edward_hopper_automat “Automat” di Edward Hopper – 1927

Leggendo la Reserche di Proust ci si imbatte continuamente in frasi da sottolineare, e descrizioni che intrecciano paesaggi ed emozioni come fossero le une il prolungamento degli altri.
C’è, a un certo punto, un personaggio che sembra descrivere proprio lo scrittore -medico e grande letterato:
“Era uno di quegli uomini che, al di fuori di una carriera scientifica nella quale per altro sono brillantemente riusciti, possiedono una cultura tutta diversa, letteraria, artistica, che la loro specializzazione professionale non utilizza ma ne trae vantaggio la conversazione”.

Il personaggio viene incensato per le molte qualità, tra le quali quella di saper bene colloquiare con le persone.

“…conversatore come noi non ne avevamo mai incontrati, appariva agli occhi della mia famiglia, che lo citava sempre come esempio, il tipico intellettuale che prende la vita nel modo più nobile e delicato”.

In entrambe queste due descrizioni, di impostazione semplice ma molto esauriente, vengono utilizzati termini come conversazione e conversatore, adducendo loro un significato determinante nella valutazione personale di qualcuno.
Ho pensato così a come si sia evoluto negativamente questo attributo, sino a perdere un vero e proprio significato. Infatti, è difficile trovarsi nel mezzo di una conversazione interessante, allo stesso modo in cui è difficile trovare un conversatore apprezzabile.

Questo perché conversare non significa prevaricare e neppure prodigarsi in soliloqui fini a se stessi, così come oggi pare essere molto di moda fra la gente. Conversare, in realtà, è un’azione bilaterale dove le parti dovrebbero essere impegnate in uno scambio.

A quanti di voi è capitato di recente di conversare con qualcuno veramente? E non parlo dei propri affetti, coi quali è facile instaurare metodi di scambio dettati in gran parte dall’interesse reciproco. Parlo di un dialogo piacevole e interessante, improntato di un desiderio biunivoco di conoscere le reciproche idee ed esperienze, tra persone che, per qualche motivo, si trovino ferme nello stesso posto.

Credo che per tutti sia raro sentirsi ascoltati fuori dal proprio contesto affettivo. È triste, ma è scemato l’interesse nei confronti delle altre persone.
Magari interessano i retroscena piccanti della vita di qualcuno; interessa il pettegolezzo. Ma non importa della qualità dei discorsi né, tantomeno, degli argomenti trattati.

Avremo, infatti, quasi l’impressione di vedere un orecchio spalancarsi nel momento in cui racconteremo di noi –o di altri- parlando di qualcosa che implichi denaro, proprietà, liti e catastrofi. Ma non saremo quasi mai chiamati a esprimere un’opinione, a raccontare quali siano i nostri pensieri su qualcosa di astratto, pure se, quel qualcosa, è la vita.

Ricordo da ragazzina dialoghi meravigliosi con le mie amiche. Ne avevo una in particolare con la quale potevamo filosofare per ore e, se ci capitava di passare la notte l’una a casa dell’altra, i discorsi si facevano cupi e anche più affascinanti.
Ma quella qualità di discorsi si mantiene unicamente con determinate persone, quelle che si interessano a te personalmente e che desiderano sapere cosa pensi, perché questo dirà molto di ciò che pensi di loro.
E pensare qualcosa di qualcuno, al di là di ciò che possiede materialmente, solo considerando di quella persona le sue opinioni e i desideri che la muovono, è attualmente un atto stoico, assolutamente desueto.

Ho trovato, ieri, tra i miei libri, un volume acquistato su una bancarella, del quale avevo sottolineato qualche passo. È una rivisitazione di frasi di Rivarol (uno scrittore francese del Settecento), dal titolo “Rivarol. Massime di un conversatore”, scritta da Ernst Junger. Non so neppure quanti anni siano passati da quando acquistai questo libro e neppure so perché lo acquistai, sempre così attratta da cose delle quali so poco o nulla. Come quella volta in cui, sempre su una bancarella, comprai “Ansie e nevrastenie” di Freud. Avevo circa vent’anni e, leggendolo, feci incubi praticamente per un mese intero.
Ma tornando a Rivarol e le sue massime. C’è questa frase interessante nel libro, tanto che l’avevo sottolineata:

”Certo è che la conversazione ha anche un compito che spetta a lei sola e che non può essere sostituito da alcun altro mezzo. In essa si deposita proprio quel che di fugace, quel chiaroscuro dei tempi che nessuno storico rievocherà. Esso trascolora con il giorno come la brina, il velluto dei frutti. È questo il senso in cui la conversazione basta a se stessa: un evento si fa compiuto, da accadimento si fa storia solo quando l’uomo che lo vive, che lo patisce ne ha parlato con un suo simile. È questo un atto magico.“

In questa visione del dialogo è evidente l’allusione a qualcosa di romantico che si è perso nella notte dei tempi: l’interesse per l’idea di qualcuno; la possibilità di ascoltare l’idea di qualcuno, persino se è differente; il desiderio di conoscere quelle zone d’ombra che, dell’uomo, nascondono le paure e le vere aspirazioni.

Purtroppo, c’è così poco interesse per quel substrato che ci compone; eppure è il risultato di tutta una vita di emozioni, tristezze, dolori, rimpianti, paure, gioie e abilità sepolte dal peso della realtà. Ed è triste come si tenda a qualificare qualcuno sulla base di ammennicoli e traguardi effimeri, invece che cercare nella sua conoscenza interiore qualcosa di davvero interessante.

Per questo amo da sempre leggere: perché nei libri le persone, persino quelle che si conoscono poco o niente, hanno scambi che nella vita reale non avranno mai. E, allo stesso modo, è bello scrivere i dialoghi tra i personaggi, progettare scambi nei quali nessuno prevarichi l’altro, ma dove, anzi, siano previste pause che permettano il reciproco ascolto.

Penso a questo e poi mi imbatto nel prototipo della scignua (“signora”), che mi fa strane domande, anelando a risposte piccanti che la rinfranchino. Mi chiede cose della vita di chiunque, stupendosi persino che quella vita continui “perché sa –mi dice- ne ha fatte tante che mi stupisco di averla incontrata viva dal verduriere!”

Lo so, lo so: ora vorreste tanto sapere chi sia costei, ma non ve lo dico!

Patrizia Ciribè

N.d.R: L’immagine dei miei articoli, quasi sempre un dipinto, ha un nesso profondo, talvolta impercettibile, con il loro contenuto.

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