55047305bb Frida Kahlo – L’amoroso abbraccio dell’universo, 1949

L’uomo, da sempre, non basta a se stesso. La necessità di eleggere idoli, che siano di carne o metafisici, è vecchia come il mondo.

Tutto quello che è scaturito dal consolidamento degli idoli sacri è, se ci pensiamo bene, davvero sconfortante. Non solo, da qui scaturisce l’istituto della sacra incoronazione, di quella sorta di mano santa che, posandosi su alcune teste, ha il potere di elevarle.

Recentemente ho visto la serie tv The Crown. È una serie molto ben fatta che, con ogni riferimento storico, racconta gli oltre sessant’anni di regno di Elisabetta II d’Inghilterra.

Quel mondo è l’emblema di una curiosa ostinazione nel voler mantenere vivi dislivelli sociali adducendo loro motivazioni obsolete e, ormai, assolutamente incomprensibili.

Di fatto, la Corona inglese, così come tutti quei medesimi carrozzoni intessuti nell’arco dei secoli, e mantenuti vivi da un’incessante tendenza ad assoggettarsi, scricchiola continuamente. Non solo, guardandola come fosse un lungo matrimonio, di quelli antichi con implicito l’obbligo di restare in piedi, ciò che balza agli occhi è il costante tentativo di illusionismo di una parte basato sull’ingenuità dell’altra.

L’ingenuità cozza costantemente con il progresso. È un valore per certi versi apprezzabile ma, di certo, non può provocare simpatia quando osteggia l’intelligenza sociale.

Di base, nell’incoronazione di un sovrano, è intrinseca la pretesa di attribuire un consenso ultraterreno. Lo è nello stesso modo in cui si adduce una sorta di illuminazione divina all’elezione di un papa, nonostante sia nientemeno che un suffragio non solo del tutto terreno, ma persino politico.

La nascita della monarchia si fonda sull’idea che vi sia un sangue nobile, che esista un cromosoma superiore, non solamente per potenzialità fisiche e intellettive, persino di derivazione divina.

Intendiamoci, poteva avere un senso tutto ciò quando, alle origini, la nobiltà era rappresentata da una sorta di valore, soprattutto militare, assicurato dal possesso di terre e territori. Soprattutto, poteva avere un senso in virtù di un’ingenuità popolare annessa alla superstizione, alla povertà, a una distanza sociale immensa e incolmabile.

Eppure, nonostante il mondo sia molto meno stratificato, e quella distanza sia ormai colma di differenze culturali spesso indipendenti dal benessere economico, permane la necessità di riconoscere superiorità a qualcuno. Una superiorità inestinguibile, tramandabile persino tra soggetti privi di doti elettive riscontrabili, ma solamente attribuite in virtù di qualcosa di sempre più aleatorio.

Di base, non vi è solamente la necessità di riconoscere superiorità a qualcuno, qualcuno che superi e azzeri ogni competizione terrena, attraverso il suo implicito valore. Vi è anche la necessità dell’attribuzione di un senso ultraterreno che ne giustifichi il dislivello.

Eppure, il fascino di certi mondi, della loro incessante e pretestuosa presenza, non sembra venire meno. Così come non sembra venire meno la devozione verso persone che, senza un talento particolare, sono trattate come divinità.

Eppure la nobiltà e l’elevazione dovrebbero essere riconosciuti come valori dell’anima o come innata predisposizione verso qualcosa di eccezionalmente complesso, come l’arte ad esempio.

Ma l’uomo, spesso, necessita di una guida. Di qualcuno che, da un pulpito, impartisca i dettami per vivere; non solo, che determini una sorta di immagine consolatoria alla quale non tanto somigliare, quanto ricorrere in caso di smarrimento.

È un dato di fatto che la religione, di qualunque genere, sia centrale nella vita di molti. Che vi sia, diffusa fra la gente, la necessità di un monito costante, solenne e severo. Non sto nemmeno a elencare i passi avanti che il mondo ha fatto sotto il profilo scientifico e tecnologico, ma la gente ha ancora bisogno che qualcuno salga su un trono, sacro o profano, e dica loro cosa fare.

Ieri mi sono imbattuta in questa notizia: “Ancona, scoperta setta macrobiotica”. La procura di Ancona accusa di riduzione in schiavitù Mario Pianesi e la moglie Loredana Volpe, che avrebbero creato «una piramide chiamata pianesiana – scrive il sostituto procuratore –, una associazione in partecipazione occulta (un franchising), dove tutto il rischio era sui gestori mentre il guadagno andava all’associazione. Una struttura economica e filosofica a un tempo, totalizzante, invasiva e onnicomprensiva giacché Upm fornisce tutto agli adepti, essendo l’unica deputata a garantirne la qualità e l’aderenza al credo». (Fonte “Il Resto del Carlino)

Il raggiro non coinvolge tre o quattro persone: parliamo di un numero considerevole di adepti, assoggettati a un folle che impartiva loro regole di vita. Una specie di religione estrema basata su un’idea di divinazione del cibo, volta a curare le malattie.

Poco tempo fa qualcuno mi ha parlato di un’alimentazione alternativa che ha definito l’unica possibile.

Inizialmente, la cosa mi ha incuriosita: è indiscusso che il benessere fisico sia strettamente legato al cibo. Per mia fortuna fuggo da sempre il fanatismo: è qualcosa che, oltre a mettermi profondamente a disagio, prende, nella mia mente, un’immediata ridicolezza. Infatti, quando oltre ai benefici fisici legati a quel regime alimentare, mi sono state elencate anche le sue finalità curative, e la possibilità che le uniche cure per il cancro riconosciute ufficialmente siano superabili dallo stesso, mi è sceso ogni entusiasmo.

Impazzano sui social gruppi coesi dall’interesse per questo tipo di nutrizione, riconducibile a un medico divenuto famoso attraverso la pubblicazione di diversi libri. Non voglio denigrare il lavoro di quest’uomo che non nominerò: di certo, vi è qualcosa di assolutamente positivo nella ricerca di un benessere psicofisico legato a come ci si nutre, quindi lungi da me l’intenzione di entrare nel merito di qualcosa che non conosco e denigrarlo. Il problema, infatti, non è lui. Il problema, come sempre, sta nella mentalità fragile e tendente all’esaltazione di molta gente.

Perché in fondo accettare che l’uomo sia deteriorabile, fallibile, responsabile per se stesso, svincolato da profezie e guarigioni miracolose, è come ammettere la sua solitudine universale. Quindi, quando il solo dio non basta a colmare la distanza tra l’uomo e il nulla, ecco che, erigere idoli di carne, persino sorvolando sulle loro magagne, diventa l’unico modo per vincere quella solitudine,  invece che costruire in essa la propria forza.

Il concetto, che si riconduce sempre e soltanto a un modo diffuso di elevare la visione di qualcuno a verità; alla necessità di adorare idoli, persino in ambiti quali quello della dieta adeguata, è una tendenza che denota un’allarmante arretratezza.

Il problema sostanziale è che l’idolo, che abbia un corpo o che viva nelle menti di chi lo inneggia, leva potere a quella meravigliosa risorsa che si chiama libertà di pensiero.

Il bisogno di avere qualcuno che, non solo detti regole arbitrarie, persino costituisca un modello da seguire, mantiene un livello di giudizio che non viaggia al pari né con la scienza, né  con l’evoluzione del pensiero.

Chi di noi non ha la necessità di guardare oltre la concretezza della vita? Credo che la gran parte di noi abbia questa esigenza, perché se non possiamo cercare, e sperare di trovare, un senso nell’ignoto, prevale la paura dell’incertezza. Per questo costruiamo vite fatte di cose materiali, per poi adagiare la nostra esigenza spirituale in qualche convinzione comoda e, per alcuni, vantaggiosa.

Ma la spiritualità credo dovrebbe essere svincolata da certezze e fondarsi sulla capacità di accettare l’ignoto, crescendo liberi di pensare al di là di chiunque.

Concludo con questa frase che amo molto, è di Margherita Hack: “Non è necessario avere una religione per avere una morale, perché se non si riesce a distinguere il bene dal male quella che manca è la sensibilità, non la religione”.

Aggiungerei che se non si riesce a superare la necessità di assoggettarsi a qualcuno, quella che manca è la consapevolezza di sé.

Patrizia Ciribè

 

N.d.R. L’immagine dei miei articoli, quasi sempre un dipinto, ha un nesso profondo, talvolta impercettibile, con il loro contenuto.

 

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