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Quello di oggi è la prima parte di un articolo nato da un viaggio in Thailandia, viaggio che ho terminato da poche ore.

È notte, sto volando verso l’Italia e cerco di descrivere tutte le emozioni e le immagini che, se li chiudo, ho ancora negli occhi. In questo portale c’è una rubrica molto bella che tratta proprio di viaggi; lo stato di viaggiatore appartiene a persone che abbiano attraversato le frontiere di un bel pezzo di mondo, e possano raccontare tutte le nozioni acquisite soggiornando tra le diverse culture. Questa, quindi, non è la guida a un viaggio ma piuttosto la descrizione delle riflessioni che ne sono scaturite.

Io non sono una viaggiatrice abituale: se mi guardo indietro ho viaggiato molto meno di quel che avrei voluto; molto meno di ciò che è necessario per ritenersi “buoni viaggiatori”. Una cosa che, però, faccio da sempre, sin da quando ero una bambina, è viaggiare nella mente. Viaggio come in una dimensione parallela, fra mondi che ho contribuito a creare e che si sono sviluppati spontaneamente, composti di sogni e di una strana materia. Sono un’autrice, questo si, e ho l’abitudine di chiudere gli occhi e vedere l’anima di quello che esiste, lontano dalle distorsioni della verità. Ché la realtà è spesso come una spianata di asfalto, scevra da quelle bellissime impurità e sfumature che, altrimenti, pretenderebbero di imporre la loro impegnativa presenza. Ma impariamo presto quanto sia scomodo lasciare troppo spazio a riflessioni che nessuno fa più, ed è peculiare che, iniziando il mio viaggio, mi imbatta proprio nelle più grandi e antiche riflessioni: quelle di Siddharta Gautama -per tutti Buddha. Non solo, è peculiare che, proprio queste riflessioni –che hanno generato una delle più antiche filosofie-, siano nate da un viaggio: quello che Buddha intraprese abbandonando la propria casa in Nepal e dirigendosi in India.

È emblematico il fatto che, uscire dai confini della propria terra, sia stato il mezzo necessario per lui per oltrepassare quelli della sua mente.  Si potrebbe raffigurare Siddhartha Gautama come un viaggiatore che esplora il mondo, e se stesso, abbandonando sul proprio cammino i retaggi e le vecchie certezze; un San Francesco che, senza dare troppo peso allo spogliarsi di beni materiali, ne dia molto al distacco da quanto appreso sino a quel momento.

Si narra che Buddha abbia trovato l’illuminazione -la bodhi-  sotto a un antico albero di fico, per questo denominato albero della bodhi. Ad Ayutthaya –l’antica capitale del Regno del Siam, rasa al suolo dai birmani a metà del Settecento- troviamo un esemplare di albero della bodhi che, tra le sue radici, racchiusa in un abbraccio, ha incastonata una testa di Buddha.

Ma cos’è la bodhi? William K. Mahony, noto insegnante di Anusara yoga, lo definisce così:  « Coerentemente con il concetto diffuso in Asia meridionale e orientale, secondo il quale la verità finale viene appresa grazie a una “vista” straordinaria (per cui si parla, dal punto di vista religioso, “vista interiore” o “visione”), l’illuminazione è spesso descritta come un’esperienza nella quale si “vedono” le cose come sono realmente e non più come esse appaiono. Aver raggiunto l’illuminazione significa aver visto attraverso la fuorviante trama di illusione e ignoranza, e attraverso l’oscuro velo della comprensione abituale, la luce e la chiarezza della verità stessa. Il termine illuminazione solitamente traduce la parola sanscrita, pāli e pracritica bodhi che in senso generale significa “saggio, intelligente, pienamente conscio”. Di conseguenza, bodhi sta anche a indicare una certa “luminosità” (altro tema visivo) della coscienza individuale».  Viktor, la guida thailandese che ci ha condotti ad Ayutthaya, dichiaratamente buddhista, afferma questo:”Il buddhismo è l’eterna ricerca dell’equilibrio. Tutti possono dichiararsi buddhisti, di qualunque religione essi siano.”.  In maniera molto stringata e semplicistica, la bodhi è la capacità di condensare nei propri comportamenti un’elevazione spirituale e intellettuale che rappresentino la totale consapevolezza dei propri sentimenti e delle proprie azioni. In maniera altrettanto semplicistica si potrebbe descrivere la bodhi come uno stato cui tutti dovremmo ambire per dare un senso alla nostra esistenza terrena.

Il novanta percento dei thailandesi è di religione buddhista e questo elemento, giacché il buddhismo, per un’occidentale di educazione cristiana quale io sono, appare più una filosofia che una religione, tanto è libera da tutti quei principi di fustigazione che sono così presenti nelle religioni più note, domina e impreziosisce gli angoli di una città come Bangkok in maniera davvero particolare.

Bangkok è una città che pare rasa al suolo da una carestia e ricostruita precariamente sulle macerie di una disastro. Questo “precariamente”, in realtà, è uno stato costante che, divenuto lo specchio di un modo di vivere semplice e complesso al contempo, regala un’atmosfera tra il vintage e il decadente difficile da inquadrare. Infatti, ho colto solamente in piccola parte il perché di tante contraddizioni evidenti, come la moltitudine di automobili che asfissiano l’aria di un posto dove la gente comune vive tra povertà e superfluo. I molti interrogativi, maturati camminando fra strade impossibili da descrivere per le sensazioni contrastanti –alcune molto negative, altre commoventi- ovviamente non si sono dissolti. Ma, come faccio sempre, ho cercato quel punto di equilibrio e distacco per guardare le cose senza farmi condizionare da quello che non ho gli strumenti per capire sino in fondo. Conoscere Buddha mi ha aiutato in questo, perché subito, osservando le sue raffigurazioni e ascoltando la sua storia (o, come nel mio caso, leggendola) si ha l’impressione di un uomo sereno che non esprime giudizi ma che è parte di un giudizio primordiale, fonte di tutto il proprio cammino e pensiero.

Bangkok è una città che sorge nella giungla tropicale e di essa conserva uno spirito misterioso e la vessazione di un modo d’essere libero. Come la rigogliosa natura che, tra le case devastate dalla noncuranza, quasi ignorate tra gli odori pungenti di un cibo che non smette mai di essere cucinato, urla il proprio desiderio e destino. Una città che si alterna ad antichi templi dove Buddha riceve ancora oggi la considerazione di un popolo incline a una umile e dignitosa adulazione. E se da un lato non riceverai mai altrove l’attenzione e la dedizione contenuta in un massaggio thai, o nella soddisfazione di una richiesta legata alla cura o pulizia di qualcosa, allo stesso modo non ti sentirai mai così inviso ed estraneo come camminando per strada e infrangendo inconsapevolmente la lunga lista di dettami che compongono l’etichetta thailandese. Molta di questa etichetta è legata al rispetto del Buddha; il residuo è come una sorta di leggi non scritte che servono a preservare un’impercettibile e antica permalosità. Il rispetto che, sommessamente, viene richiesto pare come un tentativo quasi infantile di non venire offesi e giudicati. Mai nella vita ho conosciuto nulla di simile, una sorta di sottinteso avvertimento che giace in saluti con le mani congiunte a preghiera e sorrisi sereni sotto agli occhi profondi di chi, senza vederti davvero, comunque ti scruta.

La città è attraversata da un grande fiume, il Chao Phraya, che raccoglie e rigetta la confusa visione di un mondo che, se in parte è rispettoso di una lunga serie di dettami culturali, pare al contempo ignorare le sorti inevitabili di tanta lascivia. Ma quello che davvero non capisci, tra tanta antica sapienza e saggezza, è quella strana mancanza di interrogativi che, nella cittadinanza, sembrano latitare. La città pare quasi priva di una connotazione temporale se non in quelle invasioni tecnologiche che, sappiamo bene, attecchiscono ovunque, ma ancor di più dove l’essenziale pare mancare.

Scivolando sulle acque torbide di un vecchio fluire, c’è l’anima di un mondo che sembra non esistere più, se non i quei cadaveri di case abbandonate sulle sponde del fiume, nei quali il concetto di vita sembra un lontanissimo ricordo, reso sacro dai templi maestosi e mortificato dai grattacieli nuovi e disabitati. Eppure la città pullula di vita, e mentre cammini fra le persone, che discorrono in una lingua modulata quasi in falsetto, e guardi le file di case diroccate e abbandonate sulle lunghe strade piene di auto, e percorse da cataste aggrovigliate di fili della luce, ti domandi: ma dove vive la gente? Questa domanda non riceve risposta, poiché la gente pare vivere sui taxi , su mezzi traballanti chiamati tuc tuc, seduta ai tavolini fortunosi arrembati agli angoli di ogni strada, mentre pare non smettere mai di mangiare e riciclarsi giorno e notte tra i fumi di gas e scappamenti.

Giacché, come ho detto all’inizio, non sono una viaggiatrice ma certamente un’autrice, tendo sempre a cercare e notare quello che non si vede. Lascio ad altri, molto più esperti di viaggi e turismo, le considerazioni utili per intraprendere un viaggio.

Così, anche osservando la gente che approda in un posto, trovandovi una vita che procede in un fluire costante, come il fiume che attraversa Bangkok, ho colto continuamente quel sentimento di aggressione che il turismo suscita ovunque. Tanto più  in quei posti che mantengono intatte regole di comportamento senza gettarle in faccia come in altri paesi del mondo. Il thailandese che ho osservato, non quello che offre gite turistiche, massaggi o corse in taxi, quello che vive la sua vita comune indipendentemente dal fluire di denaro legato al turismo, pare avere pochissime esigenze. Guardato da fuori pare distratto da pensieri che sono difficili da decifrare, così racchiusi in soste spesso solitarie e in modi di vita ben poco identificabili. Ho cercato di inquadrare questo abitante misterioso, quello che non interagisce cercando di vendere qualcosa, ma che popola la città con una storia che è come un dipinto criptico pennellato di colori interessanti e offuscati; ciò che ne ho tratto è molto simile alla lingua parlata: un’insieme di suoni che se non conosci attrarranno la tua attenzione lasciandoti, però, tremendamente ignorante.

Se chiudo gli occhi, dopo quindici giorni trascorsi in un paese florido di alberature e fiori dai profumi di arancio e vaniglia, continuo a vedere ogni cosa come se stessi guardando un film. Ho ancora negli occhi le porcellane del tempio di Wat Arun: una scalata di fiori dipinti che rivestono l’antica pagoda con colori che, magicamente, richiamano albe e tramonti dalla sponda del fiume; le rovine di Ayutthaya che, erose dal fuoco, generarono l’edificazione di Bangkok. Ogni cosa precedentemente esistita si riversò sulla nuova capitale, insieme a tutta la delusione che aleggia e, forse, a un senso di colpa per aver disatteso le speranze in essa riposte.  La vera identità, che urla ancora tra le pietre dell’antica capitale, è quasi totalmente assente in quella nuova, consumata in un abbandono sociale che pare aver reso la gente orfana di una madre amorevole. La distruzione di entrambe le città, sebbene di differente natura, sembra aver generato serenità e comprensione unicamente in quella che è ormai un sito archeologico. Infatti, la vita che pulsa sulle larghe strade di Bangkok, insieme a un rassegnato senso di adattamento, sembra derubata di tutta quella spiritualità che, al contrario, vige nei resti della vecchia capitale.

Ho continuato a pensare alla distanza che divide le culture in maniera drammatica e a quanto sarebbe commuovente comprendere sino in fondo la vita che prolifera oltre ogni barriera. Non capire, per me, è sempre il più grande rammarico ma è anche quel comodo giaciglio dell’inevitabile che ti culla, permettendoti anche solamente di guardare pur senza comprendere.

Continua…

Patrizia Ciribè

Appunti di viaggio, tra le mie pagine di autrice -Parte II

Appunti di viaggio, tra le mie pagine di autrice – Ultima parte

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