Cagnaccio-di-San-Pietro-Dopo-lorgia-1928 “Dopo l’orgia” (Cagnaccio di San Pietro, 1928)

In una serata tra amici, all’insegna di chiacchiere e filosofia da ebbrezza alcoolica, uno dei commensali ha fatto questa affermazione:”Ognuno è quello che fa, non quello che dice di essere”.

In principio il concetto è passato in sordina ma, un altro dei partecipanti al convivio, ha posto su di esso un peso, estrapolandolo, e ribadendone la veridicità.

Così, come spesso accade quando si banchetta nel silenzio di un borgo di mare agghindato a festa, tra luci sfavillanti che vestono quel po’ po’ di architetture deserte, è nato un irrazionale confronto, a tratti persino animato.

Qualcuno si è sentito colpito da questa frase e ha voluto porre l’accento su altro. Su ciò che, con la sua perentorietà, determina atteggiamenti dettati dalla necessità, i quali, a prescindere dal proprio volere, diventano obbligatori.

Così, si è iniziato a esplorare non solamente l’azione che dovrebbe spingerci, ma pure il fatto che in quell’opzione-a monte cioè dell’indirizzo preso nostro malgrado- ci sarebbe sempre e comunque la possibilità di una scelta.

Va detto che l’affermazione iniziale non era volta al giudizio, ma solo all’attribuzione di un valore a ciò che, oggettivamente, ci dovrebbe distinguere: il libero arbitrio.

In certi contesti mi è sempre difficile esprimere il mio pensiero, sia perché ho una voce troppo sottile per farlo con altrettanta irruenza (perché gli uomini, invece di parlare, urlano? Questa domanda ha molte risposte possibili, ma credo che, alla base, ci sia la gara più vecchia e primitiva dell’uomo), sia perché per natura ho forte questa necessità di elaborare le cose.

Ho amato molto Pasolini quando, in un’intervista, prima di rispondere a una domanda del giornalista, afferma: ”Mi ci faccia pensare, domani le mando qualcosa di scritto. Mi viene più facile scrivere, che parlare senza avere riflettuto”.

Mi ci sono rivista –con tutte le enormi differenze, soprattutto di spessore e levatura-, ho condiviso quella stessa impossibilità di formulare un pensiero, il più possibile veritiero, senza una doverosa riflessione.

C’è anche il fatto che tendo da sempre a prendere molto sul serio le riflessioni altrui, soprattutto quando, come in questo caso, contengano la possibilità di sviscerare temi esistenziali molto superiori a quelli voluti in principio.

Ma comunque, al di là di questa mia necessità, la discussione si è protratta per una buona ora, all’insegna di picchi che, in qualche modo, sono parsi dettati da un personale coinvolgimento. Forse perché siamo sempre convinti che avremmo potuto fare di più e meglio. E forse perché, in questa convinzione, alberga qualcosa di vero ma anche molto di ciò che, in effetti, ci definisce.

Penso alla storia di Stephen Hawking, un genio che, con enormi limiti fisici, è riuscito in ciò cui nessuno si era neppure sognato di aspirare. E ha avuto figli, amore, una vita che continua, nonostante non solo non fosse né ricco né privilegiato, ma persino totalmente paralizzato.

Certo –direte- era un genio. Ma pure Jim Morrison lo era in un altro campo, eppure abbiamo visto come è finita. E, forse, è finita così perché, in effetti, la differenza esistenziale, persino in una mente brillante, è in buona parte dettata dalla voglia di vivere.

A parità di necessità e intensità intellettuale, quello che ci distingue credo sia la spinta vitale. Quella certa ironia con cui si vivono le cose della vita, non come fossero l’espressione del nostro ego instabile, ma la sperimentazione di qualcosa di più alto.

E non è che si possa essere geniali solamente all’interno di materie che lo evidenzino per definizione: si può esserlo anche nella dimensione di un peschereccio; di una collina da coltivare e persino nei meandri di versi che, pur senza titoloni accademici, saranno sempre eterni.

Il ragionier Eugenio Montale, nel 1975, ha vinto il Nobel per la letteratura. Credo che, in questa inconfutabile genialità, ci sia senz’altro una spinta interiore che vada al di là delle sue condizioni di nascita e qualifica. Parliamo di un uomo cagionevole di salute, spinto dalla famiglia allo studio della ragioneria e del calcolo; un uomo che ha vissuto e partecipato al conflitto bellico. Un tizio comune, cresciuto in un’epoca leggendaria, in una famiglia borghese priva di aspirazioni intellettuali.

Eppure, la sua motivazione, la spinta interiore e la predisposizione alle lettere, lo hanno espiantato da un contesto, indotto alla nascita, trapiantandolo in quello dove egli ha proliferato.

Ma è pur vero che, tra le tante condizioni di indigenza e precarietà, la straordinarietà personale è una rarità. Di fatto, il mondo è abitato in maniera più diffusa da gente nella norma, che vive per sbarcare il lunario. E, quando la dignità personale non è sufficiente, e da sola non vale a scongiurare la decadenza di certe azioni, ci si trova a fare i conti con la propria normalità.

Per questo mi trovo a oscillare tra il ritenere assolutamente veritiera la frase iniziale e il dubbio che, effettivamente, le condizioni in cui ci si trovi a versare determinino spesso scelte che, per quanto discutibili, appaiono come le uniche possibili. E lo fanno nella misura in cui non vi siano elementi distintivi a scongiurarle.

Ma c’è pure il discorso sul personale valore morale, su quella conta di elementi che costituiscono l’integrità di qualcuno. Ma, quando le condizioni sono disagevoli, forse, persino la dignità, che dovrebbe spingerci a rigettare azioni discutibili, diventa un lusso.

E c’è anche da stabilire cosa sia la moralità in un mondo dove uno Stato guadagna sul tabagismo e il gioco d’azzardo; dove vendere alcoolici a un alcoolizzato non sia ritenuto immorale e lo sia, invece, vendere la propria carne, pur pagandone personalmente le conseguenze.

Perché, in fondo, ogni nostra azione discutibile, per essere riscattata, dovrebbe solamente essere scevra da rivendicazioni etiche. E, forse, se fossimo liberi di sentirci persino sbagliati, invece di cercare un pretesto per come ci muoviamo nelle difficoltà, potremmo tranquillamente affermare che siamo ciò che facciamo, consci che, tutto sommato, sia solamente il risultato dell’essere umani.

Il fatto è che, nella normalità delle nostre attitudini, quando le condizioni ci remano contro, ci troviamo a fare i conti con la miseria umana di cui siamo fatti. E, in questo, non vi è una colpa, ma la sfortuna di non essere nati talmente motivati e illuminati da arginare persino la possibilità di scelte controverse.

Ma, a dire la verità, in questo essere fatti di carne, persino il genio può rimanere incagliato nella sua, stessa dissolutezza. Penso a Dostoevskij che scrisse “Il giocatore” per pagare i debiti di gioco, e riuscì persino a descrivere lucidamente, narrandola, quella propensione al disastro economico tipica di una decadente interiorità. Questo ci suggerirebbe la sua disfatta morale. Ma la verità è che, questo scrittore, non solo è stato una delle menti più illuminate dell’Ottocento, ma anche un pensatore immenso, che si è interrogato a lungo proprio sulla possibilità di un riscatto dalla propria bruttezza interiore.

Di nuovo, quindi, sono in dubbio sulla veridicità celata nella frase iniziale che, per quanto possa essere condivisibile, non tiene conto della materia che ci compone; di tutti quei dolori che non abitano solamente le menti comuni, ma persino quelle straordinarie.

Poiché se Dostoevskij fosse da considerare sulla base delle sue azioni, allora bisognerebbe stabilirne le priorità, sia in considerazione dell’immensità della sua opera omnia, che per la miseria di una vita travagliata dai debiti di gioco.

Quindi, qual è la verità? La verità è che, a meno di non trovarsi catapultati in una notte bianca di Pietroburgo, coi fumi dell’alcool, seduti a fianco a cosacchi sbronzi e addormentati; di non chiamarsi Lev, Nikolaj o Fedor, è meglio evitare di cercare soluzioni esistenziali. Soprattutto dato che, neppure loro, sono mai riusciti a trovarle!

Patrizia Ciribè

N.d.R: L’immagine dei miei articoli, quasi sempre un dipinto, ha un nesso profondo, talvolta impercettibile, con il loro contenuto.