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Se riuscirete a uscire indenni dal traffico di Bangkok, sarete pronti per il mare…e per tutto il resto!

Ma prima voglio temporeggiare ancora un attimo su Bangkok e sulla confusione che vi regna. Mi viene in mente la frase ricorrente del film “Una notte da leoni 2”, girato proprio in Thailandia e, in gran parte, a Bangkok. Uno dei personaggi scompare dopo una notte folle della quale i protagonisti non ricordano nulla. I tre gireranno la capitale in lungo e in largo per ritrovare l’amico, ottenendo sempre la solita risposta: ”Se l’è preso Bangkok”. Nel contesto del film la frase continua a far ridere ma, in effetti, una delle tante contraddizioni di questa città che, come dicevo nei precedenti articoli, è per tanti aspetti legata alla spiritualità e a una sorta di elegante rispetto delle formalità, è senz’altro il caos che vi regna. La sensazione, spesso, girando per le sue strade congestionate dalla calca; da oggetti che paiono abbandonati sui marciapiedi; da odori che sembrano risucchiarti; da piccole vie che si perdono tra lamiere, bidoni e panni stesi, è proprio quella di poter scomparire. Questo persino se non avverti mai di essere in pericolo e, con nonchalance, ti infili in anfratti che non imboccheresti in nessuna città europea. Però, mentre pubblico e privato si avvinghiano e oggetti personali sostano in zone pubbliche, inglobando ogni distinzione e rendendo tutto un unico brodo di vita comune, intuisci come un’enorme voragine nella quale, facilmente, potresti scomparire.

Ovviamente nulla ti risucchia e, queste apparenti sabbie mobili della metropoli asiatica, ti restituiranno illeso e solamente un po’ stordito. Questo, sempreché nessuno ti investa sulle strisce pedonali che, ragazzi, in Thailandia non significano niente, neppure se segnalate da un semaforo. Dovrete guadagnare, con grande fatica e lottando, l’altro lato della strada. Tenetelo bene a mente se penserete di aver scampato il pericolo salendo su un volo interno per andare in una della località di mare. Già, perché lì sarà anche peggio: lì, neppure il semaforo potrà creare un minimo di indecisione nell’autista; questo, perché i semafori non ci saranno. Ogni tanto incontrerete vigili che, con una specie di manganello illuminato, cercheranno di assistere il pedone. Ma, aimè, anche loro, incerti nell’esercizio delle loro mansioni, saranno vittime degli automobilisti che li scarteranno spesso, persino urlando con indignazione.

Ma partiamo dal principio: dall’arrivo a Phuket, la più grande delle isole Thailandesi -collegata alla terra ferma da un lungo ponte stradale- nonché la più turistica della Thailandia del sud. Nello specifico a Karon, località balneare sulla costa occidentale dell’isola.

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Gli scenari, ovviamente, cambieranno esplodendo nella floridezza rigogliosa di una natura tinta di ogni tonalità di verde; di un inarrestabile alternarsi di foreste tropicali e chilometri di litorale dalla bianchissima sabbia.

Qui, impera un’atmosfera certamente distante da quella di Bangkok ma sempre contraddistinta da una sorta di contrasto che sarà difficile identificare. Ma, con i mezzi che ho a disposizione -quelli esigui dell’osservatrice ignorante del luogo e dell’autrice sempre in cerca di una storia e di motivazioni che suffraghino le dissonanze- proverò a restituirne almeno una parte.

Intanto, l’abitante qui pare più aperto, più incline a mischiarsi con l’orda barbara e occidentale, ma, soprattutto, con quella proveniente da un’altra zona dell’Asia: la Cina.

Qui, va fatto un inciso: i cinesi hanno una storia importante nell’isola di Phuket, dove si insediarono all’inizio del 1600 in fuga dalle devastazioni nate dai conflitti tra dinastie. Non solo, a seguito delle invasioni birmane, fu proprio l’iniziativa degli immigrati cinesi a far ripartire l’economia. La storia in merito è molto complessa e articolata ma, per capire questi posti un pochino di più, credo sia necessario tenere presenti le ondate etniche che condizionarono e foraggiarono, in positivo e negativo, la progressiva creazione di ogni centro abitato, turistico, balneare della zona.

Oggi, i cinesi rappresentano gran parte del turismo di Phuket. Questo, a causa di un modo stipato di esistere e muoversi, condiziona molto anche tutto il resto, comprese le meravigliose escursioni che potrete fare per esempio a Maya Bay e alle Phi Phi Island.

Allora, poniamo il fatto che il lettore sia un turista europeo, nello specifico un turista italiano godereccio, rilassato, amante del bello, del sole, della pace, delle pause per il cibo e di tutto ciò che ci contraddistingue. Ecco, detto turista sarà un po’ nei guai se non si armerà di qualche precauzione.

Già, perché mentre i turisti cinesi arriveranno a frotte, con pullman che li scaricheranno a destra e a sinistra per consentire loro di scattare velocemente fotografie; di risalire in barca dopo dieci minuti evitando i raggi del sole e la troppa solitudine di quelle meravigliose boscaglie dei parchi marini, lui, il turista italiano, vorrà crogiolarsi nell’idea di essere lontano dal mondo e perdersi un pochino nella foresta in cui Leonardo Di Caprio, nel film The beach, si rifugia dopo aver abbandonato la civiltà. Inoltre, con tutte le comodità del caso, vorrà sentirsi prima un po’ come lui: avventuriero, selvaggio, in contrasto con ogni regola. Ma poi vorrà mangiare seduto; fare un lungo bagno nelle acque cristalline; prendere il sole e abbronzarsi come negli anni ‘80 (perché tornando nessuno possa, guardandolo, dire:”Non sei molto abbronzato”), rischiando costantemente l’ustione e l’insolazione; interagire con ogni forma di vita presente sull’isola, parlando il proprio dialetto con l’illusione di essere compreso, amato e considerato unico esemplare di simpatia e bellezza.

Gli altri turisti occidentali si adegueranno un po’ a tutto: dopo un pieno di uova e alcool seguiranno la corrente, ovunque li porterà.

Ma gli italiani no, loro non si adegueranno: mancherà loro quella bambagia materna chiamata terra natia, le lasagne al forno della mamma e lo stabilimento balneare di Vito Canotta nel quale spadroneggiare e prenotare un sito che somigli il più possibile a casa loro.

Non è un caso se io e mio marito ci siamo imbattuti nel servizio di escursioni più italianizzato e accogliente dell’isola: un servizio di navetta, colazione, barca tre motori, bagno nella laguna, visita alle grotte popolate dalle mangrovie, snorkeling, chiacchierata con le scimmie, pranzo buffet all’ombra della foresta -seduti su comode panche mentre una iguana gira fra i tavoli-, bagno su una lingua di sabbia sperduta nell’oceano indiano e ogni altro privilegio possibile in una terra come questa.

Tutto questo è stato realizzabile con partenze strategiche alle 4,30 del mattino con un unico motto: arrivare prima degli altri. Si partiva quasi furtivamente, nel silenzio della notte, e sotto lo sguardo incuriosito degli addetti alla hall: quando si presentava la navetta a prelevarci, solamente l’autista thailandese era edotto delle motivazioni di quella levataccia, mentre gli altri avevano lo stupore dipinto sul viso e, a dirla tutta, anche un vago sentimento di commiserazione.

L’italiano ha bisogno di possedere, di partecipare, di fare le cose a modo suo e, nel fare questo, mantiene quel suo innato infantilismo e l’illusione di essere amato sempre. Perché il turista italiano sa di essere amato da molte parti ma, a parte questo, l’italiano è amato a casa sua, dove rimane sino oltre i trent’anni in attesa di creare una situazione che somigli più possibile a quella originaria. Quindi, quasi mai immagina di essere inviso e, quando se ne rende un po’ conto, pensa che non sia per colpa sua.

Quella di essere amati dalla popolazione di Phuket è tutta un’illusione: loro ci tollerano e questo, all’abitante di un paese della riviera ligure come io sono, salta agli occhi immediatamente perché è lo stesso sentimento che il ligure prova nei confronti dell’invasore lombardo. È una sorta di trattato che leva, a entrambe le parti, qualcosa e dà quello che basta per rimanere a galla. Lo sguardo del thailandese di Phuket, mentre guarda l’italiano che pensa di essersi ricavato una cuccia simile alla propria casa, è la stessa del ligure quando, in autostrada, la domenica sera, tornando dalla partita, si imbatte nei “cento chilometri” di coda verso Milano.

Questa verità sarà ancora più palese guardando l’espressione disillusa degli imprenditori italiani sul posto mentre fanno i conti con una dittatura militare e l’insediamento di un nuovo monarca –odiato da tutti i thailandesi- che è succeduto a suo padre –amato da tutti i thailandesi- del quale le gigantografie affollano la Thailandia.

Non molto tempo fa un insegnante di circa settant’anni, durante il controllo dei suoi bagagli in aeroporto, è stato sbattuto in carcere per aver detto:”Non ho mica una bomba”. L’uomo è stato accusato di una specie di falso allarme terrorismo e messo in quella che viene chiamata “monkey house”. Di tutta la gente che passa per gli aeroporti thailandesi è stato l’italiano a fare la battuta. Questo, dovrebbe farci riflettere. Già, perché noi ironizziamo, siamo mattacchioni e partiamo per un posto come la Thailandia senza sapere che, dopo un numero sconcertante di colpi di Stato –alcuni dei quali appoggiati proprio dal defunto re- questa, oggi, da qualche anno, è una dittatura militare dove la polizia si autofinanzia…in parte spillando soldi ai turisti. Già, perché mentre il thailandese potrà infrangere ogni regola –persino quella di prendere a calci un diciottenne ubriaco in una discoteca, sino quasi ad ammazzarlo- il turista dovrà fare attenzione, volare basso o, diversamente, sperare di essere fortunato e schivare un posto di blocco e/o una perquisizione.

C’è un muro in questa terra che, se a Bangkok è composto di una differenza fatta di rigore, spiritualità, elegante rassegnazione, a Phuket è il risultato di anni di un turismo parassita che, ovunque, ha risucchiato bellezza e gentilezza.

L’unica realtà di Bangkok in cui il thailandese interagisce con il turista, cercando un dialogo, è quella della prostituzione e della mercificazione di ogni sorta di cosa. Per tutto il resto ci si rende conto di non essere all’altezza di una comprensione profonda, non solo di una cultura ma, soprattutto, della vita personale degli abitanti.

A Phuket tutto questo è molto più chiaro perché, mancando la parte legata al turismo culturale, spicca notevolmente una cancrena composta di maschi soli in cerca di opportunità a poco prezzo.

Parlando con una guida, e alcuni imprenditori locali italiani, la sensazione è quella di una divisione netta, di una sorta di compromesso fra nativi e abitanti stranieri che non lascia spazio a una vera interazione.

Anche come turista, pur ricevendo sempre quella gentilezza tipica de “La terra dei sorrisi”, ti rendi presto conto che, questa gentilezza, è un muro all’apparenza etereo ma, nella sostanza, blindato e impossibile da oltrepassare. Non è facile dire di chi sia la colpa. Personalmente, credo sia di un depredare reiterato nei decenni che ha impoverito la buona disposizione locale. Ma la mia è un’illazione che, probabilmente, nasce da quarantotto anni vissuti in una situazione analoga, quella, cioè, di abitante di un luogo ripulito e “colonizzato” per accogliere una delle pochissime forme di sostentamento economico. E, si sa, c’è sempre una sorta di arroganza in chi porta il suo denaro da qualche parte con continuità.

Ma, come accade dopo aver visitato tutti i paradisi terrestri che compongono il mondo, se chiudo gli occhi vedo ancora il mare cristallino che accarezza la sabbia bianca. E foreste che disegnano corpi di elefanti imprigionati dentro alle rocce in bilico sull’acqua, così come il David di Michelangelo viveva nel suo blocco di marmo prima di essere scolpito.

L’elefante è l’animale sacro a Buddha e, in una terra come la Thailandia, in gran parte buddista, non è un caso se ricopra una grande importanza. Ma, soprattutto, secondo me, non è un caso se, scivolando sull’acqua, tra le insenature puntellate dalle mangrovie, ogni roccia e grotta sia come disegnata da schiene, teste, proboscidi e zampe di piccoli e grandi elefanti che sembrano appesi e partoriti dalla materia di quelle coste. Persino nello scoglio noto per il suo torreggiare davanti all’isola denominata “di James Bond” (in onore del film che, nel 1974, l’ha resa famosa), guardando con attenzione, si potrà immaginare una giostra di piccoli elefanti appesi che sfiorano il mare.

Il carattere ingenuo e tenero di questa terra è quello che davvero ti tende la mano sinceramente. La vera gentilezza è celata in luoghi che catturano solamente la buona predisposizione, masticando e sputando l’arroganza degli avventori.

Chiudo gli occhi e vedo altri occhi: quelli di un ragazzino che, pagaiando, ci ha condotti tra le mangrovie, forse totalmente ignaro dei sentimenti che la sua terra può suscitare. Vedo la donna che pagaia dall’altra canoa, con il capo coperto da un velo, mentre getta uno sguardo sognante allo smalto rosso sui miei piedi.

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Sono persone che abitano in un villaggio galleggiante -quello di Ko Panyi- composto da mille abitanti che vivono come un’unica, grande famiglia. Sento il vociare dei bambini vestiti di rosa, seduti a scuola e all’asilo. Ci osservano e sorridono come gatti sornioni, curiosi ma pronti a nascondersi.

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Altri stanno davanti alle loro case -modeste costruzioni in legno che galleggiano sull’acqua- e stringono tra le braccia un gallo come fosse il cane di casa. Le donne, fasciate nei lunghi vestiti, con il capo coperto e il viso bianco di protezione solare, gestiscono bancarelle di cose che, lì, in quell’assenza di una connotazione temporale, sembrano sin troppo moderne.

L’unica opulenza presente nel villaggio, l’unica che abbia fondamenta sulla terra, è una grande moschea ricevuta in regalo dall’Unesco. Infatti, l’insediamento, di origine indonesiana, è di religione mussulmana. Non è una meta turistica molto praticata ma credo sia una delle più interessanti e sconcertanti in cui potrete imbattervi.

Infatti, questa realtà, così celata nella natura selvaggia di una terra magica, allontana l’avventore da ogni senso di progresso e consumismo. Non solo, forse, persino, gli insinua il seme di un dubbio, quello, cioè, di avere una vita troppo complicata alla quale, terminata la vacanza, dovrà tornare.

Patrizia Ciribè

Appunti di viaggio, tra le mie pagine di autrice.

 

Appunti di viaggio, tra le mie pagine di autrice -Parte II