglie sempre di persona gli ingredienti che deve utilizzare per coccolare i propri ospiti. Mi piace avere gente a pranzo o a cena, lo vorrei fare più spesso ma è un po’ faticoso perché presuppone anche l’impegno da parte di mia moglie, e, spesso, per motivi di lavoro, siamo tutti e due stanchi e costretti a rinunciare. Tendenzialmente, però, ci piace avere gente a casa.
– A chi hai dedicato il romanzo?
Doverosamente a Paola, mia moglie, che è stata l’artefice del libro. Io, devo essere sincero, non ho mai pensato di scrivere un romanzo perché mi sono sempre visto più come un giornalista che come romanziere. Ricordo, però, questa giornata di luglio di un paio di anni fa: eravamo in spiaggia e Paola mi chiese ”Perché non scrivi un romanzo? D’altra parte le doti dovresti averle”. Mi dissi ”Perché no? Io ci provo, alla peggio, passo il tempo” e da qui, appunto, nasce la motivazione per scriverlo durante i miei viaggi in treno da pendolare. È stato merito suo se il romanzo è nato, quindi, doverosamente, l’ho dedicato a lei e naturalmente a Elisa perché, sebbene mi sforzassi di non sottrarle del tempo, qualche giornata e qualche ora di gioco insieme l’abbiamo dovute sacrificare.
– Stai lavorando a qualcos’altro?
Si, sto lavorando a quello che vorrei fosse il seguito della storia. Il libro ha un seguito che spero possa diventare una seconda opera, perché credo che la storia, soprattutto la storia familiare di Margot, meriti una seconda parte. È molto importante per me definire momenti di vita familiare che, soprattutto per tutta una serie di eventi che capitano all’interno del primo romanzo, necessariamente bisogna affrontare anche un secondo passaggio. Per questo, voglio dedicarmi al marito di lei che, a un certo punto, si domanda anche chi sia sua moglie.

Non perdetevi l’uscita de Il seme della violenza, dunque: tra una settimana, in libreria!

Patrizia Ciribè