PederSeverinKroyer-Hip,hip,Urrà!FestadiartistiaSkagen Peder Severin – Hip Hip Hurra! 1888

Le feste quest’anno sono state diverse, o forse sono solo invecchiata e improvvisamente conscia di troppe incertezze.

Ho percepito là in fondo a me stessa, in quello stesso punto ottenebrato dalle paure, con luci flebili e appese tra suoni che mi sono parsi posticci, la precarietà di ogni cosa.

Non sono riuscita a ritrovare quello spirito, anche un po’ infantile, che è necessario mantenere per riesumare ogni volta un po’ di leggerezza. E neppure quel senso di sospensione che ho percepito da sempre in questo periodo dell’anno.

Credo che ci siano sempre momenti nella vita che ricordino quelle cose che si vorrebbero dimenticare e che lo facciano con prepotenza, anche quando possiedi un’invincibile determinatezza. Perché semplicemente ci si arrende a quella crescita che chiamiamo vecchiaia. E non perché si sia terminato di avanzare anagraficamente in modo positivo, ma solamente perché, d’un tratto, qualcuno perde qualcosa di determinante ed è impossibile non soffrirne, pure se non ti riguarda direttamente.

Queste feste si aprono con un terribile lutto per una persona che conosco da molti anni. Una madre, una moglie che resta vedova alla mia età, sola, con due bimbe da crescere.

Questa notizia non mi ha permesso di entrare in modalità sospesa, in quella solita atmosfera offuscata che sono le feste di Natale. Eppure, da sempre, questo è un periodo che amo in modo viscerale, quasi come se ci fosse una speciale connessione con ogni Natale trascorso da che sono al mondo.

Ma proprio non mi usciva dalla mente questo pensiero di morte, questa insensata tragedia che in quel momento, e oggi,  mi è parsa la madre di tutti i lutti.

Allo stesso modo ho pensato a come si possa finire un anno avendo perso così tanto e iniziarne uno nuovo pensando a qualcosa di positivo. E ho subito ogni finto sorriso, ognuno di quei selfie fasulli, scattati da ogni possibile angolazione, tra tristi danze e improbabili musiche con risate di circostanza.

Li ho guardati stare in piedi, dondolandosi tra i tavoli, cercando il modo per sembrare felici e ho capito che il problema del mondo è proprio questo: che a nessuno importa di essere, ma solo di sembrare qualcosa. D’un tratto il mondo mi è parso un posto plastico, cieco e inconsapevole e forse mai prima d’ora mi ero accorta di quanti cerchino di acquisire surrogati di gioia che con la vita non c’entrano nulla.

Mi imbatto in queste parole di Antonio Gramsci, scritte nel 1916 che mi confermano come, anche in un’epoca di grandi conflitti, di sgomento sociale e grandi lezioni, un uomo possa incarnare sempre lo stesso pensiero che, nelle menti migliori, si è reiterato per secoli:

“Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano”.

Perché le rime obbligate e il tripudio cui Gramsci si riferiva altro non era che l’accettazione di un retaggio, pure se in esso è contenuta ogni finzione.

Ancora scriveva:” Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi”.

Si crede sul serio che ci sia una fine e un inizio, che si possano fare bilanci come in ogni amministrazione condominiale. Che alla fine i conti torneranno con un conguaglio che risarcirà delle perdite e leverà a chi ha dato meno degli altri.

Ma, in fondo, io penso sempre che se avessimo l’intelligenza necessaria per capire i dolori di tutti, per farli nostri pensando che un comune dolore è qualcosa che si può portare meglio, allora ci saremmo liberati da questa corsa al nulla, che di colpo ti leva tutto quello a cui tieni, insegnando solamente a qualcuno cose che dovremmo sapere tutti.

Ci sono persone che devono imparare anche per gli altri, così come lavorare di più, pensare di più. Annaspare, cominciando con la perdita di un padre a soli tredici anni o del proprio compagno quando neppure si è cominciato a invecchiare insieme.

E io credo che l’inizio di qualcosa di migliore potrebbe davvero esistere solamente imparando quelle cose che altri subiscono direttamente.

Quindi ecco qua, mi trovo d’accordo con Gramsci: non desidero nessun tripudio, nessuna rima obbligata,nessun inizio che come conseguenza abbia quella di aver chiuso un bilancio. Desidero la continuità, la possibilità di una crescita, della memoria di ciò che è stato, che mi si incolli addosso e rimanga a ricordarmi com’ero, prima che la vita mi cambiasse.

Patrizia Ciribè

N.d.R: L’immagine dei miei articoli, quasi sempre un dipinto, ha un nesso profondo, talvolta impercettibile, con il loro contenuto.