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“Sopra la porta del tempio sacro
Siedono nella loro saggezza le tre –
La scimmietta sorda,
La scimmietta muta,
La scimmietta che non vede;
Con gli occhi chiusi al male,
Le orecchie che ascoltano solo il bene,
Le labbra mute agli scandali,
Se ne stanno sedute nel loro imperioso silenzio“

I trasferimenti per raggiungere i templi, il Palazzo Reale, la vecchia capitale e ogni altro sito di interesse culturale, sono ciò che, più di tutto, parla di questa parte di mondo. Se ci si affida anche un po’ ai piedi -e si cammina per le strade affollate tra i fumi di cibo; percorse da studentesse deliziose , con indosso divise dalla gonna a ruota anni ’50; mutevoli, fra la zona dissestata e arrugginita dei meccanici e quella più turistica dei grandi centri commerciali- si oltrepassa quel senso di smarrimento che, a tratti, evolve tra soggezione, stupore, avversione, tenerezza. Un affetto che si arrocca agli angoli delle strade; che capitola davanti ai tranelli nostrani, tesi nella speranza di raggranellare qualcosa. Perché il turista, al di fuori di quei momenti in cui pare di ricevere una sorta di apprezzamento, diviene un’entità con un idea troppo europea di vacanza. Ma, quest’entità –di per sé già ingombrante-, d’un tratto si frammenta e, arbitrariamente, cerca qualcosa che le somigli. Ma nulla le somiglia in realtà: tutto è differente e, imboccando i pontili per salire sulle barche che conducono dall’altra parte del fiume, non potrai che sentirti un estraneo.

I pontili sono piccoli mondi fatti di mercati e mercanti; cibi odorosi; pali di legno sprofondati nelle acque torbide; angoli esotici corredati da piccole panche precarie, dove attendere di capire quale direzione prendere; bassi soffitti di legno che incanalano l’aria pesante. È un mondo sudato nel quale sai da subito di essere solo quella cosa che avanza; un occidentale ignorante e zotico che non capisce il senso di un’antica filosofia.

Il Thailandese va fiero di non aver partecipato a conflitti bellici, di aver vissuto in una secolare e pacifica dimensione che, più di tutto, ha fuggito odio e violenza. Quando arriva lo straniero, la violenza ce l’ha nella valigia. La sua cultura antica è quella del depredare, bruciare, fustigare; è una tronfia sicurezza che siede tutta lì, su quel pontile. Se guardi con un po’ di attenzione, coi loro occhi di gente locale, è così che ti vedi ed è così che inizi a vedere chiunque non sia originario del posto. A quel punto, ogni gesto incivile diventa più rumoroso; di ogni sguardo irriverente, incurante, villano, ti senti responsabile. Vorresti affermare te stesso al di là di quella moltitudine occidentale che, d’improvviso, percepisci come una scomposta orda di barbari. Perché loro, i locali, in quei banchetti di povere cose in vendita e di ermetici sorrisi, hanno un’eleganza che, in fondo a te stesso, sai di non possedere.

Ho terminato da poco, proprio in Thailandia, “Dalla parte di Swann”, il primo volume de “A la recherche du temps perdu” di Proust. Swann è un personaggio complesso, un’esteta e profondo conoscitore d’arte; frequenta l’alta borghesia, persone di alto lignaggio, salotti della crema di Parigi. La descrizione  approfondita dei suoi stati d’animo ispeziona l’approccio a ogni sorta di realtà. Il narratore, a un certo punto della storia, racconta, in poche e sapienti parole, il senso di inferiorità che Swann prova davanti alla povera gente; il desiderio di dare la migliore impressione di sé proprio al rango sociale considerato inferiore; una soggezione che nasce dalla consapevolezza di quanta superiorità ci sia nell’umiltà.

Quando ho letto questa parte del libro ero proprio su una spiaggia di Phuket . Proprio ripensando al mio stato d’animo, mentre camminavo tra la gente a Bangkok, ho capito che era questo il sentimento che avevo provato: il desiderio di dare il meglio di me, di liberarmi da quel fardello di prevaricazioni, soprusi, nefandezze che, ho immaginato, agli occhi di questa parte di Oriente ci rendono barbari e stupidi. Forse anche perché so come ragionano le radici della miseria: lontano negli anni, ma le posseggo. So come compiangono chi non ha raschiato il fondo; come lo considerano di basso livello, incapace di capire, ignorante di fame e vera paura. So cosa pensano le radici affondate nella miseria e, per chi non lo sa, non è mai qualcosa di buono. Ma se la miseria e la pace interiore coesistono secolarmente, lontane da retaggi efferati, allora non ci sarà comprensione e rimarrai sempre e soltanto un’entità da compiangere.

È così che la massa dei turisti si muove a Bangkok, ignara di un sentimento di sopportazione non per lo straniero, ma per la sua ineducazione e arroganza. Parlavo, nella prima parte dei miei “appunti di viaggio”, di etichetta thailandese. Ciò che forse non vi ho detto è che la posizione dei piedi è estremamente importante per non mancare di rispetto a nessuno. Scansare qualcosa coi piedi; segnare il Buddha coi piedi; posare i piedi su uno sgabello dinnanzi a sé, sono tutti gesti considerati inappropriati e stolti. Stolti in senso di commiserazione, come con le offese stupide e ignoranti di un bambino. Un bambino che dice “vecchia” alla vicina di casa ottantenne e viene tollerato unicamente perché incapace di comprendere l’entità dell’offesa. Così, vieni considerato stupido quando hai molte cose che ti rendono la vita comoda, ma ti manca, per esempio, la comprensione di un’umile, innata e dignitosa sottomissione al Buddha.

Il problema, con l’Oriente, è che noi non ci sentiamo mai inferiori a nessuno, e comunque non nel modo in cui si dovrebbe concedere  rispetto a chi conosce cose che noi non sappiamo. Provate a raccontare a qualcuno cose che questi non sa e vedrete quanto poca sarà l’attenzione rispetto a quella che si aspetterà quando sarà lui a raccontare. Vedrete quanta poca attenzione presta la gente davanti a ciò che non conosce. Persino se sono amici che frequentate, vedrete quanto poco importerà loro di conoscere racconti di un mondo che voi avete osservato da vicino, cercando di ascoltare tutti i consigli delle guide; leggendo ogni informazione con il solo intento di conoscere e rispettare.

La tendenza attuale è quella di svilire l’altrui competenza, di riconoscerla unicamente a qualcuno per una vecchia concessione che ormai è dovuta e non cambia. Ma tutti gli altri, nonostante si documentino, nonostante leggano, studino, siano attenti ad arricchire il proprio bagaglio, non sono oggetto di interesse. E, persino nei viaggi dall’altro capo del mondo, quando la guida parla, saranno in pochi ad ascoltare. Se racconterai ciò che hai ascoltato ti accorgerai che quasi nessuno sarà interessato. È triste, ma è così.

Mentre la massa occidentale girerà per i templi non farà che disattendere regole di comportamento che, per il thailandese, per il buddhista (che a volte è anche cristiano o mussulmano), sono imprescindibili. Il problema essenziale è che il sapere, nel nostro mondo, è ormai una questione di competizione, di superiorità e prevaricazione. Quindi, ascoltare qualcosa che non si conosce, soprattutto se raccontato da qualcuno al quale non si vogliono riconoscere competenze, equivale ad assoggettarsi. E non sia mai che un occidentale si assoggetti; che riconosca di non sapere; che sia curioso dell’esperienza di qualcuno, a meno che non sia qualche esaltato che tiene corsi motivazionali a migliaia di euro!

Ma la conoscenza, nella cultura orientale, è pari all’umiltà e consiste nel concedere a qualcuno, che sa molte più cose, l’ascolto necessario. Ed è qui che la competizione muore: nella capacità di capitolare davanti alla propria presunzione e arroganza. Perché nell’ascolto si cela la più grande saggezza: l’umiltà. E, l’umiltà, risiede sempre nella dedizione.

Quando una thailandese ti lava i piedi, prima di farti un massaggio o una pedicure, lo fa come se fossero i suoi, come se in quella parte di corpo ci fosse una persona ferita e distrutta da accudire. Come se, quella persona, fosse una parte di terra e non il corpo estraneo e ributtante che è. Nell’esperienza del massaggio thai, secondo me, risiede l’accettazione dell’estraneo come parte della terra; una differenza da levigare e inglobare, tentando di farla propria. Ed è proprio alla differenza che ho pensato tanto in questo soggiorno; muovendomi nella moltitudine di gente proveniente da ogni parte del mondo; insediata negli anfratti di una terra per certi versi angusta. Proprio perché la differenza è una realtà centrale di questo momento e rievoca costantemente i sentimenti d’odio che da sempre dividono il mondo.

In questa parte di Oriente che ho visitato, soprattutto nella capitale, la differenza è un concetto molto particolare. Perché in realtà l’unica che spicchi agli occhi di chi guardi attentamente è quella rappresentata dai turisti. Ed è proprio in questa moltitudine che l’ho notata di più, proprio perché variegata da aspetti legati non solo alla provenienza, ma soprattutto ai comportamenti.

È sempre difficile colmare le distanze, soprattutto quando  le ragioni e i torti sono soggettivi e legati a differenze prive di profondità. Perché quando la differenza è contenuta in una filosofia, più che nella superficialità di usanze senza fondamento spirituale, tutto il resto appare davvero misero.

Durante la visita al Monte d’oro (Wat Saket), uno dei templi più belli della Thailandia, dove si trovava l’ossario principale dell’antica città e che, successivamente, divenne anche luogo di cremazioni (si stima che durante l’epidemia di peste che colpì Bangkok, furono cremate più di 60.000 persone), ci si imbatte in molte statue. Balzano fuori come per magia tra gli alberi secolari e i rivoli d’acqua che, insieme alle molte campane, suonano musiche di vento. In questa zona si incontreranno molti monaci nelle loro kasāya –la veste arancio che viene drappeggiata sotto un braccio e fissata alla spalla opposta- e, tra le campane e i rivoli d’acqua che costeggiano la lunga scalinata per salire al tempio, viene propagata una preghiera.

Una delle cose che hanno carpito la mia attenzione è stata la frequente raffigurazione delle tre scimmie sagge. Siamo abituati ad attribuire al loro tapparsi bocca, occhi e orecchie, come una sorta di omertoso comportamento. Ma il loro antico significato non è legato all’indifferenza riguardo alle malefatte, bensì alla volontà di non farsi attraversare dal male:

-Non parlo del male;

-Non guardo il male;

-Non ascolto il male;

In altre parole non permettere a ciò che è male di contaminare la nostra anima; il nostro lessico; il paesaggio che guardiamo. Tutto ciò andrebbe applicato partendo proprio dal non ascoltare il male che, in soldoni, potrebbe per esempio equivalere a non dare orecchio ai pettegolezzi ma, soprattutto, a non esternarli. Quanto a non guardare il male, probabilmente è più difficile, soprattutto in tempi che, come questo, fondano le radici nell’odio.

Vale la pena riflettere su questo tenendo conto che il Mahatma Ghandi –una delle più grandi icone di pace e difesa dei diritti civili- possedeva un’unica proprietà materiale: la statua delle tre scimmie sagge.

Continua…

Patrizia Ciribè

 

Appunti di viaggio, tra le mie pagine di autrice.

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